8 Luglio 2026, mercoledì
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Il calcio piegato al potere e le ferrovie senza guida: quando le regole diventano opzionali

Dalle pressioni politiche sui Mondiali al caos nei trasporti: il filo rosso è la crisi di credibilità delle istituzioni

Se davvero basta una telefonata per cambiare una decisione arbitrale, allora il calcio ha già perso. Non una partita, non un torneo: ha perso sé stesso. È questa la sostanza, ben più grave del singolo episodio, sollevata da Sandro Ruotolo dopo che Donald Trump ha rivendicato pubblicamente di aver ottenuto dalla FIFA la sospensione della squalifica per Folarin Balogun.

La questione non è il cartellino rosso. Non è nemmeno il destino di un giocatore. È il principio. Perché se le regole diventano negoziabili, se il regolamento si piega al peso politico di chi può permettersi di alzare il telefono, allora arbitri, VAR e giustizia sportiva diventano scenografia. Accessori di un copione già scritto altrove.

«A questo punto – osserva Ruotolo – che senso ha guardare i Mondiali?». È una domanda che suona come una condanna. Perché lo sport, senza l’uguaglianza delle regole, smette di essere competizione e diventa rappresentazione. E quando il risultato può essere influenzato fuori dal campo, la credibilità evapora. Non lentamente: di colpo.

Il punto è che non si tratta di un incidente isolato, ma del riflesso di un cortocircuito più ampio tra potere e regole. Un cortocircuito che, cambiando scenario, si ripresenta con sorprendente coerenza anche dentro i confini nazionali.

Basta spostarsi dalle tribune agli scali ferroviari per trovare un’altra crepa, altrettanto evidente. Qui non ci sono telefonate presidenziali, ma c’è qualcosa di altrettanto corrosivo: l’assenza di una direzione politica.

Il Partito Democratico, con Antonio Casella, lo dice senza giri di parole: il sistema dei trasporti è lasciato a sé stesso. E mentre i cittadini fanno i conti con ritardi, disservizi e incertezze, il ministro Matteo Salvini continua a presidiare inaugurazioni e passerelle. Presente quando si tagliano nastri, molto meno quando i nodi vengono al pettine.

Il problema, sia chiaro, non sono i cantieri. Quelli servono, eccome. Il problema è tutto ciò che manca intorno: programmazione, coordinamento, gestione. In una parola, politica. Perché modernizzare senza governare significa scaricare i costi sui cittadini, trasformando ogni intervento in un potenziale boomerang.

Il cambio anticipato ai vertici aziendali è il sintomo più evidente di un sistema che non funziona. Ma cambiare gli uomini non basta se resta immutata la regia. O, peggio, se la regia continua a non esserci. Perché la responsabilità, prima ancora che manageriale, è politica. E porta un nome preciso: quello del governo e del ministro competente.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un servizio essenziale che arranca, una fiducia che si erode, una percezione crescente di improvvisazione. E qui il parallelo con il calcio torna, inevitabile.

Quando le regole perdono forza e la guida si indebolisce, ciò che resta è un sistema fragile, esposto, vulnerabile alle pressioni. Che si tratti di uno stadio o di una stazione, il meccanismo non cambia: senza regole credibili e responsabilità chiare, a perdere non è mai solo un giocatore o un passeggero.

A perdere è l’intero sistema.

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