28 Ottobre 2026, mercoledì
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Addio a Fabio Grossi, una vita tra teatro, cinema e il lungo sodalizio con Leo Gullotta

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È morto a 68 anni Fabio Grossi, attore, regista e autore teatrale, figura discreta ma significativa dello spettacolo italiano e compagno di vita e di scena di Leo Gullotta. La notizia, inizialmente affidata ai social, è stata successivamente confermata dalla famiglia.

Nato a Roma, Grossi aveva scelto il teatro come primo e più autentico terreno di espressione. Il debutto risale al 1977, con L’uomo, la bestia e la virtù, per la regia di Edmo Fenoglio. Da allora il suo percorso si è sviluppato attraversando linguaggi e generi diversi, senza mai perdere il legame con il palcoscenico.

Negli anni Ottanta arrivano anche il cinema e la popolarità delle commedie di quegli anni. Grossi recita in titoli come Mia moglie torna a scuola, I fichissimi di Carlo Vanzina, Pierino contro tutti e W la foca. Tra i suoi lavori più riconoscibili c’è anche la partecipazione a Occhio malocchio, prezzemolo e finocchio, dove dà voce a Carluccio, il genero del personaggio interpretato da Lino Banfi.

Parallelamente, la televisione amplia ulteriormente il suo raggio d’azione. Grossi collabora con programmi firmati da autori come Nanni Loy e Renzo Arbore e prende parte a diverse fiction, tra cui Le ragazze di Piazza di Spagna, Commesse 2 e Un ciclone in famiglia.

La sua filmografia non si limita però alla commedia. Nel corso degli anni Grossi compare anche in produzioni dal respiro più drammatico e civile, come Vajont e Fatti della banda della Magliana, fino a L’amico di famiglia di Paolo Sorrentino. Un percorso capace dunque di muoversi con naturalezza tra registri popolari e cinema d’autore.

A partire dagli anni Duemila, Grossi concentra soprattutto le proprie energie sulla regia teatrale, trasformando progressivamente il palcoscenico nel centro della sua attività creativa. Tra i lavori più significativi figura Ecce Homo, rappresentazione della Passione ispirata a una laude umbra del Duecento, progetto che testimonia il suo interesse per la tradizione teatrale e per il rapporto tra parola, rito e contemporaneità.

Fondamentale, nel suo percorso personale e professionale, il rapporto con Leo Gullotta. I due hanno condiviso oltre quarant’anni di vita insieme, costruendo nel tempo anche una solida collaborazione artistica. Nel 2019 hanno formalizzato la loro unione civile, dopo una lunga storia sentimentale vissuta lontano dai clamori.

Con Gullotta, Grossi ha lavorato a diversi spettacoli, contribuendo alla costruzione di un sodalizio che ha attraversato stagioni e generi del teatro italiano: da Il piacere dell’onestà a Minnazza, passando per Le allegre comari di Windsor e Sogno di una notte di mezza estate.

La scomparsa di Fabio Grossi lascia così un vuoto che riguarda non soltanto l’attore visto sullo schermo o il regista dietro le quinte, ma soprattutto un uomo di teatro che ha fatto della scena il filo conduttore della propria esistenza. Una carriera forse lontana dai riflettori più insistenti, ma costruita con continuità, curiosità e passione, intrecciando per decenni esperienza artistica e vita privata.

E proprio nel teatro, il luogo da cui tutto era cominciato, resta la traccia più profonda del suo percorso.

Economia, Etica e Politica: quale società vogliamo costruire?

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A cura di Gilberto Borzini

La politica deve affermare quale forma dell’economia intende adottare e, di conseguenza, quali dinamiche etiche regoleranno il vivere sociale. Diversamente il darwinismo sociale, nella sua peggiore configurazione, si affermerà.

Il rapporto tra Economia, Etica e Politica è stretto e solidale: l’organizzazione della società è definita dai modelli economici di riferimento che affermano attraverso le proprie caratteristiche le dinamiche relazionali tra soggetti, un tempo persone, economici.

La questione principale è proprio quella appena accennata: all’interno del sistema capitalista, oggi tecnocapitalista, gli individui sono “misurati e pesati” esclusivamente attraverso definizioni quantitative determinate dalla capacità di spesa, di consumo e di produzione di reddito.

Altre caratteristiche un tempo importanti,  ad esempio compassione, riconoscenza, empatia, sono scomparse o, se presenti, vengono dedicate ad un ristrettissimo gruppo di relazioni.

Per il resto siamo solo soggetti economici che temono – con ottime ragioni – di vedere sfumare la propria residua soggettività in caso di perdita dell’occupazione, di rovesci economici, di catastrofi naturali o dell’emergente sostituzione delle attività umane da parte della Robotica, dell’Intelligenza Artificiale e della Tecnologia in genere.

Se alla fine degli anni ’90 sociologi del calibro di Zygmunt Bauman (ne “il disagio della postmodernità” edito in Italia da Laterza)  indicavano in almeno il 30% (trentapercento) dell’umanità la percentuale di “superfluità” considerata zavorra eliminabile dal modello economico capitalista, oggi la dimensione della superfluità ha assunto dimensioni ancora più rilevanti, anche nella consapevolezza della non necessarietà di un “esercito di lavoratori di riserva”, come li definiva Marx, disponendo di robotica adeguata alla sostituzione degli umani.

La situazione italiana

I dati dell’occupazione in Italia affermano una tenuta delle occupazioni “povere”, quelle a bassa marginalità, ad esempio nella manifattura o nelle stagionalità turistiche, e i dati economici individuano nel sempre più esiguo potere d’acquisto dei salari, il “dumping salariale”, l’unico elemento di competitività prodotto dalla nostra economia nello scenario globale.

Il debito pubblico cresce mentre i fondi PNRR non hanno prodotto l’auspicato rimbalzo economico, ovvero sono stati spesi male in opere improduttive, ma hanno contribuito ad aggravare il debito complessivo.

