29 Ottobre 2026, giovedì
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Femminicidio Terrin, il caso che interroga lo Stato: cosa non ha funzionato?

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La donna è stata uccisa dal compagno, un uomo che, secondo quanto emerso, era già stato denunciato più volte, dalla stessa Terrin e in precedenza anche da altre ex compagne. Un elemento che rende ancora più urgente ricostruire la sequenza degli interventi, delle segnalazioni e delle decisioni assunte prima che la violenza arrivasse al suo esito più drammatico.

A sollevare pubblicamente il problema è stato il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni. Insieme al ministro Carlo Nordio, ha annunciato la valutazione dell’invio di ispettori del ministero della Giustizia alla Procura di Venezia, con l’obiettivo di verificare «cosa non abbia funzionato». Una presa di posizione netta, accompagnata da una definizione altrettanto pesante: il femminicidio di Tania Terrin, ha detto Balboni, rappresenta «una sconfitta per lo Stato».

Il punto non è soltanto individuare le responsabilità

L’eventuale ispezione ministeriale dovrà necessariamente distinguere tra responsabilità individuali, procedure applicate e possibili falle del sistema. Perché nei casi di violenza contro le donne il tempo è spesso una variabile decisiva: una denuncia, una segnalazione, una misura cautelare o un provvedimento di protezione possono rappresentare una barriera tra una situazione di pericolo e una tragedia.

Per questo, più che una semplice caccia al colpevole, l’obiettivo dovrebbe essere quello di ricostruire l’intera catena decisionale: quali informazioni erano disponibili, chi ne era a conoscenza, quali strumenti erano stati attivati e se il livello di rischio fosse stato valutato correttamente.

Il caso Terrin ha così riacceso anche il confronto politico. Le senatrici del Partito democratico hanno annunciato un’interrogazione parlamentare, mentre nel paese della vittima, non lontano dai luoghi legati alla vicenda di Giulia Cecchettin, è stata annunciata per giovedì sera la manifestazione “Facciamo rumore”, dedicata alle donne uccise e a tutte quelle che non ci sono più.

Una scia di sangue che non si ferma

La vicenda di Tania Terrin arriva peraltro al termine di giorni segnati da una sequenza impressionante di delitti contro le donne. Sono sei i femminicidi registrati dall’inizio di Ferragosto, una successione di tragedie che restituisce ancora una volta la dimensione drammatica della violenza di genere.

Tra i casi più recenti ci sono quelli avvenuti nel Cosentino, con due donne uccise in circostanze diverse ma accomunate dalla brutalità della violenza.

A Corigliano-Rossano è stata uccisa Carmela Bifano, 72 anni. La donna è stata trovata senza vita in un fondo agricolo nella zona di Villaggio Frassa, con profonde lesioni alla testa che potrebbero essere state provocate da una pietra.

Per il delitto è stato sottoposto a fermo il marito, Pietro Scintu, 80 anni, originario della Sardegna. Era stato proprio lui a dare l’allarme, riferendo di avere trovato la moglie a terra e raccontando agli investigatori di aver visto due uomini allontanarsi.

La ricostruzione iniziale, tuttavia, non ha convinto gli investigatori. Dopo i primi accertamenti, l’uomo è stato accompagnato negli uffici della Polizia e interrogato a lungo. Al termine è scattato il provvedimento di fermo disposto dalla Procura di Castrovillari. Sul luogo del delitto, intanto, la Polizia scientifica ha effettuato per ore i rilievi necessari a ricostruire la dinamica dell’accaduto.

La fuga verso l’Albania e il fermo a Bari

Sempre nel Cosentino si è consumata la tragedia di Ornella Forastefano, 46 anni, morta dopo essere stata lasciata agonizzante davanti all’ospedale di Trebisacce la mattina del 16 agosto.

La donna presentava profonde ferite e traumi su tutto il corpo. Per il delitto è stato fermato il compagno, Elvis Metvelaj, 42 anni, di nazionalità albanese, bloccato alcune ore dopo nel porto di Bari mentre, secondo l’accusa, tentava di imbarcarsi per rientrare in Albania.

Davanti al gip di Bari l’uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il fermo è stato successivamente convalidato ed è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Il giudice, contestualmente, si è dichiarato incompetente e ha trasmesso gli atti alla Procura di Castrovillari, titolare dell’inchiesta.

E a Cattolica la paura di un’altra tragedia

Nelle stesse ore, a Cattolica, nel Riminese, un altro episodio ha fatto temere il peggio. Un uomo, dopo un litigio con la moglie, si è lanciato con l’auto nel porto canale mentre la donna si trovava a bordo.

La situazione è precipitata in pochi istanti. Poi il bagagliaio si è aperto e i due sono riusciti a riemergere, anche grazie all’intervento di alcune persone che si sono gettate in acqua per soccorrerli.

Mentre i sanitari prestavano le prime cure alla coppia, l’uomo, una volta ripresosi, è fuggito tra gli scogli facendo perdere le proprie tracce.

La domanda che resta sul tavolo

Sono episodi diversi per dinamica, contesto e gravità, ma compongono uno stesso quadro di allarme. E il caso Terrin aggiunge alla conta delle vittime una questione che va oltre il singolo procedimento giudiziario: quanto è efficace il sistema quando una donna segnala di essere in pericolo?

L’eventuale arrivo degli ispettori ministeriali a Venezia servirà proprio a verificare questo. Non sarà sufficiente stabilire ciò che è accaduto dopo il delitto. La vera verifica dovrà concentrarsi su ciò che era già noto prima, sulle informazioni disponibili e sulle possibilità concrete di intervenire.

Perché quando una donna denuncia, la risposta dello Stato non può essere misurata soltanto dalla capacità di perseguire chi ha commesso un delitto. Deve essere valutata anche dalla capacità di prevedere il pericolo, proteggere la vittima e interrompere la spirale della violenza prima che sia troppo tardi.

Ed è questa, dopo la morte di Tania Terrin, la domanda alla quale le istituzioni sono chiamate a dare una risposta.

