28 Ottobre 2026, mercoledì
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Addio a Tim Curry, icona irriverente del cinema pop

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È morto Tim Curry, attore britannico capace più di molti altri di trasformare l’eccesso, l’ironia e l’ambiguità in una forma d’arte. Curry è morto la sera del 25 agosto, all’età di 80 anni, nella sua casa di Los Angeles. A riferirlo è TMZ, citando una fonte vicina all’attore.

Da oltre un decennio la sua vita era stata segnata da seri problemi di salute, conseguenza dell’ictus che lo aveva colpito nel 2012. Un evento che ne aveva drasticamente ridotto l’attività pubblica, ma che non aveva cancellato il ricordo di un interprete diventato, nel corso di pochi ruoli, una vera icona della cultura pop.

Curry non ha mai avuto bisogno di appartenere alla categoria delle star convenzionali. La sua forza era proprio nella capacità di abitare personaggi eccentrici, inquietanti, grotteschi o irresistibilmente sopra le righe, imprimendo loro una personalità impossibile da confondere.

Frank-N-Furter, il ruolo che ha cambiato tutto

La consacrazione internazionale arrivò con The Rocky Horror Picture Show, il musical diretto da Jim Sharman nel 1975 e destinato a diventare uno dei cult cinematografici più longevi di sempre.

Nei panni del dottor Frank-N-Furter, Curry costruì un personaggio provocatorio, sensuale e teatrale, capace di rompere gli schemi e di trasformare la trasgressione in spettacolo. Il film, inizialmente accolto con reazioni contrastanti, sarebbe diventato negli anni un fenomeno di costume, alimentato da proiezioni notturne, partecipazione del pubblico e una comunità di fan rimasta fedele per generazioni.

Frank-N-Furter non fu soltanto un ruolo: fu la maschera attraverso la quale Tim Curry entrò nell’immaginario collettivo. E, ancora oggi, resta probabilmente la sua interpretazione più rappresentativa.

Da Pennywise a una galleria di personaggi indimenticabili

La capacità di Curry di passare dal camp al terrore trovò una dimostrazione perfetta nella miniserie televisiva It, tratta dal romanzo di Stephen King e trasmessa nel 1990.

Il suo Pennywise, clown apparentemente innocuo e in realtà incarnazione dell’orrore, divenne uno dei volti più riconoscibili della paura televisiva. Trucco, voce, movimenti e soprattutto uno sguardo inquietante bastarono a trasformare il personaggio in un riferimento per l’immaginario horror.

Curry seppe però evitare di rimanere prigioniero dei suoi due personaggi più celebri. La sua filmografia attraversa infatti generi e registri molto diversi: dalla commedia Signori, il delitto è servito a Caccia a Ottobre Rosso, da Legend a I tre moschettieri, fino a Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York, nel quale interpretò il signor Hector.

Era un attore che sembrava divertirsi a spostare continuamente il confine tra protagonista e caratterista, tra commedia e dramma, tra cinema di genere e intrattenimento popolare.

Una carriera oltre il grande schermo

Il talento di Curry non si è esaurito davanti alla macchina da presa. Attore teatrale e interprete musicale di grande esperienza, ha continuato a coltivare il rapporto con il palcoscenico anche dopo la consacrazione cinematografica.

Tra i suoi successi più significativi figura la partecipazione a Spamalot, il musical di Broadway ispirato alla comicità dei Monty Python, nel quale interpretò Re Artù. Un ruolo che confermava ancora una volta la sua naturale predisposizione per la comicità teatrale, il ritmo e la caratterizzazione.

La sua carriera è stata così costruita su una qualità rara: la capacità di rendere memorabile anche un personaggio secondario. Curry non aveva bisogno di dominare una scena per lasciarvi il segno. Gli bastavano una voce, un’espressione, una postura.

L’ultimo capitolo di una vita fuori dagli schemi

Dopo l’ictus del 2012, Curry ha dovuto affrontare un lungo e difficile percorso di recupero. La sua presenza pubblica si è progressivamente ridotta, mentre il suo nome continuava a vivere attraverso i personaggi che aveva consegnato al cinema e alla televisione.

Non si è mai sposato e non ha avuto figli. La sua eredità, tuttavia, è tutt’altro che familiare o privata: appartiene a un pubblico vastissimo che, attraverso epoche e generazioni, ha riconosciuto in lui qualcosa di irripetibile.

Tim Curry è stato Frank-N-Furter, Pennywise e decine di altri personaggi. Ma soprattutto è stato un interprete capace di trasformare la diversità in spettacolo e l’eccesso in stile. In un’industria spesso incline a costruire protagonisti secondo modelli prestabiliti, Curry ha fatto esattamente il contrario: ha costruito la propria leggenda partendo dall’eccentricità.

Ed è forse per questo che, a distanza di decenni, il suo volto continua a riapparire nella memoria collettiva. Non come quello di una semplice star, ma come quello di un’icona pop autentica, impossibile da replicare.

Aggressione con l’acido a Scorzè, arrestato 22enne: «Ha agito su commissione»

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Un’aggressione studiata, una fuga precipitosa e una pista investigativa che porta all’ipotesi di un delitto su commissione. È il quadro delineato dai carabinieri nell’indagine sull’aggressione con l’acido avvenuta lo scorso 26 giugno a Scorzè, nel Veneziano, ai danni di una donna di 32 anni.

Per l’episodio è stato arrestato un cittadino macedone di 22 anni, raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con l’accusa di lesioni personali aggravate e deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso. Secondo gli investigatori, il giovane potrebbe essere arrivato in Italia con un obiettivo preciso: aggredire la donna e poi lasciare il Paese.

L’agguato in pochi secondi

La vittima era scesa dalla propria automobile per fare visita ai genitori a Mestre quando sarebbe stata avvicinata dal 22enne. Il giovane avrebbe pronunciato alcune parole, rimaste incomprensibili, prima di scagliarle contro il liquido corrosivo.

La sostanza le ha provocato ustioni di secondo grado al volto, al collo, alla parte superiore del torace e alle braccia. Dopo l’aggressione, l’uomo si è dato alla fuga a piedi, liberandosi poco distante del cappellino e della maglietta che indossava.

