A cura di Gilberto Borzini
La politica deve affermare quale forma dell’economia intende adottare e, di conseguenza, quali dinamiche etiche regoleranno il vivere sociale. Diversamente il darwinismo sociale, nella sua peggiore configurazione, si affermerà.
Il rapporto tra Economia, Etica e Politica è stretto e solidale: l’organizzazione della società è definita dai modelli economici di riferimento che affermano attraverso le proprie caratteristiche le dinamiche relazionali tra soggetti, un tempo persone, economici.
La questione principale è proprio quella appena accennata: all’interno del sistema capitalista, oggi tecnocapitalista, gli individui sono “misurati e pesati” esclusivamente attraverso definizioni quantitative determinate dalla capacità di spesa, di consumo e di produzione di reddito.
Altre caratteristiche un tempo importanti, ad esempio compassione, riconoscenza, empatia, sono scomparse o, se presenti, vengono dedicate ad un ristrettissimo gruppo di relazioni.
Per il resto siamo solo soggetti economici che temono – con ottime ragioni – di vedere sfumare la propria residua soggettività in caso di perdita dell’occupazione, di rovesci economici, di catastrofi naturali o dell’emergente sostituzione delle attività umane da parte della Robotica, dell’Intelligenza Artificiale e della Tecnologia in genere.
Se alla fine degli anni ’90 sociologi del calibro di Zygmunt Bauman (ne “il disagio della postmodernità” edito in Italia da Laterza) indicavano in almeno il 30% (trentapercento) dell’umanità la percentuale di “superfluità” considerata zavorra eliminabile dal modello economico capitalista, oggi la dimensione della superfluità ha assunto dimensioni ancora più rilevanti, anche nella consapevolezza della non necessarietà di un “esercito di lavoratori di riserva”, come li definiva Marx, disponendo di robotica adeguata alla sostituzione degli umani.
La situazione italiana
I dati dell’occupazione in Italia affermano una tenuta delle occupazioni “povere”, quelle a bassa marginalità, ad esempio nella manifattura o nelle stagionalità turistiche, e i dati economici individuano nel sempre più esiguo potere d’acquisto dei salari, il “dumping salariale”, l’unico elemento di competitività prodotto dalla nostra economia nello scenario globale.
Il debito pubblico cresce mentre i fondi PNRR non hanno prodotto l’auspicato rimbalzo economico, ovvero sono stati spesi male in opere improduttive, ma hanno contribuito ad aggravare il debito complessivo.
L’elettorato è sempre più incerto e impaurito e più è spaventato più si orienta verso le aree del non voto o dell’estremismo di destra, quello che promette “l’uomo del destino” ad ogni passaggio di secolo, quello che risolve tutto al grido di “ghe pensi mi!”.
Lo scenario internazionale
Italia e Europa bazzicano l’ambiente culturale ed economico statunitense, ma gli USA sono messi molto peggio di quanto non vogliano far capire: il debito pubblico è fuori controllo e il Senato nega al Ministro della Guerra 100 milioni di dollari, che appesantirebbero ulteriormente il bilancio, mentre la porta aerei al largo dell’Iran ha i cessi otturati ed è rimasta senza acqua (e vai a trovare un idraulico in mezzo all’oceano indiano…).
Gli USA allora cercano di produrre armi per vendercele e con il ricavato tappare qualche falla del loro debito pubblico, oppure agiscono di rapina sulle energie altrui con lo stesso obiettivo. Peccato che così facendo allargano e ampliano le nostre posizioni debitorie, quando persino un allievo del primo anno di economia sa che chi presta soldi ha bisogno di clienti ricchi perché quelli poveri rischiano l’insolvibilità trascinando il creditore nei pasticci.
Cara Politica: che economia sostieni?
Visto che stiamo andando allegramente verso un periodo elettorale è necessario allora domandare alla politica partitica quale economia intendano sostenere. Se mantenere quella esclusivamente “di Mercato” in cui ci stiamo dibattendo, oppure se avviare politiche keynesiane socialiste di redistribuzione delle risorse o, ancora, se per caso siano orientate a favore di forme di gestione diretta dei mezzi di produzione, come a volte si sente domandare per affrontare casi drammatici come l’acciaieria nazionale.
L’Economia di Mercato vive abbattendo la fiscalità e trasferendo al privato cittadino la soluzione di tutte le sue necessità grazie a servizi erogati da altri privati. Questo orientamento manderebbe sul lastrico una quota non inferiore al 25% della popolazione residente, che include il 10% che già ora “non ce la fa ad arrivare a fine mese e non si cura” trascinando con sé il vastissimo repertorio delle pensioni modeste e del lavoro povero. L’ulteriore affermazione dei modelli privatizzati tanto cari all’Europa e al sistema finanziario (ricordate Mario Monti e il suo “ce lo chiede l’Europa?”) darebbe voce ad ulteriori moti di protesta popolare e non si sa fino a che punto la politica partitica sia disposta al conflitto sociale per sostenere banche, società finanziarie e assicurazioni, in pratica gli attori primari del “Mercato”.
L’Economia Keynesiana si basa su una riqualificazione del sistema fiscale e scatenerebbe un dissenso corposo sostenuto dai commercianti (che come categoria economica sono già scomparsi ma non se ne sono compiutamente accorti), dai proprietari di immobili che paventano non solo la temibilissima “patrimoniale” ma persino il ricalcolo dei valori catastali su cui definire l’IMU, valori fermi ad una settantina di anni fa, e da chiunque disponga di un patrimonio milionario, sempre pronto a fare i bagagli e trasferirsi in luoghi fiscalmente più simpatici.
Dell’Economia amministrata dal Pubblico è superfluo discorrere, visto che genererebbe insostenibili carrozzoni pieni di gente assunta per votare chi li ha assunti e non per lavorare, come già accadde con tutti i carrozzoni pubblici del passato.
All’Economia Keynesiana il Mercato domanderebbe “per sostenere chi e cosa aumenti le tasse”?
E la risposta sarebbe, inevitabilmente, “per sostenere chi non ce la fa oggi e non ce la farà neppure domani, per i residuali, per i superflui, per quelli che già oggi vengono indicati come zavorre”.
E in un mondo in cui chi non produce e non spende non ha diritti, in un mondo in cui è solo la nostra capacità di spesa ad affermare l’appartenenza alla società degli uomini (o di quello che rimane dell’umanità), in un mondo in cui l’ostentazione del consumo afferma l’identità, quella scelta potrebbe apparire scandalosa.
Scandalosa, certo, agli occhi e alle orecchie di chi ha sepolto l’Etica sotto l’idolo del Denaro.
Peccato che quella scelta, quella che darebbe nuovamente il titolo di Cittadino agli attuali Consumatori, quella che affermerebbe il Diritto Naturale per tutti valido, sia l’unica eticamente accettabile.
Sempre che si sia ancora umani e non semplicemente consumatori.