Elicottero precipita in Kenya, tra le vittime anche un italiano: morto Michele Sensi-Contugi

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Un viaggio in Kenya si è trasformato in una tragedia. Un elicottero turistico è precipitato in una zona impervia ai piedi del monte Ololokwe, provocando la morte di tutte le persone a bordo. Tra le vittime c’è anche Michele Sensi-Contugi, 44 anni, cittadino italo-ecuadoriano e direttore generale del Centro per l’intelligence strategica dell’Ecuador.

La notizia, diffusa dai media ecuadoriani, ha trovato conferma sul fronte italiano: la Farnesina ha fatto sapere che Sensi-Contugi era in possesso della cittadinanza italiana e che l’ambasciata d’Italia in Kenya si è immediatamente attivata per prestare assistenza sul posto.

Chi era Michele Sensi-Contugi

Originario di una famiglia toscana, Sensi-Contugi aveva costruito una carriera articolata tra attività imprenditoriale, mondo politico e apparati istituzionali. Il suo incarico alla guida del Centro per l’intelligence strategica lo aveva portato a ricoprire un ruolo particolarmente delicato nell’amministrazione ecuadoriana.

Era inoltre considerato una figura vicina al presidente dell’Ecuador Daniel Noboa, del quale era descritto come amico e confidente. Un rapporto che aveva contribuito a renderlo una presenza significativa negli ambienti più ristretti del potere politico di Quito.

Sensi-Contugi viaggiava insieme alla moglie, Stephany Hollihan, stilista di Guayaquil e fondatrice di Sensi Studio.

Lo schianto ai piedi del monte Ololokwe

L’incidente è avvenuto in un’area remota del Kenya, caratterizzata da un territorio particolarmente impervio. A bordo dell’elicottero si trovavano sei passeggeri e il pilota.

Oltre a Sensi-Contugi, le vittime sono state identificate come Josh Outram, pilota del velivolo, e i passeggeri Roger Duarte, Adam Navaty, Stephen Vasconquez ed Henry Parra.

Le circostanze esatte che hanno provocato la caduta sono al centro degli accertamenti. L’area dello schianto, ai piedi del monte Ololokwe, ha reso particolarmente complesse le operazioni successive all’incidente.

Il pilota e l’esperienza nei cieli africani

Alla guida dell’elicottero c’era Josh Outram, pilota con oltre 15 anni di esperienza di volo e una profonda conoscenza dei territori dell’Africa orientale.

Outram aveva fondato una società specializzata nei collegamenti in elicottero, con l’obiettivo di consentire ai visitatori di raggiungere alcune delle aree più remote e spettacolari della regione. La compagnia svolgeva anche attività di supporto aereo per la Loisaba Conservancy e per altre riserve naturali, collaborando al monitoraggio della fauna selvatica, al trasferimento degli animali e alle operazioni veterinarie che prevedono la sedazione.

Un’attività che rendeva il pilota particolarmente esperto nel volo in contesti naturali complessi, ma che non ha impedito alla tragedia di consumarsi in una delle zone più selvagge del Kenya.

L’intervento dell’Italia

La morte di Sensi-Contugi assume una particolare rilevanza anche per l’Italia, considerata la sua doppia cittadinanza e il ruolo istituzionale ricoperto in Ecuador. L’ambasciata italiana in Kenya si è attivata per seguire da vicino la vicenda e fornire assistenza in loco.

Restano ora da chiarire la dinamica dell’incidente e le cause che hanno portato l’elicottero a precipitare. Gli accertamenti dovranno ricostruire gli ultimi istanti del volo e stabilire se all’origine dello schianto vi siano state condizioni meteorologiche, problemi tecnici o altri fattori.

Una tragedia che spezza, in pochi istanti, la vita di sette persone e che porta con sé anche una vicenda internazionale: quella di un uomo con radici italiane, una carriera ai vertici dell’apparato strategico ecuadoriano e un rapporto diretto con il presidente Noboa, morto durante un viaggio dall’altra parte del mondo.

Salento, tragedia nelle campagne: 72enne sbranato da due rottweiler

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Una mattina iniziata come tante, tra le campagne del Salento, si è trasformata in una tragedia. Giuseppe Pampo, 72 anni, di Leverano, è morto dopo essere stato aggredito da due rottweiler mentre si trovava nel proprio terreno agricolo, in località Salmenta, al confine tra Nardò e Porto Cesareo.

L’uomo, agricoltore in pensione, era uscito di casa intorno alle 5.30. Aveva raggiunto la campagna per raccogliere della frutta, in particolare i fichi. È probabilmente poco dopo il suo arrivo che i due cani lo hanno aggredito, provocandogli ferite risultate fatali.

A scoprire quanto accaduto sono stati i familiari. Non vedendolo rientrare per l’ora di pranzo e preoccupati per il suo mancato ritorno, il figlio e il nipote hanno deciso di raggiungerlo. Una volta arrivati nel terreno, si sono trovati davanti a una scena drammatica: l’anziano era ormai privo di vita e i due rottweiler si trovavano ancora vicino al suo corpo.

I familiari hanno tentato di allontanare gli animali e di prestare soccorso all’uomo, correndo a loro volta il rischio di essere aggrediti. Una situazione di estrema pericolosità, resa ancora più difficile dall’isolamento della zona.

Il terreno, infatti, si trova in un’area rurale lontana dalle abitazioni. Le eventuali richieste di aiuto dell’uomo non sarebbero state udite da nessuno e l’aggressione potrebbe essersi consumata senza che vi fossero testimoni.

Quando i carabinieri sono arrivati sul posto, dei due cani non c’era più traccia: gli animali si erano già allontanati. Non è ancora chiaro da dove siano arrivati né se siano riusciti a fuggire da una proprietà della zona. Saranno gli accertamenti dei militari della stazione di Nardò a ricostruire la dinamica dell’accaduto e a individuare, se possibile, il proprietario dei rottweiler.

La salma di Giuseppe Pampo è stata messa a disposizione dell’autorità giudiziaria. Gli investigatori dovranno ora chiarire ogni elemento della vicenda, dalla provenienza degli animali alle circostanze precise dell’aggressione.