L’elettorato è sempre più incerto e impaurito e più è spaventato più si orienta verso le aree del non voto o dell’estremismo di destra, quello che promette “l’uomo del destino” ad ogni passaggio di secolo, quello che risolve tutto al grido di “ghe pensi mi!”.

Lo scenario internazionale

Italia e Europa bazzicano l’ambiente culturale ed economico statunitense, ma gli USA sono messi molto peggio di quanto non vogliano far capire: il debito pubblico è fuori controllo e il Senato nega al Ministro della Guerra 100 milioni di dollari, che appesantirebbero ulteriormente il bilancio, mentre la porta aerei al largo dell’Iran ha i cessi otturati ed è rimasta senza acqua (e vai a trovare un idraulico in mezzo all’oceano indiano…).

Gli USA allora cercano di produrre armi per vendercele e con il ricavato tappare qualche falla del loro debito pubblico, oppure agiscono di rapina sulle energie altrui con lo stesso obiettivo. Peccato che così facendo allargano e ampliano le nostre posizioni debitorie, quando persino un allievo del primo anno di economia sa che chi presta soldi ha bisogno di clienti ricchi perché quelli poveri rischiano l’insolvibilità trascinando il creditore nei pasticci.

Cara Politica: che economia sostieni?

Visto che stiamo andando allegramente verso un periodo elettorale è necessario allora domandare alla politica partitica quale economia intendano sostenere. Se mantenere quella esclusivamente “di Mercato” in cui ci stiamo dibattendo, oppure se avviare politiche keynesiane socialiste di redistribuzione delle risorse o, ancora, se per caso siano orientate a favore di forme di gestione diretta dei mezzi di produzione, come a volte si sente domandare per affrontare casi drammatici come l’acciaieria nazionale.

L’Economia di Mercato vive abbattendo la fiscalità e trasferendo al privato cittadino la soluzione di tutte le sue necessità grazie a servizi erogati da altri privati. Questo orientamento manderebbe sul lastrico una quota non inferiore al 25% della popolazione residente, che include il 10% che già ora “non ce la fa ad arrivare a fine mese e non si cura” trascinando con sé il vastissimo repertorio delle pensioni modeste e del lavoro povero. L’ulteriore affermazione dei modelli privatizzati tanto cari all’Europa e al sistema finanziario (ricordate Mario Monti e il suo “ce lo chiede l’Europa?”) darebbe voce ad ulteriori moti di protesta popolare e non si sa fino a che punto la politica partitica sia disposta al conflitto sociale per sostenere banche, società finanziarie e assicurazioni, in pratica gli attori primari del “Mercato”.

L’Economia Keynesiana si basa su una riqualificazione del sistema fiscale e scatenerebbe un dissenso corposo sostenuto dai commercianti (che come categoria economica sono già scomparsi ma non se ne sono compiutamente accorti), dai proprietari di immobili che paventano non solo la temibilissima  “patrimoniale” ma persino il ricalcolo dei valori catastali su cui definire l’IMU, valori fermi ad una settantina di anni fa, e da chiunque disponga di un patrimonio milionario, sempre pronto a fare i bagagli e trasferirsi in luoghi fiscalmente più simpatici.

Dell’Economia amministrata dal Pubblico è superfluo discorrere, visto che genererebbe insostenibili carrozzoni pieni di gente assunta per votare chi li ha assunti e non per lavorare, come già accadde con tutti i carrozzoni pubblici del passato.

All’Economia Keynesiana il Mercato domanderebbe “per sostenere chi e cosa aumenti le tasse”?

E la risposta sarebbe, inevitabilmente, “per sostenere chi non ce la fa oggi e non ce la farà neppure domani, per i residuali, per i superflui, per quelli che già oggi vengono indicati come zavorre”.

E in un mondo in cui chi non produce  e non spende non ha diritti, in un mondo in cui è solo la nostra capacità di spesa ad affermare l’appartenenza alla società degli uomini (o di quello che rimane dell’umanità), in un mondo in cui l’ostentazione del consumo afferma l’identità, quella scelta potrebbe apparire scandalosa.

Scandalosa, certo, agli occhi e alle orecchie di chi ha sepolto l’Etica sotto l’idolo del Denaro.

Peccato che quella scelta, quella che darebbe nuovamente il titolo di Cittadino agli attuali Consumatori, quella che affermerebbe il Diritto Naturale per tutti valido, sia l’unica eticamente accettabile.

Sempre che si sia ancora umani e non semplicemente consumatori.

Foto di armi ed esplosivi sui social: scatta l’arresto nel Rodigino

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Un profilo social trasformato in una sorta di vetrina digitale per coltelli, munizioni e presunti ordigni esplosivi ha attirato l’attenzione degli specialisti della sicurezza cibernetica. Da quelle immagini è partita un’indagine che ha portato la polizia fino all’abitazione di un uomo residente a Pontecchio Polesine, nel territorio di Rovigo, poi arrestato.

A far scattare gli accertamenti è stato il monitoraggio condotto dalla Direzione centrale per la sicurezza cibernetica di Roma. Sul profilo dell’uomo erano state individuate fotografie di armi bianche e proiettili, insieme a immagini di quelli che apparivano come ordigni esplosivi artigianali. In alcuni post venivano documentate anche le fasi della loro preparazione, accompagnate da didascalie che, secondo gli investigatori, lasciavano ipotizzare una possibile capacità offensiva dei manufatti.

La segnalazione è stata quindi trasmessa alla Digos di Rovigo e al Centro operativo per la sicurezza cibernetica di Venezia. Gli investigatori hanno avviato gli accertamenti necessari per identificare il titolare dell’account e verificare se quanto mostrato online corrispondesse a oggetti effettivamente presenti nella disponibilità dell’uomo.

