Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso la grazia a quattro condannati, firmando i relativi decreti dopo aver ricevuto il parere favorevole del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Si tratta di una misura straordinaria, applicata in casi specifici e circoscritti, che interviene a correggere situazioni ritenute meritevoli di particolare considerazione per ragioni umanitarie, sociali o di giustizia sostanziale.
I beneficiari del provvedimento di clemenza sono Gabriele Finotello, Massimo Zen, Patrizia Attinà e Ancuta Strimbu. Ognuna delle loro vicende giudiziarie, pur diversa per contesto e gravità, ha portato il Quirinale a riconoscere elementi tali da giustificare l’atto di clemenza.
Finotello era stato condannato a nove anni e quattro mesi per l’omicidio volontario del padre. Nella valutazione della sua istanza è stato considerato determinante il contesto familiare, segnato da ripetuti episodi di violenza e minacce da parte della vittima nei confronti dei propri congiunti.
Zen, imprenditore veneto, stava scontando una condanna a nove anni e sei mesi per omicidio volontario. Nel 2007 sparò a un ladro in fuga dopo un tentativo di furto, colpendolo mortalmente con un colpo di pistola. Il caso aveva sollevato all’epoca un ampio dibattito pubblico sul tema della legittima difesa.
Patrizia Attinà, invece, aveva ricevuto una condanna a due anni e otto mesi per reati di furto ed estorsione. La misura di clemenza ha tenuto conto, in questo caso, della complessiva evoluzione personale e del percorso rieducativo intrapreso.
Infine, la cittadina romena Ancuta Strimbu era stata condannata a nove anni e sette mesi per estorsione e violazioni in materia di sostanze stupefacenti. Anche per lei il Quirinale ha ritenuto sussistenti elementi tali da giustificare la grazia.
La concessione della grazia, prerogativa esclusiva del Presidente della Repubblica, non cancella la condanna né la responsabilità accertata in sede giudiziaria, ma riduce o estingue la pena residua da scontare. È un atto che, seppur raro, riafferma la funzione di equilibrio e umanità insita nella Costituzione e rappresenta una delle forme più alte di esercizio del potere di clemenza dello Stato.
