29 Ottobre 2026, giovedì
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Ex Ilva, Meloni apre il tavolo di settembre: «L’acciaio è una questione nazionale». Mattarella: «Taranto non può essere lasciata sola»

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La partita dell’ex Ilva torna finalmente sul tavolo di Palazzo Chigi. E questa volta, almeno nelle intenzioni, non come una pratica industriale da spostare di ufficio in ufficio, ma come una questione che il Governo definisce apertamente di rilievo nazionale.

A rompere il silenzio è Giorgia Meloni, che in una lettera indirizzata al prefetto di Taranto, Ernesto Liguori, apre alla convocazione di un confronto con il territorio e con le organizzazioni sindacali nazionali. L’appuntamento dovrebbe tenersi nei primi giorni di settembre a Palazzo Chigi, sotto il coordinamento del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, con il coinvolgimento dei ministri competenti.

Una risposta che arriva dopo le richieste avanzate dalle associazioni di categoria e dalle organizzazioni sindacali tarantine, che avevano sollecitato un incontro con la premier in occasione della sua presenza in città per l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo.

Il messaggio politico, dunque, è chiaro: l’acciaio di Taranto non è soltanto una questione locale.

«Garantisco che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal Governo obiettivo di rilievo nazionale», scrive Meloni. Una frase che pesa, perché riconduce la vicenda dell’ex Ilva dentro una strategia industriale complessiva e non soltanto dentro l’ennesima emergenza occupazionale.

Resta, naturalmente, da capire cosa ci sarà concretamente dentro quel “rilievo nazionale”. Perché Taranto ha già conosciuto annunci, commissariamenti, piani industriali, promesse di rilancio e interminabili tavoli. Quello che manca, semmai, è un punto di equilibrio credibile tra produzione, occupazione, salute e ambiente. Ed è proprio su questo terreno che si misurerà la sostanza dell’iniziativa di settembre.

Meloni: «I Giochi sono un impegno del Governo»

Nella lettera al prefetto, la premier sottolinea anche il valore dei Giochi del Mediterraneo, ricordando l’impegno finanziario e organizzativo sostenuto dal Governo per consentire a Taranto di ospitare una manifestazione internazionale.

Un passaggio tutt’altro che secondario. Perché dietro l’evento sportivo c’è anche la volontà di mostrare un’altra immagine della città: non soltanto quella della grande fabbrica e delle sue crisi, ma quella di un territorio capace di ospitare eventi internazionali, attrarre investimenti e costruire una prospettiva diversa.

Ma il problema è che nessuna vetrina sportiva può cancellare il dossier industriale. I Giochi possono accendere i riflettori su Taranto; l’ex Ilva resta il problema che quei riflettori rischiano di illuminare ancora di più.

Mattarella: «Un problema e, insieme, un impegno nazionale»

Nel giorno dell’apertura dei Giochi del Mediterraneo arriva anche la voce del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in una nota al Quotidiano di Puglia dedica un passaggio particolarmente significativo alla città.

Il Capo dello Stato parla di una Taranto costretta negli ultimi anni a confrontarsi con «drammatici aspetti» legati all’occupazione e alla salute, ma anche allo sviluppo economico e alla qualità della vita.

E soprattutto definisce queste condizioni «un problema e, insieme, un impegno nazionale».

È probabilmente il passaggio politicamente più forte dell’intervento del Quirinale. Perché mette in fila, senza possibilità di scorciatoie, tutti i nodi della vicenda tarantina. Non esiste una soluzione industriale che possa ignorare la salute. Non esiste una politica ambientale credibile che possa fingere che l’occupazione sia un dettaglio. E non esiste sviluppo se una comunità è costretta da decenni a scegliere quale diritto sacrificare.

Mattarella lega quindi il destino della città anche al significato della sua presenza sulla scena internazionale attraverso i Giochi: una scelta che, osserva, «manifesta il ruolo che la Città riveste nella Repubblica».

Poi l’auspicio, quasi un invito a cambiare finalmente pagina: «A partire da questi giochi, Taranto torni ad abbracciare il futuro».

Ora servono fatti, non soltanto tavoli

Il doppio intervento di Meloni e Mattarella consegna a Taranto una giornata dal forte valore simbolico. Da una parte il Governo riconosce formalmente la centralità nazionale dell’acciaio; dall’altra il Quirinale ricorda che il futuro della città non può essere misurato esclusivamente in tonnellate prodotte.

Il punto, adesso, è trasformare le parole in decisioni.

Il tavolo di settembre potrà essere utile soltanto se non sarà l’ennesimo appuntamento istituzionale destinato a produrre un altro calendario di incontri. Taranto ha bisogno di sapere quale acciaio si vuole produrre, con quali tecnologie, con quali tempi, con quali garanzie occupazionali e soprattutto con quale compatibilità ambientale e sanitaria.

La vera sfida è tutta qui: evitare che la città debba continuare a scegliere tra lavoro e salute, tra industria e ambiente, tra presente e futuro.

Per una volta, il problema sembra essere stato riconosciuto per quello che è: una questione nazionale.

Adesso bisogna dimostrare che anche la soluzione lo sia.

Il mare restituisce Sebastiano Piaggi: ritrovato dopo cinque giorni il corpo del 21enne disperso a Ferragosto

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Per cinque giorni il mare ha tenuto con sé la risposta più dolorosa. Poi, nel pomeriggio di giovedì 20 agosto, è arrivata la notizia che familiari, amici e un’intera comunità speravano ancora di non dover ascoltare: Sebastiano Piaggi, 21 anni, è stato ritrovato senza vita nelle acque di Porto Venere.

Il giovane, originario di Riccò del Golfo, era disperso dal tardo pomeriggio di Ferragosto, quando era caduto in mare dal gommone sul quale stava trascorrendo la giornata insieme ad alcuni amici. L’incidente era avvenuto nello specchio di mare compreso tra l’isola Palmaria e Porto Venere, in prossimità del promontorio di San Pietro. Un altro ragazzo era finito in acqua con lui, riuscendo però a risalire a bordo; di Sebastiano, invece, da quel momento non si erano più avute notizie.

Il ritrovamento è avvenuto a meno di 300 metri dalla costa, non lontano dal punto in cui erano concentrate le ricerche. Secondo quanto riferito dalla Rai, il corpo è stato individuato incastrato tra le rocce. Il recupero è stato quindi affidato alla Guardia Costiera, mentre la salma è stata trasferita all’obitorio e messa a disposizione dell’autorità giudiziaria. Sarà l’autopsia, disposta dal magistrato, a contribuire a chiarire le cause della morte.

