8 Luglio 2026, mercoledì
HomeItaliaPolitica2 giugno, l’Italia celebra la Repubblica. Ma la Premier si sottrae al...

2 giugno, l’Italia celebra la Repubblica. Ma la Premier si sottrae al voto: un vuoto che pesa

Mentre Mattarella ricorda la scelta del popolo per la democrazia, Meloni onora la Repubblica ma si smarca dal dovere civico. Un’assenza che solleva interrogativi morali e istituzionali

Roma – L’Italia si è stretta attorno ai suoi simboli più alti per celebrare il 2 giugno, Festa della Repubblica, con una partecipazione corale che ha riempito strade, piazze e cuori. A 79 anni dal referendum del 1946, il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha voluto ricordare come “il popolo italiano decretava, con il suo voto, la nascita della Repubblica”, scegliendo “libertà, democrazia e pace” come fondamenta della nostra convivenza civile.

La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha affidato ai social il suo pensiero, con toni solenni e identitari: “Celebrare l’Italia significa onorare chi ha dato la vita per difenderla. Essere italiani vuol dire appartenere a qualcosa di grande, che va difeso, amato, trasmesso”. Parole che risuonano forti. Ma a fianco della retorica patriottica, una dichiarazione a margine della Rivista Militare ha generato più di un malumore: “Vado a votare, ma non ritiro la scheda. È una delle opzioni”, ha detto Meloni rispondendo a una domanda sul referendum dell’8 e 9 giugno.

Una frase che, pur nella sua ambiguità formale, equivale a un rifiuto consapevole dell’esercizio del voto, il diritto e dovere che fonda ogni democrazia. Detto da chi ricopre il massimo incarico del potere esecutivo, il gesto — o meglio, la non-azione — assume un peso simbolico e politico ben più profondo di una semplice scelta personale.

Il paradosso democratico di chi rappresenta lo Stato

Nel giorno in cui si celebra l’atto fondativo della Repubblica, nato proprio da un voto popolare, la decisione della premier di non esprimersi appare come una stonatura grave, un inciampo istituzionale che apre interrogativi sulla coerenza tra parole e comportamenti.

Il Presidente della Repubblica ha ricordato con forza che la Repubblica “è frutto della partecipazione popolare, della responsabilità civica, dell’esercizio del voto”, elementi che rappresentano non solo diritti individuali, ma anche doveri collettivi. E nel caso di chi guida il governo, doveri ancora più pregnanti, perché carichi di valenza pubblica ed esemplare.

Il diritto di non votare? Non per chi rappresenta tutti

In uno Stato democratico, il diritto di astenersi è legittimo. Ma il ruolo istituzionale impone qualcosa in più del rispetto formale delle regole: impone coerenza, responsabilità e messaggi chiari. Quando un presidente del Consiglio si presenta ai Fori Imperiali per celebrare la Repubblica — e nel contempo rinuncia ad esercitare fino in fondo il proprio diritto di voto — si crea un cortocircuito simbolico: da una parte si onora la democrazia, dall’altra la si svuota di significato.

Una caduta morale prima ancora che politica

Non si tratta solo di un’opzione tecnica — come ha cercato di ridimensionare Meloni — ma di un segnale culturale. L’astensione silenziosa da parte di chi guida il governo indebolisce il valore del voto come strumento di espressione e partecipazione. E rischia di legittimare una crescente disaffezione, proprio in un momento storico in cui le democrazie occidentali sono sottoposte a sfide senza precedenti.

Il messaggio che manca

Cosa avrebbe significato, invece, un gesto chiaro, inequivocabile, una presa di posizione netta? Che si fosse a favore o contro il referendum, che si ritenesse utile o meno, votare — ed esprimere apertamente la propria scelta — sarebbe stato il modo più forte per onorare quella Repubblica che il 2 giugno si è detta di voler celebrare.

La Repubblica è viva solo se partecipata

Settantanove anni fa, milioni di italiani e italiane — molti dei quali votavano per la prima volta — scelsero con coraggio un futuro incerto ma libero. Oggi, più che mai, quella scelta chiede coerenza e impegno. Non bastano i discorsi solenni. Servono azioni. E tra queste, la più semplice e potente resta il voto.

Un voto che chi governa non può permettersi di ignorare. Perché non è solo una scheda. È la prova concreta di ciò che si professa.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti