8 Luglio 2026, mercoledì
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Delmastro contro la magistratura: il caso Pozzolo e le contraddizioni della destra di governo

Da Biella a Vercelli, passando per Torino: tra armi, giustizia e retorica anti-toghe, l’asse piemontese di Fratelli d’Italia alimenta lo scontro istituzionale.

Il pistolero vercellese e la giustizia “sotto attacco”: Delmastro infiamma Torino

TORINO – Lunedì 26 maggio, sotto il vessillo di Fratelli d’Italia, si è tenuto a Torino un convegno dal titolo evocativo: “Giustizia è sicurezza”. Ma le parole pronunciate durante l’incontro dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro hanno prodotto tutto fuorché sicurezza: hanno infatti sollevato un polverone politico e istituzionale, facendo esplodere la tensione tra magistratura e governo.

Delmastro, biellese, noto per i suoi toni infuocati e per il suo coinvolgimento in vicende giudiziarie legate alla rivelazione di atti coperti da segreto, non ha risparmiato accuse pesantissime. «Il magistrato che dovrebbe sentire pulsioni di giustizia – ha dichiarato – dice che Meloni è pericolosa perché non ha inchieste: questo lo dicono i mafiosi, non i magistrati». Una frase che non solo ha indignato la magistratura, ma ha fatto scattare la reazione immediata del centrosinistra.

Tra il pubblico, una nutrita rappresentanza del partito di Giorgia Meloni dal territorio vercellese: il presidente della Provincia Davide Gilardino, gli assessori comunali Domenico Sabatino e Stefano Pasquino, il presidente del Consiglio comunale Romano Lavarino, il consigliere Giorgio Malinverni, l’ex assessora Martina Locca e Alberto Cortopassi. Presenze che confermano l’importanza della linea “dura” anche a livello locale.

L’attacco alla magistratura

Delmastro ha rincarato la dose sostenendo che “i magistrati vogliono affossare la riforma sulla separazione delle carriere perché avrà un effetto devastante sul potere delle toghe rosse”. Un attacco frontale, senza sfumature, che ha riacceso l’antico scontro tra politica e giustizia, ma con un tono e una virulenza inediti da parte di un membro del governo.

A replicare duramente è stato Domenico Rossi, segretario regionale del Partito Democratico: «Le parole del sottosegretario Delmastro sono gravissime. Si tratta di un’aggressione istituzionale in piena regola. Il suo obiettivo non è riformare, ma intimidire. È inaccettabile che un condannato in primo grado per la rivelazione di atti secretati, ora con un ruolo di governo, provi a delegittimare l’intero sistema giudiziario».

Il contesto: dal caso Pozzolo al decreto sicurezza

Queste tensioni si inseriscono in un clima già rovente, alimentato anche dal recente “caso Pozzolo”, che ha scosso l’opinione pubblica. Il deputato di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo, anch’egli piemontese, finì sotto i riflettori per aver esploso un colpo di pistola durante un veglione di Capodanno a Rosazza. Una vicenda grottesca, nella quale inizialmente l’onorevole negò ogni responsabilità, salvo poi essere smentito dalle indagini e dai testimoni.

Quel caso, divenuto simbolo di una certa disinvoltura nell’approccio istituzionale da parte di esponenti della maggioranza, ha lasciato strascichi ancora irrisolti, esacerbati dalle retoriche securitarie rilanciate in questi giorni. E proprio da quella narrazione prende spunto l’attacco odierno di Delmastro, con il governo che prosegue sulla strada del Decreto Sicurezza, criticato da molti giuristi per la sua impronta liberticida e per l’introduzione di nuovi reati ritenuti funzionali più alla propaganda che alla reale tutela della sicurezza.

Secondo Rossi, «questo governo ha tentato persino di limitare i controlli antimafia nel decreto infrastrutture, provvedimento poi bloccato dal Quirinale. Oggi, con il decreto sicurezza, si scavalca il Parlamento, si introducono norme che attaccano le libertà fondamentali e si cerca lo scontro frontale con la magistratura, minando gli equilibri costituzionali».

Una strategia calcolata?

L’impressione è che vi sia una strategia precisa dietro questi attacchi. Delegittimare la magistratura, concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo, ridurre al silenzio le voci critiche. La riforma della giustizia, lungi dall’essere un tentativo di modernizzazione, rischia di trasformarsi in un’arma di controllo politico.

Nel mezzo, un’opinione pubblica sempre più disorientata, divisa tra l’ossessione per la sicurezza e la difesa dei principi democratici. E un territorio, quello piemontese, che si scopre epicentro di una battaglia ideologica che ha radici lontane, ma oggi assume toni inquietanti.

In attesa che la riforma venga discussa in Parlamento, resta il clima di tensione e il dubbio, più che legittimo, su quale idea di giustizia stia guidando realmente l’azione del governo.

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