Cinque giorni di ricerche senza sosta

Dal momento dell’allarme, scattato nella serata del 15 agosto, sul tratto di mare e sulle coste spezzine si è concentrata una vasta macchina dei soccorsi. Guardia Costiera, Vigili del fuoco, Marina Militare, Carabinieri e volontari hanno perlustrato il mare e la costa con mezzi navali, elicotteri e squadre impegnate nelle immersioni.

Una ricerca resa particolarmente complessa dalla natura stessa dell’ambiente marino: correnti, profondità, fondali e condizioni continuamente mutevoli hanno reso difficile circoscrivere con certezza l’area in cui concentrare le operazioni. Per giorni, nonostante l’impiego di uomini e mezzi, non era emersa alcuna traccia del ragazzo.

Nel frattempo, sulla banchina di Porto Venere, familiari e amici avevano trasformato l’attesa in una presenza quotidiana. Un punto di ritrovo diventato simbolo di una speranza rimasta accesa fino all’ultimo, mentre le ore passavano e le possibilità di un ritrovamento in vita si assottigliavano.

Una tragedia ancora da ricostruire

Resta ora da chiarire con precisione la dinamica dell’incidente. Secondo le prime ricostruzioni, Sebastiano e un altro ragazzo sarebbero stati sbalzati in acqua da un’onda mentre il gommone si trovava al largo. Alcune testimonianze hanno riferito della presenza di altre imbarcazioni e del possibile passaggio ravvicinato di una barca che avrebbe generato l’onda. Si tratta tuttavia di elementi ancora al vaglio degli investigatori.

Gli accertamenti dovranno dunque ricostruire ogni istante di quella giornata di festa improvvisamente trasformata in tragedia, verificando le circostanze che hanno preceduto la caduta e quanto accaduto nei momenti immediatamente successivi.

Il ritrovamento del corpo chiude così, nel modo più drammatico, cinque giorni di ricerche e di attesa. Restano il dolore della famiglia, il silenzio degli amici e le domande ancora aperte su quei pochi istanti in cui una giornata d’estate si è trasformata in una tragedia.

Finlandia, nuovo allarme sul Baltico: sospetto sconfinamento di un aereo russo

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La Finlandia torna a fare i conti con la delicata questione della sicurezza dei propri cieli. Helsinki ha aperto un’indagine dopo il sospetto sconfinamento di un aereo russo nello spazio aereo nazionale, avvenuto nel pomeriggio di giovedì 20 agosto nella parte occidentale del Golfo di Finlandia.

A riferirlo è il Ministero della Difesa finlandese, secondo quanto riportato dal quotidiano francese Le Figaro. Al momento si tratta di una presunta violazione, sulla quale le autorità stanno effettuando gli opportuni accertamenti. A occuparsi delle verifiche sono le guardie di frontiera finlandesi.

«Ogni presunta violazione dello spazio aereo viene presa sul serio. È in corso un’indagine», ha dichiarato il ministro della Difesa finlandese Antti Häkkänen, sottolineando così la linea di fermezza adottata da Helsinki di fronte a episodi che, in un contesto geopolitico particolarmente teso, assumono un rilievo che va oltre il singolo incidente.

Il caso si colloca infatti in un’area strategica: il Golfo di Finlandia rappresenta uno dei punti sensibili del fianco settentrionale dell’Europa e costituisce un’importante direttrice marittima e aerea tra Finlandia, Estonia e Russia. La Finlandia, inoltre, condivide con Mosca un confine terrestre lungo circa 1.340 chilometri, circostanza che rende particolarmente delicata la gestione di ogni possibile sconfinamento.

Non è la prima volta che Helsinki segnala episodi di questo tipo. Nei mesi di maggio e giugno, due aerei militari russi erano già stati sospettati di aver violato lo spazio aereo finlandese in prossimità delle coste del Paese: un episodio si era verificato al largo di Porkkala, mentre un altro era stato segnalato nelle acque antistanti Porvoo, a est di Helsinki.

La nuova vicenda arriva dunque sullo sfondo di una crescente attenzione finlandese alla sorveglianza dello spazio aereo nazionale. Dopo l’ingresso nella Nato, la Finlandia ha assunto un ruolo ancora più rilevante nella sicurezza del fianco nord-orientale dell’Alleanza, mentre il confine con la Russia è diventato uno dei principali punti di osservazione delle tensioni tra Mosca e l’Occidente.

Per ora, tuttavia, le autorità finlandesi mantengono una posizione prudente: nessuna attribuzione definitiva, nessuna conclusione anticipata. L’obiettivo dell’indagine sarà stabilire se l’aereo russo abbia effettivamente oltrepassato il limite dello spazio aereo finlandese e, in caso affermativo, chiarire dinamica e circostanze dell’episodio.

Un accertamento tecnico che, in un’area dove anche pochi minuti di volo possono assumere un peso politico considerevole, potrebbe avere conseguenze ben più ampie del semplice tracciato registrato sui radar.

Trump: «Abbiamo spazzato via l’Iran». E ora punta al controllo di Hormuz

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«Abbiamo spazzato via l’Iran». È una dichiarazione perentoria, senza sfumature, quella pronunciata da Donald Trump in un’intervista telefonica con Michael Cohen, il suo ex avvocato e oggi uno dei suoi più noti accusatori nel caso legato ai rapporti del tycoon con la pornostar Stormy Daniels.

Secondo Trump, Teheran sarebbe ormai in una posizione di forte debolezza sul piano militare. L’Iran, ha spiegato il presidente americano, dispone ancora di missili e droni, ma avrebbe una capacità produttiva limitata. Una valutazione che, nelle parole di Trump, si accompagna a un’affermazione ancora più pesante: gli Stati Uniti controllerebbero «sostanzialmente» lo Stretto di Hormuz e sarebbero vicini a esercitarne il pieno controllo.

È proprio Hormuz, dunque, a emergere come uno dei nodi strategici decisivi dello scontro. Il passaggio marittimo che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman rappresenta uno dei principali snodi energetici mondiali e qualsiasi ulteriore escalation nella zona rischia di avere conseguenze che vanno ben oltre il confronto diretto tra Washington e Teheran.

