8 Luglio 2026, mercoledì
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Ungheria, la resa dei conti dell’informazione pubblica: “Abbiamo mentito per anni”

Magyar oscura i telegiornali per rifondare i media di Stato. Orbán reagisce e lancia una nuova tv: “Questa è tirannia”

Una schermata nera, attraversata da poche parole in blu, ha segnato uno spartiacque nella storia recente dell’Ungheria: “I media pubblici non possono mentire. Chiediamo scusa per averlo fatto per tanti anni”. Non è stato un attacco informatico né un blackout tecnico, ma un gesto politico dirompente. Con quella scritta, apparsa poco prima della fascia serale, il governo guidato da Peter Magyar ha deciso di sospendere l’informazione pubblica per azzerarla e ricostruirla da zero.

La scelta del nuovo primo ministro rompe radicalmente con l’eredità di Viktor Orbán, che per sedici anni ha esercitato un controllo capillare sul sistema mediatico statale, trasformandolo – secondo le accuse delle opposizioni e di osservatori internazionali – in una cassa di risonanza della linea governativa. Un controllo che ha accompagnato tutte le svolte più controverse del Paese: dalla definizione dell’Ungheria come “democrazia illiberale” fino alle posizioni ambigue sulla guerra in Ucraina, in controtendenza rispetto al resto dell’Unione europea.

Magyar ha scelto un gesto simbolico e insieme operativo: stop immediato ai telegiornali e ai programmi informativi, sostituiti da contenuti neutri. Il canale pubblico M1 è tornato in onda alle 19:56 – richiamo esplicito alla Rivoluzione del 1956 – ma senza notizie, solo film. Una sorta di “anno zero” dell’informazione, in attesa della creazione di una nuova redazione indipendente. “La propaganda è finita”, ha scritto il premier sui social, annunciando una trasformazione che punta a restituire credibilità al servizio pubblico.

Il cambiamento è stato immediato e visibile. La radio Kossuth ha interrotto le trasmissioni informative, sostituendole con la programmazione di Bartók Rádió, dedicata alla musica classica. I siti ufficiali dei media pubblici sono diventati temporaneamente inaccessibili. Nei palinsesti, silenzio sulle notizie e spazio a contenuti culturali o di intrattenimento, mentre prende forma il cantiere della nuova informazione statale.

La reazione di Viktor Orbán non si è fatta attendere. L’ex premier ha definito la decisione “un atto da tiranno”, denunciando un presunto attacco alla libertà di stampa. Ma soprattutto ha risposto sul terreno mediatico: il lancio immediato di un nuovo canale, Hír, legato al suo partito Fidesz. “Se vi interessa la verità, venite qui”, ha scritto, chiamando a raccolta il suo elettorato e aprendo di fatto una nuova fase di polarizzazione informativa.

L’Ungheria si ritrova così con un sistema mediatico in piena transizione: da un lato, il servizio pubblico sospeso e in fase di rifondazione; dall’altro, un circuito parallelo che promette continuità con la narrazione dell’era Orbán. In mezzo, una domanda cruciale per la democrazia del Paese: è possibile ricostruire un’informazione pubblica davvero indipendente dopo anni di controllo politico?

La risposta non arriverà in tempi brevi. Ma la schermata nera con quel messaggio di scuse resta già un’immagine destinata a entrare nella memoria collettiva europea: il raro, clamoroso momento in cui un sistema mediatico ammette apertamente le proprie colpe e prova – tra rischi e tensioni – a riscrivere il proprio futuro.

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