27 Ottobre 2026, martedì
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Cina, il fotovoltaico sorpassa il carbone: per la prima volta è la principale capacità elettrica del Paese

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La Cina segna una nuova, significativa tappa nella sua trasformazione energetica. Per la prima volta, la capacità fotovoltaica installata nel Paese ha superato quella delle centrali a carbone, diventando la principale categoria di fonte elettrica in termini di potenza installata.

Il dato, comunicato il 1° settembre dalla National Energy Administration (NEA) e riportato dall’agenzia Xinhua, fotografa con particolare evidenza la velocità con cui la Cina sta espandendo le proprie infrastrutture solari. A fine luglio, la capacità fotovoltaica cumulata aveva infatti raggiunto 1,286 miliardi di kW, pari a circa 1.286 GW, contro gli 1,285 miliardi di kW del carbone.

Il margine è ancora minimo — appena un miliardo di watt, ovvero 1 GW — ma il significato del sorpasso va ben oltre la differenza numerica. Per la prima volta una fonte rinnovabile supera il carbone nella capacità installata del principale sistema elettrico mondiale, segnando uno spartiacque nella struttura energetica cinese.

Un sorpasso costruito a ritmi record

Il risultato è soprattutto il frutto della straordinaria accelerazione degli investimenti nel fotovoltaico. Negli ultimi anni la Cina ha moltiplicato la capacità produttiva e installata lungo l’intera filiera solare, consolidando al tempo stesso il proprio ruolo dominante nella produzione mondiale di pannelli, celle e componentistica.

La crescita della capacità fotovoltaica modifica così rapidamente il peso relativo delle diverse fonti che il carbone, pur mantenendo una funzione centrale nella sicurezza e nella stabilità della rete elettrica, viene ormai affiancato da una capacità solare di dimensioni comparabili e, sul piano della potenza installata, appena superata.

È importante sottolineare che capacità installata e produzione effettiva di elettricità non sono la stessa cosa. Un gigawatt di fotovoltaico non produce energia con la stessa continuità di un gigawatt a carbone, perché la generazione solare dipende dalla disponibilità della radiazione solare. Il sorpasso, quindi, non significa che il fotovoltaico abbia già sostituito il carbone nella generazione elettrica cinese.

Il dato indica piuttosto che la struttura del parco di generazione sta cambiando rapidamente e che il solare è ormai diventato una componente infrastrutturale di prima grandezza.

La Cina accelera sulla transizione energetica

Il passaggio assume un peso particolare proprio perché avviene in Cina, Paese che continua a registrare una forte crescita della domanda di energia e che, contemporaneamente, conserva una vastissima flotta di centrali a carbone.

La contraddizione solo apparente tra l’espansione delle rinnovabili e la permanenza del carbone riflette la complessità della transizione energetica cinese. Pechino sta infatti aumentando rapidamente la capacità da fonti rinnovabili, ma deve anche garantire continuità e affidabilità a un sistema elettrico enorme, industrializzato e sottoposto a una domanda crescente.

In questo scenario, il fotovoltaico rappresenta uno degli strumenti principali per aumentare rapidamente la capacità di generazione a basse emissioni. Il suo sviluppo procede inoltre di pari passo con il potenziamento delle reti elettriche e con la crescita delle tecnologie di accumulo, indispensabili per integrare una quota sempre maggiore di produzione intermittente.

Il valore simbolico del dato

Il sorpasso di fine luglio ha dunque un forte valore simbolico e industriale. Per decenni il carbone è stato il pilastro del rapido sviluppo economico cinese, alimentando l’industrializzazione e l’espansione urbana del Paese. Ora, sul fronte della capacità installata, il fotovoltaico si porta davanti.

La differenza di appena 1 GW suggerisce che il primato sia ancora agli inizi. Ma è proprio la dinamica della crescita a rendere il dato particolarmente significativo: con nuove installazioni solari che continuano ad aumentare, il vantaggio del fotovoltaico sulla capacità a carbone potrebbe progressivamente ampliarsi.

La Cina si trova così davanti a un paradosso destinato a caratterizzare i prossimi anni: il Paese continua a essere uno dei maggiori protagonisti dell’economia mondiale del carbone, ma allo stesso tempo è diventato il laboratorio più imponente al mondo per l’espansione dell’energia solare.

Il sorpasso dei 1,286 miliardi di kW rappresenta, in questo senso, qualcosa di più di una semplice statistica. È la fotografia di un sistema elettrico in rapida riconfigurazione, nel quale il baricentro della nuova capacità si sta spostando sempre più decisamente verso le fonti rinnovabili.