Dalla pressione militare a quella economica

La linea di Trump non si limita tuttavia alla dimensione militare. Il giorno precedente, 20 agosto, il presidente americano aveva annunciato una nuova offensiva economica contro l’Iran, definendola la più devastante mai intrapresa dagli Stati Uniti contro un singolo Paese.

L’obiettivo dichiarato è quello di spingere Teheran verso un isolamento senza precedenti, attraverso una combinazione di sanzioni e pressione economica. Una strategia che si colloca nel solco della cosiddetta «massima pressione» già adottata da Washington nei confronti del regime degli ayatollah e che Trump presenta come una prosecuzione, questa volta ancora più dura, della precedente campagna.

Il messaggio politico è netto: ridurre progressivamente i margini di manovra dell’Iran sul piano militare, finanziario ed energetico, fino a rendere sempre più difficile per Teheran sostenere la propria proiezione regionale.

La tensione si sposta anche in Cisgiordania

Mentre Washington e Teheran si confrontano sul terreno della forza e delle sanzioni, la situazione continua a deteriorarsi anche sul fronte israelo-palestinese.

Secondo quanto riferito da Al Jazeera, le forze israeliane avrebbero impedito alle ambulanze di raggiungere alcuni palestinesi rimasti feriti dopo attacchi attribuiti a coloni israeliani nella Cisgiordania occupata.

I fatti sarebbero avvenuti a Khirbet Deir Shams, a sud di Hebron, dove tre palestinesi sarebbero rimasti feriti dopo aggressioni contro le loro abitazioni. Un episodio che aggiunge ulteriore tensione a una situazione già caratterizzata da un’elevata conflittualità e da crescenti accuse reciproche.

Il quadro regionale appare così sempre più intrecciato: da una parte la contrapposizione strategica tra Stati Uniti e Iran, con Hormuz al centro della partita; dall’altra l’escalation sul terreno tra Israele, palestinesi e coloni in Cisgiordania.

Una partita sempre più ampia

Le dichiarazioni di Trump segnano quindi un ulteriore innalzamento del livello retorico e politico dello scontro con Teheran. Il riferimento al controllo di Hormuz, in particolare, porta la crisi su un terreno che riguarda direttamente la sicurezza delle rotte marittime e l’equilibrio energetico internazionale.

La pressione americana, intanto, procede su più fronti: militare, economico e diplomatico. E mentre Washington promette un isolamento senza precedenti per l’Iran, la regione continua a mostrare nuovi punti di frizione.

Il rischio è che le diverse crisi finiscano per alimentarsi reciprocamente, trasformando il confronto con Teheran e la guerra israelo-palestinese in parti sempre più difficili da separare di una stessa, enorme crisi mediorientale.

Terrorismo, nel mirino il Campidoglio di New York: arrestata dall’Fbi una presunta sostenitrice dell’Isis

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Nella fotografia: Jessica Bowie by Chicago Tribune

Il progetto sarebbe stato tanto ambizioso quanto inquietante: colpire il cuore istituzionale dello Stato di New York, provocare il maggior numero possibile di danni e uccidere i senatori riuniti nell’edificio. È questo, secondo gli investigatori federali, il piano attribuito a Jessica Bowie, 35 anni, arrestata dall’Fbi con l’accusa di aver tentato di fornire sostegno materiale a organizzazioni terroristiche straniere ufficialmente designate.

Al centro dell’inchiesta c’è il Campidoglio dello Stato di New York, ad Albany, sede delle due camere dell’assemblea legislativa. Un obiettivo simbolico e politico che, stando agli atti dell’indagine, Bowie avrebbe iniziato a studiare con attenzione, arrivando a ipotizzare un sopralluogo sotto la copertura apparentemente innocua di un picnic.

La donna, secondo la ricostruzione contenuta nella denuncia penale e illustrata dagli investigatori, si sarebbe convertita all’Islam e avrebbe sviluppato online posizioni di aperto sostegno all’Isis, accompagnate da messaggi fortemente antiamericani. Tra i contenuti attribuiti alla donna ci sarebbero anche dichiarazioni favorevoli agli autori degli attentati dell’11 settembre 2001.

A far emergere il progetto sarebbe stato un informatore dell’Fbi, con il quale Bowie avrebbe discusso dell’attentato e dal quale avrebbe cercato indicazioni per la realizzazione di ordigni esplosivi. In una comunicazione attraverso un’app di messaggistica criptata, avrebbe inoltre riferito di aver recuperato materiale di carattere anarchico presso un centro per la giustizia sociale, ritenendolo potenzialmente utile alla preparazione dell’azione.

Ancora più esplicite sarebbero state le intenzioni espresse nei messaggi all’informatore. Bowie avrebbe parlato della volontà di distruggere una parte consistente dell’edificio, colpire i senatori durante una riunione e provocare la perdita di documenti ritenuti importanti.

Il piano, secondo gli investigatori, non si sarebbe fermato all’attentato. Dopo l’azione, Bowie avrebbe ipotizzato di fuggire in Siria, lasciando aperta anche la possibilità di rientrare successivamente negli Stati Uniti per prendere di mira altri luoghi di grande rilevanza simbolica. Tra gli obiettivi menzionati sarebbe comparsa anche Times Square, nel cuore di Manhattan.

Nel frattempo, sempre secondo l’accusa, la preparazione sarebbe passata dalle parole ai fatti. Bowie avrebbe acquistato o recuperato diversi materiali destinati alla costruzione dell’ordigno, tra cui componenti per una bomba e chiodi, che avrebbero potuto essere utilizzati per aumentarne l’effetto letale. Avrebbe inoltre procurato una borsa DoorDash, elemento che gli investigatori collegano alla preparazione dell’operazione.

L’inchiesta è quindi sfociata nell’intervento degli agenti federali. Bowie è stata arrestata il 19 agosto, prima che il presunto progetto potesse trasformarsi in un attentato.

L’accusa dovrà ora essere dimostrata nel corso del procedimento giudiziario. Ma la vicenda, nelle ricostruzioni fornite dalle autorità americane, descrive un percorso che sarebbe passato dalla radicalizzazione online alla ricerca di strumenti concreti per colpire un obiettivo istituzionale, fino alla pianificazione della fuga e di possibili ulteriori attacchi.

Un caso che riporta ancora una volta al centro dell’attenzione delle autorità statunitensi il rischio rappresentato da forme di radicalizzazione individuale, nelle quali propaganda estremista, attività online e progettazione autonoma di attentati possono intrecciarsi fino a trasformare l’ideologia in un progetto operativo.

