A cura di Gilberto Borzini
L’arte contemporanea è una gara di inseguimento tra segno, senso e simbolo?
“Il senso dell’opera d’arte vaga nello spazio che si stende tra l’artista e l’osservatore”, affermava Maaretta Jaukkuri una ventina di anni orsono, definendo così in termini critici il taglio del cordone ombelicale che legava l’arte con la realtà.
Destituire le scuole, le correnti, le forme strutturali e organizzative che affermavano come tale l’opera d’arte ai sensi dei fruitori, l’arte contemporanea è andata sempre più definendo linguaggi individuali difficilmente apparentabili con altri linguaggi di artisti consimili, affermando pertanto ogni singola opera come puro “evento”, come tale irripetibile, inimitabile e pertanto, se collocata nelle mani esperte del mercante consumato, capace di raggiungere quotazioni un tempo impensabili.
Paul Brauillard in un’intervista del 1993 ricordava che “l’opera d’arte crea il proprio spazio e l’artista non rappresenta bensì simula e la simulazione si riferisce a un mondo privo di riferimenti, un mondo dal quale tutti i riferimenti sono scomparsi.”
Facile allora per l’osservatore o l’ascoltatore sentirsi esclusi, emarginati, distanti dalla comprensione, dalla possibile valutazione dell’opera in tale assenza di riferimenti, di punti cardinali necessari, fino a ieri, all’orientamento.
L’opera d’arte allora, non più rappresentativa, diviene metanarrazione e “le immagini appaiono al fruitore come fantasmi: intriganti e intense, enigmatiche e attraenti nella loro espressione grazie ai nessi entro ai quali possono venire inserite ed entro i quali si manifestano all’interpretazione dei fruitori. L’essere autore d’arte consiste allora e soprattutto nel mettere in moto un processo che non mira a oggettivarsi ma scorre in modo libero, imprevedibile, sovradeterminato, rimanendo sempre incompleto e aperto.” (Anna Jamroziyak, Istituto di Cultura, Varsavia 1990).
Il senso dell’opera d’arte si definisce quindi nel processo di interpretazione e si esaurisce con esso.
Quanto sopra scritto definisce un cambiamento epocale nel linguaggio artistico e nella stessa ideazione dell’opera, nella destrutturazione dei linguaggi precedenti e in una relazione imprescindibile tra l’oggetto d’arte (osservato o ascoltato) e l’Osservatore (o ascoltatore), sostituendo ai precedenti compiti didattici e mnestici dell’Arte storicamente determinati e definiti, in particolar modo dell’arte figurativa, un criterio assimilabile alla fisica quantistica in cui solo la relazione tra osservatore e osservato definisce le categorie di rifierimento seppur all’interno di in un tempo determinato T durante il quale le percezioni dell’osservatore rimangono immutate, mentre con la variazione dello stato d’animo, dell’umore, delle tensioni interiori, dell’età, del censo e del ruolo del medesimo osservatore muterà necessariamente l’interpretazione dell’oggetto osservato.
L’opera pertanto si esaurisce ed esaurisce il proprio significante, individuale e soggettivo, nel momento in cui viene osservata ma in questo permanente scorrere di relazioni tra segni, simboli e interpretazione di senso, in questo imponente Panta Rei dell’arte contemporanea che accompagna, quest volta coerentemente simboleggiandola, l’esperienza umana nel fluire della modernità, l’azione individuale all’interno della modernità liquida, sorprende come sorprenderebbe l’apparire di un cinghiale alla svolta di una strada la fissità di certa cosiddetta arte, la staticità fotografica, il rimando a significati socialmente destituiti di valore, la reiterazione di proposte secolarmente terminate, la difficoltà e il disagio che esprimono non operatori dell’immagine e del suono nell’affrancarsi da linguaggi rappresentativi e didattici, ovvero ancorati ad un retaggio che possiamo definire arcaico.
L’arte precorre i tempi nella sensibilità degli artisti. Forse chi si ancora nei simbolismi trascorsi stenta a liberare gli spazi interiori, o a riconoscersi nel fluire costante della realtà inafferrabile.
