29 Ottobre 2026, giovedì
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INPS, la “officina del welfare” è davvero innovazione o il segnale di una crisi di identità?

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A cura di Daniele Cappa

La formula scelta da Gabriele Fava — “officina del welfare” — è suggestiva, moderna e politicamente efficace. Ma, letta con attenzione, contiene anche una domanda scomoda: perché l’INPS sente oggi il bisogno di ridefinirsi?

La questione non è semantica. Passare da ente erogatore a “infrastruttura sociale del Paese” significa modificare il perimetro stesso dell’Istituto. E quando un’organizzazione pubblica ridefinisce il proprio ruolo, bisogna chiedersi non soltanto cosa intenda diventare, ma anche quale problema stia cercando di risolvere.

Il XXV Rapporto annuale fotografa un INPS tutt’altro che in dissesto. Il Rendiconto generale 2025 si è chiuso con un saldo finanziario di competenza positivo per 16 miliardi di euro, un risultato economico di 4,5 miliardi e un patrimonio netto passato da 35,31 a 42,83 miliardi.

Dunque, parlare di “fallimento dell’INPS” in senso finanziario sarebbe tecnicamente scorretto.

Ma il problema potrebbe essere un altro: un ente può essere finanziariamente solido e contemporaneamente trovarsi davanti a una crisi di modello.

Ed è probabilmente questo il punto politicamente più interessante.

Il primo paradosso: più successo nei numeri, più bisogno di cambiare identità

L’INPS gestisce una quantità gigantesca di informazioni, contributi e prestazioni. Nel 2025 gli assicurati hanno raggiunto circa 27,2 milioni, secondo il XXV Rapporto.

Il dato suggerisce una macchina amministrativa enorme e ancora centrale. Ma proprio questa centralità produce un problema: l’Istituto non è più soltanto previdenza.

Nel tempo, all’INPS sono state affidate funzioni sempre più numerose: pensioni, sostegno al reddito, disoccupazione, maternità, famiglia, inclusione, disabilità, politiche sociali e una crescente quantità di attività amministrative connesse al welfare.

La conseguenza è una progressiva ibridazione della missione.

L’INPS è contemporaneamente assicuratore sociale, grande amministratore pubblico, gestore di banche dati, erogatore di prestazioni assistenziali, interlocutore delle imprese e infrastruttura digitale dello Stato.

Il rischio è evidente: quando un ente deve fare tutto, diventa più difficile stabilire per cosa debba essere giudicato.

Se una pensione viene pagata correttamente, la valutazione è relativamente semplice. Se invece l’INPS deve “costruire percorsi”, “generare welfare”, anticipare bisogni, integrare servizi e personalizzare le prestazioni, il parametro diventa molto più sfuggente.

Non basta più chiedersi: quanto ha speso?

Bisogna chiedersi: quanto welfare aggiuntivo ha prodotto? Con quali risultati? Per quali cittadini? A quale costo amministrativo?

Ed è qui che la nuova retorica deve trasformarsi in una vera rivoluzione della misurazione.

Il secondo problema: digitalizzare non significa necessariamente semplificare

L’INPS ha compiuto una trasformazione digitale di dimensioni notevoli. Il precedente rapporto annuale indicava già 771 milioni di servizi completamente digitalizzati nel solo 2024; l’Istituto ha inoltre accelerato sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale e sulla personalizzazione dei servizi.

Il problema è che il numero degli accessi non coincide con la qualità del servizio.

Un miliardo di operazioni digitali può essere un segnale straordinario di efficienza. Ma può anche indicare che milioni di persone sono costrette a navigare continuamente dentro un sistema amministrativo complesso.

Il vero indicatore non dovrebbe essere soltanto quanti cittadini entrano nel portale.

Dovrebbe essere, per esempio:

  • quanti riescono a ottenere la prestazione al primo tentativo;
  • quanti devono ricorrere a patronati o intermediari;
  • quanti procedimenti vengono completati senza assistenza;
  • quanto tempo passa dalla domanda alla prestazione;
  • quanti errori vengono prodotti dagli automatismi;
  • quante domande vengono rigettate e successivamente accolte;
  • quanti cittadini non utilizzano il digitale perché non riescono a farlo.

Questa è la differenza tra digitalizzazione dell’amministrazione e trasformazione dell’amministrazione.

La prima mette online la burocrazia.

La seconda elimina la burocrazia inutile.

Sono due cose completamente diverse.

Il rischio politico: l’INPS diventa il parafulmine del welfare

Qui emerge la questione più delicata.

Se l’INPS diventa “la principale infrastruttura sociale del Paese”, rischia anche di diventare il luogo nel quale si scaricano le contraddizioni del welfare italiano.

Il Parlamento decide una misura.

Il Governo stabilisce requisiti e stanziamenti.

Il legislatore modifica una prestazione.

L’INPS deve trasformare tutto questo in procedure, algoritmi, controlli, comunicazioni, pagamenti e verifiche.

Quando qualcosa funziona male, però, il cittadino vede soprattutto l’INPS.

Questa dinamica produce un gigantesco rischio di deresponsabilizzazione politica.

La politica decide, l’amministrazione implementa, ma l’eventuale fallimento viene percepito come fallimento dell’Istituto.

È un meccanismo particolarmente pericoloso perché l’INPS può diventare il volto visibile di problemi che non ha autonomamente creato.

La questione previdenziale resta sul tavolo

Ed è forse qui che la nuova definizione di “officina del welfare” deve essere sottoposta alla prova più severa.

Il welfare non è soltanto digitale.

Non è un’app.

Non è un portale.

E soprattutto non è soltanto una questione di efficienza amministrativa.

Il problema fondamentale resta il rapporto tra lavoratori, contributi, pensionati e popolazione.

Il sistema previdenziale italiano vive dentro una trasformazione demografica strutturale. L’INPS può amministrarla meglio, può utilizzare l’intelligenza artificiale, può personalizzare i servizi e rendere più rapidi i procedimenti. Ma non può risolvere amministrativamente un problema demografico.

Non può creare giovani lavoratori.

Non può aumentare autonomamente la natalità.

Non può innalzare i salari.

Non può correggere la precarietà.

Non può decidere la produttività dell’economia.

Non può stabilire quante persone entrino stabilmente nel mercato del lavoro.

E soprattutto non può rendere sostenibile attraverso la tecnologia ciò che non lo fosse sul piano economico e demografico.

Questa distinzione è fondamentale.

Previdenza e assistenza: la grande questione politica

C’è poi un altro nodo che il nuovo ruolo dell’INPS rende ancora più evidente: la sovrapposizione tra previdenza e assistenza.

Il Rendiconto 2025 mostra una crescita del peso delle prestazioni non pensionistiche: nel periodo 2015-2025 la loro incidenza è passata dall’11,2% al 16,4%.