Migranti, il boomerang del Patto Ue: Finlandia e Svezia preparano i trasferimenti in Italia

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Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo rischia di trasformarsi in un inatteso boomerang politico per il governo italiano. Mentre Roma rivendica da tempo una maggiore responsabilità condivisa tra gli Stati membri nella gestione dei flussi migratori, Finlandia e Svezia si preparano infatti a trasferire in Italia alcuni richiedenti asilo, sulla base delle nuove regole europee.

Il principio è quello, già noto, della responsabilità del Paese competente per l’esame della domanda di protezione internazionale. Con l’entrata in applicazione del nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione (Ammr), che sostituisce il precedente sistema di Dublino, Helsinki ritiene ora possibile riattivare i trasferimenti verso l’Italia.

A confermarlo a LaPresse è il ministero dell’Interno finlandese. «Riteniamo che l’entrata in applicazione del Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione consenta la ripresa dei trasferimenti verso l’Italia», spiega il dicastero, precisando che le procedure «sono attualmente in fase di preparazione».

Un passaggio che Helsinki considera perfettamente coerente con lo spirito del nuovo Patto: tutti gli Stati membri, sottolinea il ministero, devono rispettare le rispettive responsabilità nella gestione delle domande di asilo. La Finlandia, aggiunge, resta impegnata ad assicurare «l’effettiva attuazione delle procedure» necessarie a individuare lo Stato competente.

Stoccolma conferma: «Continueremo a trasferire»

La posizione svedese è altrettanto netta. Victoria Holmqvist, portavoce del ministro per la Migrazione Johan Forssell, ha spiegato all’Ansa che la Svezia ha già effettuato trasferimenti verso l’Italia e intende proseguire su questa strada, «in conformità con le disposizioni del Patto sull’immigrazione e l’asilo».

Per Stoccolma, dunque, non si tratta di una svolta improvvisa. «Non è una novità», precisa la portavoce, ricordando che dall’entrata in vigore del Patto europeo i trasferimenti previsti dal sistema di Dublino «funzionano meglio».

La questione, però, è tutt’altro che marginale per Roma. Sia Finlandia sia Svezia non hanno ancora indicato quanti richiedenti asilo potrebbero essere coinvolti. E resta da chiarire anche l’ambito temporale delle procedure: non è stato specificato se riguarderanno soltanto le persone arrivate dopo il 12 giugno, data di entrata in vigore del nuovo Patto, oppure anche i cosiddetti «dublinanti» già presenti nei due Paesi.

Il paradosso politico per Meloni

È proprio qui che si apre il fronte dello scontro politico. Quello che per il governo italiano dovrebbe essere il risultato di una maggiore responsabilizzazione europea sulla gestione dell’immigrazione viene letto dalle opposizioni come la dimostrazione di un effetto paradossale: l’Italia rischia di diventare non soltanto il principale punto di approdo dei migranti, ma anche il Paese verso cui gli altri Stati possono trasferire chi è stato registrato sul territorio italiano.

Giuseppe Conte parla apertamente di «capolavoro» del governo Meloni. Secondo il leader del Movimento 5 Stelle, la politica migratoria dell’esecutivo avrebbe prodotto un «cortocircuito»: mentre Roma attaccava altri Paesi europei sulla gestione dei migranti, ora Svezia, Austria, Svizzera, Germania e Finlandia sarebbero pronte a rimandare in Italia persone già registrate nel nostro Paese.

Ancora più duro il giudizio della segretaria del Pd Elly Schlein, che utilizza proprio la metafora del boomerang per descrivere le conseguenze della linea italiana. Secondo la leader dem, le scelte del governo sulla sospensione di Schengen e sul confronto con la Spagna avrebbero creato un precedente potenzialmente sfavorevole all’Italia.

Schlein contesta soprattutto l’assenza, a suo giudizio, di una vera battaglia italiana a Bruxelles sulla solidarietà europea. Il punto politico, sostiene, non sarebbe semplicemente impedire gli arrivi, ma ottenere una redistribuzione effettiva delle responsabilità tra gli Stati membri.

Madrid frena sulle espulsioni bilaterali

Da Madrid arriva intanto una posizione differente. Il governo spagnolo si dice favorevole a gestire la questione dei cosiddetti dublinanti attraverso i meccanismi europei di solidarietà previsti dal nuovo Patto e dalle recenti normative dell’Unione, piuttosto che attraverso espulsioni o restrizioni bilaterali.

Una scelta che conferma quanto il dossier migratorio sia ormai intrecciato con un delicato equilibrio europeo: da una parte l’applicazione delle regole sulla responsabilità del Paese competente, dall’altra la richiesta di solidarietà tra gli Stati membri.

Parigi, per ora, resta alla finestra

La Francia, almeno per il momento, non intende invece unirsi al gruppo dei Paesi che stanno trasferendo migranti verso l’Italia sulla base delle nuove regole.

Fonti vicine al dossier a Parigi riferiscono che la decisione politica è quella di non procedere, evitando annunci analoghi a quelli arrivati da Helsinki e Stoccolma. Una cautela legata anche alla fase di collaborazione e riavvicinamento tra Francia e Italia, unite dalla volontà di ridurre i flussi migratori in partenza da Tunisia e Libia.

Germania, Svizzera e Austria hanno già iniziato

Finlandia e Svezia non sono quindi le prime a muoversi. Germania e Svizzera hanno già effettuato trasferimenti verso l’Italia e anche l’Austria ha recentemente rimandato nel nostro Paese quattro richiedenti asilo.

Il quadro che emerge è dunque più ampio di una singola disputa tra governi. Il nuovo Patto europeo sta iniziando a produrre effetti concreti sulla distribuzione delle responsabilità migratorie e l’Italia, proprio in virtù del suo ruolo di principale Paese di primo ingresso nel Mediterraneo, potrebbe trovarsi al centro di un meccanismo che consente ad altri Stati di rinviare sul territorio italiano persone la cui domanda di asilo ricade, secondo le regole europee, sotto la responsabilità italiana.

Per il governo Meloni è un passaggio politicamente delicato. La partita europea sull’immigrazione, da sempre presentata da Palazzo Chigi come una battaglia per superare il vecchio principio del «Paese di primo approdo lasciato solo», rischia infatti di assumere una forma inattesa: più responsabilità condivisa, sì, ma anche più trasferimenti verso l’Italia.