Droni sul Baltico, allarme in Estonia: la guerra d’Ucraina sfiora il fianco orientale della Nato

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La guerra tra Russia e Ucraina continua ad allargare la propria ombra oltre i confini del campo di battaglia. Nella notte, a finire sotto i riflettori è stato il fianco orientale della Nato, dove alcuni droni hanno attraversato lo spazio aereo della Lettonia e successivamente quello dell’Estonia, facendo scattare un allarme che ha mobilitato anche i caccia alleati impegnati nella sorveglianza del Baltico.

La sequenza degli eventi, ricostruita dall’emittente nazionale estone Err e dalle agenzie di stampa dei due Paesi baltici, è iniziata nelle prime ore del mattino. Alle 3.11 le Forze di Difesa estoni hanno diramato un avviso di minaccia aerea per diverse contee del Paese.

Secondo il tenente colonnello Uku Arold, capo del Dipartimento di Comunicazione Strategica delle Forze di Difesa estoni, alcuni droni si sarebbero mossi parallelamente al confine orientale dell’Estonia e a quello della Lettonia, prima di penetrare nello spazio aereo estone. Una circostanza che ha fatto scattare immediatamente le procedure di risposta previste dall’Alleanza.

Dalla base aerea di Ämari sono quindi decollati i caccia dell’Aeronautica turca, schierati in Estonia nell’ambito della missione Nato di difesa e pattugliamento aereo del Baltico.

«Ci sono stati droni che si sono mossi parallelamente al confine orientale dell’Estonia e anche a quello della Lettonia, entrando poi in territorio estone, motivo per cui abbiamo lanciato l’allarme», ha spiegato Arold.

L’allerta è stata successivamente revocata, poco prima delle 6 del mattino. Il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna ha confermato l’accaduto, sottolineando soprattutto la rapidità della risposta alleata. La Nato, ha ribadito, è «vigile e pronta» a proteggere il territorio dei Paesi membri.

Un episodio che, al di là della sua durata limitata, restituisce con particolare evidenza quanto sia sottile la linea di sicurezza lungo il confine orientale dell’Alleanza. La presenza di droni in prossimità e all’interno dello spazio aereo di un Paese Nato impone infatti una risposta immediata, anche quando non sia ancora possibile stabilire con certezza origine, natura e finalità dei velivoli.

L’attacco russo su Kiev: almeno dodici vittime

Mentre il Baltico alzava il livello di allerta, la guerra continuava a colpire duramente il territorio ucraino. Un massiccio attacco russo condotto con missili e droni ha provocato almeno dodici morti tra Kiev e la regione circostante.

Nella capitale, secondo l’amministrazione militare, tre persone sono state uccise e altre cinque ferite. Il bilancio si è aggravato dopo che le autorità hanno confermato altre sette vittime provocate durante la notte da un attacco balistico russo contro un deposito ferroviario e altre infrastrutture della rete ferroviaria.

Sei delle persone uccise erano dipendenti delle ferrovie ucraine. Un altro lavoratore è rimasto ferito ed è stato ricoverato in ospedale.

A riferire i dettagli dell’attacco è stato Oleksandr Pertsovsky, presidente del consiglio di amministrazione di Ukrzaliznytsia, la società che gestisce le ferrovie ucraine. Il dirigente ha parlato di «molti danni», descrivendo una situazione ancora critica nelle ore successive all’attacco: un’officina è stata completamente distrutta e i soccorritori sono rimasti impegnati nello spegnimento di diversi incendi.

Decine di persone, ha aggiunto Pertsovsky, sono riuscite a raggiungere i centri di accoglienza, mentre le squadre di emergenza continuavano a prestare assistenza alla popolazione. Il traffico ferroviario, temporaneamente interrotto in due tratti, è stato successivamente ripristinato.

La violenza dell’attacco non si è concentrata soltanto sulle infrastrutture ferroviarie. Tymur Tkachenko, capo dell’amministrazione militare della regione di Kiev, ha parlato di un «massiccio attacco con missili e droni da combattimento», accusando le forze russe di avere colpito deliberatamente strutture civili ed edifici residenziali.

A Boryspil, una persona è rimasta uccisa e un’altra ferita dopo l’impatto contro un’attività commerciale. Nella stessa città un condominio di cinque piani è stato danneggiato e otto persone sono rimaste ferite, tra cui un bambino.

