8 Luglio 2026, mercoledì
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La sinistra smarrita: dal sospetto verso il capitale alla sua difesa

Dalle banche ai salotti finanziari, passando per delocalizzazioni e privatizzazioni: il lungo viaggio di una cultura politica che ha abbandonato le proprie radici, lasciando spazio al paradosso di una destra che si appropria delle istanze sociali

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

Il primo a dimenticarsi delle parole di Brecht fu Piero Fassino che nel suo dimesso lessico sabaudo domandava “abbiamo una banca?”

Ben prima di lui, però, aveva agito Cinzio Zambelli, mente di riferimento del mondo cooperativo e comunista bolognese e fondatore di Unipol, colosso assicurativo oggi anche bancario, che fin dagli anni ’80 si muoveva con estrema agilità nel tessuto finanziario del grande capitale.

Poi altri “di sinistra” assunsero ruoli apicali nel mondo bancario, da Fabrizio Palenzona all’ex ministro Padoan a sottolineare che nel possedere una Banca il pensiero di “sinistra” non individuava alcun paradosso, nessuna controversia etica.

D’altra parte il PD fu fondato da quel De Benedetti, (tessera PD numero 1) italico miliardario residente in Svizzera per ovvi motivi fiscali, e forse già nell’atto fondativo si sarebbe potuto leggere il paradosso oggi più che mai palese.

La proprietà era un furto

Eppure il pensiero e l’apparato morale delle sinistre storiche, tanto la radice socialista quanto quella comunista, affermavano che “la proprietà è un furto” e si proponevano di arginare l’azione del Capitalismo chi attraverso una potente azione fiscale capace di redistribuire le ricchezze (socialisti) e chi attraverso la Proprietà Statale dei mezzi di Produzione (comunisti) per i quali la nazionalizzazione delle imprese e delle attività era elemento strategico fondamentale per creare l’occupazione totale e soddisfare le esigenze fondamentali dei cittadini.

Quelle erano le istanze fondamentali, vere  “linee rosse” non superabili, capaci nel loro assolutismo di rendere i socialisti disprezzabili agli occhi di comunisti e i comunisti stigmatizzabili agli occhi dei socialisti.

Poi, nel dopoguerra, dal nord Europa calò una brina chiamata socialdemocrazia che rinnegò manifestamente Marx, legittimò il capitale, affermò la fiscalità necessaria per garantire servizi pubblici alla cittadinanza, consentì la partecipazione operaia ai consigli di fabbrica e alla conduzione strategica delle imprese prevalenti, intercalando a quello che era stato il pensiero socialista l’ottica progressista tipica del pensiero liberale del tardo ottocento.

Altri tempi

Certo, erano altri tempi. Il Capitalismo era ancora tradizionale: si fabbricava e lo si faceva in Patria, anche con l’orgoglio di far crescere il proprio Paese.

Poi il Capitalismo è diventato neocapitalismo, ha messo il turbo finanziario, si è ammantato di tecnologia, ha delocalizzato le produzioni e concentrato l’interesse sulla creazione di Valore dal Valore, finanziarizzando il finanziarizzabile con un nuovo linguaggio di futures, di swap, di azionariato, agevolato da governi che sempre più hanno gravato fiscalmente il lavoro e sempre più hanno agevolato fiscalmente la rendita finanziaria, fino a generare l’idea per cui sia meglio investire un modesto capitale in ambito finanziario che in impresa produttiva.

Il risultato è alle viste di tutti: le imprese, soprattutto le piccole, cessano rapidamente, la classe media annaspa, i valori immobiliari delle metropoli si inerpicano, la delocalizzazione è divenuta arma strategica e gli operai presidiano i cancelli di fabbriche dismesse dalla proprietà.

E la Sinistra non c’è.

Borbottio e slogan

Negli anni in cui è stata al governo la Sinistra non ha discusso sul come evitare la delocalizzazione ma, piuttosto, sul come semplificare i licenziamenti. Non ha affermato la necessità di garantire occupazione ma ha aperto le frontiere alla clandestinità che produce dumping salariale. Non ha combattuto gli speculatori e i palazzinari, ma se li è fatti alleati lasciando che spadroneggiassero nell’edilizia urbana di pregio. Men che meno ha combattuto le banche, ma ha brigato per entrare nei consigli d’amministrazione. E non basta, per dirsi “di sinistra”, dichiararsi a favore dei diritti di genere, non basta proporre un salario minimo che ucciderebbe quel che resta delle PMI.

A sinistra non si intravede un pensiero, un progetto, un’idea di società alternativa rispetto a quella desolante con cui ci confrontiamo tutti.

Non si avanza una proposta di modello economico capace di riequilibrare le immense distanze di ceto e di censo che si sono affermate.

Non si intuisce alcunchè di rivoluzionario e popolare nell’affiancare a un modello energetico basato su carburanti fossili un altro modello energetico falsamente meno inquinante, dove l’inquinamento è nella fase preparatoria e costruttiva delle batterie, con il semplice obiettivo di incrementare l’energia disponibile per un mondo sempre più energivoro dove l’energia consumata è di supporto al Capitale.

Non si definisce nulla di buono per il popolo e i lavoratori favorendo le privatizzazioni e la moltiplicazione degli agenti venditori di quella stessa energia a prezzi maggiorati rispetto ad un unico attore statale.

La principale accusa che possiamo muovere alla sinistra è di non aver mantenuto il pregiudizio nei confronti del Capitale ma di esserne divenuta paladina.

Le proposte e i programmi che percepiamo provenire dalla sinistra dell’emiciclo sono slogan e borbottii, frasi fatte e propaganda.

Il Paradosso

Così, per paradosso, basandosi sul fatto che l’odiato Mussolini fosse stato intimo amico del socialista Nenni e socialista anch’esso quando dalle colonne dell’Avanti! criticava le politiche dei notabili al governo e i maneggi crispiani, quel Mussolini astioso nemico del Capitale da lui definito Plutocrazia, ecco che chi cerca una risposta sociale e socialista alle aspettative delle masse trascurate immagina, potremmo dire si illude, di individuarla nelle parabole di una destra che si voleva sociale. E a maggior paradosso più il confine si sposta a destra e maggiormente si ha l’idea che quelle istanze e quell’avversione al Capitale possano corrispondere.

Certo è facile tuonare dalle sedute dell’opposizione o da giornali e testate scarsamente autorizzate e meno ancora gradite all’establishment, ma che il Paradosso stia trainando l’ascesa della destra in tutta Europa sembra essere un dato di fatto supportato dalla disappartenenza della sinistra rispetto a se stessa.

Per quella destra promettere una maggiore equità sociale è facile, non avendo la sinistra identico ideale.

Per quella destra affermare il diritto all’occupazione è facile, non avendo la sinistra agito a suo sostegno.

Per quella destra esigere forme di economia statale per favorire il rilancio del Paese è facile, avendo la sinistra accolto a braccia aperte le logiche di Mercato che il Paese hanno immiserito.

Per tornare ad essere credibile la Sinistra deve affermare concetti e parole di sinistra.

Deve combattere il libero Mercato e proporre un moderato interventismo statale, favorire l’azione economica  e produttiva rispetto alla rendita passiva del capitale finanziario.

Deve affermare la presenza dei servizi di pubblica utilità e la loro corretta gestione in ogni angolo del Paese.

Ma questa sinistra è troppo prona al Capitale di cui segue tutte le indicazioni, consegnando così alle destre europee il nostro futuro.

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