Ed è proprio questo il paradosso che alimenta oggi lo scontro politico: le stesse regole europee invocate da Roma per chiedere maggiore solidarietà possono essere utilizzate dagli altri Stati per riportare in Italia i richiedenti asilo considerati di competenza italiana.

Risiko bancario, Mps rilancia su Banco Bpm e Banca Generali

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Il risiko bancario italiano cambia ancora una volta traiettoria e, soprattutto, alza la posta. Il Monte dei Paschi di Siena non intende restare spettatore nella partita che vede Intesa Sanpaolo puntare sul gruppo senese con un’offerta da 30,6 miliardi di euro. Il consiglio di amministrazione di Mps ha infatti approvato il piano presentato dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio per promuovere due distinte offerte pubbliche di scambio, una su Banco Bpm e l’altra su Banca Generali.

È una risposta destinata a ridisegnare la mappa delle grandi banche italiane. Non soltanto perché coinvolge due istituti strategici, ma perché introduce nella contesa una possibile architettura alternativa: invece di lasciarsi inglobare da Intesa, Mps prova a costruire attorno a sé un nuovo polo bancario e finanziario, ampliando il proprio perimetro e modificando gli equilibri azionari.

La partita più delicata, sotto questo profilo, è quella su Banca Generali. Secondo quanto emerge dagli ambienti finanziari, l’offerta dovrebbe essere costruita utilizzando come contropartita azioni della stessa Mps, e non la partecipazione che il Monte detiene in Generali. Una scelta tecnicamente e strategicamente rilevante, perché potrebbe trasformare l’operazione in un vero incrocio di partecipazioni.

Se Banca Generali e il gruppo Generali decidessero di aderire all’offerta, il Leone di Trieste potrebbe infatti ritrovarsi con una partecipazione significativa nel capitale di Mps. Sulla base delle attuali capitalizzazioni, circa 35,9 miliardi per Mps e 7,9 miliardi per Banca Generali, la quota potenziale viene stimata intorno al 10% del capitale della banca senese, prima di eventuali effetti diluitivi legati a una successiva integrazione con Banco Bpm.

È il dettaglio che rende la mossa di Lovaglio particolarmente interessante. L’operazione non sarebbe soltanto una scalata finanziaria, ma potrebbe diventare il tassello di un nuovo equilibrio industriale nel quale Generali assumerebbe un ruolo diretto nella compagine azionaria di Mps. Una prospettiva che porta inevitabilmente la partita oltre i confini del semplice risiko bancario e la proietta nel più ampio sistema delle alleanze finanziarie italiane.

L’offerta su Banca Generali è stata inoltre sottoposta al comitato parti correlate di Mps, considerato che il Monte è a sua volta azionista di Generali con una quota del 13,3%. Un intreccio che rende particolarmente importante la governance delle operazioni e che testimonia quanto siano ormai interconnesse le partecipazioni dei grandi gruppi finanziari italiani.

La sfida a Intesa

La logica complessiva appare chiara: Mps cerca una strada diversa da quella indicata dall’offerta di Intesa Sanpaolo. L’operazione annunciata dal maggiore gruppo bancario italiano ha aperto una partita da decine di miliardi e ha messo il Monte davanti a una scelta strategica. Accettare il ruolo di preda oppure tentare di diventare protagonista di un processo di consolidamento.

Lovaglio sceglie la seconda strada. L’idea è costruire una combinazione che possa rafforzare il peso del Monte nel sistema bancario italiano attraverso l’integrazione con Banco Bpm e, parallelamente, ampliare la presenza nel wealth management e nei servizi finanziari attraverso Banca Generali.

Sono due operazioni differenti, ma inserite nella medesima strategia. Da una parte una banca commerciale con una presenza significativa nel Nord Italia e una rete capillare; dall’altra un operatore specializzato nel private banking e nella gestione patrimoniale. L’eventuale combinazione potrebbe quindi modificare sensibilmente il profilo industriale di Mps.

Il punto decisivo sarà naturalmente rappresentato dalle condizioni delle offerte, dalla risposta degli azionisti e dalle eventuali autorizzazioni necessarie. Ma la decisione del cda segna già un passaggio fondamentale: il Monte non si limita più a difendersi dall’offerta di Intesa, prova a contrattaccare.

Piazza Affari prende posizione

La Borsa ha reagito rapidamente alla notizia. Banco Bpm ha accelerato dell’1,6%, mentre Banca Generali ha guadagnato l’1,4%, segnali che il mercato attribuisce un valore concreto alla possibilità che le due società diventino protagoniste della nuova fase del risiko.

Più prudente Mps, che ha chiuso in calo dello 0,4%, mentre Intesa Sanpaolo ha segnato un progresso dello 0,4%. In rosso Unipol, che ha lasciato sul terreno il 2,9%, mentre Generali ha guadagnato lo 0,2%.

Numeri che raccontano una prima fotografia di una partita ancora apertissima. Gli investitori sembrano infatti distinguere tra chi potrebbe beneficiare direttamente delle nuove offerte e chi, come Mps, si trova al centro di una trasformazione destinata a produrre effetti ben oltre il singolo movimento azionario.

Il risiko, insomma, è tornato a muoversi. E questa volta il Monte dei Paschi, dopo anni nei quali il suo destino è stato spesso deciso altrove, prova a sedersi al tavolo con una carta propria. L’obiettivo non è soltanto evitare l’offerta di Intesa, ma dimostrare che Siena può ancora essere il centro di un progetto bancario di grandi dimensioni.

La vera sfida, adesso, sarà capire se il mercato e gli azionisti saranno disposti a seguirla.

Trump apre il «D-Day economico» contro l’Iran: la guerra entra nei mercati

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La guerra cambia ancora una volta terreno. Dopo le bombe, i missili e lo scontro sullo Stretto di Hormuz, Donald Trump annuncia quella che definisce una sorta di «D-Day economico» contro l’Iran. Non una nuova offensiva militare, almeno nelle parole della Casa Bianca, ma un tentativo di strangolamento finanziario destinato, nelle intenzioni del presidente americano, a trasformare l’isolamento di Teheran in una condizione permanente.

Il messaggio è arrivato attraverso Truth Social, il canale ormai abituale con cui Trump comunica alcune delle decisioni più dirompenti della sua amministrazione. Il presidente ha promesso «la più devastante operazione economica mai intrapresa contro qualsiasi Paese», parlando apertamente di «guerra economica» e di un isolamento «su una scala senza precedenti». Washington intende colpire non soltanto l’Iran, ma anche la rete internazionale che gli consente di mantenere aperti canali commerciali, finanziari ed energetici.