È un dato che racconta l’evoluzione del welfare italiano, ma che apre anche una questione di trasparenza politica: quanto costa la previdenza e quanto costa invece la solidarietà sociale?

Il tema è stato rilanciato anche da ANAP, che chiede una separazione più netta tra previdenza e assistenza e una rappresentazione più trasparente dei rispettivi oneri.

Qui l’INPS si trova in una posizione delicatissima.

Da un lato è naturale utilizzare la sua infrastruttura per erogare prestazioni sociali.

Dall’altro, più l’Istituto diventa il grande contenitore del welfare, più diventa difficile per l’opinione pubblica capire quanto costi effettivamente il sistema pensionistico e quanto invece costi la politica sociale dello Stato.

E questa non è una questione contabile secondaria.

È una questione democratica.

Perché decidere se una spesa debba essere finanziata dai contributi o dalla fiscalità generale significa decidere chi paga, chi beneficia e quale redistribuzione sociale si vuole realizzare.

Il vero rischio: trasformare una crisi organizzativa in una rivoluzione narrativa

È qui che la formula “officina del welfare” deve essere valutata con cautela.

Può essere una straordinaria intuizione strategica.

Ma può anche diventare una narrazione di compensazione.

Se l’INPS non riesce più a essere soltanto il grande ente previdenziale tradizionale perché il sistema sociale italiano è diventato troppo complesso, allora può ridefinire la propria missione.

Ma cambiare il racconto non equivale automaticamente a risolvere il problema.

La domanda da porre è dunque molto concreta:

l’INPS sta cambiando perché è diventato più efficiente oppure perché il vecchio modello non è più sufficiente?

La risposta potrebbe essere: entrambe le cose.

E questa è probabilmente la lettura più realistica.

L’Istituto dispone oggi di una potenza informativa e tecnologica enorme. Ma proprio questa potenza lo espone a una responsabilità nuova: diventare il punto nel quale convergono dati, diritti, controlli e decisioni amministrative.

Da qui nasce un tema enorme di governance.

Chi controlla gli algoritmi?

Come vengono spiegate le decisioni automatizzate?

Come viene garantito il diritto del cittadino a contestare una decisione?

Come vengono utilizzati i dati?

Qual è il confine tra personalizzazione del welfare e profilazione del cittadino?

E soprattutto: quanto potere amministrativo può essere concentrato in una singola infrastruttura nazionale?

Sono domande politiche prima ancora che tecnologiche.

Il possibile “fallimento” è dunque un altro

Se si vuole usare la parola fallimento, bisogna essere precisi.

Non è il fallimento dei conti.

Non è il fallimento della macchina digitale.

Non è nemmeno necessariamente il fallimento dell’Istituto come amministrazione.

Potrebbe essere, semmai, il fallimento progressivo dell’idea che basti un grande ente nazionale per governare un welfare sempre più complesso.

L’INPS sta cercando di rispondere a questo problema trasformandosi da amministratore di prestazioni in infrastruttura.

È una scelta razionale.

Ma contiene un paradosso: più l’INPS diventa centrale, più aumenta il rischio che tutto il sistema dipenda dalla sua capacità di funzionare.

E quindi la trasformazione non può essere valutata soltanto sulla base del numero di servizi digitali erogati.

Occorre misurare la capacità dell’Istituto di ridurre i tempi, diminuire gli errori, prevenire gli abusi, raggiungere i fragili, semplificare le procedure e soprattutto restituire al cittadino una cosa che la burocrazia pubblica spesso gli sottrae: la comprensibilità del proprio rapporto con lo Stato.

La vera prova sarà fuori dal palazzo

Il punto decisivo, alla fine, è semplice.

L’“officina del welfare” sarà un successo se il cittadino non si accorgerà soltanto che l’INPS ha una nuova app o un nuovo portale, ma si accorgerà che ottenere un diritto è diventato più semplice.

Sarà invece un fallimento se l’Istituto accumulerà nuove funzioni, nuove piattaforme, nuovi algoritmi e nuovi compiti senza riuscire a ridurre la complessità che grava sulle persone.

Per questo il nuovo corso dell’INPS va letto con attenzione, senza indulgere né nell’entusiasmo tecnologico né nella profezia di un imminente collasso.

I dati oggi disponibili non autorizzano a parlare di un ente finanziariamente fallito: il Rendiconto 2025 mostra anzi risultati positivi.

Ma autorizzano una domanda politica molto più interessante:

l’INPS sta diventando la grande infrastruttura del welfare italiano perché ha finalmente trovato il modo di governare la complessità, oppure perché quella complessità è ormai diventata troppo grande per il modello sul quale l’Istituto è stato costruito?

La differenza tra le due interpretazioni è enorme.

Nel primo caso siamo davanti alla modernizzazione di una delle più importanti istituzioni pubbliche italiane.

Nel secondo, siamo davanti a qualcosa di molto più profondo: la trasformazione dell’INPS nel tentativo di evitare che la crisi del vecchio welfare diventi anche la crisi dell’Istituto che quel welfare deve amministrare.

Ed è probabilmente questa la vera partita che si apre adesso.

Macedonia del Nord nella morsa degli incendi: fiamme fuori controllo, villaggi sotto minaccia

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La Macedonia del Nord è alle prese con una nuova emergenza incendi. Numerosi roghi, alimentati dalla vegetazione secca e dalle condizioni meteorologiche, stanno interessando vaste aree rurali del Paese, con la situazione particolarmente critica nella regione di Prilep.

Le fiamme, spinte rapidamente dalla vegetazione ormai arida, stanno avanzando in alcuni punti fino a minacciare diversi villaggi. Sul terreno sono impegnati vigili del fuoco e squadre di soccorso, chiamati a fronteggiare fronti di fuoco difficili da circoscrivere e a proteggere, dove necessario, le aree abitate.

A complicare ulteriormente il quadro è il vento, tornato a soffiare nelle ultime ore e capace di cambiare rapidamente la direzione e la velocità di propagazione degli incendi. Una combinazione particolarmente insidiosa, soprattutto nelle campagne dove l’erba alta e secca costituisce un vero e proprio combustibile naturale.

L’emergenza resta quindi in continua evoluzione. Le operazioni si concentrano sul contenimento dei roghi e sulla messa in sicurezza dei centri abitati più esposti, mentre le condizioni del terreno e del vento rendono necessario mantenere alta l’attenzione.

La priorità, per i soccorritori, è impedire che le fiamme raggiungano le abitazioni e che i diversi focolai possano trasformarsi in incendi ancora più estesi. In una stagione segnata da caldo, siccità e vegetazione fortemente disseccata, il rischio che un piccolo focolaio possa rapidamente diventare un fronte di fuoco resta elevato.