Quegli indumenti, apparentemente abbandonati per cancellare le proprie tracce, sono invece diventati uno degli elementi chiave dell’inchiesta.

Il Dna sugli indumenti e le ustioni da corrosivo

Le indagini sono state condotte dai carabinieri di Scorzè e del Nucleo Operativo della Compagnia di Mestre, con il supporto del Ris di Parma. Gli specialisti hanno analizzato il materiale biologico recuperato sulla maglietta e sul berretto ritrovati il giorno successivo all’aggressione, individuando il Dna riconducibile al giovane.

Un ulteriore tassello sarebbe emerso dall’esame del corpo del sospettato: gli investigatori avrebbero rilevato ustioni compatibili con un contatto con la stessa sostanza corrosiva utilizzata nell’agguato.

Anche le immagini della videosorveglianza avrebbero contribuito a restringere il campo. In particolare, alcuni nei presenti sul volto del 22enne sarebbero risultati riconoscibili nei filmati, offrendo agli investigatori un elemento ulteriore per collegarlo alla scena del crimine.

L’ipotesi del delitto su commissione

È proprio dalla ricostruzione degli spostamenti e dagli elementi raccolti che prende corpo l’ipotesi più inquietante: il 22enne potrebbe non aver agito per motivi personali, ma essere stato ingaggiato per colpire la donna.

Secondo la ricostruzione investigativa, il giovane sarebbe arrivato in Italia con l’intenzione di portare a termine l’aggressione e successivamente allontanarsi. Un’ipotesi che gli inquirenti stanno approfondendo e che potrebbe spiegare anche la presenza di una somma considerevole di denaro.

Al momento del fermo, infatti, il 22enne aveva con sé circa 3.500 euro in contanti. Il denaro è ora al centro di ulteriori accertamenti per stabilire provenienza e destinazione e, soprattutto, verificare se possa rappresentare il presunto compenso per l’agguato.

Resta quindi da chiarire chi abbia eventualmente commissionato l’aggressione e quale fosse il movente. Sono interrogativi sui quali proseguono gli accertamenti.

Era già in carcere per un mandato europeo

L’ordinanza cautelare per l’aggressione con l’acido è stata notificata al giovane nel carcere di Venezia, dove si trova dal 27 giugno.

Il 22enne era stato infatti fermato alla stazione ferroviaria di Venezia Santa Lucia il giorno successivo all’aggressione. A suo carico pendeva un mandato di arresto europeo emesso dall’autorità giudiziaria della Macedonia del Nord per un’accusa di furto aggravato.

Ora, a quel procedimento si aggiunge l’inchiesta italiana sull’aggressione con l’acido. E mentre gli investigatori consolidano gli elementi raccolti contro il giovane, resta aperto il capitolo più delicato dell’indagine: capire se dietro l’attacco alla 32enne ci sia davvero un mandante e, nel caso, identificarlo.

Zelensky a Mattarella: «Grazie, Italia». Kiev guarda all’Europa

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Un grazie pubblico a Sergio Mattarella, e attraverso il presidente della Repubblica a tutta l’Italia. Volodymyr Zelensky sceglie i social per ribadire il valore del sostegno italiano all’Ucraina, all’indomani del 35° anniversario dell’indipendenza del Paese.

Parole che arrivano in un momento in cui, per Kiev, la partita non riguarda soltanto la guerra e la capacità di resistere all’aggressione russa, ma anche la costruzione del futuro dell’Ucraina dentro l’Europa.

Zelensky parla di «solidarietà incrollabile» dell’Italia e mette in fila i fronti sui quali, secondo il presidente ucraino, il sostegno di Roma ha assunto un peso concreto: la difesa, la protezione e la resilienza delle infrastrutture critiche, la ricostruzione e il percorso verso l’adesione all’Unione europea.

Un riconoscimento particolarmente significativo viene rivolto a Mattarella per la sua posizione sul cammino europeo di Kiev. Zelensky sottolinea infatti di apprezzare il riconoscimento dei progressi compiuti dall’Ucraina e, soprattutto, il «messaggio chiaro» a favore della possibilità che il Paese possa entrare a pieno titolo nella «famiglia europea».

È il passaggio politicamente più rilevante del messaggio. Per Kiev, la prospettiva dell’adesione all’Ue rappresenta ormai uno degli assi strategici della propria politica estera e un elemento centrale della ricostruzione del Paese dopo la guerra. E il sostegno dei partner europei, in questo quadro, assume un valore che va oltre l’emergenza.

«Siamo profondamente grati per la comprensione tra le nostre nazioni e per il sostegno dell’Italia alla nostra difesa, alla resilienza della nostra infrastruttura critica, alla ricostruzione e al nostro cammino verso l’adesione all’Ue», scrive Zelensky.

Poi il riconoscimento diretto al capo dello Stato: «Apprezziamo il Suo riconoscimento dei progressi dell’Ucraina su questo cammino e il suo messaggio chiaro perché l’Ucraina possa essere parte della famiglia europea».

Infine, poche parole destinate a sintetizzare il senso dell’intero messaggio: «Grazie, Italia!».

Un ringraziamento che assume così anche il valore di un segnale politico. Nel rapporto tra Kiev e Roma, la solidarietà evocata da Zelensky si lega infatti a una prospettiva più ampia: sostenere l’Ucraina oggi significa, per il presidente ucraino, accompagnarla anche verso il suo futuro europeo.

Ice, nuovo record di arresti negli Usa: quasi 50mila persone fermate a luglio

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L’offensiva sull’immigrazione dell’amministrazione Trump non rallenta. Al contrario, a luglio ha raggiunto uno dei suoi picchi più significativi dall’inizio del secondo mandato del presidente americano. Gli agenti dell’Ice, l’agenzia federale incaricata dell’applicazione delle norme sull’immigrazione e delle attività di controllo sul territorio, hanno effettuato 49.571 arresti, il dato mensile più alto registrato da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.