È qui che la nuova offensiva americana assume una dimensione potenzialmente globale. Nel mirino non ci sono soltanto le autorità iraniane, ma il sistema di società di facciata, intermediari, registri navali, trasferimenti di denaro, scambi valutari e traffici petroliferi attraverso cui Teheran continua a muovere risorse nonostante decenni di sanzioni. Trump ha inoltre avvertito i Paesi che dovessero offrire una «lifeline» all’Iran: anche loro, secondo il presidente americano, rischierebbero conseguenze economiche pesanti.

La parola decisiva, dunque, è isolamento. Washington punta a fare della pressione economica una seconda linea del conflitto, capace di raggiungere territori e soggetti che non partecipano direttamente alle operazioni militari. È la logica delle sanzioni secondarie portata alle estreme conseguenze: non basta più impedire all’Iran di commerciare con gli Stati Uniti, l’obiettivo è rendere costoso per chiunque continuare a commerciare con Teheran.

Teheran: «Un diversivo per la crisi americana»

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Teheran ha liquidato l’annuncio americano come una riedizione, in forma ancora più aggressiva, della politica di «massima pressione» già sperimentata da Washington e giudicata fallimentare. L’agenzia semiufficiale Tasnim ha definito enfatiche ed esagerate le parole di Trump, mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha scelto una formula destinata a trasformare lo scontro economico in una battaglia politica: il cosiddetto «Economic D-Day» sarebbe, a suo giudizio, un diversivo per distogliere l’attenzione dalla crisi interna degli Stati Uniti.

Araghchi ha indicato nel debito americano e nell’aumento dei costi degli interessi il vero problema che Washington, secondo la sua lettura, tenterebbe di occultare attraverso una nuova escalation contro Teheran. Il ministro iraniano ha inoltre sostenuto che l’inasprimento della pressione economica non produrrà la capitolazione dell’Iran, ma alimenterà ulteriore ostilità nei confronti degli Stati Uniti e rischierà di danneggiare l’economia mondiale.

Una replica che racconta bene la natura dello scontro. Per Washington, l’economia deve diventare l’arma capace di completare ciò che la pressione militare non ha ancora ottenuto. Per Teheran, invece, l’offensiva economica dimostrerebbe proprio l’incapacità americana di chiudere il conflitto attraverso la forza.

Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha insistito sulla stessa linea, sostenendo che Washington avrebbe fatto ricorso alla guerra economica dopo non aver raggiunto i propri obiettivi attraverso l’azione militare.

Il fronte militare resta aperto

Mentre la diplomazia continua a muoversi in uno spazio sempre più stretto, sul terreno il linguaggio rimane quello della deterrenza.

I Pasdaran hanno fatto sapere che, nel caso di una nuova fase del conflitto, l’Iran potrebbe ricorrere ad armi «più precise» e «più distruttive». È una minaccia che pesa soprattutto alla luce della situazione nello Stretto di Hormuz, uno dei principali punti di passaggio dell’energia mondiale e ormai diventato uno dei nodi strategici della guerra.

Il costo del conflitto per gli Stati Uniti, intanto, continua a crescere anche sul piano umano. Secondo i dati del Dipartimento della Difesa citati dalla Cnn, dall’inizio della guerra 18 militari americani sono morti e 757 sono rimasti feriti. Il numero comprende gli aggiornamenti più recenti della banca dati militare americana e supera quindi la soglia dei 750 feriti indicata nelle prime ricostruzioni.

Sono numeri che contribuiscono a spiegare perché il conflitto non sia più soltanto una questione di strategia militare. Ogni giorno di guerra produce infatti una conseguenza politica, finanziaria ed energetica che si propaga molto oltre i confini iraniani.

E il conto arriva sui mercati

La prima reazione è arrivata dal petrolio.

Il Brent, riferimento europeo del greggio, ha superato i 94 dollari al barile, mentre il Wti è salito oltre gli 87 dollari. Nel corso della seduta i rialzi hanno superato il 3 per cento per il Brent, mentre a New York il Wti si è mosso in forte accelerazione. Le quotazioni sono sostenute dal timore che il protrarsi della crisi possa compromettere ulteriormente i flussi energetici attraverso il Golfo.

Ma il vero campanello d’allarme per l’Europa arriva dal gas naturale. Le quotazioni sono tornate a sfiorare livelli record, oltre i 65 euro al megawattora. È il meccanismo ormai noto delle crisi energetiche: basta che aumenti il rischio percepito sulla disponibilità delle forniture perché il mercato incorpori immediatamente un premio geopolitico.

E questa volta il mercato non deve soltanto fare i conti con una guerra. Deve fare i conti con la possibilità che la guerra economica annunciata da Trump allarghi il perimetro dello scontro.

Borse europee sotto pressione, Milano in controtendenza

A metà seduta i principali listini europei si sono mossi in territorio negativo. Il Dax di Francoforte ha ceduto lo 0,51 per cento, il Ftse 100 di Londra lo 0,20 per cento e il Cac 40 di Parigi lo 0,28 per cento.

Milano ha invece resistito, con il Ftse Mib in rialzo dello 0,21 per cento, sostenuto soprattutto dai titoli legati all’energia. Un paradosso soltanto apparente: mentre la geopolitica aumenta il rischio per l’intero sistema economico, le società maggiormente esposte al comparto energetico possono beneficiare dell’aumento delle quotazioni.

A Piazza Affari Eni ha guidato i rialzi con un +1,92 per cento, seguita da Terna (+1,34%), Italgas (+1,30%), Saipem (+1,06%) e Snam (+1,01%). Positiva anche Lottomatica, salita dell’1,17 per cento.

Sul fronte bancario, nel giorno del consiglio di amministrazione, Mps ha guadagnato lo 0,61 per cento a 11,836 euro. Banca Generali, dopo aver aggiornato in apertura i propri massimi storici, è rimasta positiva dello 0,15 per cento a 67,45 euro. Bpm ha segnato +0,27 per cento, mentre Generali ha ceduto lo 0,21 per cento a 42,78 euro.

Acquisti anche su Intesa Sanpaolo, in rialzo dello 0,78 per cento, mentre Unipol ha perso il 2,08 per cento. Sullo sfondo resta la partita bancaria che coinvolge Mps e l’Opas annunciata da Intesa Sanpaolo con il sostegno di Unipol.