Zelensky: «Le vittime dipendono dalla difesa aerea»

Tra le vittime dell’ondata di attacchi figura anche un cittadino indiano, secondo quanto riferito dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un messaggio pubblicato su X.

Zelensky ha collegato direttamente il numero delle vittime all’efficacia della difesa aerea ucraina e alla disponibilità di nuovi sistemi e munizioni. La Russia, sostiene il presidente, pianifica gli attacchi con l’obiettivo di provocare «la massima distruzione possibile» e riesce a raggiungere questo risultato soprattutto quando le capacità di intercettazione dell’Ucraina non sono sufficienti.

Da qui il richiamo alla necessità di nuovi aiuti occidentali. Secondo Zelensky, il bilancio del «terrorismo russo» è direttamente legato alla rapidità con cui arrivano i nuovi pacchetti di sostegno militare.

Una lettura che porta ancora una volta la difesa antiaerea al centro della strategia ucraina. Di fronte alla combinazione sempre più articolata di missili balistici, droni e attacchi simultanei contro obiettivi differenti, la capacità di intercettazione rappresenta infatti uno dei fattori decisivi per ridurre il numero delle vittime e proteggere le infrastrutture essenziali.

Il caso Lipsia/Halle: Berlino valuta la pista russa

A rendere ancora più delicato il quadro europeo è infine il caso del drone con esplosivo coinvolto nell’incidente all’aeroporto di Lipsia/Halle, in Germania.

Secondo quanto riferito dal quotidiano Bild, dietro l’episodio potrebbe esserci un tentativo di attentato riconducibile a Mosca. Le tracce individuate dagli investigatori porterebbero, secondo fonti citate dal giornale negli ambienti della sicurezza, verso un servizio segreto russo.

Si tratta, al momento, di un’attribuzione che non risulta formalmente confermata dal governo federale tedesco. Berlino aveva infatti evitato finora di indicare pubblicamente la Russia come responsabile dell’episodio.

Il cancelliere Friedrich Merz aveva tuttavia già fatto sapere che le indagini erano vicine alla conclusione.

Il quadro che emerge è dunque quello di una pressione crescente lungo il perimetro europeo: dai cieli dell’Estonia e della Lettonia, dove un’incursione di droni ha richiesto l’intervento della difesa aerea Nato, fino alle città ucraine, ancora esposte a massicce ondate di missili e droni, passando per episodi in territorio tedesco sui quali le autorità stanno ancora cercando di fare piena luce.

La guerra resta formalmente confinata al territorio ucraino, ma i suoi effetti strategici e di sicurezza continuano a propagarsi ben oltre il fronte.

Mosca attacca Roma: «Ridicola la nomina di Fedorov alla Difesa italiana»

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La diplomazia russa sceglie l’ironia, ma il messaggio politico è tutt’altro che leggero. Mosca definisce infatti «molto ridicola» la nomina dell’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov a consulente del ministero della Difesa italiano, trasformando la vicenda in un nuovo terreno di scontro tra Russia, Ucraina e Italia.

A puntare i riflettori sulla decisione è stata Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, che ha commentato la nomina con toni fortemente sarcastici. Secondo Zakharova, la scelta italiana sarebbe talmente singolare da sembrare uscita dalle pagine di una favola satirica di Gianni Rodari.

La battuta, tuttavia, va oltre la semplice provocazione. Nel giudizio di Mosca emerge una critica diretta alla scelta di affidare un incarico di consulenza all’interno della Difesa italiana a una figura proveniente dall’apparato politico e militare ucraino. Una decisione che il Cremlino e la diplomazia russa interpretano evidentemente come un ulteriore segnale dell’avvicinamento dell’Italia alle posizioni di Kiev.

Fedorov, già ministro della Difesa ucraino, rappresenta infatti una figura strettamente legata alla gestione della risposta di Kiev alla guerra e alle strategie di modernizzazione del settore della difesa. Il suo coinvolgimento come consulente italiano assume quindi, agli occhi di Mosca, un valore che supera il semplice piano tecnico.

La scelta delle parole di Zakharova — con il riferimento a Rodari — aggiunge una componente di sarcasmo alla consueta polemica diplomatica. La portavoce russa non si limita a contestare la decisione: la presenta come una situazione quasi paradossale, degna della fantasia letteraria e dell’umorismo dello scrittore italiano.