Il numero racconta un’accelerazione netta. Rispetto ai 43.021 arresti di giugno, il dato di luglio è cresciuto del 15%. Se il confronto viene esteso a febbraio, quando gli arresti erano stati 29.241, l’incremento arriva addirittura al 70%.

I dati sono stati forniti dall’Ice al Deportation Data Project dell’Università della California, Berkeley, e successivamente analizzati dall’Associated Press.

Una strategia meno visibile, ma non meno incisiva

Il record di luglio arriva mentre l’amministrazione Trump sembra aver modificato, almeno in parte, le modalità con cui conduce la propria campagna contro l’immigrazione irregolare.

Nei primi mesi del nuovo mandato, le operazioni dell’Ice avevano spesso assunto una dimensione altamente visibile, concentrandosi anche nei grandi centri urbani e trasformandosi rapidamente in un tema di forte scontro politico e sociale. Le immagini degli agenti federali impegnati nei controlli avevano alimentato proteste e tensioni, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica.

Successivamente, l’approccio si è fatto più mirato e meno spettacolare. Gli arresti hanno continuato a crescere, ma attraverso operazioni capaci di suscitare una minore esposizione mediatica. Una trasformazione delle modalità operative, dunque, più che degli obiettivi politici.

Il risultato è visibile nei numeri: mentre la pressione dell’amministrazione sulle persone presenti illegalmente negli Stati Uniti prosegue, il fenomeno si manifesta sempre più attraverso una rete di interventi territoriali e operazioni mirate.

L’operazione tra Washington, Maryland e Virginia

A confermare la dimensione dell’offensiva è anche una delle operazioni più recenti condotte dall’Ice nell’area della capitale federale.

Nel giro di 14 giorni, dall’1 al 14 agosto, gli agenti hanno arrestato oltre 1.300 immigrati privi di documenti tra Washington, Maryland e Virginia nell’ambito dell’operazione denominata “Safe Community”.

Secondo il Dipartimento per la Sicurezza interna, quasi 400 delle persone fermate erano state condannate o incriminate per reati commessi negli Stati Uniti. Le autorità hanno inoltre riferito che tra gli arrestati figuravano presunti appartenenti a organizzazioni criminali come MS-13, 18th Street Gang e Tren de Aragua.

Sono dati che il governo utilizza per sostenere la propria linea: l’obiettivo dichiarato è concentrare l’attività di enforcement su persone considerate una minaccia per la sicurezza pubblica. Ma la crescita complessiva degli arresti mostra anche quanto ampia sia diventata la macchina dei controlli sull’immigrazione.

La nuova fase della politica migratoria di Trump

Il record di luglio va quindi letto oltre la semplice statistica mensile. I quasi 50mila arresti rappresentano un indicatore della dimensione raggiunta dalla politica migratoria del secondo mandato Trump.

L’amministrazione ha fatto della lotta all’immigrazione irregolare uno dei pilastri della propria agenda e ha promesso di intensificare le deportazioni. I numeri dell’Ice suggeriscono che, dietro il cambio di strategia comunicativa e operativa, la pressione non si è attenuata.

È cambiato soprattutto il modo di esercitarla: meno operazioni ad alta visibilità, più arresti distribuiti sul territorio e interventi mirati.

E luglio, con 49.571 persone arrestate, consegna alla Casa Bianca un dato difficilmente interpretabile come episodico: la politica di enforcement dell’amministrazione Trump non solo prosegue, ma sembra aver trovato una nuova velocità.

Valditara, la scuola a colpi di obblighi: italiano per i genitori stranieri e “integrazione” a decreto

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Al Meeting di Rimini, nel corso del convegno “Il coraggio di educare”, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha messo sul tavolo una proposta destinata a riaccendere il confronto sull’integrazione scolastica: rendere obbligatorio lo studio della lingua italiana per i genitori stranieri i cui figli manifestino difficoltà nel percorso scolastico.

L’idea nasce, nelle intenzioni del ministro, da una considerazione semplice: la scuola non può essere lasciata sola nel compito di accompagnare gli studenti, soprattutto quando esistono ostacoli linguistici che coinvolgono l’intero nucleo familiare. Conoscere l’italiano, secondo Valditara, consentirebbe ai genitori di comprendere meglio comunicazioni, valutazioni e indicazioni degli insegnanti, partecipando con maggiore consapevolezza alla vita scolastica dei figli.

Il punto politico, tuttavia, è anche un altro. Il ministro sostiene che una parte dei genitori stranieri rimanga ancora ai margini del rapporto con la scuola e che questa distanza finisca per ripercuotersi sui ragazzi. Da qui l’ipotesi di trasformare la conoscenza della lingua in un vero e proprio obbligo nei casi in cui il rendimento scolastico dei figli evidenzi criticità.

Classi equilibrate e integrazione: il nodo delle concentrazioni

Valditara ha collegato la questione linguistica a un secondo tema: la composizione delle classi. Il ministro ha ribadito la necessità di evitare concentrazioni troppo elevate di studenti stranieri negli stessi istituti o nelle stesse classi, sostenendo che una maggiore distribuzione favorirebbe sia l’apprendimento dell’italiano sia la relazione quotidiana tra ragazzi di provenienze differenti.

È una visione che sposta il discorso dall’inclusione all’integrazione. Non sarebbe sufficiente, dunque, garantire che tutti gli studenti siedano nella stessa aula: la scuola dovrebbe diventare anche il luogo nel quale si condividono lingua, regole e principi comuni, a partire da quelli sanciti dalla Costituzione.

Il passaggio è politicamente significativo perché introduce una distinzione spesso presente nel dibattito pubblico, ma non sempre affrontata con la stessa chiarezza: includere significa consentire l’accesso e la partecipazione; integrare significa costruire progressivamente un terreno comune. La questione, naturalmente, è come farlo senza trasformare le differenze culturali in un problema da distribuire statisticamente tra le classi.

Educazione sessuale, famiglie e “libertà educativa”

Nel suo intervento al Meeting, il ministro è tornato anche sul tema dell’educazione sessuale a scuola e sul consenso informato dei genitori per le attività considerate sensibili.

