Settembre comincia sui mercati europei con il freno tirato. Le Borse del Vecchio Continente risentono della debolezza dei listini asiatici e della chiusura poco brillante di Wall Street, mentre sullo sfondo torna a incombere il rischio geopolitico. Le nuove tensioni in Medio Oriente fanno infatti scattare il prezzo del greggio, alimentando il timore che una nuova fiammata dell’energia possa riaccendere l’inflazione proprio nel momento in cui gli investitori guardano alle prossime mosse delle banche centrali.
In avvio il Ftse Mib di Milano cede lo 0,11%, il Dax di Francoforte lo 0,59% e l’Ibex 35 di Madrid lo 0,17%. In controtendenza il Cac 40 di Parigi, in rialzo dello 0,17%. Più pesante Londra, con il Ftse 100 in calo dello 0,54%.
Il quadro arriva dopo un agosto comunque positivo per Wall Street. Nel mese appena concluso, l’S&P 500 ha guadagnato il 2,6%, il Nasdaq il 3,9% e il Dow Jones l’1,3%. Numeri che raccontano una forza di fondo ancora presente, ma che ora deve fare i conti con un contesto internazionale nuovamente più complesso.
Petrolio, il ritorno del rischio geopolitico
A dettare il ritmo della seduta è soprattutto il petrolio. Le dichiarazioni provenienti da Washington e Teheran hanno riportato in primo piano lo spettro di un’escalation.
Il presidente americano Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti “colpiranno duramente”, mentre le forze armate iraniane hanno fatto sapere di essere pronte a rispondere con una forza “significativamente maggiore”. Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz rimane bloccato, trasformandosi ancora una volta nel punto più sensibile per gli equilibri energetici globali.
Il Brent con scadenza novembre sale dello 0,45% a 90,9 dollari al barile, mentre il Wti di ottobre avanza dello 0,32% a 86,32 dollari. Anche il gas naturale ad Amsterdam rimane su livelli elevati, in area 70 euro per megawattora.
Il problema per i mercati non è soltanto il prezzo assoluto del greggio. È soprattutto la velocità con cui l’energia può trasferirsi sull’inflazione, complicando il lavoro delle banche centrali e riducendo lo spazio per una politica monetaria più accomodante.
Shein, il debutto che fa tremare il fast fashion
Ma è a Hong Kong che arriva uno dei segnali più interessanti della giornata. Shein, il colosso cinese dell’e-commerce diventato il simbolo globale del fast fashion digitale, debutta in Borsa e lo fa con una brusca frenata.
Nelle prime ore di contrattazione il titolo arriva a perdere circa il 10%, prima di recuperare parte del terreno. Un esordio tutt’altro che trionfale per una società che negli ultimi anni ha costruito la propria espansione su prezzi estremamente competitivi, produzione flessibile e una macchina digitale capace di trasformare rapidamente le tendenze dei social network in nuovi prodotti.
Il prezzo di collocamento era stato fissato a 48,65 dollari di Hong Kong per azione, pari a circa 6,19 dollari Usa. L’operazione ha consentito a Shein di raccogliere 13,60 miliardi di dollari di Hong Kong, circa 1,74 miliardi di dollari americani, attraverso la vendita di azioni.
Il punto, però, non è soltanto la performance del primo giorno. Il mercato sembra interrogarsi sulla sostenibilità di un modello che per anni è sembrato inarrestabile, ma che oggi deve affrontare una combinazione di fattori molto più ostile: aumento dei costi logistici, maggiore attenzione regolatoria, consumatori più sensibili alla sostenibilità e un quadro commerciale internazionale meno favorevole.
Il debutto debole di Shein può quindi essere letto come qualcosa di più di una semplice bocciatura iniziale. È un possibile campanello d’allarme per l’intero universo del fast fashion a bassissimo costo, soprattutto quello costruito sulla capacità di spedire enormi quantità di piccoli ordini dai poli produttivi asiatici direttamente ai consumatori occidentali.
Importazioni cinesi in frenata
A complicare il quadro ci sono anche i dati sul commercio. Secondo i dati citati da Reuters, le importazioni dalla Cina sono diminuite del 10,9%, raggiungendo quota 9,81 miliardi di dollari. Si tratta del quinto mese consecutivo di calo su base annua, una dinamica attribuita soprattutto all’incremento dei costi di spedizione.
È un elemento particolarmente significativo per aziende come Shein, il cui modello di business dipende in misura rilevante dalla catena logistica globale. Quando trasporto e distribuzione diventano più costosi, una parte del vantaggio competitivo costruito sui prezzi tende inevitabilmente a ridursi.
Ed è proprio qui che il mercato potrebbe aver acceso i riflettori: il fast fashion non vive soltanto di abiti economici, ma di una complessa macchina industriale e logistica progettata per mantenere bassissimi i costi e altissima la velocità. Se quella macchina comincia a diventare più costosa, il modello deve necessariamente trovare un nuovo equilibrio.
Inflazione e Fed, i prossimi appuntamenti
Sul fronte macroeconomico, gli investitori attendono oggi il dato sull’inflazione europea, mentre venerdì sarà la volta dei numeri sul mercato del lavoro americano. Indicatori cruciali per la Federal Reserve, chiamata a calibrare le prossime decisioni sui tassi.
La nuova corsa del petrolio rischia di rendere il quadro più delicato: energia più cara significa infatti maggiore pressione sui prezzi e, potenzialmente, minori margini di manovra per una politica monetaria espansiva. Il mercato guarda quindi ai prossimi dati con particolare attenzione.
Sul mercato valutario l’euro/dollaro resta sostanzialmente stabile a 1,1607, mentre l’oro si muove poco, con il contratto spot a 4.435 dollari l’oncia.
Piazza Affari guarda al petrolio
A Milano la geopolitica si riflette immediatamente sui singoli titoli. Con il greggio in rialzo, Eni parte guadagnando circa l’1%, confermando la tradizionale sensibilità del comparto energetico alle quotazioni del petrolio.
Di segno opposto il settore della difesa: Fincantieri arretra dell’1,5% e Leonardo dello 0,8%. Un movimento che arriva dopo una lunga fase di attenzione degli investitori verso il comparto e che dimostra quanto rapidamente possano cambiare le preferenze del mercato quando entrano in gioco prese di profitto, valutazioni e aspettative già incorporate nei prezzi.
Infine, lo spread Btp-Bund apre in rialzo a 83,1 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 4,16%.
Tra petrolio, inflazione, tensioni geopolitiche e commercio internazionale, il primo giorno di settembre consegna dunque ai mercati un messaggio chiaro: la liquidità e l’ottimismo che hanno sostenuto l’estate non bastano più. E il tonfo iniziale di Shein a Hong Kong aggiunge un secondo segnale, questa volta dal mondo dei consumi: anche i modelli apparentemente più inarrestabili devono fare i conti con un mondo diventato improvvisamente più costoso, più regolamentato e molto meno prevedibile.