Resta intanto lo sgomento per una morte avvenuta nel silenzio delle campagne, dove quella che avrebbe dovuto essere una normale mattinata dedicata alla raccolta della frutta si è trasformata in un dramma senza scampo.

Nato: «Pronti a reagire»

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La crisi tra Stati Uniti e Iran torna a proiettare la sua ombra ben oltre il Medio Oriente. Dopo l’ennesimo confronto sullo Stretto di Hormuz, Teheran avrebbe preso in considerazione l’ipotesi di colpire obiettivi militari americani in Europa nel caso in cui il presidente Donald Trump decidesse di imprimere una nuova accelerazione all’offensiva.

A riferirlo è il Financial Times, che cita fonti vicine al governo iraniano. Secondo il quotidiano britannico, tra le possibilità esaminate da Teheran figurerebbero strutture e asset statunitensi nel Sud-Est europeo, con particolare attenzione a Bulgaria e Cipro. L’eventualità segnerebbe un salto di qualità nella crisi: il confronto non sarebbe più confinato al Golfo e alle aree direttamente coinvolte nel conflitto, ma potrebbe raggiungere il territorio europeo.

La risposta della Nato

Di fronte alle indiscrezioni, la Nato sceglie una linea netta. Un funzionario dell’Alleanza ha fatto sapere che l’organizzazione è pronta a «rispondere a qualsiasi minaccia» e ad adottare tutte le misure necessarie per difendere i propri membri.

Non è soltanto una dichiarazione politica. La Nato richiama infatti quanto accaduto nei mesi scorsi, quando le sue difese aeree hanno intercettato in quattro diverse occasioni missili balistici lanciati dall’Iran e diretti verso la Turchia. Un precedente che, secondo l’Alleanza, dimostra la solidità della propria capacità di deterrenza e della rete difensiva a protezione degli alleati.

Hormuz resta il punto di pressione

Al centro della nuova escalation rimane lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi strategici per il traffico energetico mondiale. Teheran ha minacciato di assumere una postura «pienamente offensiva» qualora fallissero i tentativi diplomatici e ha lasciato intendere di essere pronta a utilizzare la forza per contrastare il blocco navale statunitense.

Il rischio, dunque, è quello di una progressiva dilatazione del teatro di crisi. Secondo il Financial Times, le valutazioni iraniane non riguarderebbero soltanto installazioni militari: Teheran starebbe esaminando anche la possibilità di colpire infrastrutture sottomarine di comunicazione nello Stretto di Hormuz, aprendo un ulteriore fronte, quello della guerra alle infrastrutture strategiche.

Dalla deterrenza alla prova dell’Alleanza

È proprio questo lo scenario che preoccupa maggiormente la Nato. Un eventuale attacco iraniano contro un obiettivo americano situato in un Paese membro non sarebbe infatti un episodio isolato, ma potrebbe trasformarsi rapidamente in una questione di sicurezza collettiva.

Per questo il messaggio dell’Alleanza punta soprattutto sulla deterrenza: mostrare a Teheran che l’allargamento del conflitto avrebbe conseguenze molto più ampie di quelle immaginate. La Nato evita di anticipare quali sarebbero le eventuali contromisure, ma ribadisce di essere pronta ad agire per difendere tutti gli alleati.

La partita diplomatica, intanto, appare sempre più fragile. Le tensioni sullo Stretto di Hormuz si sommano alla crescente pressione militare e alle difficoltà nel rilanciare il dialogo tra Washington e Teheran. In questo quadro, l’Europa rischia di trasformarsi da spettatore della crisi a possibile nuovo terreno dello scontro.

Ed è proprio qui che la frase della Nato assume il suo peso maggiore: «Pronti a reagire» non è soltanto un messaggio rivolto all’Iran, ma un avvertimento sulla soglia oltre la quale la crisi potrebbe cambiare definitivamente dimensione.

Il giallo di Pietracatella, la pista della ricina si restringe: Gianni e Alice Di Vita “negativi”

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Arriva da Berlino un nuovo tassello nel complesso mosaico dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, il caso che da mesi tiene accesi i riflettori sul piccolo centro del Campobassano. Gli esami eseguiti dal Robert Koch Institute sui campioni di sangue di Gianni e Alice Di Vita hanno dato un esito netto: nei due non è stata rilevata alcuna evidenza di esposizione alla ricina.

I prelievi erano stati effettuati lo scorso 1° luglio, nell’ambito degli accertamenti disposti dalla procura di Larino. I campioni erano stati quindi inviati in Germania, a uno dei centri di riferimento internazionali per lo studio e l’identificazione delle sostanze tossiche.

Il risultato, secondo quanto appreso dall’ANSA da fonti qualificate, rafforza dunque un quadro investigativo già emerso nei mesi scorsi: Gianni e Alice Di Vita non sarebbero mai entrati in contatto con la ricina.

La conferma arrivata dalla Germania

L’esito degli esami tedeschi assume un peso particolare proprio per la sensibilità delle metodiche utilizzate. Il coinvolgimento del Robert Koch Institute era stato deciso dalla procura anche per la possibilità di ricercare eventuali tracce riconducibili all’esposizione alla ricina a distanza di tempo dall’evento.

Gli accertamenti erano finalizzati, in particolare, a verificare la possibile presenza di anticorpi indicativi di una precedente esposizione alla sostanza. Il responso è stato negativo.

Una conclusione che non arriva, però, come un fulmine a ciel sereno. Le analisi effettuate dal Centro antiveleni di Pavia avevano già fornito indicazioni nella stessa direzione. Il passaggio tedesco rappresentava quindi un ulteriore livello di verifica, affidato a tecniche diagnostiche particolarmente avanzate.

Un risultato che non chiude il giallo

Se da un lato gli esami contribuiscono a escludere l’esposizione alla ricina per Gianni e Alice Di Vita, dall’altro non risolvono il nodo centrale dell’inchiesta: come sia avvenuto l’avvelenamento che ha provocato la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara e, soprattutto, in quali circostanze le due siano entrate in contatto con la sostanza.