Alle attività hanno preso parte la Digos di Rovigo, la Sezione Antiterrorismo della Digos di Venezia e la sezione operativa per la sicurezza cibernetica di Rovigo, con il supporto del nucleo artificieri della Questura di Venezia.

Dalle immagini alla perquisizione

Una volta individuato e localizzato il titolare del profilo, gli agenti hanno eseguito una perquisizione nella sua abitazione. Alcuni degli oggetti immortalati nei post sono stati effettivamente trovati all’interno della casa.

Gli artificieri hanno successivamente verificato la natura dei presunti ordigni, stabilendo che diversi manufatti erano inerti. La perquisizione, tuttavia, ha fatto emergere ulteriori elementi di interesse investigativo.

Gli agenti hanno infatti sequestrato munizioni di diverso calibro, che secondo gli investigatori erano detenute illegalmente, oltre a diverse armi bianche. Tra queste figuravano anche alcuni push dagger, particolari coltelli progettati per essere impugnati a pugno attraverso un’apposita impugnatura.

Nel corso dell’operazione è stata inoltre trovata una pistola scacciacani dotata di caricatore, che sarebbe stata modificata. Secondo quanto accertato dalla polizia, gli interventi effettuati sull’arma l’avrebbero resa potenzialmente idonea allo sparo, trasformandola quindi in un elemento particolarmente rilevante ai fini dell’indagine.

A completare il quadro sono arrivati alcuni appunti contenenti indicazioni sulla fabbricazione di ordigni. Anche questo materiale è stato acquisito dagli investigatori nell’ambito del sequestro.

Arresto per arma clandestina, denunce per munizioni e armi bianche

Al termine delle operazioni, il profilo social dell’uomo è stato sottoposto a sequestro e nei suoi confronti è scattato l’arresto con l’ipotesi di fabbricazione e detenzione di arma clandestina.

Per la contestata detenzione illegale di munizioni e armi bianche è stato invece denunciato in stato di libertà.

La Procura della Repubblica di Rovigo ha quindi chiesto la convalida dell’arresto e l’applicazione di una misura cautelare. Il gip, al termine dell’udienza, ha disposto per l’indagato gli arresti domiciliari.

L’inchiesta, partita da contenuti pubblicati online, mostra così come un’attività di monitoraggio della rete possa trasformarsi rapidamente in un accertamento sul territorio: dalle fotografie condivise sui social agli oggetti materialmente rinvenuti nell’abitazione, fino ai sequestri e ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria.

Corte Suprema, Trump incassa una vittoria sul voto per posta

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La Corte Suprema degli Stati Uniti dà un primo via libera all’amministrazione Trump nella controversa battaglia sul voto per corrispondenza. I giudici hanno accolto la richiesta della Casa Bianca di sospendere l’ordinanza di un tribunale di grado inferiore che impediva, di fatto, l’attuazione dell’ordine esecutivo con cui il presidente intende restringere l’accesso al voto postale.

La decisione rappresenta un significativo successo per Trump, ma non chiude la disputa. La sentenza, infatti, lascia ancora spazio a nuovi ricorsi e a ulteriori passaggi giudiziari che potrebbero modificare o rallentare l’applicazione delle misure. Una corsa contro il tempo particolarmente delicata in vista delle elezioni di medio termine di novembre, quando alcuni Stati si prepareranno già nelle prossime settimane a spedire le schede agli elettori.

Al centro della controversia c’è l’ordine esecutivo firmato da Trump lo scorso marzo. Il provvedimento prevede che l’amministrazione federale elabori specifici elenchi degli elettori considerati idonei al voto per corrispondenza e stabilisce che il Servizio Postale degli Stati Uniti (USPS) consegni le schede soltanto alle persone inserite in tali liste.

Un meccanismo destinato a incidere profondamente sulle procedure elettorali, tradizionalmente disciplinate in larga parte dai singoli Stati. Proprio questo aspetto alimenta il confronto politico e giudiziario: da una parte l’amministrazione sostiene la necessità di rafforzare i controlli e rendere più rigorose le modalità di voto; dall’altra, i suoi oppositori contestano la possibilità per il governo federale di intervenire in maniera così incisiva sulle regole elettorali statali.

La decisione della Corte Suprema non equivale dunque a una definitiva approvazione delle nuove restrizioni. Il massimo organo giudiziario americano ha rimosso, per il momento, l’ostacolo rappresentato dall’ordinanza del tribunale inferiore, consentendo all’amministrazione di proseguire il proprio percorso. Restano però possibili ulteriori azioni legali, capaci di riportare la questione davanti ai giudici prima che le nuove procedure diventino operative.

Il fattore tempo assume così un peso decisivo. Con l’avvicinarsi delle elezioni di novembre, qualsiasi modifica alle regole sul voto per posta dovrà confrontarsi con calendari elettorali già in fase di attuazione. Gli Stati che inizieranno a inviare le schede nelle prossime settimane potrebbero trovarsi al centro di un complesso intreccio tra disposizioni federali, normative locali e decisioni dei tribunali.

La pronuncia della Corte Suprema apre quindi una nuova fase della battaglia sul voto per corrispondenza. Trump ottiene un importante vantaggio procedurale, ma la sfida più difficile sarà trasformare quel successo giudiziario in una modifica concreta e uniforme delle procedure elettorali prima che inizi il conto alla rovescia per le midterm.

Caro carburante, il conto resta agli italiani: benzina e diesel oltre i 2 euro

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A cura di Daniele Cappa

Il caro carburante non è più una fiammata passeggera: da settimane è una delle questioni che tengono banco nel dibattito pubblico e che alimentano la preoccupazione quotidiana degli italiani. Ogni rifornimento diventa una piccola stangata e, con il prezzo dei carburanti stabilmente sopra la soglia psicologica dei 2 euro al litro, il problema finisce inevitabilmente per riflettersi sull’intera economia.

