8 Luglio 2026, mercoledì
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Vertice Nato di Ankara, tra tensioni e diplomazie: l’Occidente cerca una nuova rotta

Dossier Ucraina, difesa comune e frizioni transatlantiche: riflettori sui colloqui tra Meloni e Trump

Ankara torna per due giorni al centro degli equilibri globali. Nella capitale turca si apre un vertice Nato che si annuncia cruciale, con i leader dei 32 Paesi alleati chiamati a confrontarsi su dossier che pesano quanto – se non più – di una prova di tenuta per l’intero blocco occidentale. Sul tavolo, infatti, non c’è soltanto il rafforzamento della difesa collettiva, ma anche il delicato pacchetto di aiuti da 70 miliardi di dollari destinato all’Ucraina, cartina di tornasole della compattezza dell’Alleanza.

Il summit si apre in un clima tutt’altro che disteso. Le prime ore sono segnate da un’intensa attività diplomatica fatta di incontri bilaterali, strette di mano misurate e dichiarazioni calibrate al millimetro. Tra queste, spiccano quelle del presidente statunitense Donald Trump, già arrivato ad Ankara e protagonista di un faccia a faccia con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Un incontro che ha subito fissato il tono del vertice: diretto, talvolta ruvido, certamente lontano dai formalismi di rito.

Trump non ha usato mezzi termini. “La Nato ci ha deluso”, ha dichiarato, puntando il dito contro alcuni dei principali partner europei – Italia, Germania, Francia e Regno Unito – accusati di non aver sostenuto adeguatamente gli sforzi americani. Parole che riaprono fratture mai del tutto sanate nei rapporti transatlantici e che rischiano di pesare sulle trattative in corso.

Non solo. Il presidente americano ha riportato al centro del dibattito una questione apparentemente laterale ma politicamente significativa: la Groenlandia. “Dovrebbe essere americana – ha affermato – la Danimarca non fa nulla per l’isola”. Un’affermazione che, al di là del contenuto, conferma l’approccio assertivo di Washington e aggiunge un ulteriore elemento di tensione in uno scenario già complesso.

In questo quadro si inserisce la posizione italiana. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tra i protagonisti più osservati del vertice, anche alla luce dei recenti attriti verbali con Trump. I riflettori erano puntati proprio sul loro incontro, avvenuto a margine della cena ufficiale offerta da Erdogan, dove i due leader si sono trovati seduti allo stesso tavolo.

All’uscita, rientrando in albergo, Meloni ha scelto la linea della sobrietà diplomatica. “Rapporti cordiali”, ha risposto ai cronisti che le chiedevano conto dell’incontro con il tycoon americano. Nessuna apertura a dettagli, nessuna concessione a polemiche: alla domanda su un eventuale chiarimento dopo le tensioni dei giorni precedenti, la premier ha tagliato corto con un “Ho già risposto”.

Una formula che, più che chiudere il caso, ne evidenzia la delicatezza. In un contesto come quello Nato, dove ogni parola pesa e ogni sfumatura può influire sugli equilibri tra alleati, la scelta di mantenere un profilo prudente appare quasi obbligata. Anche perché, al di là delle schermaglie verbali, il vertice di Ankara è chiamato a dare risposte concrete su sicurezza, guerra e coesione politica.

E proprio su questo si misurerà il successo – o il fallimento – dell’appuntamento turco: nella capacità dell’Alleanza di ritrovare una linea comune in un momento in cui le crepe, sempre più visibili, rischiano di trasformarsi in vere e proprie fratture.

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