Dietro la battuta resta però una questione eminentemente politica: il rapporto tra Roma e Kiev e il ruolo che l’Italia intende assumere nel rafforzamento delle proprie capacità di difesa e nella cooperazione con l’Ucraina.

La dichiarazione russa si inserisce così nel più ampio confronto diplomatico che accompagna ogni iniziativa occidentale a sostegno di Kiev. E, ancora una volta, la scelta di una figura ucraina per un incarico legato alla Difesa italiana diventa occasione per Mosca di attaccare la linea di Roma e mettere in discussione, con l’arma dell’ironia, le sue scelte strategiche.

Una battuta alla Rodari, dunque, almeno nelle intenzioni di Zakharova. Ma il sottotesto è decisamente geopolitico.

Benzina, nuovo scatto dei prezzi: il self supera i 2,10 euro al litro in autostrada

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Il rientro sulle strade si fa ancora più costoso. I prezzi dei carburanti continuano infatti a salire e la benzina in modalità self service supera la soglia dei 2,10 euro al litro sulla rete autostradale. È quanto emerge dagli ultimi dati dell’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), aggiornati a martedì 1 settembre.

Sulla rete stradale nazionale, il prezzo medio della benzina al self si attesta a 2,022 euro al litro, in aumento rispetto ai 2,017 euro rilevati nella giornata precedente. Un incremento contenuto in termini assoluti, ma che porta comunque il prezzo medio oltre la barriera dei due euro.

Ancora più pesante il conto per chi viaggia in autostrada. Qui la benzina self raggiunge infatti una media di 2,104 euro al litro, contro i 2,097 euro di lunedì. Una crescita di sette millesimi che porta il prezzo oltre quota 2,10 euro.

Gasolio, oltre 2,20 euro in autostrada

Non va meglio per il diesel. Sulla rete stradale nazionale il gasolio in modalità self resta fermo a 2,130 euro al litro, allo stesso livello registrato lunedì. In autostrada, invece, il prezzo medio arriva a 2,204 euro al litro, senza variazioni rispetto alla rilevazione precedente.

Il quadro restituito dal monitoraggio del Mimit è quindi quello di una pressione ancora elevata sui prezzi alla pompa, soprattutto per gli automobilisti che percorrono le tratte autostradali. La differenza rispetto alla rete ordinaria continua infatti a essere evidente: per la benzina il divario supera gli otto centesimi al litro, mentre per il gasolio si avvicina ai sette e mezzo.

Per chi affronta lunghi spostamenti, la differenza può tradursi in un esborso significativo sul pieno. E in una fase in cui i prezzi dei carburanti tornano a muoversi verso l’alto, anche pochi centesimi al litro possono incidere sensibilmente sul bilancio di famiglie, pendolari e autotrasportatori.

I numeri dell’Osservatorio del Mimit confermano dunque un trend da tenere sotto stretta osservazione: la soglia psicologica dei due euro al litro, già ampiamente superata dal gasolio, viene ora oltrepassata anche dalla benzina sulla rete ordinaria e raggiunge livelli ancora più elevati lungo le autostrade.

Muore a 42 anni durante una consegna: era l’ultimo giorno di contratto

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Aveva 42 anni e stava facendo il suo lavoro quando un malore gli ha tolto la vita. È morto così, a Piacenza, Pasquale Andriotta, corriere impegnato in una consegna. Una tragedia consumatasi mentre era ancora in servizio e che assume un significato ancora più drammatico per una circostanza: quello era l’ultimo giorno del suo contratto a termine.

A riferirlo è la Filt-Cgil, secondo cui Andriotta avrebbe vissuto con la preoccupazione che il rapporto di lavoro non venisse rinnovato. Un timore raccontato dai colleghi e che, proprio alla luce di quanto accaduto, rende ancora più pesante la vicenda.

La morte del lavoratore si inserisce infatti in una giornata particolarmente delicata per il comparto. Proprio oggi, i dipendenti dell’appalto di una nota azienda di corriere espresso nell’area Piacenza-Caorso, impiegati per Afs Service, avevano incrociato le braccia dopo lo stato di agitazione proclamato nei giorni precedenti.

Al centro della protesta, secondo il sindacato, ci sono condizioni di lavoro ritenute sempre più difficili: carichi in aumento, personale insufficiente, turni più gravosi e un’organizzazione giudicata ormai insostenibile.

È in questo contesto che la morte di Andriotta assume un peso che va oltre la tragedia personale. La sua scomparsa riaccende infatti l’attenzione sulle condizioni in cui operano quotidianamente i lavoratori della logistica e delle consegne, un settore nel quale ritmi serrati, pressione sui tempi e carichi di lavoro rappresentano da tempo temi di confronto sindacale.

