A cura di Daniele Cappa
La formula scelta da Gabriele Fava — “officina del welfare” — è suggestiva, moderna e politicamente efficace. Ma, letta con attenzione, contiene anche una domanda scomoda: perché l’INPS sente oggi il bisogno di ridefinirsi?
La questione non è semantica. Passare da ente erogatore a “infrastruttura sociale del Paese” significa modificare il perimetro stesso dell’Istituto. E quando un’organizzazione pubblica ridefinisce il proprio ruolo, bisogna chiedersi non soltanto cosa intenda diventare, ma anche quale problema stia cercando di risolvere.
Il XXV Rapporto annuale fotografa un INPS tutt’altro che in dissesto. Il Rendiconto generale 2025 si è chiuso con un saldo finanziario di competenza positivo per 16 miliardi di euro, un risultato economico di 4,5 miliardi e un patrimonio netto passato da 35,31 a 42,83 miliardi.
Dunque, parlare di “fallimento dell’INPS” in senso finanziario sarebbe tecnicamente scorretto.
Ma il problema potrebbe essere un altro: un ente può essere finanziariamente solido e contemporaneamente trovarsi davanti a una crisi di modello.
Ed è probabilmente questo il punto politicamente più interessante.
Il primo paradosso: più successo nei numeri, più bisogno di cambiare identità
L’INPS gestisce una quantità gigantesca di informazioni, contributi e prestazioni. Nel 2025 gli assicurati hanno raggiunto circa 27,2 milioni, secondo il XXV Rapporto.
Il dato suggerisce una macchina amministrativa enorme e ancora centrale. Ma proprio questa centralità produce un problema: l’Istituto non è più soltanto previdenza.
Nel tempo, all’INPS sono state affidate funzioni sempre più numerose: pensioni, sostegno al reddito, disoccupazione, maternità, famiglia, inclusione, disabilità, politiche sociali e una crescente quantità di attività amministrative connesse al welfare.
La conseguenza è una progressiva ibridazione della missione.
L’INPS è contemporaneamente assicuratore sociale, grande amministratore pubblico, gestore di banche dati, erogatore di prestazioni assistenziali, interlocutore delle imprese e infrastruttura digitale dello Stato.
Il rischio è evidente: quando un ente deve fare tutto, diventa più difficile stabilire per cosa debba essere giudicato.
Se una pensione viene pagata correttamente, la valutazione è relativamente semplice. Se invece l’INPS deve “costruire percorsi”, “generare welfare”, anticipare bisogni, integrare servizi e personalizzare le prestazioni, il parametro diventa molto più sfuggente.
Non basta più chiedersi: quanto ha speso?
Bisogna chiedersi: quanto welfare aggiuntivo ha prodotto? Con quali risultati? Per quali cittadini? A quale costo amministrativo?
Ed è qui che la nuova retorica deve trasformarsi in una vera rivoluzione della misurazione.
Il secondo problema: digitalizzare non significa necessariamente semplificare
L’INPS ha compiuto una trasformazione digitale di dimensioni notevoli. Il precedente rapporto annuale indicava già 771 milioni di servizi completamente digitalizzati nel solo 2024; l’Istituto ha inoltre accelerato sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale e sulla personalizzazione dei servizi.
Il problema è che il numero degli accessi non coincide con la qualità del servizio.
Un miliardo di operazioni digitali può essere un segnale straordinario di efficienza. Ma può anche indicare che milioni di persone sono costrette a navigare continuamente dentro un sistema amministrativo complesso.
Il vero indicatore non dovrebbe essere soltanto quanti cittadini entrano nel portale.
Dovrebbe essere, per esempio:
- quanti riescono a ottenere la prestazione al primo tentativo;
- quanti devono ricorrere a patronati o intermediari;
- quanti procedimenti vengono completati senza assistenza;
- quanto tempo passa dalla domanda alla prestazione;
- quanti errori vengono prodotti dagli automatismi;
- quante domande vengono rigettate e successivamente accolte;
- quanti cittadini non utilizzano il digitale perché non riescono a farlo.