Gli ultimi dati dell’Osservatorio prezzi carburanti del Mimit fotografano una situazione ancora pesante. Sulla rete stradale nazionale, in modalità self service, la benzina viaggia mediamente intorno a 2,015 euro al litro, mentre il diesel raggiunge 2,136 euro al litro. Il quadro peggiora sulla rete autostradale: qui il prezzo medio self sale a 2,091 euro al litro per la benzina e arriva a 2,207 euro per il gasolio.

Numeri che, tradotti nella vita reale, significano una cosa molto semplice: fare il pieno costa sempre di più e la pressione non riguarda soltanto chi utilizza l’auto per spostarsi. Il prezzo dell’energia e dei trasporti attraversa infatti l’intera catena dei costi, dai prodotti sugli scaffali ai servizi, fino alle attività delle imprese.

Domani scade il taglio delle accise

A rendere ancora più delicato il quadro è la scadenza, domani, della misura di riduzione delle accise. Una data che riporta al centro una questione mai davvero risolta: quanto può essere sostenuto nel tempo il peso fiscale che grava sui carburanti e quali strumenti il governo intenda utilizzare per evitare che ogni nuova fiammata internazionale si trasformi immediatamente in un salasso per gli automobilisti?

Il tema delle accise è tutt’altro che nuovo. Alcune componenti della tassazione sui carburanti affondano le proprie radici in emergenze e provvedimenti risalenti a decenni fa e, nonostante le promesse di intervento, il sistema non è stato complessivamente ripensato in maniera strutturale.

Il risultato è un paradosso ormai difficile da ignorare: quando il prezzo del petrolio e dei prodotti raffinati sale sui mercati internazionali, il consumatore italiano si trova rapidamente a fare i conti con aumenti alla pompa; quando invece si ragiona di interventi pubblici, la risposta tende a essere affidata a misure temporanee, correttivi e annunci.

Hormuz, il rischio geopolitico e la domanda scomoda

La crisi internazionale e il rischio legato al blocco dello Stretto di Hormuz rappresentano un ulteriore elemento di tensione. Si tratta di una delle principali arterie attraverso cui transitano le forniture energetiche mondiali e qualsiasi interruzione prolungata avrebbe inevitabilmente conseguenze sull’offerta, sui prezzi e sulle prospettive economiche.

Ma proprio per questo la domanda politica diventa ancora più scomoda: chi paga il conto quando l’emergenza internazionale diventa un aumento strutturale dei prezzi?

Perché se è vero che gli shock geopolitici non possono essere cancellati con un decreto, è altrettanto vero che non tutti gli attori della filiera subiscono necessariamente nello stesso modo gli effetti dell’aumento dei prezzi. Ed è qui che il dibattito sugli extraprofitti torna inevitabilmente in primo piano.

Il punto non è demonizzare un intero settore, ma capire se, nelle fasi di eccezionale aumento dei prezzi, esistano margini per chiedere un contributo maggiore a chi beneficia di profitti straordinari, invece di trasferire l’intero peso dell’emergenza sulle famiglie e sulle imprese.

Tra spot e interventi strutturali

Il governo, sul fronte del caro carburante, ha finora alternato provvedimenti emergenziali e comunicazione politica. Il problema è che gli italiani hanno bisogno di qualcosa di più di uno spot: hanno bisogno di sapere quanto costerà il prossimo pieno, quali strumenti saranno utilizzati per contenere gli aumenti e se esista finalmente una strategia di lungo periodo.

Ridurre temporaneamente le accise può offrire ossigeno nell’immediato, ma non risolve alla radice la questione. Allo stesso modo, invocare genericamente la difesa dei consumatori senza affrontare il nodo della struttura fiscale e della distribuzione dei margini lungo la filiera rischia di trasformare una questione economica in una semplice battaglia di comunicazione.

E mentre il dibattito pubblico si concentra spesso su slogan, bersagli facili e contrapposizioni politiche, il problema concreto rimane lì, davanti alla pompa di benzina.

Oltre 2 euro al litro.

È questa la cifra che gli automobilisti vedono sul display. Ed è questa, più di qualsiasi annuncio, la misura della distanza tra l’emergenza raccontata dalla politica e quella vissuta ogni giorno dagli italiani.

La vera sfida, dunque, non è soltanto decidere se prorogare una riduzione delle accise. È capire se il Paese voglia finalmente affrontare in maniera strutturale il costo della mobilità, la fiscalità sui carburanti e il tema della distribuzione degli extra-profitti.

Perché l’emergenza può essere internazionale, la crisi può avere origini geopolitiche e il mercato può essere imprevedibile. Ma il conto, alla fine, arriva sempre allo stesso indirizzo: quello di chi deve fare il pieno per andare al lavoro, accompagnare i figli, mandare avanti un’impresa o semplicemente vivere.

Maltempo, il Nord sotto assedio: alberi caduti, allagamenti e disagi a Malpensa

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Non accenna a concedere tregua il maltempo che da ieri sera interessa diverse regioni italiane. Il fronte perturbato ha colpito con particolare intensità il Nord, provocando una lunga scia di interventi, alberi abbattuti dal vento, allagamenti, danni alle coperture e disagi alla viabilità e ai collegamenti aerei.

È la Lombardia a fare registrare il bilancio più consistente sul fronte dei soccorsi: sono oltre 190 gli interventi effettuati o ancora in corso da parte dei Vigili del fuoco. Il territorio maggiormente interessato è quello di Varese, con più di 100 operazioni, seguito da Como, con circa 35, e da Milano, dove gli interventi sono stati una trentina.

La situazione più impegnativa si è sviluppata nel Varesotto, tanto da rendere necessario il rafforzamento del dispositivo di soccorso. A supporto del Comando provinciale sono state inviate cinque squadre provenienti da altri Comandi della regione, chiamate a fronteggiare le numerose richieste arrivate durante le ore più critiche.

