La guerra cambia ancora una volta terreno. Dopo le bombe, i missili e lo scontro sullo Stretto di Hormuz, Donald Trump annuncia quella che definisce una sorta di «D-Day economico» contro l’Iran. Non una nuova offensiva militare, almeno nelle parole della Casa Bianca, ma un tentativo di strangolamento finanziario destinato, nelle intenzioni del presidente americano, a trasformare l’isolamento di Teheran in una condizione permanente.
Il messaggio è arrivato attraverso Truth Social, il canale ormai abituale con cui Trump comunica alcune delle decisioni più dirompenti della sua amministrazione. Il presidente ha promesso «la più devastante operazione economica mai intrapresa contro qualsiasi Paese», parlando apertamente di «guerra economica» e di un isolamento «su una scala senza precedenti». Washington intende colpire non soltanto l’Iran, ma anche la rete internazionale che gli consente di mantenere aperti canali commerciali, finanziari ed energetici.
È qui che la nuova offensiva americana assume una dimensione potenzialmente globale. Nel mirino non ci sono soltanto le autorità iraniane, ma il sistema di società di facciata, intermediari, registri navali, trasferimenti di denaro, scambi valutari e traffici petroliferi attraverso cui Teheran continua a muovere risorse nonostante decenni di sanzioni. Trump ha inoltre avvertito i Paesi che dovessero offrire una «lifeline» all’Iran: anche loro, secondo il presidente americano, rischierebbero conseguenze economiche pesanti.
La parola decisiva, dunque, è isolamento. Washington punta a fare della pressione economica una seconda linea del conflitto, capace di raggiungere territori e soggetti che non partecipano direttamente alle operazioni militari. È la logica delle sanzioni secondarie portata alle estreme conseguenze: non basta più impedire all’Iran di commerciare con gli Stati Uniti, l’obiettivo è rendere costoso per chiunque continuare a commerciare con Teheran.
Teheran: «Un diversivo per la crisi americana»
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Teheran ha liquidato l’annuncio americano come una riedizione, in forma ancora più aggressiva, della politica di «massima pressione» già sperimentata da Washington e giudicata fallimentare. L’agenzia semiufficiale Tasnim ha definito enfatiche ed esagerate le parole di Trump, mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha scelto una formula destinata a trasformare lo scontro economico in una battaglia politica: il cosiddetto «Economic D-Day» sarebbe, a suo giudizio, un diversivo per distogliere l’attenzione dalla crisi interna degli Stati Uniti.
Araghchi ha indicato nel debito americano e nell’aumento dei costi degli interessi il vero problema che Washington, secondo la sua lettura, tenterebbe di occultare attraverso una nuova escalation contro Teheran. Il ministro iraniano ha inoltre sostenuto che l’inasprimento della pressione economica non produrrà la capitolazione dell’Iran, ma alimenterà ulteriore ostilità nei confronti degli Stati Uniti e rischierà di danneggiare l’economia mondiale.
Una replica che racconta bene la natura dello scontro. Per Washington, l’economia deve diventare l’arma capace di completare ciò che la pressione militare non ha ancora ottenuto. Per Teheran, invece, l’offensiva economica dimostrerebbe proprio l’incapacità americana di chiudere il conflitto attraverso la forza.
Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha insistito sulla stessa linea, sostenendo che Washington avrebbe fatto ricorso alla guerra economica dopo non aver raggiunto i propri obiettivi attraverso l’azione militare.
Il fronte militare resta aperto
Mentre la diplomazia continua a muoversi in uno spazio sempre più stretto, sul terreno il linguaggio rimane quello della deterrenza.
I Pasdaran hanno fatto sapere che, nel caso di una nuova fase del conflitto, l’Iran potrebbe ricorrere ad armi «più precise» e «più distruttive». È una minaccia che pesa soprattutto alla luce della situazione nello Stretto di Hormuz, uno dei principali punti di passaggio dell’energia mondiale e ormai diventato uno dei nodi strategici della guerra.
Il costo del conflitto per gli Stati Uniti, intanto, continua a crescere anche sul piano umano. Secondo i dati del Dipartimento della Difesa citati dalla Cnn, dall’inizio della guerra 18 militari americani sono morti e 757 sono rimasti feriti. Il numero comprende gli aggiornamenti più recenti della banca dati militare americana e supera quindi la soglia dei 750 feriti indicata nelle prime ricostruzioni.
Sono numeri che contribuiscono a spiegare perché il conflitto non sia più soltanto una questione di strategia militare. Ogni giorno di guerra produce infatti una conseguenza politica, finanziaria ed energetica che si propaga molto oltre i confini iraniani.
E il conto arriva sui mercati
La prima reazione è arrivata dal petrolio.
Il Brent, riferimento europeo del greggio, ha superato i 94 dollari al barile, mentre il Wti è salito oltre gli 87 dollari. Nel corso della seduta i rialzi hanno superato il 3 per cento per il Brent, mentre a New York il Wti si è mosso in forte accelerazione. Le quotazioni sono sostenute dal timore che il protrarsi della crisi possa compromettere ulteriormente i flussi energetici attraverso il Golfo.