Questa è la differenza tra digitalizzazione dell’amministrazione e trasformazione dell’amministrazione.
La prima mette online la burocrazia.
La seconda elimina la burocrazia inutile.
Sono due cose completamente diverse.
Il rischio politico: l’INPS diventa il parafulmine del welfare
Qui emerge la questione più delicata.
Se l’INPS diventa “la principale infrastruttura sociale del Paese”, rischia anche di diventare il luogo nel quale si scaricano le contraddizioni del welfare italiano.
Il Parlamento decide una misura.
Il Governo stabilisce requisiti e stanziamenti.
Il legislatore modifica una prestazione.
L’INPS deve trasformare tutto questo in procedure, algoritmi, controlli, comunicazioni, pagamenti e verifiche.
Quando qualcosa funziona male, però, il cittadino vede soprattutto l’INPS.
Questa dinamica produce un gigantesco rischio di deresponsabilizzazione politica.
La politica decide, l’amministrazione implementa, ma l’eventuale fallimento viene percepito come fallimento dell’Istituto.
È un meccanismo particolarmente pericoloso perché l’INPS può diventare il volto visibile di problemi che non ha autonomamente creato.
La questione previdenziale resta sul tavolo
Ed è forse qui che la nuova definizione di “officina del welfare” deve essere sottoposta alla prova più severa.
Il welfare non è soltanto digitale.
Non è un’app.
Non è un portale.
E soprattutto non è soltanto una questione di efficienza amministrativa.
Il problema fondamentale resta il rapporto tra lavoratori, contributi, pensionati e popolazione.
Il sistema previdenziale italiano vive dentro una trasformazione demografica strutturale. L’INPS può amministrarla meglio, può utilizzare l’intelligenza artificiale, può personalizzare i servizi e rendere più rapidi i procedimenti. Ma non può risolvere amministrativamente un problema demografico.
Non può creare giovani lavoratori.
Non può aumentare autonomamente la natalità.
Non può innalzare i salari.
Non può correggere la precarietà.
Non può decidere la produttività dell’economia.
Non può stabilire quante persone entrino stabilmente nel mercato del lavoro.
E soprattutto non può rendere sostenibile attraverso la tecnologia ciò che non lo fosse sul piano economico e demografico.
Questa distinzione è fondamentale.
Previdenza e assistenza: la grande questione politica
C’è poi un altro nodo che il nuovo ruolo dell’INPS rende ancora più evidente: la sovrapposizione tra previdenza e assistenza.
Il Rendiconto 2025 mostra una crescita del peso delle prestazioni non pensionistiche: nel periodo 2015-2025 la loro incidenza è passata dall’11,2% al 16,4%.
È un dato che racconta l’evoluzione del welfare italiano, ma che apre anche una questione di trasparenza politica: quanto costa la previdenza e quanto costa invece la solidarietà sociale?
Il tema è stato rilanciato anche da ANAP, che chiede una separazione più netta tra previdenza e assistenza e una rappresentazione più trasparente dei rispettivi oneri.
Qui l’INPS si trova in una posizione delicatissima.
Da un lato è naturale utilizzare la sua infrastruttura per erogare prestazioni sociali.
Dall’altro, più l’Istituto diventa il grande contenitore del welfare, più diventa difficile per l’opinione pubblica capire quanto costi effettivamente il sistema pensionistico e quanto invece costi la politica sociale dello Stato.
E questa non è una questione contabile secondaria.
È una questione democratica.
Perché decidere se una spesa debba essere finanziata dai contributi o dalla fiscalità generale significa decidere chi paga, chi beneficia e quale redistribuzione sociale si vuole realizzare.
Il vero rischio: trasformare una crisi organizzativa in una rivoluzione narrativa
È qui che la formula “officina del welfare” deve essere valutata con cautela.
Può essere una straordinaria intuizione strategica.