Valditara ha presentato questa impostazione come una questione di libertà educativa, richiamando l’articolo 30 della Costituzione e il ruolo riconosciuto ai genitori nell’educazione dei figli. Secondo il ministro, quando la scuola affronta temi percepiti dalle famiglie come particolarmente delicati sul piano etico e valoriale, ai genitori dovrebbe essere riconosciuta la possibilità di incidere sulle modalità con cui quei contenuti vengono proposti ai propri figli.

Anche in questo caso, però, il terreno è tutt’altro che neutro. La scuola è contemporaneamente un’istituzione educativa, un luogo di formazione culturale e uno spazio pubblico nel quale devono essere garantiti diritti, conoscenze e strumenti comuni. Stabilire dove finisca la responsabilità della famiglia e dove inizi quella della scuola è quindi una questione pedagogica e costituzionale complessa, che difficilmente può essere risolta attraverso formule politiche.

Una scuola tra obblighi, identità e consenso

Le proposte illustrate da Valditara hanno un filo conduttore evidente: rafforzare il ruolo della scuola come luogo di trasmissione di una lingua, di regole condivise e di valori comuni, restituendo contemporaneamente alle famiglie un ruolo più incisivo nelle scelte educative.

Il problema è che, dietro queste formule, rimangono interrogativi molto concreti. Come verrebbe organizzato l’obbligo di studio dell’italiano per i genitori? Chi dovrebbe finanziarlo? Con quali strumenti si distinguerebbe una difficoltà linguistica da una difficoltà scolastica? Quali sarebbero le conseguenze per una famiglia che non fosse in grado di rispettare l’obbligo? E, soprattutto, quali risorse verrebbero destinate all’insegnamento dell’italiano agli studenti, alla mediazione culturale, al sostegno agli insegnanti e alla riduzione delle disuguaglianze che incidono sul rendimento scolastico?

Sono domande tutt’altro che secondarie. Perché se l’obiettivo è davvero l’integrazione, la lingua rappresenta certamente uno strumento fondamentale, ma non può diventare l’unico parametro attraverso cui leggere la complessità delle difficoltà educative.

Il punto politico: una visione ancora tutta da dimostrare

La lettura più intellettualmente onesta delle parole di Valditara non consiste né nell’archiviare automaticamente ogni proposta come sbagliata né nel presentarla come una soluzione già pronta ai problemi della scuola italiana. Il ministro individua questioni reali — dalla partecipazione delle famiglie alla difficoltà di integrazione linguistica, fino al rapporto tra scuola e genitori — ma tende a tradurle in obblighi, equilibri numerici e battaglie culturali prima ancora di chiarire quale progetto organico di scuola intenda realizzare.

Ed è qui che emerge il limite politico più evidente: una visione che rischia di apparire come una cozzaglia di slogan, prescrizioni e suggestioni identitarie, più efficace nel produrre consenso e contrapposizione che nel delineare una strategia educativa di lungo periodo. È un tratto che, con frequenza, accompagna l’azione comunicativa di questo esecutivo: problemi complessi vengono ricondotti a formule semplici, mentre restano sullo sfondo le questioni strutturali — risorse, qualità dell’insegnamento, dispersione scolastica, disuguaglianze territoriali, formazione dei docenti e condizioni materiali degli istituti — sulle quali si misura davvero la capacità di governare la scuola.

Una scuola seria, però, non si costruisce soltanto stabilendo chi deve imparare cosa, chi deve autorizzare cosa o quanti studenti di una determinata provenienza debbano stare nella stessa classe. Si costruisce attraverso una visione pedagogica coerente, investimenti, competenze e strumenti. Se quella visione esista davvero, al di là delle dichiarazioni pronunciate dal palco di Rimini, resta ancora tutto da dimostrare.

Addio a Dolly Parton, la regina del country che trasformò la sua voce in leggenda

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Dolly Parton se n’è andata nel luogo che più di ogni altro aveva contribuito a trasformare nella capitale mondiale del country: Nashville, in Tennessee. La cantante, autrice, attrice e filantropa americana è morta martedì 25 agosto, all’età di 80 anni. A dare l’annuncio è stato il nipote Bryan Seaver, attraverso un video diffuso sui canali social dell’artista. La famiglia ha comunicato che Parton è morta serenamente e che sarà celebrata con una cerimonia privata riservata ai familiari. La causa della morte non è stata resa nota.

Con Dolly Parton scompare molto più di una star della musica country. Se ne va una delle figure più riconoscibili e trasversali della cultura americana, capace di attraversare generazioni e generi senza smarrire mai la propria identità. Il suo mondo fatto di strass, parrucche bionde, humour irresistibile e melodie apparentemente semplici nascondeva una straordinaria capacità di raccontare il dolore, il lavoro, l’ambizione, l’amore e la voglia di riscatto.

Una bambina, una canzone e un destino già scritto

Nata nel 1946 e cresciuta in condizioni di povertà nel Tennessee rurale, Parton era una dei dodici figli della famiglia. La musica entrò prestissimo nella sua vita: aveva appena cinque o sei anni quando scrisse la sua prima canzone, dando forma a quella che sarebbe diventata una delle più prolifiche carriere autorali della storia della musica americana. Nel corso della sua vita avrebbe scritto migliaia di brani.

Il passaggio dalla povertà delle Great Smoky Mountains alla ribalta internazionale fu tutt’altro che casuale. Parton costruì la propria carriera con una combinazione rara di talento, disciplina e intuito imprenditoriale. Prima autrice richiesta, poi interprete, quindi attrice, produttrice e imprenditrice: ogni capitolo della sua vita sembrava aggiungere una nuova dimensione a un personaggio che non si è mai lasciato rinchiudere in una sola definizione.

Jolene, 9 to 5, I Will Always Love You: la musica che ha superato il country

La sua firma è rimasta impressa in alcune delle canzoni più celebri del Novecento. Jolene, Coat of Many Colors, 9 to 5 e soprattutto I Will Always Love You hanno trasformato Dolly Parton in un’icona mondiale.

