Una manovra «senza anima», costruita più su forzature contabili che su una reale strategia di sviluppo. È il giudizio netto di Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che in una nota affonda il colpo sulle scelte economiche del governo Meloni, accusandolo di aver imboccato una traiettoria di rientro dal deficit «eccessivamente violenta» e priva di prospettiva.
Secondo Appendino, la rigidità dei conti pubblici non è dettata da un disegno di rilancio produttivo, ma dalla volontà di assecondare il piano Rearm EU, destinando miliardi alla spesa militare a scapito di investimenti, politica industriale e misure anticrisi. «Il risultato è inevitabile – sostiene – una manovra vuota, che non offre risposte alla crisi del sistema produttivo e non mette in campo alcun motore di crescita».
Per far quadrare i numeri, denuncia la parlamentare pentastellata, l’esecutivo ricorre a «espedienti contabili» che finiscono per colpire direttamente il tessuto economico. Nel mirino l’anticipo forzoso delle imposte, con una ritenuta dello 0,5 per cento nel 2028 e dell’1 per cento dal 2029 sui pagamenti tra imprese e professionisti: una misura che, secondo Appendino, sottrae liquidità immediata a chi produce e lavora.
Non meno severa la critica al mondo datoriale. «Colpisce il silenzio di Confindustria – osserva – di fronte a una manovra che azzera gli incentivi, comprime la crescita e penalizza proprio le imprese». Un paradosso che, per la deputata M5S, fotografa l’assenza di un confronto reale sulle scelte economiche del Paese.
La conclusione è una stoccata politica dal forte valore simbolico: «Dopo anni di promesse elettorali basate su politiche espansive – afferma Appendino – ci ritroviamo con un governo che pratica un’austerità persino più rigida di quella dell’era Monti». Un giudizio che riaccende lo scontro sulla direzione economica dell’esecutivo e sul prezzo che imprese e cittadini saranno chiamati a pagare.