La coincidenza tra il decesso e l’ultimo giorno del contratto resta, al momento, una circostanza riferita dai colleghi e richiamata dalla Filt-Cgil. Saranno gli accertamenti a chiarire le cause del malore e a ricostruire con precisione quanto accaduto durante la consegna.

Resta però il dramma di un uomo di 42 anni morto mentre stava lavorando e, sullo sfondo, una vertenza sindacale che proprio nelle stesse ore portava in piazza la questione dei carichi di lavoro e della sostenibilità dell’organizzazione. Due piani distinti, ma che finiscono inevitabilmente per incrociarsi nella domanda sulle condizioni in cui oggi si lavora nel mondo delle consegne.

Ucraina, Putin: «Stiamo percorrendo la strada verso la fine del conflitto»

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«Stiamo già percorrendo questa strada». È la risposta con cui Vladimir Putin ha replicato a Narendra Modi, che gli aveva chiesto un impegno concreto per favorire una soluzione pacifica della guerra in Ucraina. Una frase breve, ma politicamente significativa, pronunciata durante il colloquio tra il presidente russo e il primo ministro indiano a margine del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai.

A sollevare direttamente il dossier ucraino è stato Modi. Il premier indiano ha ribadito la necessità che il conflitto venga affrontato attraverso la via diplomatica, sottolineando l’importanza di un ruolo attivo di Mosca nel percorso verso la pace. Un appello al quale Putin ha risposto senza entrare nei dettagli delle iniziative in corso, ma con una rassicurazione netta: la Russia, ha spiegato, si starebbe già muovendo nella direzione indicata dal leader indiano.

«Grazie mille, caro primo ministro. Stiamo già percorrendo questa strada», ha detto Putin, lasciando volutamente aperta la questione su quali siano, concretamente, i passi che Mosca intende compiere.

Ed è proprio nell’assenza di ulteriori precisazioni che si concentra il peso della dichiarazione. Il riferimento a un percorso già intrapreso verso la conclusione del conflitto non è stato accompagnato da una tabella di marcia, da nuove proposte negoziali o da indicazioni sulle condizioni che la Russia porrebbe per arrivare a un accordo. Resta quindi da capire se le parole del presidente russo preludano a una nuova fase diplomatica o rappresentino soprattutto un segnale politico rivolto a New Delhi.

L’incontro con Modi assume, in questo quadro, un rilievo particolare. L’India mantiene infatti una posizione autonoma sul conflitto e continua a sostenere la necessità di una soluzione negoziata, preservando al tempo stesso i propri rapporti strategici con Mosca. Il dialogo tra i due leader offre dunque a Putin un’importante occasione per ribadire la disponibilità russa al confronto senza rinunciare alla propria posizione sul conflitto.

Modi, dal canto suo, ha proposto di tornare ad affrontare la questione in un prossimo incontro, anche in vista del vertice Brics previsto a Nuova Delhi il mese successivo. Un passaggio che potrebbe trasformare il dialogo bilaterale in un ulteriore spazio di confronto sulla guerra e sulle possibili prospettive diplomatiche.

Per ora, dunque, resta una formula volutamente prudente: Mosca dice di essere sulla strada della pace, ma senza indicare ancora quale sia la destinazione politica e negoziale del percorso. Saranno i prossimi sviluppi a chiarire se le parole di Putin rappresentino l’anticipazione di un’iniziativa concreta oppure soltanto l’apertura di una nuova finestra diplomatica.

San Vito, scoperta una piantagione da record: sequestrati oltre 440 chili di marijuana. Arrestato un 65enne

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Una distesa di quasi duemila piante di marijuana, oltre quattrocento chili di prodotto ancora in coltivazione e altri 46 chili di infiorescenze già essiccate, confezionate e pronte per essere movimentate. È il risultato del maxisequestro messo a segno dai Carabinieri nelle campagne di San Vito, al termine di un’attività investigativa che ha portato all’arresto in flagranza di un disoccupato di 65 anni, originario della provincia di Nuoro e già noto alle Forze di polizia.

L’operazione è scattata nella serata di ieri nell’ambito di un servizio mirato al contrasto della produzione e del traffico di sostanze stupefacenti. A condurla sono stati i militari della Stazione di San Vito insieme ai colleghi dell’Aliquota Operativa del N.O.R. della Compagnia competente.