Quest’ultima canzone, scritta nel 1974 come commiato dal collega Porter Wagoner, avrebbe avuto una seconda vita straordinaria grazie alla versione di Whitney Houston, inserita nella colonna sonora del film The Bodyguard. Un esempio perfetto della capacità di Parton di scrivere canzoni capaci di sopravvivere alla propria epoca e di cambiare interprete senza perdere la forza originaria.

I numeri raccontano solo in parte la sua grandezza: oltre 100 milioni di dischi venduti e 11 Grammy Awards, compreso il Grammy alla carriera. Nel 1999 è entrata nella Country Music Hall of Fame e nel 2022 nella Rock & Roll Hall of Fame, riconoscimenti che fotografano bene quanto il suo impatto abbia ormai superato i confini del country.

Una donna capace di reinventarsi senza rinnegarsi

Parton è stata anche una pioniera nel trasformare la propria immagine in uno strumento di libertà. Il look esagerato, le paillettes, i capelli monumentali e l’autoironia non erano semplicemente un marchio estetico: erano parte di una precisa costruzione artistica. Dietro il personaggio scintillante c’era una donna capace di parlare a pubblici diversissimi, dai fan del country alle platee pop, dal cinema alla televisione.

Il successo di 9 to 5, commedia del 1980 dedicata al mondo del lavoro femminile, ne fece anche un volto cinematografico. La canzone che scrisse e interpretò per il film divenne a sua volta un successo e le procurò un Grammy.

Ma la sua eredità non si esaurisce nello spettacolo. Parton ha investito enormi energie nella filantropia, soprattutto attraverso la Imagination Library, il progetto dedicato alla diffusione della lettura e alla distribuzione gratuita di libri ai bambini. Nel corso degli anni l’iniziativa ha raggiunto centinaia di milioni di libri distribuiti.

Gli ultimi anni, tra fragilità e nuovi progetti

Negli ultimi tempi la salute aveva imposto a Parton un rallentamento. Aveva cancellato e rinviato appuntamenti pubblici, compresa una prevista residenza a Las Vegas, e aveva parlato apertamente delle difficoltà fisiche affrontate negli ultimi anni. Aveva inoltre raccontato di aver trascurato la propria salute mentre assisteva il marito Carl Dean, morto nel 2025 dopo quasi sessant’anni di matrimonio.

Eppure, anche quando il corpo imponeva prudenza, la sua agenda continuava a essere quella di un’artista che non aveva alcuna intenzione di fermarsi. Tra i progetti in cantiere c’erano un museo e un hotel a Nashville e un musical dedicato alla sua vita, Dolly: A True Original Musical.

Il museo che avrebbe raccontato la sua leggenda

Quasi come un ultimo capitolo già scritto, proprio in questi giorni era stata annunciata la grande esposizione dedicata alla sua vita e alla sua carriera, il Life of Many Colors Museum, destinata a Nashville e collegata al nuovo SongTeller Hotel. Il progetto avrebbe permesso ai visitatori di attraversare decenni di musica, costumi, fotografie, ricordi e oggetti personali.

Un museo, in fondo, è il luogo in cui una vita diventa memoria collettiva. E quella di Dolly Parton lo era già da tempo.

Perché la sua vera eredità non sta soltanto negli 11 Grammy, nei milioni di dischi venduti o nelle canzoni entrate nella storia. Sta nella capacità di aver trasformato una storia di povertà in una storia di successo senza mai nascondere le proprie radici. Di aver fatto del country una lingua universale. E di aver dimostrato che dietro una montagna di capelli biondi, un abito di paillettes e una battuta fulminante poteva esserci una delle autrici più sensibili e tenaci della musica americana.

Dolly Parton aveva costruito una carriera sulla capacità di far sorridere e commuovere nello spazio di una stessa canzone. Ora quella voce si è spenta. Le sue canzoni, invece, continueranno a cantare.

Dazi Usa-Canada, la guerra commerciale si allarga: Ottawa prepara la controffensiva

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La guerra commerciale tra Stati Uniti e Canada entra in una nuova fase e rischia di trasformare quella che sembrava una disputa negoziale in uno scontro destinato a lasciare conseguenze profonde su entrambe le economie. A partire dall’8 settembre, Ottawa introdurrà infatti nuovi dazi su oltre 700 prodotti americani, per un valore complessivo di circa 20 miliardi di dollari, pari a circa il 7% delle importazioni canadesi dagli Stati Uniti.

Le nuove tariffe, comprese tra il 15% e il 50%, rappresentano la risposta canadese alle misure adottate da Washington dopo l’interruzione dei negoziati commerciali tra i due Paesi. Una ritorsione mirata, dunque, ma anche un messaggio politico molto chiaro: il Canada non intende subire passivamente le decisioni della Casa Bianca e vuole difendere il proprio apparato produttivo.

Dalle motociclette ai prodotti alimentari: ecco cosa finirà nel mirino

La lista dei prodotti interessati dai nuovi dazi è ampia e tocca settori molto diversi. Tra gli articoli colpiti figurano motociclette, lavatrici e asciugatrici, motoseghe, oltre a diversi prodotti alimentari, tra cui formaggio fuso, vongole e polpo congelato.

Particolarmente significativo è il capitolo relativo ai metalli. Ottawa ha deciso di raddoppiare al 50% i dazi su acciaio e alluminio provenienti dagli Stati Uniti, portandoli allo stesso livello delle tariffe applicate da Washington alle medesime materie prime canadesi.

È proprio questo il punto più delicato dello scontro: acciaio e alluminio rappresentano infatti comparti strategici per entrambe le economie e il loro coinvolgimento rischia di produrre effetti a catena sulle filiere industriali, aumentando i costi per imprese e consumatori.

Ottawa: “Non era quello che volevamo”

Il governo canadese presenta la decisione come una misura necessaria per proteggere l’industria manifatturiera nazionale dopo il fallimento del confronto con Washington.

Il ministro del Commercio canadese Dominic LeBlanc ha tuttavia cercato di lasciare aperto uno spiraglio diplomatico. La scelta dei dazi, ha spiegato, non rappresentava l’obiettivo iniziale di Ottawa: la priorità sarebbe stata raggiungere un’intesa vantaggiosa per entrambe le parti.