Antonello da Messina, trasferiti i quattro custodi in servizio la sera del furto

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Il furto delle opere di Antonello da Messina lascia dietro di sé non soltanto un’indagine giudiziaria, ma anche le prime conseguenze sul fronte amministrativo. Il dipartimento Beni culturali della Regione Siciliana ha disposto il trasferimento dei quattro custodi che erano in servizio al museo regionale di Messina nella sera in cui è avvenuta la sottrazione: due uomini e due donne.

Per gli addetti, già destinatari di ferie forzate, il provvedimento è arrivato giovedì. I quattro sono stati assegnati ad altri siti del patrimonio culturale della città siciliana, in attesa degli sviluppi dell’inchiesta e del procedimento disciplinare avviato nei loro confronti.

A pesare sulla loro posizione sarebbe soprattutto la gestione dell’allarme e delle fasi immediatamente successive alla scoperta del furto. Secondo quanto emerso, infatti, nessuno dei quattro avrebbe allertato tempestivamente le forze dell’ordine, nonostante fosse in corso l’intrusione. In un caso, inoltre, uno dei custodi avrebbe addirittura disattivato il sistema di allarme, ritenendo che si trattasse di un falso allarme.

Circostanze che ora dovranno essere valutate sotto il profilo delle eventuali responsabilità. Il procedimento disciplinare potrebbe infatti avere conseguenze ben più pesanti del semplice trasferimento: per i quattro custodi si profila anche il rischio del licenziamento.

La vicenda si sviluppa così su due piani distinti. Da una parte c’è l’indagine sul furto delle opere attribuite ad Antonello da Messina, con l’obiettivo di ricostruire modalità, responsabilità e autori della sottrazione. Dall’altra, l’amministrazione regionale sta verificando se vi siano state omissioni o comportamenti incompatibili con i compiti affidati al personale addetto alla sicurezza del museo.

Il trasferimento, dunque, rappresenta al momento un provvedimento organizzativo e non equivale a una responsabilità definitivamente accertata. Sarà il procedimento disciplinare, insieme agli eventuali accertamenti giudiziari, a stabilire se e in quale misura i quattro abbiano violato gli obblighi connessi al loro servizio.

Intanto, sul caso resta alta l’attenzione: oltre al valore storico e artistico delle opere sottratte, la vicenda ha acceso i riflettori sull’efficacia dei sistemi di sorveglianza e sulle procedure adottate per proteggere il patrimonio culturale custodito nei musei siciliani.

Mps al centro della scena a Piazza Affari: il mercato aspetta le mosse di Lovaglio

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L’Europa dei mercati apre con il freno tirato. Gli investitori si muovono in un quadro ancora dominato dall’incertezza geopolitica in Medio Oriente e dalle prospettive della politica monetaria americana. I listini restano così sostanzialmente cauti: Parigi avanza dello 0,01%, Francoforte dello 0,08%, Amsterdam dello 0,07%, mentre Madrid segna un più deciso +0,9%. A Milano il Ftse Mib parte con un rialzo dello 0,15%.

A Piazza Affari, tuttavia, la partita più osservata non è quella degli indici, ma quella del risiko bancario. Riflettori puntati su Mps, nel giorno del cda presieduto dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio. Il mercato attende di capire quale sarà la risposta dell’istituto senese alle operazioni che stanno ridisegnando gli equilibri del sistema bancario italiano.

Mps, il cda chiamato a scoprire le carte

Il consiglio di amministrazione di Mps arriva a un passaggio particolarmente delicato. Secondo le indiscrezioni circolate nelle ultime ore, il Monte potrebbe valutare una strategia articolata su Banco Bpm e Banca Generali, con l’obiettivo di rafforzare la propria posizione e costruire una risposta all’offerta di Intesa Sanpaolo, del valore di 30,6 miliardi di euro, oltre che alle iniziative del gruppo Unipol.

È proprio dalle decisioni che emergeranno dal vertice che il mercato cercherà di capire la direzione impressa da Lovaglio: difesa, rilancio o accelerazione del consolidamento.

In avvio, il mercato registra movimenti contenuti sui protagonisti del risiko: Mps cede lo 0,1%, Banco Bpm arretra dello 0,2%, mentre Banca Generali sale dell’1,9%. Quotazioni che, più che anticipare un esito, fotografano l’attesa per le prossime mosse.

Trump alza il livello dello scontro con Teheran

A complicare il quadro internazionale resta intanto la crisi in Medio Oriente. Donald Trump ha annunciato su Truth quella che ha definito una “guerra economica” contro l’Iran, prospettando un’operazione di isolamento senza precedenti.

L’annuncio riporta in primo piano il rischio di nuove tensioni sulle materie prime e sulle catene energetiche, in una fase nella quale il mercato continua a monitorare con estrema attenzione ogni sviluppo sul fronte geopolitico.

Il petrolio procede però in ordine sparso. Il Brent sale dello 0,3% a 91,90 dollari al barile, mentre il Wti scende dell’1,4% a 84,63 dollari. Pressoché stabile il gas naturale: sul Ttf di Amsterdam il contratto si attesta a 63,4 euro per megawattora, in rialzo dello 0,1%.

Treasury, una tregua dopo quattro sedute di vendite

Un elemento di sollievo arriva dal mercato obbligazionario americano. Dopo quattro sedute consecutive di ribassi, i Treasury trovano un po’ di respiro grazie alle indicazioni del Dipartimento del Tesoro Usa, intenzionato a raddoppiare il volume dei riacquisti di titoli a lunga scadenza.

L’obiettivo è contenere la pressione sui costi di finanziamento e contribuire a stabilizzare il mercato del debito. La reazione è stata immediata: il rendimento del Treasury a 30 anni, che martedì aveva raggiunto il livello più alto dal 2007, arretra di un punto base al 5,18%.

La distensione si propaga anche agli altri mercati obbligazionari dell’area Asia-Pacifico, con rendimenti in calo per i titoli di Stato di Giappone, Australia e Nuova Zelanda.

La Fed non esclude una stretta se l’inflazione non rallenta

Sul fronte della politica monetaria, a pesare sono anche i verbali dell’ultima riunione della Federal Reserve. Dal documento emerge una particolare attenzione al rischio che l’inflazione possa rimanere troppo elevata.

Diversi esponenti del board hanno indicato la possibilità di una politica monetaria più restrittiva qualora la dinamica dei prezzi non dovesse rallentare. Il comitato continua inoltre a considerare orientati al rialzo i rischi sull’inflazione.

È un messaggio che mantiene alta la sensibilità dei mercati alle prossime indicazioni macroeconomiche: il percorso dei tassi resta infatti uno dei principali driver per obbligazioni, azioni e valute.

