24 Ottobre 2026, sabato
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Economia, Cultura, Media e Società

Sul finire degli anni '60 del secolo scorso il sociologo canadese McLuhan affermava che i Media sono il Messaggio. Cosa comporta il cambiamento dei Media nell'organizzazione culturale della società e nella didattica scolastica?

A cura di Gilberto Borzini

La scuola di Toronto, di cui Mc Luhan fu protagonista di maggior spicco, rifletteva sui mutamenti intervenuti nella comunicazione a partire dalla tradizione orale, una veicolazione fortemente ristretta e limitata, per arrivare alla comunicazione televisiva e giornalistica tipica dei mass-media del secondo dopoguerra, caratterizzata da una veicolazione e diffusione di portata ultra territoriale.

Nel corso del tempo, quindi, assistemmo al cambiamento dei processi di comunicazione, che sono fondamentalmente processi pedagogici, didattici e culturali, partendo dalla trasmissione orale, all’interno di micro relazioni e economie limitate, per sviluppare i media coerentemente con lo sviluppo economico a sua volta trainato dal cambiamento tecnologico: ai processi di stampa meccanica avviate a Gutenberg facevano eco economie di impronta territorialmente estesa, l’invenzione dei giornali affermava economie metropolitane o regionali, alla diffusione di radio e televisione corrisposero l’ampiamento delle platee, divenute nazionali o sovranazionali.

Dal tutore privato o dal maestro di un manipolo di discepoli caratteristico delle economie chiuse, la definizione si è andata modificando, in ampiezza di utenza raggiungibile, fino ai “mass-media”, a loro volta superati con l’arrivo di Internet, in grado di veicolare il medesimo messaggio con il medesimo linguaggio a miliardi di persone, potenzialmente all’intero pianeta.

Economia della cultura

Fino a ieri, quando il territorio della comunicazione era strutturato in ambito prevalentemente nazionale attraverso radio e televisioni in qualche misura controllate dall’economia e dalla politica nazionale, il criterio della diffusione dei modelli culturali poteva essere regolamentato e controllato dal potere centrale. Al netto delle opinioni politiche le singole nazioni esprimevano una cultura omogenea attraverso i propri media (radio, televisione, cinema) supportata dalla lingua nazionale, strumento che in Italia divenne tale proprio grazie alla radio negli anni di intervallo tra le due guerre mondiali e la televisione nel secondo dopoguerra.

Gli sviluppi della tecnica e della tecnologia trainavano i cambiamenti dell’economia e l’economia modificava e aggiornava i termini della “cultura sociale” diffusa all’interno di una nazione, con sentimenti caratteristici quali, nel nostro caso italiano, i concetti di democrazia, di religione, di relazionalità sociale, di patriottismo, di tifoseria e sostegno alle iniziative di bandiera e di modalità complementari trascinate dalla comunicazione visiva, cinema e televisione, in un effetto specchio di visione e riconoscimento identificativo teso a rinforzare le modalità culturali affermate.

Cosa accade allora oggi con l’ingresso di Internet nell’uso quotidiano di tutti, agevolato dalle connessioni a basso costo per tutti i dispositivi personali?

Il Tramonto della cultura locale

E’ possibile che si vada incontro al tramonto delle culture identitarie locali? Al netto delle inevitabili resistenze al cambiamento non solo è possibile ma piuttosto è probabile. Internet semplifica l’accesso all’informazione e distribuisce contenuti sovra nazionali e sovra continentali, parificando le diverse culture originarie all’interno di linguaggi comuni.

Per definire il cambiamento dobbiamo affermare, anche con una certa perentorietà, che le società che si vanno predisponendo e delineando nel futuro prossimo, e in parte già formate allo sguardo attuale, non solo saranno multi etniche ma definiranno un caleidoscopico intreccio di individui monadi, economicamente nomadi, dalle relazioni amicali e affettive non necessariamente stabili, iperconnessi al mondo dell’informazione e dell’intrattenimento che diviene, a sua volta, fonte privilegiata di informazione.

Video giochi, playstation e altre consorterie definiscono nella sfera pedagogica le qualità relazionali che l’economia in costruzione richiede, e un’economia planetaria di mercato chiede capacità inesauribili di volontà, aggressività e smania di primeggiare come i videogiochi richiedono per vincere.

I linguaggi si omogeneizzano a partire dalle “faccine”, gli “emoticon”, che stanno diventando sostituti di dizionari mentre la lingua franca occidentale è divenuta l’inglese, comunque confortata da sottotitoli generati dall’IA per chi non se la cava autonomamente, sostenuta dalla diffusione, in tempi che sembrano trascorsi da secoli, dei film hollywoodiani che, insieme con l’intrattenimento, veicolavano “cultura sociale” e “way of life” economicamente corrette.

La resistenza sconfitta

Ridicolo, o meglio patetico, pensare di opporsi al cambiamento in corso sventolando bandiere etniche o, peggio ancora, razziali.

In un mondo governato, come sempre, dall’economia la multietnicità è strutturale così come la fluidità di genere, la polisessualità che consente di vivere ogni giorno per come ci si sente di essere, per come si interpreta il proprio corpo quotidianamente.

Nel nostro mondo il principio del cambiamento fu affermato da Sidney Poitier e Spencer Tracy in “Indovina chi viene a cena”, film che fece scandalo negli anni ’60, ed è oggi palesato in qualsiasi spot televisivo, mentre la frammentazione dei gusti relazionali e affettivi si riflette in progetti residenziali e abitativi che definiscono lo sviluppo di contesti di mono e bilocali adatti alla vita dei single ma non alla generazione familiare, elemento sposato dall’economia che nei processi produttivi attribuiti a robotica e intelligenza artificiale non necessita di ulteriore capitale umano di riserva.

La questione pedagogica

La cultura locale era diffusa anche, se non soprattutto, dall’azione di maestri e insegnanti all’interno delle aule scolastiche, soprattutto dai primi a cui era affidato l’insegnamento del peccato, delle preghierine, della bandiera e dell’idea nazionale supportata dall’immancabile carta geografica appesa ad una parete.

Quale cultura portare in aule dove la rappresentanza culturale è molteplice e tutte le rappresentanze utilizzano media online per assumere informazioni e conoscenze?

Gli operatori professionali della conoscenza saranno in grado di affermare una qualche sorta di identità culturale, e nel caso affermativo quale? Italiana, europea, occidentale o planetaria?

Se il mezzo è la comunicazione, Internet rade al suolo il passato che era un passato territorialmente individuato e come tale comunicato, e in quel deserto creato trascina le forme tradizionali delle relazioni sociali, dell’affettività, delle appartenenze, salvo quelle forme di appartenenza esasperata che del conflitto e dell’odio, in forma di vendetta economica e sociale, fanno la propria anima.

Non sembri allora un paradosso il fatto che accanto all’omologazione generazionale planetaria sorgano schieramenti di appartenenza violenta, dal branco bullista al terrorismo organizzato, che sui processi di estraneità sociale, reale o percepita, affermano il proprio esistere.

Mi pare allora di poter affermare che più che lavorare sui programmi scolastici, come sembrano fare i vari Ministeri che si avvicendano, forse si dovrebbe cercare un’identità culturale europea e sovranazionale da veicolare unitariamente attraverso le Scuole e i loro operatori professionali.

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