Il Canada, però, non sembra più disposto ad attendere indefinitamente un accordo. La posizione di Ottawa è quindi quella di una controffensiva accompagnata da una porta ancora socchiusa al negoziato: pressione economica, ma senza rinunciare del tutto alla possibilità di ricomporre la frattura.

Trump non arretra

Dall’altra parte del confine, Donald Trump continua invece a difendere la linea dura nei confronti del vicino canadese. Il presidente statunitense accusa Ottawa di aver penalizzato per anni le imprese americane e, in particolare, il settore agricolo, arrivando a sostenere che il Canada abbia applicato dazi fino al 400% e oltre su alcuni prodotti.

Una contrapposizione che rende sempre più difficile individuare un terreno comune. Washington considera le proprie misure uno strumento per correggere quelli che ritiene squilibri commerciali storici; Ottawa le interpreta invece come una minaccia diretta alla propria industria e risponde colpo su colpo.

Un conflitto che va oltre i dazi

La vera incognita, ora, è capire quanto a lungo potrà durare questa escalation. Stati Uniti e Canada sono profondamente integrati sul piano economico e produttivo: colpire le importazioni significa inevitabilmente intervenire su catene di approvvigionamento, costi industriali e prezzi finali.

Il rischio, quindi, non è soltanto quello di una nuova stagione di tariffe incrociate. Se lo scontro dovesse proseguire, potrebbero aumentare le pressioni sulle imprese dei due Paesi e complicarsi ulteriormente i rapporti commerciali all’interno di un’area economica tradizionalmente caratterizzata da una forte interdipendenza.

L’8 settembre diventa così una data simbolica: il Canada passa dalla protesta alla ritorsione concreta. E mentre Ottawa continua a sostenere di voler trovare un accordo, Washington non sembra intenzionata a fare marcia indietro. La partita commerciale nordamericana, insomma, è tutt’altro che chiusa.

Tony Boy lascia San Vittore: domiciliari a casa dei genitori. La gip: «In contatto con ambienti criminali»

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Il carcere per Tony Boy è durato pochi giorni. Il trapper, all’anagrafe Antonio Hueber, 26 anni, lascia San Vittore e proseguirà la custodia cautelare agli arresti domiciliari nella casa dei genitori, in provincia di Padova. È la decisione della gip di Milano Chiara Valori, arrivata al termine dell’interrogatorio nel carcere milanese.

La giudice ha convalidato l’arresto, ma ha ridimensionato il quadro accusatorio: nell’ordinanza resta contestata la detenzione illegale della pistola, mentre non è stata riconosciuta, allo stato, l’ipotesi di detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. Una decisione diversa da quella sollecitata dalla Procura, che aveva chiesto la custodia in carcere.

Il giovane, seguito dall’avvocato Niccolò Vecchioni, sconterà dunque la misura in un ambiente ritenuto più protetto e controllabile. Non è stato disposto il braccialetto elettronico.

La difesa: «La droga era per uso personale»

Davanti alla gip, Tony Boy avrebbe respinto l’accusa di spaccio, sostenendo che la droga trovata durante la perquisizione fosse destinata esclusivamente al consumo personale. La difesa ha parlato di una dipendenza da più sostanze e ha sottolineato la disponibilità economica del cantante, elemento che, secondo il legale, renderebbe plausibile l’acquisto di quantitativi destinati al solo uso personale.

Il punto centrale dell’interrogatorio è stato però soprattutto quello relativo all’arma. Secondo quanto riferito dal difensore, il trapper avrebbe spiegato di averla acquistata per autodifesa, dopo aver subito un furto nella propria abitazione, episodio che aveva denunciato alle autorità.

«L’arma era detenuta con finalità di autodifesa», ha sostanzialmente ricostruito il legale, precisando che il suo assistito avrebbe fornito anche indicazioni sulle modalità attraverso le quali era entrato in possesso della pistola.

Una Beretta acquistata tramite Telegram

La versione fornita dal 26enne aggiunge un elemento particolarmente delicato all’inchiesta. Tony Boy avrebbe raccontato di aver acquistato la pistola attraverso un gruppo Telegram, dove sarebbe entrato in contatto con persone in grado di procurare armi clandestine.

Si tratta di una circostanza che, pur inserita nella ricostruzione difensiva, assume un peso rilevante nell’ordinanza della gip. La giudice osserva infatti che, nonostante l’assenza di precedenti penali, il giovane sarebbe entrato in relazione con ambienti criminali capaci di garantire l’accesso a un’arma clandestina.

L’arma sequestrata è una Beretta calibro 6.35 con matricola abrasa, accompagnata da circa cinquanta munizioni. È proprio la provenienza e la disponibilità dell’arma, più che l’ipotesi di spaccio, a costituire il cuore del provvedimento cautelare.

La diretta social durante la perquisizione

Resta invece fuori dall’interrogatorio il tema della diretta social realizzata durante la perquisizione che aveva portato all’arresto. Il difensore ha chiarito che la questione non rientrava nei fatti contestati nella richiesta di custodia cautelare presentata dal pm.

Per quella vicenda, il trapper risulta indagato a piede libero per trattamento illecito di dati.

La vicenda giudiziaria, dunque, si sviluppa su più piani distinti: da una parte l’inchiesta sull’arma clandestina, dall’altra il procedimento relativo alla diffusione delle immagini della perquisizione e, sullo sfondo, la contestazione iniziale relativa agli stupefacenti, che la gip non ha ritenuto di riconoscere ai fini della misura cautelare richiesta dalla Procura.

I concerti non fermano, per ora, la misura

Gli arresti domiciliari avranno inevitabilmente un impatto anche sulla carriera del giovane artista, che può contare su circa un milione di follower su Instagram e ha già diversi impegni professionali programmati.

La gip ha però chiarito che i concerti fissati nelle prossime settimane non costituiscono, allo stato, una ragione sufficiente per evitare l’applicazione della misura cautelare. Questo non significa necessariamente che ogni appuntamento professionale sia cancellato: l’ordinanza lascia aperta la possibilità di valutare in seguito eventuali autorizzazioni, sulla base di specifiche richieste della difesa.