È proprio su questo terreno che continuano a muoversi gli investigatori e la procura di Larino. Ogni risultato analitico diventa così un tassello utile a restringere il campo delle ipotesi, ma non necessariamente a indicare, da solo, una spiegazione definitiva.

Alice Di Vita nuovamente ascoltata

Nel frattempo, l’attività investigativa prosegue anche sul piano testimoniale. La procuratrice Elvira Antonelli ha nuovamente sentito Alice Di Vita, secondo quanto riferito da fonti qualificate all’ANSA.

Il nuovo ascolto si inserisce in un’inchiesta nella quale gli accertamenti scientifici e le testimonianze procedono parallelamente. Il dato emerso da Berlino, in questo senso, offre agli inquirenti un elemento ulteriore da incrociare con gli altri risultati raccolti nel corso dei mesi.

Il giallo di Pietracatella resta dunque aperto. Ma, con il responso del Robert Koch Institute, una certezza in più sembra ormai acquisita: per Gianni e Alice Di Vita non vi sarebbe stata esposizione alla ricina. Un punto fermo che restringe il perimetro dell’indagine, mentre la procura continua a cercare le risposte attorno alle due morti che hanno sconvolto la comunità molisana.

Unitree, esordio da record in Borsa: il titolo vola del 629% a Shanghai

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È un debutto destinato a entrare nella storia della Borsa di Shanghai quello di Unitree Robotics, azienda cinese specializzata nella produzione di robot umanoidi e con sede a Hangzhou. Al primo giorno di contrattazioni sullo Star Market, il listino dedicato alle società tecnologiche emergenti, il titolo è arrivato a guadagnare il 629% rispetto al prezzo di Ipo, toccando quota 1.100 yuan per azione.

Un rally che ha spinto la capitalizzazione di mercato della società fino a circa 445 miliardi di yuan, equivalenti a quasi 66 miliardi di dollari. Numeri che restituiscono immediatamente la portata dell’operazione e soprattutto l’entusiasmo degli investitori nei confronti di un settore considerato strategico per il futuro dell’industria.

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, Unitree è oggi il principale produttore mondiale di robot umanoidi per fatturato e rappresenta la prima società cinese attiva nella robotica general-purpose a quotarsi nella Cina continentale. Un primato che assume un significato particolare in un Paese impegnato a conquistare una posizione dominante nella corsa globale all’automazione intelligente.

Una domanda da record

A rendere ancora più clamoroso il debutto è stata la risposta degli investitori alla fase di Ipo. Le richieste provenienti dagli investitori retail hanno superato di oltre 8mila volte l’offerta disponibile, stabilendo un nuovo record per lo Star Market di Shanghai.

La quotazione, dunque, non è soltanto la celebrazione del successo di una singola azienda. È anche un termometro delle aspettative che circondano la robotica cinese, considerata uno dei comparti destinati a trasformare fabbriche, logistica e servizi nei prossimi anni.

Dai robot che corrono a quelli che lavorano

Unitree ha conquistato notorietà internazionale anche grazie alle spettacolari dimostrazioni delle proprie macchine. I suoi robot umanoidi sono stati mostrati mentre corrono, ballano ed eseguono movimenti di arti marziali, immagini che hanno contribuito a rendere immediatamente visibile al grande pubblico il livello raggiunto dalla tecnologia.

Ma dietro le esibizioni c’è una traiettoria industriale molto più concreta. I robot stanno progressivamente entrando in contesti produttivi e possono essere impiegati per attività ripetitive, gravose o potenzialmente rischiose per gli operatori umani. È proprio il passaggio dalla dimostrazione tecnologica all’applicazione commerciale a rappresentare la vera sfida per Unitree e, più in generale, per l’intero settore.

La scommessa cinese sugli umanoidi

Il successo in Borsa evidenzia così una doppia scommessa: da una parte quella di Unitree sulla possibilità di trasformare i robot umanoidi in prodotti industriali su larga scala; dall’altra quella degli investitori sulla capacità della Cina di costruire una filiera competitiva in un comparto ad altissimo contenuto tecnologico.

La valutazione raggiunta al debutto riflette aspettative molto elevate. Per Unitree, dopo il trionfo in Borsa, arriva però la parte più difficile: dimostrare che l’entusiasmo del mercato può tradursi in ricavi, applicazioni concrete e crescita sostenibile.

Il +629% del primo giorno è un titolo di apertura spettacolare. La vera partita, per Unitree, comincia adesso.

Vergarolla, la strage senza colpevoli: quando una festa dello sport diventò una ferita della memoria italiana

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Ci sono stragi che entrano immediatamente nella memoria di una nazione e altre che, pur avendo lasciato centinaia di vittime, restano confinate ai margini della storia pubblica. Vergarolla appartiene alla seconda categoria.

È il 18 agosto 1946. La guerra è finita da poco più di un anno, ma a Pola la pace è ancora lontana. La città istriana è formalmente sotto amministrazione alleata, mentre il suo destino è sospeso nella contesa tra Italia e Jugoslavia. La comunità italiana vive in un clima di crescente incertezza, alla vigilia di un esodo che negli anni successivi avrebbe svuotato gran parte dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia italiana.

Quel giorno, sulla spiaggia di Vergarolla, centinaia di persone si sono riunite per assistere alla Coppa Scarioni, tradizionale manifestazione natatoria organizzata dalla società sportiva Pietas Julia. È una giornata di sport, ma anche qualcosa di più: per gli italiani di Pola, quella manifestazione rappresenta una dichiarazione di appartenenza, un momento collettivo di identità in una città il cui futuro appare ormai segnato.

Tra gli spettatori ci sono moltissimi bambini.

Poi, alle 14.15, l’inferno.

Nove tonnellate di esplosivo sulla spiaggia

Ai margini dell’arenile sono stati accatastati residuati bellici. La ricostruzione più conosciuta parla di 28 mine antisbarco, per un quantitativo complessivo di esplosivo stimato in circa nove tonnellate.