Alberi sulle strade e tetti danneggiati

Il maltempo ha lasciato dietro di sé soprattutto un paesaggio segnato da alberi caduti o pericolanti. In diversi casi i tronchi e i rami sono finiti sulle strade, sulle automobili, sulle abitazioni e sulle linee elettriche, rendendo necessari interventi urgenti per mettere in sicurezza le aree interessate.

A completare il quadro ci sono coperture danneggiate e allagamenti, con i Vigili del fuoco impegnati dalla serata del 24 agosto in numerosi comuni della regione.

Malpensa, allagamenti e voli cancellati

Il maltempo ha colpito anche uno dei principali snodi del trasporto aereo italiano. Malpensa ha dovuto fare i conti con importanti ripercussioni durante la fase più intensa della perturbazione.

Gli allagamenti hanno interessato le piste e alcune aree del terminal. La situazione è stata successivamente riportata alla normalità, ma nella tarda serata del 24 agosto alcuni voli, sia in arrivo sia in partenza, sono stati cancellati, con inevitabili conseguenze per i passeggeri.

La tempesta di fulmini sulla Toscana

Il fronte temporalesco ha raggiunto anche la Toscana, entrando dalla costa durante la notte e spostandosi rapidamente verso le zone interne.

Le aree costiere sono state tra le più interessate, dalla Versilia a Pisa, da Livorno a Massa, ma i fenomeni hanno raggiunto anche l’interno del territorio fiorentino e le zone più meridionali, in direzione di Grosseto.

Particolarmente spettacolare, ma anche insidiosa, la tempesta di fulmini che ha interessato la Versilia, accompagnata da forti raffiche di vento e da alcuni episodi di allagamento stradale.

Bagnone, ancora problemi alla rete idrica

In Lunigiana, il maltempo continua invece a pesare sulla rete dei servizi essenziali. A Bagnone resta sospesa l’erogazione dell’acqua.

Per ripristinare completamente il servizio sarà necessario intervenire anche sulle captazioni situate in montagna, danneggiate dagli eventi atmosferici. A complicare ulteriormente la situazione si è aggiunto un nuovo guasto alla sorgente di Acquetta, anch’esso riconducibile con ogni probabilità agli effetti delle precipitazioni, tra possibili frane e smottamenti.

Alto Adige, pioggia intensa e colate di fango

Disagi e interventi dei Vigili del fuoco si registrano anche in Alto Adige. In Val Casies diverse abitazioni, cantine e garage sono stati interessati da allagamenti, mentre non sono mancati problemi alla rete elettrica.

La forza dell’acqua ha inoltre provocato colate di fango, rendendo necessario l’intervento dei soccorritori in più punti.

Situazione delicata anche in Val Passiria, dove le precipitazioni hanno raggiunto livelli particolarmente elevati. A San Martino, in appena 30 minuti, sono caduti 53 litri di pioggia per metro quadrato.

Un’ondata di maltempo che, dal Nord alla Toscana, ha dunque messo sotto pressione uomini e mezzi dei soccorsi, confermando ancora una volta quanto rapidamente un fronte temporalesco possa trasformarsi in un’emergenza diffusa: dalla caduta di un albero ai danni alle infrastrutture, fino ai disagi per chi viaggia e alle interruzioni dei servizi essenziali.

Droni, esplosivi e piste russe: la guerra si allarga oltre il fronte

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La guerra tra Russia e Ucraina continua a produrre vittime su entrambi i lati del confine e, parallelamente, sembra assumere contorni sempre più sofisticati anche fuori dalle aree direttamente interessate dai combattimenti.

Nella regione russa di Krasnodar, un attacco condotto con droni ucraini ha provocato un incendio in una raffineria. A riferire l’accaduto è stato il governatore regionale Veniamin Kondratiev, secondo quanto riportato dall’Afp. I detriti dei velivoli senza pilota sarebbero precipitati nell’area della stazione ferroviaria di Afipsky, causando la morte di due persone.

L’episodio conferma quanto il fronte della guerra dei droni sia ormai esteso ben oltre la linea del combattimento tradizionale. Le infrastrutture energetiche e logistiche russe rappresentano da tempo obiettivi strategici per Kiev, che punta a colpire le capacità industriali e militari di Mosca.

Anche in Ucraina, tuttavia, si registrano nuove vittime. A Zaporizhzhia, due persone sono morte in un attacco, secondo quanto comunicato dal capo dell’amministrazione militare regionale Ivan Fedorov.

Lipsia, l’inchiesta sul drone esplosivo cambia scenario

È però in Germania che nelle ultime ore emerge uno degli elementi più delicati sul piano investigativo. L’indagine sul presunto attentato all’aeroporto di Lipsia/Halle, avvenuto all’inizio di agosto, sembra infatti delineare uno scenario molto più complesso rispetto a quello ipotizzato inizialmente.

Il 4 agosto era stato individuato un drone equipaggiato con esplosivo, che secondo gli investigatori avrebbe potuto essere destinato a colpire un aereo cargo Antonov ucraino utilizzato per il trasporto di materiale militare. Il dispositivo non era esploso, probabilmente a causa di un malfunzionamento del sistema di innesco.

Nelle stesse ore, un aereo cargo della Dhl aveva segnalato una collisione con un oggetto non identificato durante la fase di atterraggio. Il velivolo aveva riportato danni nella parte anteriore ed era stato costretto a riprendere quota e a dirigersi verso Hannover, distante circa 200 chilometri.

Quell’episodio, inizialmente considerato separato, potrebbe invece essere collegato alla vicenda. Gli investigatori ritengono infatti che l’oggetto incontrato dall’aereo fosse un secondo drone.

Spunta un terzo drone: trovato anche esplosivo militare

La ricostruzione si fa ancora più inquietante con il ritrovamento di un terzo drone e di circa 50 grammi di Hexogen, un potente esplosivo di tipo militare. Il materiale è stato rinvenuto in un campo nei pressi di Kabelsketal, a pochi chilometri dall’aeroporto.