L’indagine sarebbe partita da alcune segnalazioni informali raccolte negli ultimi giorni in paese. Informazioni che gli investigatori hanno verificato e sviluppato con discrezione, fino a concentrare l’attenzione sull’area rurale di Basoru.

È proprio qui che i Carabinieri hanno effettuato un’ispezione all’interno di un terreno agricolo concesso in comodato d’uso gratuito al 65enne. Davanti agli investigatori si è presentata una coltivazione di dimensioni considerevoli: 1.875 piantine di marijuana, con un’altezza compresa tra i 40 e i 130 centimetri, per un peso complessivo lordo stimato in circa 400 chilogrammi.

Ma il controllo non si è fermato alla piantagione.

Nelle immediate vicinanze, all’interno di un fienile, i militari hanno infatti trovato otto buste di cellophane sigillate, contenenti infiorescenze essiccate della stessa sostanza. Il peso complessivo lordo è risultato di circa 46 chilogrammi.

Il quantitativo complessivamente sottoposto a sequestro supera dunque i 440 chilogrammi lordi, sommando la marijuana ancora presente nelle piante a quella già essiccata e conservata nel fienile.

Accanto allo stupefacente è stato rinvenuto anche un vero e proprio corredo destinato alla gestione della coltivazione e alla lavorazione del prodotto: concimi, forbici da potatura, pompe irroratrici a spalla, un trapano a batteria e bilance per la pesatura, oltre ad altro materiale ritenuto utile alle attività di produzione e preparazione della sostanza.

Droga, attrezzature e materiale rinvenuto sono stati sequestrati e saranno sottoposti agli ulteriori accertamenti tecnici, anche attraverso le analisi dei Carabinieri del RIS, finalizzate a determinarne con precisione caratteristiche e principio attivo.

Al termine delle operazioni e degli adempimenti di rito, il 65enne è stato arrestato con l’ipotesi di coltivazione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e accompagnato presso la Casa circondariale di Uta, dove è stato messo a disposizione dell’Autorità giudiziaria.

L’operazione si inserisce nell’attività di controllo che l’Arma dei Carabinieri porta avanti nelle aree rurali e più isolate del Sarrabus, considerate particolarmente esposte alla possibilità di coltivazioni clandestine e attività di produzione di stupefacenti.

L’arresto e le contestazioni, va ricordato, riguardano una persona sottoposta alle indagini e dovranno essere valutati dall’Autorità giudiziaria nel prosieguo del procedimento, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza e dei diritti dell’interessato.

Sparatoria al rave in Svizzera, una vittima e cinque feriti: fermato un 43enne

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Una serata tra amici, un messaggio alla madre, poi la tragedia. È racchiuso in poche parole, affidate a WhatsApp, l’ultimo contatto di Maria Spinelli, 22enne abruzzese morta nella sparatoria avvenuta nella notte all’ippodromo di Schachen, ad Aarau, nel canton Argovia, in Svizzera.

«Sto andando a un rave con i miei amici». Un messaggio apparentemente ordinario, quello inviato dalla giovane alla madre, che assume ora un significato drammatico. Maria era in Svizzera da qualche tempo e, secondo quanto riferito, aveva mantenuto con la famiglia un rapporto costante. Le raccontava le sue giornate, la aggiornata sulla sua permanenza e le aveva mostrato attraverso foto e video anche la casa che aveva trovato.

Poche ore dopo quel messaggio, la notte è stata squarciata dagli spari. Il bilancio è di una persona morta e cinque feriti.

Fermato un 43enne svizzero

Nella notte la polizia cantonale ha fermato un 43enne svizzero, considerato al momento il principale sospettato. L’uomo è stato rintracciato poco prima dell’una e il fermo è stato reso noto nella giornata di lunedì 31 agosto.

Secondo gli investigatori, il 43enne sarebbe «fortemente sospettato» di essere coinvolto nella sparatoria. Le autorità ritengono inoltre, allo stato attuale delle indagini, che possa essere stato l’unico autore dell’azione.

Si tratta tuttavia di un quadro ancora in evoluzione. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire con precisione ciò che è accaduto poco dopo le 2.30, chiarendo la sequenza degli spari, la posizione delle persone coinvolte e soprattutto il possibile movente.

Due armi e due luoghi diversi

A rendere più complessa la ricostruzione è anche la circostanza, riportata dal Corriere del Ticino, secondo cui i colpi sarebbero stati esplosi in due luoghi differenti e con due armi diverse: una pistola calibro 9 e un fucile d’assalto.