La documentazione dell’inchiesta britannica, tuttavia, restituisce un quadro più articolato: tra gli ordigni vi sarebbero state anche bombe antisommergibile, testate di siluro, cariche di tritolo e fumogeni.

Una cosa, però, sembrava certa: quegli ordigni erano considerati inerti. Gli inneschi erano stati rimossi e il materiale era stato più volte controllato.

Alle 14.15 qualcosa cambia.

Una detonazione potentissima scuote Vergarolla. Il boato viene udito in tutta Pola. Una gigantesca nube di fumo si solleva dalla spiaggia. La deflagrazione investe la folla, scaraventa detriti ovunque e provoca anche il crollo di una parte dell’edificio della Pietas Julia.

In pochi istanti una festa dello sport si trasforma in una carneficina.

Il problema, ancora oggi, è che non esiste un numero unanimemente accettato delle vittime.

65 morti ufficiali, oltre cento secondo le ricostruzioni documentarie

Per molto tempo il bilancio è stato fissato in 64 o 65 morti. Ma la violenza dell’esplosione fu tale che numerosi corpi vennero dilaniati e risultarono difficilmente identificabili.

Incrociando documenti della polizia, atti della corte militare alleata, registri cimiteriali e dati anagrafici di Pola, alcune ricostruzioni hanno ricondotto i resti recuperati a un numero compreso tra 109 e 116 cadaveri.

A questi si aggiungono 211 feriti e cinque persone ufficialmente disperse.

Un dato rende ancora più drammatica la fotografia di quella giornata: quasi un terzo delle vittime aveva meno di 18 anni.

Non è dunque soltanto il numero dei morti a rendere Vergarolla una tragedia eccezionale. È la composizione di quella folla: famiglie, ragazzi, bambini, persone che erano andate sulla spiaggia per assistere a una gara e che si ritrovarono improvvisamente dentro una scena di guerra.

Una guerra che, almeno formalmente, era già finita.

Il medico che perse i figli e continuò a operare

Tra le figure simbolo di Vergarolla c’è il medico Geppino Micheletti.

Quel giorno Micheletti perse i figli Carlo e Renzo, oltre al fratello e alla cognata. Eppure rimase in ospedale.

Per ore continuò a curare e operare i feriti, mentre nella struttura arrivavano senza sosta persone mutilate, ustionate e gravemente traumatizzate.

La sua attività proseguì per circa 24 ore.

La tragedia personale e il dovere professionale finirono per sovrapporsi in una delle testimonianze più dolorose della strage: Micheletti aveva appena perso la propria famiglia, ma continuò a salvare quella degli altri.

Nel 2017 gli è stata conferita alla memoria la Medaglia d’oro al merito della sanità pubblica.

Incidente o attentato?

È questa la domanda centrale.

Nelle prime ore dopo l’esplosione si ipotizzò un incidente. Ma l’inchiesta avviata dalle autorità britanniche mise in discussione questa spiegazione.

Gli ordigni, secondo gli elementi raccolti, erano stati messi in sicurezza e controllati più volte. L’ufficiale britannico Klatowsky dichiarò di averli ispezionati in tre occasioni, l’ultima il 27 luglio, e di averli considerati non suscettibili di esplodere accidentalmente.

Poi arrivarono le testimonianze di alcuni presenti, che riferirono di aver udito un piccolo scoppio e di aver visto fumo dirigersi verso gli ordigni immediatamente prima della gigantesca deflagrazione.

La conclusione dell’indagine militare britannica fu quindi netta su un punto fondamentale: non si era trattato di una semplice fatalità. Le mine e gli altri residuati erano stati fatti esplodere deliberatamente da una o più persone rimaste sconosciute.

Ed è proprio qui che la storia di Vergarolla si trasforma in un mistero giudiziario.

Perché se non fu un incidente, chi fece esplodere gli ordigni?

E soprattutto: perché nessuno fu mai processato?

L’inchiesta che non arrivò ai mandanti

La Polizia Civile condusse accertamenti e vi furono anche arresti. Ma le persone fermate furono successivamente rilasciate e, dopo circa tre settimane, la vicenda giudiziaria si chiuse senza individuare responsabili.

È questo uno degli aspetti più controversi della storia di Vergarolla.

Non soltanto non vennero identificati gli esecutori. Non si arrivò neppure a un vero processo capace di mettere alla prova le diverse ipotesi investigative.

E soprattutto rimase sostanzialmente irrisolta la questione del movente.

Se l’esplosione era stata provocata intenzionalmente, non bastava stabilire che qualcuno aveva agito. Occorreva capire perché.

La pista jugoslava e quella italiana

Nel corso dei decenni l’ipotesi più discussa ha indicato negli apparati di sicurezza jugoslavi, e in particolare nell’OZNA, i possibili responsabili dell’attentato.

Secondo questa ricostruzione, Vergarolla avrebbe avuto una precisa funzione politica: terrorizzare la popolazione italiana di Pola e accelerarne l’allontanamento dalla città.

Il contesto rende l’ipotesi particolarmente delicata. Nel 1946 Pola è una città contesa, attraversata da fortissime tensioni nazionali e politiche. Il futuro confine tra Italia e Jugoslavia è ancora oggetto di negoziati e la popolazione italiana vive una condizione di crescente precarietà.

Alcuni documenti emersi negli archivi italiani e britannici negli anni successivi hanno alimentato la pista jugoslava, arrivando anche a indicare un presunto esecutore. Ma la loro interpretazione e attendibilità sono state discusse dagli storici e, soprattutto, nessuna di queste ricostruzioni ha prodotto una verità giudiziaria definitiva.

Esiste, infatti, anche una pista radicalmente diversa.

Secondo un’altra ipotesi, la strage sarebbe stata organizzata da ambienti nazionalisti italiani con l’obiettivo di provocare una reazione internazionale contro la Jugoslavia e rafforzare la posizione di chi voleva mantenere Pola sotto sovranità italiana.

Anche questa ricostruzione, tuttavia, non è mai stata dimostrata in tribunale.