A riferire i nuovi dettagli sono state le emittenti Wdr e Ndr e la Süddeutsche Zeitung. Secondo gli investigatori, la presenza di più droni e di materiale esplosivo potrebbe indicare non un’azione isolata, ma la preparazione di un’operazione di dimensioni maggiori.

Un ulteriore elemento è emerso a Kursdorf, a nord dello scalo. Gli investigatori hanno sequestrato un apparato tecnico composto da un’antenna e da componenti elettronici fissati con nastro adesivo a un albero. Il dispositivo potrebbe essere stato utilizzato per controllare a distanza un drone.

Nella stessa zona sarebbero state individuate tracce di terreno bruciato e frammenti metallici compatibili, secondo gli investigatori, con l’ipotesi di un’esplosione.

La pista del terrorismo di Stato

È proprio l’insieme di questi elementi ad aver spostato il livello dell’indagine. Le autorità tedesche stanno valutando anche l’ipotesi di terrorismo di Stato e gli apparati di sicurezza seguono la possibile pista di un coinvolgimento dei servizi segreti russi.

Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi investigativa e non di una responsabilità già accertata. Mosca ha respinto ogni coinvolgimento nell’operazione.

Ora l’obiettivo degli investigatori è trasformare gli indizi raccolti in elementi probatori. Nei prossimi giorni saranno analizzate diverse tracce, compreso eventuale materiale genetico, nella speranza di individuare gli autori e ricostruire la catena di comando dell’operazione.

Se confermata, la vicenda di Lipsia/Halle assumerebbe un significato ben più ampio del singolo episodio aeroportuale: non soltanto un tentativo di sabotaggio, ma il possibile tassello di una strategia clandestina capace di portare la guerra ibrida nel cuore dell’Europa. E proprio la combinazione di droni, esplosivi, infrastrutture logistiche e apparati di controllo rende l’inchiesta tedesca uno dei fronti più delicati della guerra parallela combattuta lontano dalle trincee.

Furto al museo di Messina, la prima svolta: un custode indagato. E spunta l’ombra di una “talpa”

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L’inchiesta sul clamoroso furto delle opere di Antonello da Messina al Museo Accascina di Messina imbocca una nuova strada. Per la prima volta, infatti, c’è un indagato: si tratta di uno dei custodi che la sera di Ferragosto era in servizio nel museo. L’ipotesi di reato è quella di false dichiarazioni al pubblico ministero.

Una svolta arrivata al termine degli interrogatori dei quattro dipendenti presenti quella sera. Convocato inizialmente come persona informata sui fatti dai sostituti procuratori Maria Di Mulo e Massimo Trifirò, il custode si è visto interrompere l’audizione. A quel punto gli sarebbe stato comunicato il cambio di posizione: da testimone a indagato.

Il passaggio, secondo quanto ricostruito, sarebbe legato soprattutto alle contraddizioni emerse nel confronto tra le diverse testimonianze. Versioni differenti su un elemento che potrebbe rivelarsi decisivo per l’intera indagine: l’allarme del museo e, soprattutto, ciò che accadde nei minuti immediatamente successivi alla sua attivazione.

L’allarme, il punto cieco dell’inchiesta

È proprio sulla gestione dell’allarme che i racconti dei custodi sembrano non coincidere. Una dipendente avrebbe riferito di non essersi accorta del segnale sonoro. Un collega, invece, avrebbe ammesso di averlo sentito e di averlo disattivato, ritenendo che potesse trattarsi di un falso contatto.

Un’altra testimonianza avrebbe confermato lo spegnimento dell’impianto e la sua successiva riattivazione, avvenuta circa quattro minuti dopo. Il custode ora indagato, invece, avrebbe affrontato la questione soltanto marginalmente, senza fornire agli investigatori una ricostruzione ritenuta convincente della sequenza temporale.

Ed è proprio la cronologia a essere diventata una delle chiavi dell’indagine. Perché se i ladri hanno agito con precisione quasi chirurgica, la risposta all’allarme sembra invece essere stata tutt’altro che tempestiva.

Un ingresso secondario e una fuga studiata

Secondo la ricostruzione finora emersa, i due ladri sarebbero entrati nel museo intorno alle 20.47 del 15 agosto. Avrebbero prima allargato le sbarre della recinzione metallica esterna e poi forzato con un piede di porco la porta di un ingresso secondario.

Un dettaglio tutt’altro che marginale: quella porta non sarebbe stata protetta da un sistema di allarme.

Da lì, i malviventi si sarebbero mossi all’interno dell’edificio senza esitazioni, dirigendosi verso la sala che custodiva le opere di Antonello da Messina. Una sicurezza nei movimenti che continua ad alimentare i dubbi degli investigatori: difficile, almeno in apparenza, pensare a un’azione improvvisata.

Il sistema di sicurezza sarebbe entrato in funzione soltanto quando i ladri hanno iniziato a staccare le tele e a rompere la teca che custodiva la Tavoletta bifronte.

A quel punto l’allarme è scattato. Ma la sequenza successiva è ancora tutta da chiarire.

Venti minuti senza interventi

Secondo gli elementi finora raccolti, l’allarme sarebbe stato disattivato dai custodi. Nessuno, però, avrebbe immediatamente chiamato il 112 né effettuato un controllo nelle sale per verificare che non si trattasse realmente di un falso contatto.

La prima segnalazione concreta sarebbe arrivata dall’esterno del museo. Una residente avrebbe notato due tele del Polittico abbandonate fuori dall’edificio e avrebbe fatto scattare l’intervento delle forze dell’ordine, circa venti minuti dopo l’intrusione.

È un intervallo temporale che gli investigatori stanno passando al setaccio. Perché in quei minuti i ladri avrebbero avuto il tempo di muoversi, impossessarsi delle opere e allontanarsi.