Dollaro debole, oro in ritirata

Sul mercato valutario, il dollaro scende ai minimi da tre mesi, anche sulla scia delle iniziative annunciate dal Tesoro americano. L’euro passa di mano a 1,1667 dollari, contro gli 1,1659 della chiusura precedente.

Il cambio dollaro/yen si porta a 158,51, da 159,50, mentre l’euro/yen sale a 185,08, rispetto ai 184,79 della vigilia.

Dopo la corsa delle ultime sedute, invece, prende fiato l’oro. Il metallo prezioso, che ieri aveva raggiunto i massimi da inizio giugno anche grazie alla discesa dei rendimenti dei Treasury, arretra dello 0,6% a 4.493 dollari l’oncia.

In lieve calo anche il bitcoin, che scambia a 69.560 dollari, in flessione dello 0,2%.

Per i mercati, dunque, la giornata si apre su più fronti: geopolitica, obbligazioni e banche. E mentre gli investitori cercano segnali sulla traiettoria dei tassi e sulla tenuta del quadro internazionale, a Milano la vera domanda resta una: quale sarà la prossima mossa di Mps nel grande risiko del credito italiano?

Esodo d’agosto, il grande rientro accelera: weekend da bollino rosso sulle autostrade

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L’estate comincia a imboccare la strada del ritorno e, con milioni di italiani pronti a rientrare dalle località di vacanza, la viabilità sulle principali arterie del Paese è destinata a farsi progressivamente più intensa. Il prossimo fine settimana sarà infatti caratterizzato da un’alternanza di bollini gialli e rossi, con particolare attenzione alle giornate di sabato, domenica e lunedì.

A fotografare l’evoluzione prevista del traffico è Viabilità Italia, il centro di coordinamento nazionale dedicato alla gestione della viabilità, che ha predisposto il calendario degli spostamenti per agosto 2026. Il quadro restituisce una situazione tipica della fase centrale del controesodo: partenze ancora presenti, ma con il flusso dei vacanzieri di rientro destinato a diventare sempre più consistente.

Venerdì si comincia con l’aumento dei flussi

Il primo segnale di un fine settimana impegnativo arriverà già venerdì 21 agosto. In mattinata è previsto bollino giallo, indicativo di traffico sostenuto, mentre la situazione è destinata a peggiorare nelle ore serali, quando il livello di attenzione salirà a bollino rosso.

Un andamento legato soprattutto alla concentrazione degli spostamenti nel pomeriggio e alla sovrapposizione tra chi anticipa il rientro e chi sceglie di mettersi in viaggio verso le località turistiche per trascorrere gli ultimi giorni di agosto.

Sabato, mattinata da bollino rosso

Il traffico raggiungerà un livello ancora più elevato sabato 22 agosto. La mattinata sarà contrassegnata dal bollino rosso, mentre in serata la situazione dovrebbe ridimensionarsi fino al bollino giallo.

È soprattutto nelle prime ore della giornata che sarà necessario mettere in conto possibili rallentamenti e tempi di percorrenza più lunghi sulle principali direttrici autostradali, in particolare lungo gli itinerari maggiormente interessati dai rientri dalle località balneari e montane.

Domenica, giornata da tenere sotto osservazione

La giornata più articolata del fine settimana sarà domenica 23 agosto. La prima parte della giornata sarà caratterizzata da spostamenti intensi, mentre nella seconda parte potranno emergere situazioni di maggiore criticità.

È il classico scenario del controesodo: il traffico di rientro tende a concentrarsi progressivamente con il passare delle ore, aumentando la pressione sulle grandi direttrici che collegano le aree turistiche alle principali città e ai nodi metropolitani.

Lunedì il controesodo non si ferma

Il rientro dalle vacanze proseguirà anche lunedì 24 agosto. La mattinata sarà ancora da bollino rosso, mentre nel pomeriggio e in serata è previsto bollino giallo.

Per chi potrà scegliere quando mettersi in viaggio, dunque, la distribuzione dei flussi suggerisce di valutare con attenzione gli orari di partenza, evitando per quanto possibile le fasce maggiormente congestionate.

Nessun bollino nero, ma attenzione ai punti critici

Un elemento rassicurante arriva dal fatto che, al momento, non sono state previste giornate da bollino nero. Il livello di traffico atteso resta comunque significativo e richiede prudenza, soprattutto nei periodi di maggiore concentrazione degli spostamenti.

Il calendario di Viabilità Italia restituisce quindi una fotografia chiara: l’esodo estivo sta progressivamente lasciando spazio al controesodo e le strade italiane si preparano a sostenere uno dei passaggi più delicati dell’estate. Per milioni di automobilisti, il rientro dalle vacanze sarà dunque una questione non soltanto di chilometri da percorrere, ma anche di tempo, pazienza e scelta dell’orario giusto.

Economia, Cultura, Media e Società

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A cura di Gilberto Borzini

La scuola di Toronto, di cui Mc Luhan fu protagonista di maggior spicco, rifletteva sui mutamenti intervenuti nella comunicazione a partire dalla tradizione orale, una veicolazione fortemente ristretta e limitata, per arrivare alla comunicazione televisiva e giornalistica tipica dei mass-media del secondo dopoguerra, caratterizzata da una veicolazione e diffusione di portata ultra territoriale.

Nel corso del tempo, quindi, assistemmo al cambiamento dei processi di comunicazione, che sono fondamentalmente processi pedagogici, didattici e culturali, partendo dalla trasmissione orale, all’interno di micro relazioni e economie limitate, per sviluppare i media coerentemente con lo sviluppo economico a sua volta trainato dal cambiamento tecnologico: ai processi di stampa meccanica avviate a Gutenberg facevano eco economie di impronta territorialmente estesa, l’invenzione dei giornali affermava economie metropolitane o regionali, alla diffusione di radio e televisione corrisposero l’ampiamento delle platee, divenute nazionali o sovranazionali.

Dal tutore privato o dal maestro di un manipolo di discepoli caratteristico delle economie chiuse, la definizione si è andata modificando, in ampiezza di utenza raggiungibile, fino ai “mass-media”, a loro volta superati con l’arrivo di Internet, in grado di veicolare il medesimo messaggio con il medesimo linguaggio a miliardi di persone, potenzialmente all’intero pianeta.

Economia della cultura

Fino a ieri, quando il territorio della comunicazione era strutturato in ambito prevalentemente nazionale attraverso radio e televisioni in qualche misura controllate dall’economia e dalla politica nazionale, il criterio della diffusione dei modelli culturali poteva essere regolamentato e controllato dal potere centrale. Al netto delle opinioni politiche le singole nazioni esprimevano una cultura omogenea attraverso i propri media (radio, televisione, cinema) supportata dalla lingua nazionale, strumento che in Italia divenne tale proprio grazie alla radio negli anni di intervallo tra le due guerre mondiali e la televisione nel secondo dopoguerra.