Il punto fermo della ricerca storica rimane dunque uno solo: l’inchiesta britannica escluse la fatalità e ritenne deliberata l’esplosione, ma non riuscì a stabilire chi l’avesse ordinata e chi l’avesse materialmente eseguita.

La strage rimossa

Forse è proprio questa assenza di una verità giudiziaria ad aver contribuito alla lunga marginalizzazione di Vergarolla.

Ma sarebbe riduttivo spiegare il silenzio soltanto con l’assenza di colpevoli.

La strage avvenne nel momento più drammatico della storia del confine orientale: appena terminata la guerra, mentre Pola era ancora contesa, nel pieno delle tensioni tra italiani e jugoslavi e mentre le violenze, le foibe e l’esodo stavano già ridisegnando la geografia umana dell’Adriatico orientale.

Raccontare Vergarolla significava necessariamente confrontarsi con quella storia.

Per decenni il ricordo rimase soprattutto nelle mani degli esuli, delle associazioni e della comunità italiana di Pola. Nel resto d’Italia, invece, la strage rimase pressoché sconosciuta al grande pubblico.

Anche per questo il monumento inaugurato a Trieste nel 2011 ha assunto un significato particolare: restituire un nome e un volto alle vittime.

I 64 nomi della memoria

Sul monumento sono riportati i nomi delle vittime identificate:

  1. Leon Bruno Balducci, 25 anni
  2. Amalia Berdini, 34
  3. Emilio Berdini, 36
  4. Luciana Berdini, 5
  5. Valeria Borri, 50
  6. Alberto Brandis, 3
  7. Ferruccio Brandis, 34
  8. Salvatore Bressan, 27
  9. Francesca Bronzin, 41
  10. Paolo Cherpan, 24
  11. Emma Contus, 50
  12. Adelina Crosilla, 24
  13. Gigliana De Toffoli, 23
  14. Caterina Deboni, 31
  15. Maria Deboni, 37
  16. Ida Demarin, 27
  17. Norina Dinelli, 6
  18. Olao Dinelli, 37
  19. Otello Dinelli, 24
  20. Stefania Faraguna, 31
  21. Jolanda Gilve, 28
  22. Nadia Giurina, 11
  23. Amalia Hegedich, 36
  24. Rosina Luchez, 19
  25. Giovanna Mancini, 60
  26. Silvana Marchi, 5
  27. Caterina Maresi, 37
  28. Franco Maresi, 8
  29. Graziella Maresi, 5
  30. Marina Maresi, 3
  31. Liliana Marini, 23
  32. Camilla Marra, 30
  33. Argia Martin, 42
  34. Nicolo Martin, 10
  35. Alberto Micheletti, 37
  36. Carlo Micheletti, 9
  37. Enzo Micheletti, 4
  38. Ornella Mihalievich, 32
  39. Palmira Mingaroni, 50
  40. Riccardo Mingaroni, 49
  41. Vitaliano Muggia, 14
  42. Maria Luisa Niccoli, 12
  43. Maria Novak, 48
  44. Anita Quarantotto, 37
  45. Aurelio Ricato, 10
  46. Gianna Rocco, 5
  47. Licia Rocco, 8
  48. Mario Rocco, 36
  49. Gianfranco Roici, 12
  50. Lucio Roici, 15
  51. Francesco Sabatti, 35
  52. Fulvio Saccon, 3
  53. Riccardo Saccon, 50
  54. Trifone Saccon, 42
  55. Alberto Sponza, 55
  56. Carlo Succi, 6
  57. Francesco Toniolo, 45
  58. Vilma Vichi, 23
  59. Giovanna Vidulich, 72
  60. Sergio Vivoda, 8
  61. Alfredo Volchieri, 28
  62. Jolanda Volchieri, 34
  63. Francesco Zaversnich, 30
  64. Edmondo Zelesco, 6

Sono nomi che raccontano da soli la dimensione della tragedia: intere famiglie, bambini di tre, quattro, cinque, sei anni; adolescenti; donne e uomini di ogni età.

Dietro ogni nome c’è una vita interrotta. E dietro quei 64 nomi ufficialmente identificati c’è anche il dramma di chi non ha mai avuto neppure una certezza sull’identità dei propri cari.

Dal silenzio alla memoria condivisa

Qualcosa, negli ultimi anni, è cambiato.

La prima commemorazione congiunta italo-croata si è svolta nel 2017, segnando un passaggio importante: la memoria di Vergarolla ha iniziato a uscire dal solo perimetro della comunità degli esuli per entrare, con maggiore forza, nel confronto pubblico tra Italia e Croazia.

È una trasformazione significativa.

Ricordare Vergarolla oggi non significa soltanto stabilire una graduatoria delle colpe storiche. Significa interrogarsi su come una tragedia possa essere rimossa, deformata o relegata ai margini quando avviene in una terra contesa e in un momento nel quale gli equilibri politici sembrano più importanti della memoria delle vittime.

E significa, soprattutto, distinguere tra ciò che la documentazione consente di affermare e ciò che rimane nel campo delle ipotesi.

Una ricerca storica seria non ha bisogno di trasformare un sospetto in una sentenza. Ha bisogno, al contrario, di conservare le domande aperte finché le fonti non consentono risposte sufficientemente solide.

“La verità e una memoria condivisa”

Nel ricordare l’anniversario della strage, il Vice Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Edmondo Cirielli ha sottolineato il dovere dell’Italia di onorare le vittime e di proseguire la ricerca della verità su un crimine rimasto impunito.

Cirielli ha inoltre richiamato la necessità di una collaborazione più intensa tra archivi e studiosi italiani, croati e internazionali, affinché nessuna fonte utile venga trascurata. Un lavoro che può intrecciarsi con la tutela della comunità italiana ancora presente in Istria e con il rapporto tra Italia e Croazia, oggi entrambe parte dell’Unione europea.

Il significato più profondo di Vergarolla, allora, forse è proprio questo: la memoria non deve diventare una nuova frontiera.

Deve diventare uno spazio di ricerca.

