16 Agosto 2026, domenica
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Primo Maggio, Appendino in piazza con la figlia: “Il lavoro non è invisibile, è dignità da difendere”

Dal racconto personale alla denuncia politica: la deputata M5S attacca il governo sul “salario giusto” e rilancia la battaglia per il minimo legale

Torino – Un corteo vissuto non solo come rito civile, ma come passaggio di testimone tra generazioni. Nel giorno della Festa dei Lavoratori, Chiara Appendino sceglie la dimensione più intima per raccontare il senso del Primo Maggio: portare in piazza la figlia Sara, trasformando una domanda semplice – “cos’è un corteo?” – in un’esperienza concreta di partecipazione.

“Certe cose non si spiegano con le parole”, scrive la deputata del Movimento 5 Stelle sui social, “si capiscono guardando le facce di chi cammina accanto a te”. Un mosaico umano fatto di operai, infermieri, insegnanti e lavoratori precari, che restituisce il volto reale del lavoro in Italia. Un lavoro che, sottolinea Appendino, resta ancora oggi terreno di conquista e difesa quotidiana.

Il messaggio è netto: “Non siete invisibili”. Un’affermazione che diventa dichiarazione politica, rivolta a chi vive condizioni di fragilità economica e occupazionale. Dai lavoratori sotto i 9 euro l’ora a chi è in cassa integrazione, fino a chi affronta rischi sul posto di lavoro senza adeguate tutele. Il Primo Maggio, nella visione dell’ex sindaca di Torino, è insieme memoria storica e urgenza contemporanea: “la convinzione che le cose si possono cambiare”.

Ma alla narrazione emotiva si affianca un attacco diretto all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Intervenendo alla trasmissione Agorà su Rai3, Appendino affonda sul tema del lavoro povero e delle politiche salariali, definendo la distanza tra “salario minimo” e “salario giusto” come “lo scarto tra il governo e il mondo reale”.

I numeri evocati sono quelli di una crisi silenziosa ma diffusa: un lavoratore full-time su quattro sotto i mille euro mensili e una perdita dell’8% del potere d’acquisto. Dati che, secondo l’esponente M5S, rendono “agghiacciante” la narrazione governativa.

Nel mirino finisce in particolare il concetto di “salario giusto”, bollato come “truffa semantica”. Appendino porta esempi concreti: vigilanti con paghe da 6,4 euro lordi l’ora o operai agricoli sottopagati, che – sostiene – resterebbero tali anche con le misure proposte dall’esecutivo.

La critica si allarga poi all’intero impianto delle politiche del lavoro degli ultimi anni: dalla reintroduzione dei voucher al mancato stop agli stage gratuiti, fino al no al salario minimo legale. “Questo decreto”, accusa, “è solo un modo per lavarsi la coscienza”.

Il tono è quello di una contrapposizione netta: da un lato chi rivendica misure ritenute insufficienti, dall’altro chi denuncia una progressiva erosione dei diritti. Nel mezzo, una piazza che continua a rappresentare, almeno simbolicamente, il luogo dove le istanze del lavoro trovano voce.

E proprio da quella piazza, attraversata insieme alla figlia, Appendino prova a rilanciare un messaggio che unisce dimensione privata e battaglia pubblica: il lavoro non è solo una questione economica, ma una condizione di dignità collettiva.

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