Ma può anche diventare una narrazione di compensazione.
Se l’INPS non riesce più a essere soltanto il grande ente previdenziale tradizionale perché il sistema sociale italiano è diventato troppo complesso, allora può ridefinire la propria missione.
Ma cambiare il racconto non equivale automaticamente a risolvere il problema.
La domanda da porre è dunque molto concreta:
l’INPS sta cambiando perché è diventato più efficiente oppure perché il vecchio modello non è più sufficiente?
La risposta potrebbe essere: entrambe le cose.
E questa è probabilmente la lettura più realistica.
L’Istituto dispone oggi di una potenza informativa e tecnologica enorme. Ma proprio questa potenza lo espone a una responsabilità nuova: diventare il punto nel quale convergono dati, diritti, controlli e decisioni amministrative.
Da qui nasce un tema enorme di governance.
Chi controlla gli algoritmi?
Come vengono spiegate le decisioni automatizzate?
Come viene garantito il diritto del cittadino a contestare una decisione?
Come vengono utilizzati i dati?
Qual è il confine tra personalizzazione del welfare e profilazione del cittadino?
E soprattutto: quanto potere amministrativo può essere concentrato in una singola infrastruttura nazionale?
Sono domande politiche prima ancora che tecnologiche.
Il possibile “fallimento” è dunque un altro
Se si vuole usare la parola fallimento, bisogna essere precisi.
Non è il fallimento dei conti.
Non è il fallimento della macchina digitale.
Non è nemmeno necessariamente il fallimento dell’Istituto come amministrazione.
Potrebbe essere, semmai, il fallimento progressivo dell’idea che basti un grande ente nazionale per governare un welfare sempre più complesso.
L’INPS sta cercando di rispondere a questo problema trasformandosi da amministratore di prestazioni in infrastruttura.
È una scelta razionale.
Ma contiene un paradosso: più l’INPS diventa centrale, più aumenta il rischio che tutto il sistema dipenda dalla sua capacità di funzionare.
E quindi la trasformazione non può essere valutata soltanto sulla base del numero di servizi digitali erogati.
Occorre misurare la capacità dell’Istituto di ridurre i tempi, diminuire gli errori, prevenire gli abusi, raggiungere i fragili, semplificare le procedure e soprattutto restituire al cittadino una cosa che la burocrazia pubblica spesso gli sottrae: la comprensibilità del proprio rapporto con lo Stato.
La vera prova sarà fuori dal palazzo
Il punto decisivo, alla fine, è semplice.
L’“officina del welfare” sarà un successo se il cittadino non si accorgerà soltanto che l’INPS ha una nuova app o un nuovo portale, ma si accorgerà che ottenere un diritto è diventato più semplice.
Sarà invece un fallimento se l’Istituto accumulerà nuove funzioni, nuove piattaforme, nuovi algoritmi e nuovi compiti senza riuscire a ridurre la complessità che grava sulle persone.
Per questo il nuovo corso dell’INPS va letto con attenzione, senza indulgere né nell’entusiasmo tecnologico né nella profezia di un imminente collasso.
I dati oggi disponibili non autorizzano a parlare di un ente finanziariamente fallito: il Rendiconto 2025 mostra anzi risultati positivi.
Ma autorizzano una domanda politica molto più interessante:
l’INPS sta diventando la grande infrastruttura del welfare italiano perché ha finalmente trovato il modo di governare la complessità, oppure perché quella complessità è ormai diventata troppo grande per il modello sul quale l’Istituto è stato costruito?
La differenza tra le due interpretazioni è enorme.
Nel primo caso siamo davanti alla modernizzazione di una delle più importanti istituzioni pubbliche italiane.
Nel secondo, siamo davanti a qualcosa di molto più profondo: la trasformazione dell’INPS nel tentativo di evitare che la crisi del vecchio welfare diventi anche la crisi dell’Istituto che quel welfare deve amministrare.
Ed è probabilmente questa la vera partita che si apre adesso.