Ottant’anni dopo, rimangono infatti due certezze e una grande domanda. La prima certezza è che una folla di persone innocenti morì quel pomeriggio del 18 agosto 1946. La seconda è che l’inchiesta britannica considerò deliberata l’esplosione. La domanda, ancora senza una risposta giudiziaria definitiva, riguarda invece chi decise di trasformare una spiaggia piena di famiglie in un luogo di morte.

Vergarolla non chiede soltanto di essere ricordata.

Chiede di essere studiata.

Perché una memoria autentica non si costruisce cancellando le contraddizioni, ma affrontandole. E perché, come ha osservato Cirielli, una pace fondata sulla riconciliazione non nasce dalla rimozione del passato, bensì dalla ricerca della verità e dalla capacità di trasmettere quella memoria alle generazioni che verranno.

Gasolio verso i 3 euro? L’allarme di FederPetroli: «Rischio di uno stravolgimento»

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Il prezzo del gasolio potrebbe spingersi fino a 3 euro al litro nei prossimi mesi. Non è una previsione di un aumento imminente, ma uno scenario che, secondo FederPetroli Italia, potrebbe diventare concreto se le tensioni in Medio Oriente e soprattutto nello Stretto di Hormuz dovessero proseguire senza una svolta.

A lanciare l’allarme è Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, che guarda con crescente preoccupazione all’evoluzione della crisi internazionale. «Se continua così si potrebbe arrivare a uno stravolgimento», osserva, indicando nella tenuta delle rotte energetiche e nell’andamento delle quotazioni internazionali i principali fattori di rischio per il mercato italiano.

Il quadro, del resto, è già sotto pressione. Il Brent si mantiene su livelli elevati, arrivando a sfiorare i 92-93 dollari al barile, mentre il prezzo del gas si colloca intorno ai 63 euro per megawattora. Numeri che si trasferiscono progressivamente lungo la filiera e finiscono per pesare sui costi di famiglie, imprese e trasporti.

Imprese sempre più sotto pressione

A pagare il conto più salato sono anche le piccole imprese. La Fapi, Federazione autonoma piccole imprese, segnala che la dinamica dei prezzi sta rapidamente erodendo i benefici ottenuti con gli interventi fiscali già adottati e chiede al governo di valutare ulteriori misure sulle accise per frenare il costo dei carburanti.

Ancora più netto il giudizio di Confimprenditori, secondo cui i provvedimenti adottati finora non avrebbero prodotto gli effetti sperati. Per migliaia di aziende, spiegano gli imprenditori, l’aumento dei carburanti significa soprattutto una nuova accelerazione dei costi di trasporto, produzione e distribuzione, con il rischio che la maggiore spesa venga trasferita a cascata sui prezzi finali.

Sul fronte dei consumatori interviene invece il Codacons, che chiede di prorogare lo sconto fiscale sul gasolio e di estenderlo anche alla benzina. Il motivo è evidente: i prezzi della verde hanno ormai superato, sia sulla rete ordinaria sia in autostrada, i livelli registrati il 27 luglio, prima dell’introduzione dello sconto che aveva riguardato esclusivamente il diesel.

Il nodo della velocità: i rincari arrivano prima dei ribassi

C’è poi un altro elemento che rende particolarmente delicata la situazione: la diversa velocità con cui le variazioni del petrolio vengono trasferite ai prezzi alla pompa.

L’analisi dell’Osservatorio sui Conti pubblici italiani evidenzia una vera e propria asimmetria. Quando il greggio aumenta, il rincaro tende a riflettersi rapidamente sul prezzo dei carburanti. Quando invece il petrolio scende, la riduzione arriva con maggiore lentezza.

In Italia, come negli altri principali Paesi avanzati, circa due terzi dell’aumento del prezzo del petrolio si trasferiscono alla pompa nell’arco di appena tre giorni, mentre l’effetto diventa quasi completo entro dieci giorni. Per i ribassi il meccanismo è molto più lento: dopo tre giorni si riflette soltanto una parte della diminuzione e servono circa 17 giorni per arrivare a trasferirne quattro quinti.

Un meccanismo che, in una fase di forte volatilità internazionale, rischia di amplificare la percezione dei rincari e di rendere più difficile per famiglie e imprese beneficiare rapidamente di eventuali correzioni delle quotazioni.

In autostrada il diesel continua a correre

Intanto, i dati ufficiali confermano la pressione sui prezzi. Secondo le rilevazioni quotidiane del ministero delle Imprese e del Made in Italy, elaborate sulla base dell’Osservatorio prezzi carburanti, oggi la benzina in autostrada in modalità self raggiunge una media di 2,178 euro al litro, contro i 2,173 euro del giorno precedente.

Sulla rete stradale nazionale la benzina self si attesta invece a 1,997 euro al litro, mentre il gasolio arriva a 2,107 euro al litro.

Proprio il diesel resta quindi il sorvegliato speciale. Il prezzo medio del gasolio in autostrada si trova allo stesso livello registrato il 4 agosto, giorno in cui il Consiglio dei ministri aveva approvato l’ultimo decreto sulle accise, prorogando fino al 25 agosto il taglio di 17 centesimi al litro sulle imposte relative al gasolio, già in vigore dal 28 luglio.

Il punto, dunque, non è soltanto quanto costa oggi un litro di carburante. È soprattutto quanto potrebbe costare domani se la crisi internazionale dovesse aggravarsi. E l’ipotesi dei 3 euro al litro per il gasolio, oggi ancora indicata come scenario possibile e non come certezza, restituisce la misura della posta in gioco: un ulteriore shock energetico avrebbe effetti che andrebbero ben oltre il distributore, incidendo sulla logistica, sulla produzione e, inevitabilmente, sul costo complessivo di beni e servizi.

Femminicidio di Ornella Forastefano, convalidato il fermo del compagno: resterà in carcere

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Resterà in carcere Elvis Metvelaj, 42 anni, di origine albanese, fermato mentre tentava di lasciare l’Italia e ritenuto responsabile della morte di Ornella Forastefano, la donna trovata agonizzante la mattina del 16 agosto davanti all’ospedale di Trebisacce, nel Cosentino.