Sarà quindi il giudice, di volta in volta, a stabilire se e a quali condizioni il trapper potrà uscire dall’abitazione per esigenze legate alla propria attività artistica.

Il nodo resta la pistola

La decisione della gip fotografa così una situazione più sfumata rispetto alle accuse iniziali. Tony Boy non è stato ritenuto, allo stato, meritevole della custodia in carcere per l’ipotesi di spaccio, ma la vicenda dell’arma resta tutt’altro che marginale.

Anzi, è proprio la modalità con cui il 26enne avrebbe procurato la Beretta a pesare nella valutazione cautelare: secondo la gip, il fatto che abbia potuto rivolgersi a un circuito capace di fornire un’arma con matricola abrasa rappresenta un elemento significativo nel valutare i suoi rapporti con ambienti criminali.

La difesa, dal canto suo, punta sulla fragilità personale del giovane, sulla sua dichiarata dipendenza da sostanze e sull’assunzione di psicofarmaci prescritti. Il confronto tra le due ricostruzioni — l’autodifesa sostenuta dal trapper e i contatti criminali evidenziati dalla giudice — sarà ora uno dei passaggi centrali dell’inchiesta.

Per Tony Boy, intanto, San Vittore è già alle spalle. La prossima fase giudiziaria si svolgerà lontano dal carcere, nella casa dei genitori, mentre sul tavolo restano ancora da chiarire la provenienza della pistola, la natura dei suoi rapporti con chi gliel’avrebbe procurata e il quadro complessivo delle contestazioni.

Cia a Mosca, il viaggio di Ratcliffe riaccende il dossier Russia-Ucraina

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Il fronte diplomatico resta sospeso, quello militare continua a produrre vittime e, sullo sfondo, prende forma un terzo terreno di confronto: quello delle operazioni clandestine e delle accuse di sabotaggio. È in questo quadro che assume particolare rilievo il viaggio a Mosca di John Ratcliffe, direttore della Cia, arrivato nella capitale russa a bordo di un aereo militare statunitense C-17.

Secondo quanto riferito da Cbs, citando funzionari americani, Ratcliffe dovrebbe incontrare alcuni interlocutori nella capitale russa. Non sono stati resi noti né i nomi dei suoi interlocutori né l’agenda della missione. Il volo, partito dalla base Andrews, è stato tuttavia monitorato fino all’arrivo a Mosca, alimentando interrogativi sul significato politico e operativo della trasferta.

La presenza del capo dell’intelligence americana in Russia arriva mentre i canali del confronto tra Washington e Mosca restano particolarmente delicati. E mentre la diplomazia discute di possibili formule per fermare la guerra, gli attacchi continuano.

Due morti in Russia, altre vittime in Ucraina

Nella regione russa di Krasnodar, un attacco con droni ucraini ha provocato un incendio in una raffineria. Secondo le autorità locali, i detriti di uno dei velivoli sono caduti nei pressi della stazione ferroviaria di Afipsky, causando la morte di due persone.

La notizia, riferita dalle autorità regionali e ripresa dall’Afp, è stata confermata dal governatore Veniamin Kondratiev. L’attacco torna così a evidenziare quanto il conflitto abbia ormai esteso la propria portata ben oltre la linea del fronte.

Anche in Ucraina si registrano nuove vittime. A Zaporizhzhia due persone sono morte, secondo quanto comunicato da Ivan Fedorov, capo dell’amministrazione militare regionale.

Il Donbass resta il nodo più duro

Sul piano politico, il Cremlino ha respinto la proposta attribuita a Volodymyr Zelensky di inserire in un eventuale accordo di pace una parte dei territori contesi in una zona economica libera, affidandone la gestione a Paesi terzi.

La risposta di Mosca è stata netta. Il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che il Donbass viene considerato dalla Russia parte integrante della Federazione e che, proprio per questo, non sarebbe ipotizzabile una gestione da parte di uno Stato straniero.

È uno dei nodi più difficili da sciogliere in qualsiasi percorso negoziale: Kiev continua a rivendicare la propria sovranità sui territori occupati, mentre Mosca considera le regioni annesse parte del proprio territorio. Una distanza politica e giuridica che rende estremamente complessa qualsiasi architettura di compromesso.

Lipsia, l’ipotesi di un piano più ampio

Intanto, in Germania, l’indagine sul presunto attentato all’aeroporto di Lipsia/Halle si arricchisce di elementi che potrebbero modificare radicalmente la ricostruzione iniziale.

Il 4 agosto era stato scoperto un drone dotato di esplosivo che, secondo gli investigatori, avrebbe potuto essere destinato a colpire un aereo cargo Antonov ucraino utilizzato per il trasporto di materiale militare. Il dispositivo non era esploso, probabilmente a causa di un problema all’innesco.

Nelle stesse ore, un aereo cargo di Dhl aveva segnalato l’impatto con un oggetto non identificato durante la fase di atterraggio. Il velivolo aveva riportato danni nella parte anteriore ed era stato costretto a riprendere quota per poi atterrare ad Hannover.

A distanza di settimane, gli investigatori tedeschi ritengono che quell’oggetto possa essere stato un secondo drone.

Ma il quadro si fa ancora più inquietante. Secondo quanto riportato da Wdr, Ndr e Süddeutsche Zeitung, gli investigatori avrebbero trovato un terzo drone e circa 50 grammi di Hexogen, un potente esplosivo di tipo militare, in un campo nei pressi di Kabelsketal, a pochi chilometri dall’aeroporto.

Non solo. A Kursdorf, a nord dello scalo, sarebbe stato recuperato anche un apparato tecnico potenzialmente utilizzabile per il controllo di un drone: un’antenna e alcuni componenti elettronici fissati a un albero. Nella stessa area sarebbero state individuate tracce di terreno bruciato e frammenti metallici compatibili con l’ipotesi di un’esplosione.