Numeri apparentemente lontani da Teheran, ma che raccontano la stessa storia: quando il rischio geopolitico sale, i mercati cercano rapidamente i vincitori e i perdenti della nuova configurazione.

Il vero campo di battaglia è Hormuz

La questione energetica resta però il punto più delicato. Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente una strettoia geografica: è una delle arterie fondamentali del commercio mondiale del petrolio. Qualunque ostacolo stabile al traffico attraverso quel passaggio rischia di trasformare una crisi regionale in uno shock globale.

Proprio per questo assume particolare rilievo la notizia, riportata da Axios e ripresa da RaiNews, secondo cui le forze statunitensi avrebbero predisposto un corridoio di transito attraverso la parte meridionale dello stretto, lungo la costa dell’Oman, consentendo il passaggio di petroliere e contribuendo a mantenere una parte dei flussi energetici internazionali. Secondo le ricostruzioni citate, attraverso questo canale transiterebbero circa 10 milioni di barili al giorno, circa la metà dei volumi precedenti al conflitto.

È una fotografia significativa della fase attuale: da una parte Washington promette di chiudere economicamente ogni spazio all’Iran, dall’altra deve garantire che la guerra non interrompa completamente il flusso di energia indispensabile all’economia mondiale.

La guerra che nessuno può più considerare regionale

È questo il punto sul quale si concentra oggi l’attenzione dei mercati e delle cancellerie.

Il conflitto Iran-Usa-Israele non può più essere osservato come una crisi confinata al Medio Oriente. Il petrolio arriva a New York, il gas arriva sulle borse europee, le sanzioni raggiungono banche e imprese di Paesi terzi, le rotte commerciali vengono ridisegnate, gli investitori modificano le proprie strategie e ogni nuova dichiarazione politica diventa immediatamente una variabile finanziaria.

Trump ha scelto una formula volutamente bellica, «D-Day economico». Non è soltanto una metafora. Significa trasformare la pressione economica in una nuova fase della guerra, con l’ambizione di colpire Teheran senza necessariamente aprire un altro fronte militare.

Il problema è che le economie contemporanee sono interconnesse. Colpire l’Iran significa inevitabilmente coinvolgere chi commercia con l’Iran, chi trasporta il suo petrolio, chi assicura le navi, chi gestisce i pagamenti e chi dipende dall’energia che attraversa le rotte del Golfo.

E così la guerra rischia di assumere una forma ancora più insidiosa. Non soltanto missili e droni, ma prezzi, assicurazioni, banche, noli marittimi, petrolio e gas.

La domanda, a questo punto, non è soltanto se l’Iran riuscirà a resistere alla nuova offensiva economica americana. È quanto a lungo il resto del mondo riuscirà a restare fuori dal conto.

Perché il «D-Day economico» annunciato da Trump potrebbe avere un bersaglio preciso, Teheran, ma le sue onde d’urto hanno già cominciato a viaggiare molto più lontano: dai terminal petroliferi del Golfo alle sale operative di Londra, Francoforte, Parigi e Milano.

E quando il petrolio supera i 94 dollari e il gas europeo torna sopra i 65 euro al megawattora, la guerra ha già smesso di essere soltanto una notizia estera. È diventata una variabile dell’economia quotidiana.

Ricina, il giallo di Pietracatella si riapre: confronto in Questura tra Gianni Di Vita e un’amica

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Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara Di Vita, le due donne morte lo scorso dicembre in circostanze riconducibili a un avvelenamento da ricina, è da oltre tre ore negli uffici della Questura. Secondo quanto si apprende, l’uomo sarebbe stato sottoposto a un confronto con una donna, sua amica. Un passaggio al quale prendono parte la procuratrice di Larino Elvira Antonelli e il capo della Squadra Mobile Marco Graziano.

Il confronto arriva all’indomani di un altro elemento destinato a entrare nel complesso mosaico dell’inchiesta: da Berlino sono infatti giunti i primi risultati degli esami effettuati sui campioni di sangue prelevati lo scorso primo luglio a Gianni Di Vita e ad Alice, sorella di Sara.

Gli accertamenti erano stati affidati agli specialisti del Robert Koch Institute, uno dei principali istituti tedeschi di riferimento anche per lo studio delle sostanze tossiche. L’obiettivo indicato dalla Procura di Larino era preciso: verificare, attraverso la ricerca di eventuali anticorpi, se nei due soggetti vi fossero tracce compatibili con una precedente esposizione alla ricina.

Per il momento, la risposta degli esperti tedeschi non sembra fornire quella conferma. Nei campioni analizzati, secondo quanto comunicato agli investigatori, non sono emerse evidenze di un’esposizione alla sostanza.

Un risultato che, naturalmente, dovrà essere letto nel quadro complessivo degli accertamenti e non equivale da solo alla chiusura di una delle piste investigative. La ricerca di eventuali tracce di esposizione a una sostanza tossica a distanza di mesi è infatti un’operazione particolarmente complessa, proprio per la natura dei fenomeni biologici che si intendono individuare.

La scelta di rivolgersi al Robert Koch Institute nasce anche da questa esigenza. Gli esperti tedeschi dispongono di metodologie avanzate che possono consentire di cercare eventuali segnali di esposizione anche quando è trascorso molto tempo dall’episodio sospetto.

Il dato arrivato dalla Germania sembra inoltre muoversi nella stessa direzione degli accertamenti già condotti nei mesi scorsi dal Centro antiveleni di Pavia. Una convergenza che potrebbe contribuire a restringere il campo delle ipotesi sull’origine dei malori accusati da Di Vita.

La sua vicenda personale, del resto, era finita inevitabilmente dentro l’inchiesta proprio per quanto accaduto nelle ore drammatiche successive al Natale. Mentre le condizioni di Sara e della madre Antonella precipitavano rapidamente fino alla morte, anche Gianni Di Vita aveva accusato un malore, al punto da rendere necessario il ricovero allo Spallanzani di Roma.

La circostanza aveva aperto l’ipotesi che anche l’uomo potesse essere stato esposto alla stessa sostanza che, secondo gli elementi raccolti nell’indagine, avrebbe provocato la morte delle due donne. Ora i primi risultati degli esami berlinesi sembrano indebolire questa eventualità, pur lasciando agli investigatori il compito di valutare ogni elemento nel suo insieme.

Ed è proprio in questo scenario che assume particolare rilievo il confronto avvenuto oggi in Questura.