E soprattutto perché resta da capire chi sapeva cosa, quando lo sapeva e perché alcune procedure non sarebbero state attivate immediatamente.

L’ipotesi della talpa prende consistenza

È in questo quadro che prende progressivamente forma l’ipotesi di una possibile “talpa”. Non una conclusione, né tantomeno una responsabilità già accertata, ma una pista investigativa che gli inquirenti sembrano considerare con crescente attenzione.

La dinamica del colpo, la conoscenza del percorso interno, la scelta di un accesso secondario privo di allarme e le modalità con cui i ladri avrebbero raggiunto direttamente la sala delle opere alimentano il sospetto che qualcuno possa aver fornito informazioni dall’interno o dall’esterno.

L’iscrizione nel registro degli indagati del custode rappresenta dunque soltanto il primo punto fermo di un’inchiesta ancora aperta. Il reato contestato riguarda le dichiarazioni rese agli inquirenti, non il furto delle opere. Ma le eventuali incongruenze potrebbero contribuire a ricostruire una serata nella quale, minuto dopo minuto, qualcosa sembra non tornare.

Ora la sfida degli investigatori è proprio questa: ricomporre quei minuti mancanti e capire se dietro le contraddizioni ci sia soltanto confusione, una leggerezza o qualcosa di molto più organizzato.

Leonardo Maria Del Vecchio lascia EssilorLuxottica: «L’azienda è diventata impersonale, bisogna rimettere le persone al centro»

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Leonardo Maria Del Vecchio lascia EssilorLuxottica e lo fa con una presa di posizione destinata ad alimentare il dibattito sul futuro del gruppo nato dall’intuizione di suo padre Leonardo. Il figlio del fondatore ha deciso di rinunciare a tutti gli incarichi operativi nel colosso dell’occhialeria, compresi quelli di presidente di Ray-Ban e di Chief Strategy Officer, per concentrarsi — secondo quanto comunicato — su nuovi progetti imprenditoriali.

La decisione, anticipata da Milano Finanza, è stata confermata da un portavoce di EssilorLuxottica. «Ringraziamo Leonardo Maria per aver contribuito alla crescita del gruppo e alla realizzazione della visione strategica voluta dal padre. Gli auguriamo uguale successo nella sua nuova avventura», è stato il commento dell’azienda.

Dietro il linguaggio istituzionale, tuttavia, emerge una frattura più profonda. Del Vecchio ha affidato a una lettera indirizzata al presidente e amministratore delegato Francesco Milleri le ragioni del suo passo indietro. E il punto centrale non sarebbe soltanto personale o professionale, ma riguarderebbe il modo stesso di intendere l’azienda.

«Bisogna rimettere le persone al centro»

Nella lettera, Del Vecchio avrebbe espresso il proprio dissenso nei confronti di una gestione giudicata troppo «distante e impersonale». Un’impostazione che, a suo avviso, si sarebbe progressivamente allontanata dall’identità della Luxottica conosciuta due decenni fa, quando il rapporto con le persone rappresentava uno degli elementi distintivi della cultura aziendale.

Il richiamo alla «Luxottica di vent’anni fa» assume così un significato che va oltre la nostalgia. È il riferimento a un modello industriale nel quale il capitale umano, il senso di appartenenza e il rapporto diretto con l’organizzazione erano considerati parte integrante della strategia. Per Del Vecchio, quelle caratteristiche dovrebbero tornare a essere centrali.

La sua uscita arriva in una fase nella quale EssilorLuxottica è ormai una realtà globale, profondamente diversa dalla Luxottica costruita dal padre a partire da Agordo. La fusione con Essilor ha trasformato il gruppo in un gigante internazionale, con una struttura manageriale e una dimensione finanziaria difficilmente comparabili con quelle delle origini.

Ed è proprio questa trasformazione, implicitamente, a rendere ancora più significativo il dissenso espresso da uno degli eredi della famiglia fondatrice.

L’addio agli incarichi nel gruppo

Con le dimissioni, Leonardo Maria Del Vecchio lascia dunque sia la guida di Ray-Ban sia il ruolo di Chief Strategy Officer di EssilorLuxottica. Non si tratta, quindi, di un semplice avvicendamento in una singola posizione, ma dell’uscita dall’operatività del gruppo.

La scelta viene ufficialmente ricondotta alla volontà di dedicarsi a nuove iniziative imprenditoriali. Ma la lettera indirizzata a Milleri aggiunge una dimensione industriale e culturale alla decisione: il tema non è soltanto ciò che Del Vecchio farà dopo EssilorLuxottica, ma anche quale debba essere, secondo lui, il modo di governare l’eredità di Leonardo Del Vecchio.

Il confronto è inevitabile. Da una parte c’è la multinazionale contemporanea, frutto dell’integrazione tra due grandi gruppi internazionali; dall’altra c’è la Luxottica delle origini, costruita attorno a una forte identità imprenditoriale e a un rapporto molto personale tra proprietà, management e dipendenti.

Delfin e il peso nel risiko finanziario italiano

L’uscita da EssilorLuxottica non modifica però il peso finanziario di Leonardo Maria Del Vecchio. Lmdv è infatti azionista al 12,5% di Delfin, la holding attraverso cui la famiglia mantiene una posizione di primo piano nel sistema finanziario e industriale italiano.

Delfin, insieme alla partecipazione di circa il 32,4% detenuta in EssilorLuxottica, controlla oltre il 17% di Banca Monte dei Paschi di Siena e possiede partecipazioni rilevanti in altri grandi gruppi: circa il 10% di Generali e il 2,7% di UniCredit. La holding esercita inoltre il controllo di fatto sul gruppo immobiliare internazionale Covivio.

È questo il secondo livello della vicenda: se da un lato Del Vecchio esce dalla gestione quotidiana di EssilorLuxottica, dall’altro resta inserito in una delle più importanti architetture azionarie private italiane. Una posizione che lo colloca nel cuore del cosiddetto risiko bancario e finanziario.