Elementi che, messi insieme, spingono gli investigatori a valutare uno scenario diverso dal semplice episodio isolato: un’operazione più complessa e potenzialmente più ambiziosa.

L’indagine è condotta anche nell’ottica di un possibile atto di terrorismo di Stato. Tra le piste seguite dagli investigatori tedeschi figura quella di un coinvolgimento di apparati russi, ipotesi che Mosca ha respinto. Gli specialisti dovranno ora esaminare ulteriori reperti, comprese eventuali tracce biologiche, nel tentativo di identificare i responsabili.

Londra guarda a Washington per i Patriot

Sul fronte occidentale, intanto, cresce la pressione sugli Stati Uniti affinché rafforzino la difesa aerea ucraina in vista dei mesi invernali.

Il primo ministro britannico Andy Burnham ha annunciato l’intenzione di recarsi a New York a settembre insieme ad altri leader europei per sollecitare il presidente Donald Trump a consentire all’Ucraina di accedere a una parte delle scorte americane di missili per i sistemi Patriot.

La questione della difesa aerea è destinata a diventare centrale con l’avvicinarsi dell’inverno. Proteggere infrastrutture energetiche, città e snodi strategici significa infatti ridurre l’impatto della campagna missilistica e dei droni russi, che negli ultimi anni ha colpito ripetutamente il sistema energetico ucraino.

Mosca chiude la porta ai contingenti Nato

Proprio mentre gli alleati discutono di come sostenere Kiev, Mosca torna a fissare una delle proprie principali linee rosse.

Il Cremlino ha definito nuovamente “inaccettabile” lo schieramento in Ucraina di contingenti militari appartenenti a Paesi della Nato. La dichiarazione arriva dopo l’annuncio del presidente francese Emmanuel Macron secondo cui le esercitazioni della Forza multinazionale per l’Ucraina, promossa dalla Coalizione dei Volenterosi, si terranno nei mesi di ottobre e novembre.

Peskov ha ribadito che la posizione russa non è cambiata: qualsiasi presenza militare straniera riconducibile ai Paesi Nato sul territorio ucraino viene considerata da Mosca una prospettiva irricevibile.

È un’altra tessera del complesso mosaico negoziale. Da una parte, gli alleati europei cercano di costruire garanzie di sicurezza credibili per l’Ucraina; dall’altra, il Cremlino considera proprio la presenza militare occidentale uno degli scenari più sensibili e destabilizzanti.

Il viaggio di Ratcliffe e il messaggio dietro il silenzio

In questo contesto, la missione di Ratcliffe assume un peso che va oltre il semplice calendario di incontri. Il direttore della Cia arriva a Mosca mentre il conflitto attraversa una fase nella quale diplomazia, intelligence e sicurezza militare sono sempre più intrecciate.

Il fatto che Washington mantenga il massimo riserbo sugli interlocutori e sui contenuti della trasferta lascia aperte diverse interpretazioni. Per ora, però, l’unico dato certo è la presenza del capo dell’intelligence americana nella capitale russa.

Il resto resta dietro le porte chiuse del Cremlino e dei servizi di sicurezza. Ed è proprio questo silenzio, in una fase nella quale ogni segnale viene attentamente interpretato da Mosca, Kiev e dalle capitali occidentali, a rendere il viaggio di Ratcliffe uno degli elementi più osservati del nuovo capitolo della crisi.

Ex Ilva, la partita si allarga: in gara entra anche un quarto grande operatore europeo

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La partita per il futuro dell’ex Ilva di Taranto si fa sempre più affollata e, soprattutto, più internazionale. Alla gara per gli stabilimenti siderurgici si aggiunge infatti un quarto grande operatore europeo, destinato ad affiancare i soggetti già in campo: Jindal, Flacks e una cordata italiana che il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha definito «piuttosto significativa».

L’annuncio, arrivato dal Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, conferma che la procedura sta attirando l’interesse di gruppi industriali con ambizioni rilevanti sul dossier dell’acciaio italiano. Un interesse che, nelle intenzioni del governo, può tradursi in una competizione capace di individuare la soluzione più solida per il rilancio degli impianti e per la continuità produttiva.

Urso: «Troveremo una soluzione»

Il ministro guarda con fiducia all’evoluzione della gara e sottolinea il ruolo della collaborazione tra istituzioni. L’obiettivo non è soltanto individuare un nuovo soggetto industriale, ma costruire le condizioni per assicurare una prospettiva duratura agli stabilimenti e all’intero comparto siderurgico.

Il dossier ex Ilva, del resto, va ben oltre i confini di Taranto. In gioco c’è una componente rilevante della capacità manifatturiera italiana e, più in generale, la possibilità per l’Europa di mantenere una propria base industriale nei settori considerati strategici.

È proprio su questo punto che Urso insiste. La siderurgia di base, secondo il ministro, non può essere considerata un comparto destinato inevitabilmente a ridimensionarsi, ma una infrastruttura industriale indispensabile alla competitività del continente.

La siderurgia come questione strategica

«Noi crediamo all’industria primaria», ha ribadito Urso, collegando la tenuta della produzione siderurgica alla capacità dell’Europa di preservare il proprio sistema produttivo. Il tema, nella sua lettura, assume anche una dimensione geopolitica: senza una solida industria di base, sostiene il ministro, sarebbero messe a rischio non soltanto le filiere manifatturiere, ma anche la «libertà e l’indipendenza dell’Europa».

L’ingresso di un nuovo grande operatore europeo aggiunge dunque un elemento significativo a una gara già caratterizzata dalla presenza di interlocutori industriali di peso. Per l’ex Ilva si apre una fase nella quale la scelta del futuro proprietario dovrà necessariamente intrecciarsi con investimenti, capacità produttiva, sostenibilità industriale e prospettive occupazionali.

Il governo, intanto, mantiene la linea della fiducia. La convinzione espressa da Urso è che la maggiore partecipazione alla gara possa favorire l’individuazione di un progetto credibile e industrialmente robusto. La sfida, ora, sarà trasformare l’interesse manifestato dai diversi pretendenti in un piano concreto per riportare la siderurgia italiana al centro della strategia industriale nazionale ed europea.