Più che una semplice tappa formale, il faccia a faccia tra Di Vita e la donna che gli investigatori hanno ascoltato potrebbe rappresentare un momento delicato dell’attività investigativa. Gli inquirenti stanno infatti ricostruendo rapporti, circostanze e avvenimenti che precedettero e seguirono la morte di Antonella e Sara, cercando di individuare eventuali contraddizioni o elementi ancora rimasti sullo sfondo.

Il fascicolo, dunque, continua a muoversi su due binari paralleli: da una parte la ricerca scientifica di una risposta, affidata anche a laboratori specializzati e a tecniche sofisticate; dall’altra l’attività investigativa tradizionale, fatta di testimonianze, verifiche, ricostruzioni e confronti.

Il risultato degli esami di Berlino aggiunge per ora un tassello, ma non consegna una soluzione. E il confronto in Questura racconta che l’indagine è tutt’altro che ferma.

Nel giallo di Pietracatella, la scienza sembra aver cancellato una possibile traccia. Gli investigatori, intanto, continuano a cercarne un’altra.

Oltre 40mila fulmini sulla Liguria, la tempesta manda in tilt i treni: colpita anche la stazione di Ventimiglia

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La Liguria sotto una vera e propria esplosione di fulmini. Oltre 40mila scariche elettriche sono state registrate nelle ultime ore sul territorio regionale, con più di 20mila concentrate nell’area di Genova. Una tempesta di eccezionale intensità che ha trasformato il maltempo in un problema concreto per la viabilità, la rete ferroviaria e diversi centri abitati.

Uno degli episodi più significativi si è verificato a Ventimiglia, dove un fulmine avrebbe colpito direttamente la sala di comando della stazione, provocando un blackout dei sistemi necessari alla gestione della circolazione ferroviaria. Lo scalo è rimasto di fatto paralizzato: nessun convoglio poteva muoversi regolarmente sui binari mentre i tecnici intervenivano per individuare il guasto e riportare progressivamente in funzione gli apparati.

Il primo intervento ha permesso almeno di far entrare in stazione un treno passeggeri che si trovava già nelle immediate vicinanze dello scalo e che era rimasto fermo proprio a causa del blocco. Ma la situazione della circolazione è rimasta fortemente compromessa e i tempi necessari per il completo ripristino non sono stati immediatamente definiti.

Una regione attraversata dalle scariche

Il dato che restituisce meglio la dimensione dell’evento è quello relativo ai fulmini: oltre 40mila scariche in Liguria, con più della metà concentrate nell’area genovese. Una quantità enorme, accompagnata da precipitazioni particolarmente intense e da fenomeni temporaleschi capaci di insistere sulle stesse zone per un periodo prolungato.

Il servizio meteorologico ha infatti segnalato la presenza sul capoluogo ligure di un temporale autorigenerante, una configurazione particolarmente insidiosa perché il sistema temporalesco tende a rinnovarsi continuamente, mantenendo per lungo tempo precipitazioni e attività elettrica sulla medesima area.

A monte di Genova gli accumuli pluviometrici hanno già superato i 60 millimetri, mentre nel Tigullio orientale la pioggia ha provocato ulteriori criticità.

E proprio nel Tigullio si è verificato un altro episodio legato alla straordinaria attività elettrica della perturbazione: un fulmine ha colpito un convoglio ferroviario fermo a Riva Trigoso.

Il Frecciabianca fermato dal fulmine

Il treno coinvolto è il Frecciabianca 8601, partito da Genova e diretto verso Roma. Il convoglio è rimasto fermo nella stazione di Riva Trigoso a causa di un guasto provocato dalla scarica elettrica.

Per consentire ai passeggeri di proseguire il viaggio è stato necessario trasferirli su un altro treno. Un’operazione che ha permesso di ridurre almeno in parte le conseguenze dello stop, ma che si è inserita in un quadro ferroviario già fortemente condizionato dal maltempo.

La circolazione era infatti rallentata fin dalla mattinata, dopo un guasto verificatosi intorno alle 9 sulla linea in corrispondenza di Genova Brignole.

Rfi ha comunicato che, a causa delle criticità, i treni Intercity e regionali possono accumulare ritardi anche fino a 80 minuti. Una conseguenza che interessa non soltanto i convogli direttamente coinvolti nei guasti, ma l’intera organizzazione del traffico ferroviario, inevitabilmente condizionata dagli interventi tecnici e dalla necessità di gestire la circolazione in condizioni di emergenza.

Chiavari sotto una cascata d’acqua

Alle scariche elettriche si aggiunge il peso delle precipitazioni. A Chiavari, nel Genovese, sono caduti 103 millimetri di pioggia in appena un’ora, una quantità sufficiente a provocare numerosi allagamenti.

Diversi sottopassi sono stati chiusi proprio per evitare situazioni di pericolo e consentire alle autorità di gestire le conseguenze dell’acqua caduta in un intervallo di tempo così breve.

Nonostante l’intensità delle precipitazioni, al momento non vengono segnalate situazioni di particolare emergenza. Un elemento importante, considerando la rapidità con cui il quadro meteorologico può cambiare durante episodi temporaleschi di questo tipo.

Anche il livello dell’Entella, inoltre, resta basso e il fiume sta assorbendo senza particolari difficoltà l’apporto delle precipitazioni.

Il fronte più delicato resta quello ferroviario

La tempesta ligure sta dunque lasciando una scia di disagi che corre lungo infrastrutture e territorio: una stazione praticamente paralizzata a Ventimiglia, un Frecciabianca fermato da un fulmine nel Tigullio, ritardi ferroviari che possono arrivare a 80 minuti, sottopassi allagati e precipitazioni che in alcune aree hanno raggiunto intensità notevoli.

È soprattutto la straordinaria concentrazione dell’attività elettrica a impressionare. Più di 40mila fulmini in poche ore raccontano la dimensione di una perturbazione che non si è limitata a portare pioggia e temporali, ma ha messo sotto pressione una parte significativa della rete infrastrutturale ligure.

A Ventimiglia, intanto, il lavoro dei tecnici prosegue per ripristinare i sistemi della sala di comando e consentire alla stazione di tornare alla normalità. La priorità è rimettere in sicurezza gli apparati e riattivare progressivamente la circolazione.

Il cielo, per ora, continua a essere il protagonista. E in Liguria, nelle ultime ore, lo ha fatto nel modo più spettacolare e più pericoloso possibile: con una tempesta di fulmini capace di trasformare in pochi istanti un normale viaggio in treno in una lunga attesa sui binari.