Ma il vero campanello d’allarme per l’Europa arriva dal gas naturale. Le quotazioni sono tornate a sfiorare livelli record, oltre i 65 euro al megawattora. È il meccanismo ormai noto delle crisi energetiche: basta che aumenti il rischio percepito sulla disponibilità delle forniture perché il mercato incorpori immediatamente un premio geopolitico.
E questa volta il mercato non deve soltanto fare i conti con una guerra. Deve fare i conti con la possibilità che la guerra economica annunciata da Trump allarghi il perimetro dello scontro.
Borse europee sotto pressione, Milano in controtendenza
A metà seduta i principali listini europei si sono mossi in territorio negativo. Il Dax di Francoforte ha ceduto lo 0,51 per cento, il Ftse 100 di Londra lo 0,20 per cento e il Cac 40 di Parigi lo 0,28 per cento.
Milano ha invece resistito, con il Ftse Mib in rialzo dello 0,21 per cento, sostenuto soprattutto dai titoli legati all’energia. Un paradosso soltanto apparente: mentre la geopolitica aumenta il rischio per l’intero sistema economico, le società maggiormente esposte al comparto energetico possono beneficiare dell’aumento delle quotazioni.
A Piazza Affari Eni ha guidato i rialzi con un +1,92 per cento, seguita da Terna (+1,34%), Italgas (+1,30%), Saipem (+1,06%) e Snam (+1,01%). Positiva anche Lottomatica, salita dell’1,17 per cento.
Sul fronte bancario, nel giorno del consiglio di amministrazione, Mps ha guadagnato lo 0,61 per cento a 11,836 euro. Banca Generali, dopo aver aggiornato in apertura i propri massimi storici, è rimasta positiva dello 0,15 per cento a 67,45 euro. Bpm ha segnato +0,27 per cento, mentre Generali ha ceduto lo 0,21 per cento a 42,78 euro.
Acquisti anche su Intesa Sanpaolo, in rialzo dello 0,78 per cento, mentre Unipol ha perso il 2,08 per cento. Sullo sfondo resta la partita bancaria che coinvolge Mps e l’Opas annunciata da Intesa Sanpaolo con il sostegno di Unipol.
Numeri apparentemente lontani da Teheran, ma che raccontano la stessa storia: quando il rischio geopolitico sale, i mercati cercano rapidamente i vincitori e i perdenti della nuova configurazione.
Il vero campo di battaglia è Hormuz
La questione energetica resta però il punto più delicato. Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente una strettoia geografica: è una delle arterie fondamentali del commercio mondiale del petrolio. Qualunque ostacolo stabile al traffico attraverso quel passaggio rischia di trasformare una crisi regionale in uno shock globale.
Proprio per questo assume particolare rilievo la notizia, riportata da Axios e ripresa da RaiNews, secondo cui le forze statunitensi avrebbero predisposto un corridoio di transito attraverso la parte meridionale dello stretto, lungo la costa dell’Oman, consentendo il passaggio di petroliere e contribuendo a mantenere una parte dei flussi energetici internazionali. Secondo le ricostruzioni citate, attraverso questo canale transiterebbero circa 10 milioni di barili al giorno, circa la metà dei volumi precedenti al conflitto.
È una fotografia significativa della fase attuale: da una parte Washington promette di chiudere economicamente ogni spazio all’Iran, dall’altra deve garantire che la guerra non interrompa completamente il flusso di energia indispensabile all’economia mondiale.
La guerra che nessuno può più considerare regionale
È questo il punto sul quale si concentra oggi l’attenzione dei mercati e delle cancellerie.
Il conflitto Iran-Usa-Israele non può più essere osservato come una crisi confinata al Medio Oriente. Il petrolio arriva a New York, il gas arriva sulle borse europee, le sanzioni raggiungono banche e imprese di Paesi terzi, le rotte commerciali vengono ridisegnate, gli investitori modificano le proprie strategie e ogni nuova dichiarazione politica diventa immediatamente una variabile finanziaria.
Trump ha scelto una formula volutamente bellica, «D-Day economico». Non è soltanto una metafora. Significa trasformare la pressione economica in una nuova fase della guerra, con l’ambizione di colpire Teheran senza necessariamente aprire un altro fronte militare.
Il problema è che le economie contemporanee sono interconnesse. Colpire l’Iran significa inevitabilmente coinvolgere chi commercia con l’Iran, chi trasporta il suo petrolio, chi assicura le navi, chi gestisce i pagamenti e chi dipende dall’energia che attraversa le rotte del Golfo.
E così la guerra rischia di assumere una forma ancora più insidiosa. Non soltanto missili e droni, ma prezzi, assicurazioni, banche, noli marittimi, petrolio e gas.
La domanda, a questo punto, non è soltanto se l’Iran riuscirà a resistere alla nuova offensiva economica americana. È quanto a lungo il resto del mondo riuscirà a restare fuori dal conto.
Perché il «D-Day economico» annunciato da Trump potrebbe avere un bersaglio preciso, Teheran, ma le sue onde d’urto hanno già cominciato a viaggiare molto più lontano: dai terminal petroliferi del Golfo alle sale operative di Londra, Francoforte, Parigi e Milano.
E quando il petrolio supera i 94 dollari e il gas europeo torna sopra i 65 euro al megawattora, la guerra ha già smesso di essere soltanto una notizia estera. È diventata una variabile dell’economia quotidiana.