Nelle prime fasi dell’inchiesta alcuni testimoni avevano parlato di due possibili autori. Un’ipotesi che, tuttavia, non troverebbe al momento conferma: gli investigatori non escludono che una sola persona possa aver utilizzato entrambe le armi durante la sparatoria.

La polizia cantonale, come riferito dall’agenzia svizzera Keystone, dovrebbe fornire ulteriori elementi mercoledì. Fino ad allora, le autorità hanno scelto di non divulgare altri dettagli sull’inchiesta.

L’attesa della famiglia di Maria

Per la famiglia di Maria Spinelli resta anche l’attesa per l’autopsia. L’esame sul corpo della 22enne non sarebbe ancora stato autorizzato dalle autorità elvetiche e, secondo quanto riferito all’Ansa dall’avvocato Bruno Gallo, legale della famiglia paterna, le indagini restano secretate.

«Non appena verrà eseguita l’autopsia, sarà possibile il riconoscimento e i genitori andranno in Svizzera», ha spiegato il legale. La famiglia, ha aggiunto, è in attesa di ulteriori comunicazioni da parte dell’ambasciata. Soltanto successivamente i genitori potranno partire.

Dietro la freddezza dei verbali e delle procedure investigative rimane così il dramma di una famiglia che attende di poter riabbracciare, almeno simbolicamente, la propria figlia e di conoscere la verità sulle ultime ore della sua vita.

Cinque feriti, due sono italiani

Nella sparatoria sono rimaste ferite altre cinque persone. Tra loro ci sarebbero anche due cittadini italiani, Fabrizio Grande e Lorenzo Lombardo.

Secondo le informazioni raccolte dall’Ansa, entrambi vivono stabilmente in Svizzera da tempo e non risiederebbero più in Italia. Le loro condizioni non sarebbero gravi: dopo essere stati medicati in ospedale per ferite lievi, i due sono stati dimessi e avrebbero fatto ritorno nei luoghi in cui abitualmente vivono.

Restano invece ancora molti interrogativi attorno alla dinamica della sparatoria. Perché sono stati esplosi i colpi? Perché in due punti diversi? Chi ha utilizzato le due armi e, soprattutto, quale sarebbe il movente?

Domande alle quali dovranno rispondere gli investigatori nelle prossime ore. Per ora, l’unica certezza è il bilancio di una notte trasformata in tragedia: Maria Spinelli, 22 anni, non è sopravvissuta alla sparatoria. Poco prima, aveva semplicemente scritto alla madre che stava andando a divertirsi con i suoi amici.

Italia, il Paese che si restringe: nel 2080 oltre 13 milioni di residenti in meno

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L’Italia del futuro sarà più piccola, più anziana e con un modello familiare profondamente diverso da quello conosciuto finora. È il quadro delineato dalle proiezioni dell’Istat, che fotografano una progressiva contrazione della popolazione e una trasformazione altrettanto significativa della struttura delle famiglie.

La traiettoria demografica è netta: dai 58,9 milioni di residenti registrati al 1° gennaio 2025, la popolazione italiana dovrebbe scendere a circa 55 milioni nel 2050. Ma il calo non si arresterebbe lì. Nel 2080, secondo le stime, i residenti sarebbero appena 45,8 milioni: una perdita complessiva di oltre 13 milioni di persone rispetto a oggi.

Non si tratta soltanto, dunque, di un Paese con meno abitanti. A cambiare sarà anche la composizione della società, con un progressivo invecchiamento della popolazione e una trasformazione dei nuclei familiari.

La famiglia cambia volto

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda infatti la presenza dei figli all’interno delle coppie. Le proiezioni indicano una progressiva riduzione delle coppie con figli, che oggi sono circa 7,5 milioni, pari al 28,1% del totale delle famiglie.

Nel 2050 il loro numero dovrebbe scendere a 5,8 milioni, con un’incidenza ridotta al 21,1%. Una contrazione che racconta più di una semplice variazione statistica: è il segnale di un cambiamento strutturale nelle modalità con cui gli italiani formano e organizzano le proprie famiglie.

Parallelamente cresce il peso delle coppie senza figli. Nel 2025 sono circa 5,4 milioni, mentre nel 2050 potrebbero raggiungere quota 5,9 milioni, con un incremento dell’8,8%. La loro incidenza sul totale delle famiglie arriverebbe così al 21,4%.