Gli sviluppi della tecnica e della tecnologia trainavano i cambiamenti dell’economia e l’economia modificava e aggiornava i termini della “cultura sociale” diffusa all’interno di una nazione, con sentimenti caratteristici quali, nel nostro caso italiano, i concetti di democrazia, di religione, di relazionalità sociale, di patriottismo, di tifoseria e sostegno alle iniziative di bandiera e di modalità complementari trascinate dalla comunicazione visiva, cinema e televisione, in un effetto specchio di visione e riconoscimento identificativo teso a rinforzare le modalità culturali affermate.

Cosa accade allora oggi con l’ingresso di Internet nell’uso quotidiano di tutti, agevolato dalle connessioni a basso costo per tutti i dispositivi personali?

Il Tramonto della cultura locale

E’ possibile che si vada incontro al tramonto delle culture identitarie locali? Al netto delle inevitabili resistenze al cambiamento non solo è possibile ma piuttosto è probabile. Internet semplifica l’accesso all’informazione e distribuisce contenuti sovra nazionali e sovra continentali, parificando le diverse culture originarie all’interno di linguaggi comuni.

Per definire il cambiamento dobbiamo affermare, anche con una certa perentorietà, che le società che si vanno predisponendo e delineando nel futuro prossimo, e in parte già formate allo sguardo attuale, non solo saranno multi etniche ma definiranno un caleidoscopico intreccio di individui monadi, economicamente nomadi, dalle relazioni amicali e affettive non necessariamente stabili, iperconnessi al mondo dell’informazione e dell’intrattenimento che diviene, a sua volta, fonte privilegiata di informazione.

Video giochi, playstation e altre consorterie definiscono nella sfera pedagogica le qualità relazionali che l’economia in costruzione richiede, e un’economia planetaria di mercato chiede capacità inesauribili di volontà, aggressività e smania di primeggiare come i videogiochi richiedono per vincere.

I linguaggi si omogeneizzano a partire dalle “faccine”, gli “emoticon”, che stanno diventando sostituti di dizionari mentre la lingua franca occidentale è divenuta l’inglese, comunque confortata da sottotitoli generati dall’IA per chi non se la cava autonomamente, sostenuta dalla diffusione, in tempi che sembrano trascorsi da secoli, dei film hollywoodiani che, insieme con l’intrattenimento, veicolavano “cultura sociale” e “way of life” economicamente corrette.

La resistenza sconfitta

Ridicolo, o meglio patetico, pensare di opporsi al cambiamento in corso sventolando bandiere etniche o, peggio ancora, razziali.

In un mondo governato, come sempre, dall’economia la multietnicità è strutturale così come la fluidità di genere, la polisessualità che consente di vivere ogni giorno per come ci si sente di essere, per come si interpreta il proprio corpo quotidianamente.

Nel nostro mondo il principio del cambiamento fu affermato da Sidney Poitier e Spencer Tracy in “Indovina chi viene a cena”, film che fece scandalo negli anni ’60, ed è oggi palesato in qualsiasi spot televisivo, mentre la frammentazione dei gusti relazionali e affettivi si riflette in progetti residenziali e abitativi che definiscono lo sviluppo di contesti di mono e bilocali adatti alla vita dei single ma non alla generazione familiare, elemento sposato dall’economia che nei processi produttivi attribuiti a robotica e intelligenza artificiale non necessita di ulteriore capitale umano di riserva.

La questione pedagogica

La cultura locale era diffusa anche, se non soprattutto, dall’azione di maestri e insegnanti all’interno delle aule scolastiche, soprattutto dai primi a cui era affidato l’insegnamento del peccato, delle preghierine, della bandiera e dell’idea nazionale supportata dall’immancabile carta geografica appesa ad una parete.

Quale cultura portare in aule dove la rappresentanza culturale è molteplice e tutte le rappresentanze utilizzano media online per assumere informazioni e conoscenze?

Gli operatori professionali della conoscenza saranno in grado di affermare una qualche sorta di identità culturale, e nel caso affermativo quale? Italiana, europea, occidentale o planetaria?

Se il mezzo è la comunicazione, Internet rade al suolo il passato che era un passato territorialmente individuato e come tale comunicato, e in quel deserto creato trascina le forme tradizionali delle relazioni sociali, dell’affettività, delle appartenenze, salvo quelle forme di appartenenza esasperata che del conflitto e dell’odio, in forma di vendetta economica e sociale, fanno la propria anima.

Non sembri allora un paradosso il fatto che accanto all’omologazione generazionale planetaria sorgano schieramenti di appartenenza violenta, dal branco bullista al terrorismo organizzato, che sui processi di estraneità sociale, reale o percepita, affermano il proprio esistere.

Mi pare allora di poter affermare che più che lavorare sui programmi scolastici, come sembrano fare i vari Ministeri che si avvicendano, forse si dovrebbe cercare un’identità culturale europea e sovranazionale da veicolare unitariamente attraverso le Scuole e i loro operatori professionali.

Diplomazia economica privata: la nuova frontiera dell’internazionalizzazione delle PMI

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A cura di Salvatore Guerriero Presidente Nazionale e Internazionale della CONFEDERAZIONE DELLE IMPRESE NEL MONDO – PMI INTERNATIONAL

L’internazionalizzazione delle imprese italiane sta entrando in una fase nuova, nella quale la capacità di esportare non è più sufficiente. Per una piccola e media impresa che decide di oltrepassare i confini nazionali, il confronto con un mercato estero significa misurarsi con sistemi economici differenti, culture, normative, modalità di relazione e modelli di business che spesso richiedono conoscenze specifiche e una presenza qualificata sul territorio. È proprio in questo scenario che diventa necessario rafforzare il ruolo della diplomazia economica privata, in una logica complementare e sinergica con quella pubblica e con l’attività delle istituzioni diplomatiche ufficiali.

La Confederazione delle imprese nel mondo – PMI International considera questa evoluzione una vera necessità di sistema. Non si tratta di sostituirsi alla diplomazia dello Stato, ma di affiancarla attraverso la capacità del mondo associativo e imprenditoriale di costruire relazioni, individuare interlocutori affidabili, favorire incontri e accompagnare concretamente le imprese nei territori nei quali intendono operare. La diplomazia economica pubblica svolge una funzione fondamentale, ma accanto ad essa è necessario sviluppare una rete privata capace di tradurre le opportunità internazionali in percorsi concreti per le PMI.