Il suo addio, quindi, non coincide con un’uscita dalla scena economica. Piuttosto, segna un cambio di prospettiva: meno management operativo, più spazio alle iniziative imprenditoriali personali e, sullo sfondo, una partecipazione ancora significativa negli equilibri di Delfin.

La vera partita, adesso, sarà capire se la distanza denunciata da Del Vecchio rappresenti soltanto una divergenza personale con l’attuale gestione o il sintomo di una più ampia discussione sull’identità futura di EssilorLuxottica. Perché dietro la critica a un’azienda diventata «impersonale» c’è una domanda molto più grande: quanto della cultura della Luxottica di Leonardo Del Vecchio può sopravvivere dentro la multinazionale globale costruita dopo la fusione con Essilor?

Carburanti, M5S e Pd all’attacco: «Basta tamponi, si tassino gli extraprofitti»

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Il caro carburanti torna al centro dello scontro politico. E, questa volta, il terreno del confronto non è soltanto quello del prezzo alla pompa, ma soprattutto quello delle risorse da mettere in campo per ridurre il peso delle accise e alleggerire una voce di spesa che continua a gravare su famiglie, lavoratori e imprese.

A rilanciare con forza la proposta è il Movimento 5 Stelle, che chiede di utilizzare una parte degli extraprofitti realizzati da banche, petrolieri e grandi società dell’energia per finanziare un intervento strutturale sui carburanti. Una linea che, secondo la deputata M5S Chiara Appendino, il governo continua a respingere, preferendo misure temporanee e di portata limitata.

«Tassare gli extraprofitti di banche, petrolieri e colossi dell’energia per tagliare davvero le accise» è, per Appendino, una battaglia che il Movimento porta avanti da mesi. Il punto politico, sostiene la parlamentare, è individuare chi debba sostenere il costo dell’intervento: non famiglie e imprese già alle prese con l’aumento del costo della vita, ma quei settori che hanno registrato profitti straordinari.

Nel suo intervento, affidato a Facebook, Appendino punta direttamente il dito contro la maggioranza e contro quello che considera un doppio registro del governo. Da una parte, osserva, si rivendica una linea politica improntata alla sovranità nazionale; dall’altra, quando si tratta di intervenire sugli extraprofitti, si richiama la necessità di attendere l’Europa.

«Sovranisti quando c’è da fare propaganda, europeisti quando c’è da tassare gli extraprofitti», è la sintesi scelta dalla deputata, che trasforma così il dossier carburanti in una questione più ampia di responsabilità politica e di redistribuzione delle risorse.

La proposta dei Cinque Stelle, nella lettura di Appendino, non punta a colpire il tessuto produttivo né i bilanci delle famiglie. L’obiettivo dichiarato è piuttosto quello di chiedere un contributo maggiore a chi ha beneficiato maggiormente della fase di crisi energetica, destinando quelle risorse alla riduzione delle accise.

Il messaggio rivolto al governo è quindi netto: se lo slogan è «prima gli italiani», sostiene Appendino, la priorità dovrebbe essere alleggerire il costo quotidiano sostenuto da chi utilizza l’auto per lavorare, accompagnare i figli a scuola o semplicemente mandare avanti la propria attività.

Schlein: «Basta soluzioni tampone»

Sulla stessa linea si muove la segretaria del Partito democratico Elly Schlein, che concentra però la sua critica soprattutto sulla durata e sull’efficacia degli interventi messi in campo dall’esecutivo.

Per la leader dem, la proroga di 48 ore del taglio delle accise rappresenta una risposta insufficiente rispetto alla dimensione del problema. «Basta soluzioni-tampone», è il messaggio di Schlein, secondo la quale il governo dovrebbe abbandonare interventi di breve periodo e adottare una strategia capace di proteggere in modo più stabile famiglie e imprese.

Schlein ricorda inoltre la promessa, attribuita alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, di intervenire sulle accise durante la fase elettorale e contrappone quella promessa alla situazione attuale. La richiesta del Pd è precisa: tassare gli extraprofitti delle grandi società energetiche e utilizzare le risorse ottenute per contenere il peso dei rincari.

«Mettano da parte l’orgoglio», afferma la segretaria dem, invitando il governo ad accogliere la proposta del Partito democratico. Anche per il Pd, dunque, la questione non si esaurisce nella gestione dell’emergenza, ma riguarda la scelta di una fonte di finanziamento alternativa per sostenere il costo degli interventi.

Il vero nodo è la durata della risposta

Al di là delle differenze politiche, M5S e Pd convergono su un punto: il problema non può essere affrontato esclusivamente attraverso misure temporanee. Il tema delle accise si intreccia infatti con quello più generale del costo dell’energia, dell’inflazione e del potere d’acquisto.

Da qui la richiesta di trasformare l’emergenza carburanti in un intervento di più ampio respiro, individuando negli extraprofitti una possibile fonte di finanziamento. Una proposta che sposta inevitabilmente il confronto dal prezzo della benzina alla distribuzione del peso della crisi.

Il governo è chiamato ora a decidere se proseguire sulla strada degli interventi temporanei o raccogliere la sfida lanciata dalle opposizioni. Per Appendino, la questione è già una scelta politica: «Il problema non è trovare i soldi», sostiene, «ma da che parte stare».

Schlein, dal canto suo, chiude il suo appello con una richiesta altrettanto diretta: «Non c’è più tempo da perdere. Agiscano ora».

Il dossier carburanti, dunque, resta aperto. E dietro il prezzo del pieno si profila una partita più ampia: chi deve pagare il costo degli interventi e, soprattutto, se la risposta del governo debba limitarsi a tamponare l’emergenza oppure diventare una scelta strutturale sulla fiscalità e sulla redistribuzione dei profitti.