A decidere la convalida del fermo è stato il gip di Bari, davanti al quale l’uomo è comparso dopo essere stato intercettato dalle forze dell’ordine nel porto del capoluogo pugliese. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Metvelaj avrebbe cercato di raggiungere l’Albania, ma il tentativo di fuga è stato interrotto prima della partenza.

Il giudice ha convalidato il provvedimento e disposto per il 42enne la custodia cautelare in carcere. Al tempo stesso, il gip barese si è dichiarato incompetente per territorio, ordinando la trasmissione degli atti alla Procura di Castrovillari, competente a occuparsi dell’inchiesta.

Al centro delle indagini c’è la morte di Ornella Forastefano, soccorsa nella mattinata del 16 agosto davanti all’ospedale di Trebisacce. La donna presentava ferite e traumi diffusi su tutto il corpo. Nonostante i soccorsi e il trasferimento in ospedale, le sue condizioni erano apparse subito gravissime e la donna è successivamente deceduta.

La vicenda viene investigata come femminicidio e gli accertamenti dovranno ora ricostruire con precisione la dinamica dell’aggressione, la successione degli eventi e il ruolo attribuito al 42enne. Particolare rilievo assume anche il tentativo dell’uomo di raggiungere il porto di Bari e lasciare il territorio italiano, elemento confluito nel quadro investigativo che ha portato al fermo.

Con la decisione del gip barese si apre dunque una nuova fase dell’inchiesta: gli atti passeranno alla magistratura di Castrovillari, che dovrà proseguire gli accertamenti e approfondire tutti gli elementi raccolti dagli investigatori sulla morte della donna e sulla presunta responsabilità del compagno.

Per Metvelaj, intanto, la misura cautelare resta quella più grave: il carcere, in attesa degli ulteriori sviluppi giudiziari.

Iran, minaccia alle basi Usa in Europa: Teheran prepara il piano per un’eventuale escalation

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La tensione tra Iran e Stati Uniti si sposta sempre più oltre il Medio Oriente. Dopo il nuovo confronto tra Donald Trump e Teheran sulla questione dello Stretto di Hormuz, il Financial Times riferisce che l’Iran avrebbe iniziato a prendere in considerazione la possibilità di colpire basi e infrastrutture militari statunitensi in Europa nel caso di un’ulteriore escalation del conflitto.

A riferirlo al quotidiano britannico sono due persone vicine al regime iraniano, secondo le quali i pianificatori militari di Teheran avrebbero esaminato diversi scenari e individuato possibili obiettivi legati alla presenza americana nel continente.

Tra i Paesi considerati figurerebbe la Bulgaria, dove il mese scorso è stato autorizzato l’utilizzo della base aerea di Bezmer per il rifornimento di velivoli militari statunitensi. Un altro punto di attenzione sarebbe Cipro, già coinvolta indirettamente nelle tensioni regionali dopo che, a marzo, un drone aveva colpito una base britannica sull’isola.

La prospettiva di un’estensione del conflitto a installazioni occidentali in Europa rappresenterebbe un salto di qualità significativo. Finora il confronto ha avuto come principale teatro il Medio Oriente, ma un eventuale attacco contro strutture americane sul territorio europeo rischierebbe di allargare drasticamente il perimetro della crisi, coinvolgendo direttamente gli alleati di Washington e aumentando il rischio di una risposta militare su scala più ampia.

Il messaggio di Ghalibaf da Baghdad

Mentre sul piano militare si studiano gli scenari possibili, Teheran continua a rafforzare anche il fronte politico e strategico regionale. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, è arrivato a Baghdad per una visita di tre giorni che comprende anche una tappa a Kerbala, in occasione delle celebrazioni del quarantesimo giorno dalla sepoltura dell’ayatollah Ali Khamenei.

Prima della partenza da Teheran, Ghalibaf ha sottolineato il carattere strategico dei rapporti tra Iran e Iraq. «Le relazioni tra Baghdad e Teheran sono di fondamentale importanza per lo sviluppo regionale», ha dichiarato, aggiungendo che in futuro la regione potrebbe assistere alla nascita di «un nuovo ordine».

Un passaggio particolarmente significativo della visita è stato quello al luogo, nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, dove nel gennaio 2020 furono uccisi in un attacco statunitense il generale iraniano Qassem Soleimani e il comandante iracheno Abu Mahdi al-Muhandis.

Secondo quanto riferito dall’agenzia Isna, Ghalibaf ha scelto proprio quel luogo per iniziare la sua missione diplomatica, definendolo un simbolo della storia recente della regione e del legame tra Iran e Iraq. Il riferimento al «martirio» dei due comandanti non è soltanto commemorativo: richiama uno degli episodi più delicati nei rapporti tra Washington e Teheran e mantiene vivo il tema della rappresaglia iraniana contro gli Stati Uniti.

L’Europa entra così nel calcolo di Teheran

Il quadro che emerge è quello di una crisi nella quale la geografia del rischio potrebbe progressivamente ampliarsi. L’eventuale coinvolgimento di basi americane in Europa non significherebbe necessariamente un attacco imminente, ma la sola valutazione di questo scenario segnala quanto sia diventato articolato il calcolo strategico iraniano.

Per Washington, il problema sarebbe duplice: proteggere le proprie infrastrutture militari distribuite sul continente e, contemporaneamente, evitare che un attacco contro un obiettivo statunitense provochi un effetto domino tra alleati e avversari.

Per Teheran, invece, la capacità di minacciare interessi americani anche fuori dal teatro mediorientale potrebbe rappresentare uno strumento di deterrenza, soprattutto nel tentativo di aumentare il costo di qualsiasi ulteriore pressione militare.

La partita, dunque, non si gioca più soltanto sulle acque strategiche di Hormuz. Il rischio è che ogni nuova mossa trasformi la crisi in un confronto sempre più esteso, nel quale anche le basi americane sul territorio europeo finiscano per entrare nel mirino della strategia iraniana.