Quando un imprenditore italiano decide di entrare in un nuovo mercato, infatti, non ha bisogno soltanto di conoscere le condizioni economiche o le opportunità commerciali. Deve comprendere il contesto nel quale si muove, conoscere le istituzioni, individuare partner affidabili, avere accesso a referenze qualificate e poter contare su interlocutori che conoscano realmente quel territorio. La distanza geografica è spesso il problema meno importante; molto più complessa è la distanza culturale, relazionale e istituzionale. Per una grande multinazionale queste competenze possono essere assicurate da strutture interne e da grandi investimenti. Per una PMI, invece, possono rappresentare una barriera difficilmente superabile. È proprio questa barriera che intendiamo contribuire ad abbattere. PMI ha costruito negli anni un patrimonio di relazioni internazionali attraverso incontri istituzionali, missioni, collaborazioni e rapporti con organizzazioni economiche e professionali presenti in diversi Paesi. Questa esperienza rappresenta oggi una base concreta sulla quale sviluppare un modello più strutturato di accompagnamento internazionale delle imprese. Il valore di una Confederazione internazionale non si misura infatti soltanto nel numero degli associati o delle iniziative realizzate, ma anche nella qualità delle relazioni che è riuscita a costruire e consolidare nel tempo. In questo percorso assumono particolare rilievo gli accordi e le collaborazioni sottoscritti con realtà internazionali che condividono la necessità di rafforzare il dialogo tra imprese, istituzioni e territori. Tra questi, l’intesa con l’ICI – Istituto Consolare Internazionale rappresenta un tassello importante per lo sviluppo di iniziative legate alla diplomazia economica, all’internazionalizzazione e alla costruzione di collegamenti qualificati tra il sistema imprenditoriale e i diversi contesti internazionali. Altrettanto significativo è il rapporto con CO.MO.PA., organizzazione mondiale panafricana, che consente di sviluppare una prospettiva di collaborazione verso un continente nel quale stanno crescendo importanti opportunità economiche, industriali e infrastrutturali.

L’Africa, infatti, non può più essere considerata esclusivamente come un mercato nel quale esportare. È un continente nel quale stanno emergendo nuove classi imprenditoriali, nuovi programmi infrastrutturali, nuove esigenze di investimento e importanti prospettive di cooperazione. Per le imprese italiane questo significa poter valorizzare competenze, tecnologia, formazione, capacità manifatturiera e know-how attraverso partenariati capaci di produrre valore nel lungo periodo. I rapporti costruiti con il mondo panafricano possono quindi diventare una componente significativa della nostra strategia internazionale. La stessa impostazione guiderà i prossimi impegni verso l’area MERCOSUR. Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay costituiscono un’area di grande interesse per il sistema produttivo italiano, ulteriormente valorizzata dal nuovo scenario commerciale determinato dall’accordo tra Unione Europea e MERCOSUR. L’obiettivo della Confederazione sarà quello di rafforzare progressivamente le relazioni con interlocutori economici e istituzionali dell’area, favorendo la conoscenza dei mercati e creando condizioni più favorevoli per le PMI italiane interessate a esportare, investire o costruire partnership locali. La nostra attenzione si estenderà inoltre al Nord America, dove Stati Uniti e Canada rappresentano ecosistemi economici estremamente avanzati e competitivi, caratterizzati da una forte integrazione tra industria, tecnologia, ricerca, finanza e servizi. Anche in questi mercati l’accesso alle opportunità richiede preparazione, conoscenza e relazioni adeguate. L’Italia possiede imprese altamente competitive, ma spesso deve rafforzare la capacità di presentarsi all’estero attraverso interlocuzioni strutturate e reti internazionali in grado di valorizzarne le caratteristiche. Un’altra direttrice fondamentale sarà quella asiatica, con particolare attenzione alla Cina e all’India. La Cina deve essere affrontata attraverso una conoscenza profonda del proprio sistema economico e culturale e non soltanto attraverso una logica commerciale. I rapporti già sviluppati con interlocutori cinesi ed europei rappresentano per noi una base sulla quale costruire ulteriori occasioni di cooperazione economica, culturale, tecnologica e turistica. L’India, con le sue dimensioni, la crescita del proprio sistema produttivo e tecnologico e la progressiva apertura di nuove opportunità, costituisce a sua volta un interlocutore strategico per il futuro delle relazioni economiche internazionali delle nostre imprese. In questo quadro assume particolare importanza anche la penisola arabica, dove si stanno concentrando grandi investimenti nei settori delle infrastrutture, dell’energia, della logistica, del turismo, della tecnologia e dei servizi. I Paesi dell’area stanno sviluppando programmi di trasformazione economica di grande portata e rappresentano interlocutori di crescente interesse per il sistema imprenditoriale italiano. Anche qui, tuttavia, la possibilità di cogliere le opportunità dipenderà dalla capacità di entrare nei circuiti relazionali appropriati, comprendere le strategie dei diversi territori e presentarsi attraverso interlocutori qualificati.

MERCOSUR, Nord America, Africa, penisola arabica, India e Cina non rappresentano, nella nostra visione, mercati separati da affrontare occasionalmente. Sono parte di una rete internazionale nella quale intendiamo rafforzare progressivamente la presenza e le relazioni della Confederazione, valorizzando il patrimonio di rapporti già costruito e sviluppando nuove collaborazioni con istituzioni, organizzazioni economiche, professionisti, investitori e imprese. È questa la ragione per cui riteniamo necessario passare da una concezione tradizionale della rappresentanza imprenditoriale a un modello nel quale la rappresentanza sia accompagnata da una concreta capacità di orientamento e accompagnamento internazionale. Una Confederazione moderna non deve limitarsi a difendere gli interessi delle imprese quando queste sono già presenti in un mercato estero, ma deve contribuire a prepararle prima dell’ingresso, fornendo conoscenza, relazioni, assistenza e opportunità di confronto con interlocutori qualificati. La diplomazia economica privata può svolgere proprio questa funzione. Può creare ponti tra il sistema produttivo e i territori, facilitare il dialogo, favorire la conoscenza reciproca e contribuire a trasformare una relazione internazionale in una concreta opportunità economica. Naturalmente sempre nel rispetto dei ruoli e delle competenze delle istituzioni pubbliche e delle rappresentanze diplomatiche ufficiali, con le quali deve esistere una collaborazione e non una sovrapposizione.

L’obiettivo di PMI International è quindi quello di rafforzare una rete internazionale capace di accompagnare le PMI italiane e, allo stesso tempo, di favorire l’ingresso di imprese e investitori stranieri nel nostro Paese. Vogliamo contribuire a costruire un sistema nel quale la qualità del Made in Italy possa incontrare la conoscenza dei territori, la solidità delle relazioni e la capacità di individuare interlocutori affidabili. L’esperienza maturata in questi anni ci conferma che l’internazionalizzazione non può essere affidata soltanto all’iniziativa individuale dell’imprenditore. La qualità dei prodotti italiani è un patrimonio straordinario, ma per competere sui mercati globali occorre affiancare alla qualità produttiva una altrettanto forte capacità relazionale e istituzionale.

Per questo la Confederazione delle Imprese nel mondo intende ampliare il proprio impegno nella diplomazia economica privata, consolidando le relazioni già esistenti e aprendone di nuove nelle aree strategiche dell’economia mondiale. Il nostro compito sarà quello di mettere questo patrimonio al servizio delle imprese, trasformando le relazioni internazionali in conoscenza, la conoscenza in opportunità e le opportunità in progetti concreti. In un mondo nel quale i mercati sono sempre più interconnessi e la competizione internazionale sempre più intensa, costruire relazioni solide non è più un’attività accessoria dell’internazionalizzazione: ne è una delle condizioni fondamentali. Ed è su questa consapevolezza che PMI International  intende continuare a costruire la propria presenza nel mondo, al fianco delle imprese e in collaborazione con il sistema istituzionale italiano.

Evergrande, la resa dei conti: ergastolo per il fondatore Xu Jiayin

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La parabola di Evergrande, simbolo per anni dell’inarrestabile espansione del mattone cinese, si chiude con una condanna senza appello per il suo fondatore. Xu Jiayin, conosciuto in cantonese come Hui Ka Yan, è stato condannato all’ergastolo dal tribunale intermedio di Shenzhen per una serie di gravi reati finanziari che hanno accompagnato la crescita e il successivo tracollo del colosso immobiliare.

La sentenza non riguarda soltanto il fondatore. Evergrande è stata condannata a pagare una multa di 8,82 miliardi di yuan, pari a circa 1,3 miliardi di dollari, mentre Evergrande Real Estate dovrà versare altri 7 miliardi di yuan. Il conto complessivo delle sanzioni supera così i 2,35 miliardi di dollari.

Un impero costruito anche sulla finanza

Secondo quanto riferito dalla televisione di Stato cinese Cctv, le irregolarità contestate risalgono agli anni compresi tra il 2016 e il 2021, quando il gruppo avrebbe alterato sistematicamente la propria situazione finanziaria.

L’accusa centrale è quella di aver gonfiato gli asset e occultato le passività, ricorrendo a pratiche fraudolente su larga scala per rappresentare una situazione patrimoniale più solida di quella reale. Un meccanismo che avrebbe consentito al gruppo di continuare ad attrarre capitali e finanziamenti mentre le sue fondamenta finanziarie diventavano progressivamente più fragili.

Le condotte contestate a Xu comprendono, tra l’altro, raccolta illegale di depositi, frode nella raccolta di fondi, emissione fraudolenta di titoli e divulgazione irregolare di informazioni rilevanti.

Per il fondatore, la pena non si limita al carcere. Il tribunale ha disposto la confisca di tutti i suoi beni personali e la revoca a vita dei diritti politici.

Il ruolo delle tangenti

Tra gli elementi più pesanti emersi nel procedimento c’è anche il ricorso alla corruzione. Xu avrebbe utilizzato tangenti per ottenere il controllo di istituzioni finanziarie e consentire a Evergrande di accedere illegalmente a fondi di credito e assicurativi.

Una condotta che, secondo il tribunale, presenta una particolare gravità per la dimensione delle somme coinvolte, per le perdite economiche provocate e per l’impatto sull’ordine dell’economia di mercato.

La sentenza fotografa dunque non soltanto il dissesto di un’impresa, ma il funzionamento di un modello di crescita nel quale l’espansione immobiliare, il credito e l’indebitamento avevano assunto dimensioni difficili da sostenere.

La condanna non si ferma a Xu

Il procedimento ha coinvolto anche altri vertici del gruppo. Cinque dirigenti di alto livello di Evergrande sono stati condannati in primo grado dal tribunale di Shenzhen a pene comprese tra 18 mesi e sei anni di reclusione.

Il messaggio delle autorità cinesi appare quindi più ampio della semplice punizione del fondatore: la responsabilità per il dissesto e per le irregolarità finanziarie viene estesa alla struttura manageriale che ha guidato il gruppo negli anni della sua crescita più aggressiva.

Dal gigante immobiliare al simbolo della crisi

La condanna di Xu Jiayin rappresenta l’ultimo capitolo della storia di uno dei più grandi sviluppatori immobiliari della Cina e, a un certo punto, del promotore immobiliare più indebitato al mondo.

Prima della liquidazione, Evergrande aveva accumulato oltre 300 miliardi di dollari di passività, trasformandosi da protagonista del boom edilizio cinese in uno dei principali simboli delle fragilità del settore.

Il suo tracollo, esploso nel 2020 nel pieno della stretta imposta da Pechino contro l’eccessivo indebitamento delle società immobiliari, ha contribuito ad aggravare una crisi che ha investito l’intero comparto. Il settore, per anni motore della crescita cinese, si è trovato alle prese con debiti elevati, cantieri incompiuti, calo della fiducia e difficoltà finanziarie di numerosi sviluppatori.

La vicenda Evergrande diventa così anche una fotografia del passaggio da un’epoca all’altra dell’economia cinese: da una crescita alimentata da credito, cemento e leva finanziaria a una fase in cui Pechino sembra voler ristabilire disciplina e controllo sui rischi sistemici.

L’ergastolo inflitto a Xu Jiayin chiude simbolicamente la parabola del manager che aveva costruito un impero immobiliare di dimensioni gigantesche. Ma la crisi che ha contribuito a rendere visibile non è finita con la sua condanna: il vero conto del caso Evergrande continua a pesare sul mercato immobiliare cinese.

Aggredisce moglie e figlia a martellate: 55enne arrestato a Monza

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Un’escalation di violenza culminata in un’aggressione a colpi di martello. È quanto accaduto il 12 agosto a Cesano Maderno, nel Monzese, dove i carabinieri hanno arrestato un uomo di 55 anni, ritenuto responsabile di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali ai danni della moglie e della figlia, rispettivamente di 43 e 24 anni.

L’allarme è scattato con una chiamata al 112. Quando i militari sono arrivati nell’abitazione, hanno trovato una situazione già segnata dalla violenza. Secondo quanto ricostruito, l’uomo, durante uno scatto d’ira nato per motivi banali, avrebbe impugnato un martello e colpito entrambe le donne.

Madre e figlia, nel tentativo di sottrarsi all’aggressione, sarebbero riuscite a reagire e a mettersi in salvo, trovando rifugio dai vicini di casa in attesa dell’arrivo della pattuglia. I carabinieri hanno quindi bloccato il 55enne e messo in sicurezza l’abitazione, sequestrando anche il martello che sarebbe stato utilizzato durante l’aggressione.

A fornire un riscontro particolarmente significativo alla ricostruzione delle vittime sono state le telecamere di videosorveglianza installate all’interno della casa. La visione preliminare delle registrazioni avrebbe infatti confermato la dinamica descritta dalle due donne, contribuendo a delineare con maggiore precisione quanto accaduto.

Sul posto è intervenuto anche il personale del 118. Il 55enne è stato trasportato all’ospedale di Desio per le cure necessarie, mentre moglie e figlia sono state accompagnate al Pronto Soccorso dell’ospedale di Carate Brianza. Le loro condizioni non risultano tali da far temere per la vita.

Ma l’episodio, secondo quanto denunciato successivamente dalle due donne, non sarebbe stato un fatto isolato. Madre e figlia hanno raccontato di essere state vittime di reiterate violenze fisiche a partire dall’agosto 2025, quando l’uomo era tornato a vivere nell’abitazione familiare dopo aver scontato una precedente pena detentiva inflittagli proprio per il medesimo reato.

Un elemento che, insieme alle immagini delle telecamere e agli altri accertamenti svolti dai militari, ha restituito agli investigatori il quadro di una situazione familiare già da tempo caratterizzata dalla violenza.

Informato immediatamente il pubblico ministero di turno della Procura della Repubblica di Monza, è stata attivata per le vittime la procedura prevista dal Codice Rosso, il percorso di tutela riservato ai casi di violenza domestica e di genere. Per il 55enne è stato invece disposto l’immediato trasferimento nella Casa circondariale di Monza.

Alle due donne sono state inoltre fornite assistenza e indicazioni per poter accedere ai servizi dei centri antiviolenza presenti sul territorio.

Una vicenda nella quale, oltre alla tempestività dell’intervento, un ruolo centrale hanno avuto le immagini registrate nell’abitazione: una testimonianza silenziosa che, in questo caso, avrebbe permesso di documentare la violenza e di dare concretezza al racconto delle vittime.

Guerra in Iran, Teheran minaccia le basi Usa in Europa: la Nato alza la guardia

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La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti rischia di allargare ulteriormente il proprio perimetro. A far scattare un nuovo campanello d’allarme è il Financial Times, secondo cui Teheran starebbe valutando la possibilità di colpire basi e installazioni statunitensi presenti in Europa qualora il confronto con Washington dovesse subire una nuova escalation.

L’indiscrezione, attribuita dal quotidiano britannico a due persone vicine al regime iraniano, introduce un elemento particolarmente delicato nello scenario internazionale: il possibile trasferimento dello scontro fuori dal Medio Oriente, con il coinvolgimento diretto del territorio europeo e, di conseguenza, della Nato.

La Nato: «Pronti ad affrontare qualsiasi minaccia»

Di fronte all’ipotesi di un attacco, l’Alleanza Atlantica ha ribadito la propria disponibilità a intervenire a difesa degli alleati.

«La Nato è pronta ad affrontare qualsiasi minaccia e farà tutto il necessario per difendere gli alleati», ha dichiarato un funzionario dell’Alleanza, sottolineando come la postura di deterrenza e difesa resti «solida ed efficace».

Il riferimento è anche agli episodi già registrati nel corso dell’anno, quando le difese aeree della Nato hanno intercettato in quattro diverse occasioni missili balistici lanciati dall’Iran in direzione della Turchia. Un precedente che, agli occhi dell’Alleanza, dimostrerebbe la capacità di reagire rapidamente a eventuali minacce provenienti da Teheran.

La questione, tuttavia, è politicamente assai più ampia della sola protezione delle installazioni militari. Un attacco iraniano contro strutture statunitensi in Europa potrebbe infatti mettere gli alleati davanti a una delle prove più complesse degli ultimi anni, con il rischio concreto di trasformare una guerra regionale in una crisi di sicurezza transatlantica.

Ghalibaf: «Gli Stati Uniti sono disperati»

Da Teheran, intanto, i toni restano durissimi. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, durante una visita in Iraq, ha sostenuto che Washington si trovi davanti a un dilemma strategico.

«Gli Stati Uniti sono in uno stato di disperazione», ha affermato Ghalibaf, secondo cui un eventuale ritiro dalla guerra comprometterebbe la credibilità americana, mentre la prosecuzione del conflitto aprirebbe «decine di problemi».

Una lettura che fotografa la strategia comunicativa iraniana: presentare gli Stati Uniti come intrappolati tra il costo politico di un disimpegno e quello, ancora più imprevedibile, di un’ulteriore escalation militare.

Trump: «Sanzioni draconiane»

Donald Trump, dal canto suo, continua a mantenere una linea di forte pressione nei confronti di Teheran. «Abbiamo sanzioni draconiane che possiamo imporre contro l’Iran», ha dichiarato il presidente americano alla Casa Bianca, lasciando intendere che la leva economica possa rappresentare uno degli strumenti centrali della strategia statunitense.

Parallelamente, secondo quanto riferito da Reuters, Trump avrebbe comunicato al Congresso l’invio di oltre 206 milioni di dollari destinati a una forza di mantenimento della pace a Gaza. Un ulteriore tassello di un quadro mediorientale nel quale il dossier iraniano si intreccia sempre più strettamente con la situazione nella Striscia e con gli equilibri regionali.

Golan accusa Netanyahu: «Mossa provocatoria e pericolosa»

Sul fronte israeliano non mancano, intanto, le critiche interne alla strategia del governo. Yair Golan, leader del partito di sinistra I Democratici, ha definito su X l’attacco alla Siria «una mossa provocatoria e pericolosa», sostenendo che possa avvicinare Israele a uno scontro con la Turchia e aggravare ulteriormente le tensioni con gli alleati, a partire dagli Stati Uniti.

Golan ha accusato il premier Benjamin Netanyahu di utilizzare nuovamente la forza militare per finalità politiche, descrivendolo come una figura «estrema e inaffidabile» e sostenendo che Israele abbia bisogno di una leadership capace di utilizzare la forza per garantire la sicurezza, non di alimentare una nuova guerra.

Il rischio di un conflitto senza più confini

È proprio questo il punto più delicato del nuovo scenario. Se le indiscrezioni del Financial Times trovassero conferma e l’Iran decidesse di colpire obiettivi statunitensi in Europa, la crisi assumerebbe una dimensione completamente diversa.

Non si tratterebbe più soltanto di una contrapposizione tra Teheran, Israele e Washington sul terreno mediorientale, ma di una possibile sfida diretta all’architettura di sicurezza euro-atlantica.

La minaccia alle basi americane diventerebbe così anche una minaccia alla deterrenza della Nato. E la risposta dell’Alleanza, inevitabilmente, rappresenterebbe uno dei passaggi decisivi per capire se l’escalation possa essere contenuta o se il conflitto sia destinato a superare definitivamente i confini del Medio Oriente.