Il sorpasso è quindi vicino: nel giro di pochi decenni, le coppie senza figli potrebbero diventare più numerose di quelle con prole.

Un cambiamento che va oltre i numeri

Dietro queste proiezioni si intravede una trasformazione destinata ad avere conseguenze profonde sul tessuto economico e sociale del Paese. Meno residenti significa, inevitabilmente, una platea più ridotta di persone in età lavorativa e una crescente pressione sui sistemi di welfare e assistenza, in un contesto nel quale aumenterà il peso delle fasce più anziane della popolazione.

Allo stesso tempo, la riduzione delle coppie con figli e la crescita dei nuclei senza prole indicano quanto il cambiamento demografico non riguardi soltanto la quantità degli abitanti, ma anche il modo in cui la società italiana si riproduce, vive e costruisce il proprio futuro.

Il dato più emblematico resta forse quello del 2080: 45,8 milioni di residenti contro i 58,9 milioni attuali. Un’Italia con oltre 13 milioni di abitanti in meno e una geografia familiare profondamente modificata.

Le proiezioni demografiche non sono una profezia, ma indicano una direzione. E quella tracciata dall’Istat racconta un Paese chiamato ad affrontare una delle sue sfide più importanti: invertire, dove possibile, la tendenza alla denatalità e, soprattutto, prepararsi a una società nella quale essere meno numerosi e più longevi sarà la nuova normalità.

Casal del Marmo, accuse di torture sui minori: tre agenti sospesi per un anno

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Dodici ragazzi, tutti stranieri e in gran parte egiziani, tra i 15 e i 19 anni. Dodici racconti che descrivono un clima di paura, violenze e umiliazioni dentro uno degli istituti penali per minorenni più importanti d’Italia. È il quadro che emerge dall’inchiesta sulle presunte torture avvenute nel carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma, dove tre agenti della polizia penitenziaria sono stati sospesi dal servizio per un anno.

Il provvedimento, disposto dal giudice per le indagini preliminari lo scorso 17 agosto, sarebbe stato adottato sulla base, tra l’altro, delle testimonianze raccolte dagli investigatori. A rendere particolarmente pesante il quadro probatorio ci sarebbero anche i referti medici e le immagini registrate dalle telecamere interne dell’istituto.

Le accuse, naturalmente, dovranno essere verificate nel corso del procedimento. Ma il materiale raccolto dagli inquirenti restituisce, secondo quanto ricostruito, una situazione che va ben oltre il singolo episodio: i ragazzi avrebbero riferito di una serie di aggressioni, minacce e vessazioni protrattesi nel tempo.

Uno dei giovani ha raccontato di essere stato fatto sdraiare su un lettino, spogliato e minacciato con una forbice, mentre gli agenti gli avrebbero provocato una ferita a un testicolo. Dopo l’episodio, secondo la sua testimonianza, sarebbero continuati calci e pugni.

È uno dei racconti riportati da La Repubblica e confluiti nell’inchiesta. Testimonianze che, se confermate, delineerebbero una realtà drammatica proprio nel luogo in cui ragazzi spesso fragili e vulnerabili dovrebbero essere sottoposti a un percorso educativo e di reinserimento, non a ulteriori forme di violenza.

Dieci agenti sotto indagine

L’inchiesta riguarda complessivamente dieci agenti della polizia penitenziaria. Due sono indagati per tortura, cinque per lesioni e tre per falso. Soltanto tre di loro, però, sono stati raggiunti dal provvedimento di interdizione dal servizio.

La motivazione contenuta negli atti richiama il rischio che gli indagati, facendo leva sulla propria rete di contatti e conoscenze, possano reiterare le condotte contestate o partecipare nuovamente agli episodi anche come concorrenti, materiali o morali.

Non si tratta, dunque, di un’indagine nata dal nulla. Da tempo Casal del Marmo era finito sotto l’attenzione delle autorità. Nel fascicolo sono confluite diverse segnalazioni e denunce: due presentate dal Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, una dalla Garante dei detenuti e un esposto dell’associazione Antigone.

Proprio Antigone aveva raccolto segnalazioni di possibili violenze provenienti anche da alcuni operatori dell’istituto e, già nel luglio 2025, aveva deciso di rivolgersi alla Procura.

«Avevamo ricevuto – anche da alcuni operatori – segnalazioni su possibili violenze all’interno di Casal del Marmo», ha spiegato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ricordando come l’associazione avesse successivamente informato anche le autorità istituzionali competenti.

Le denunce e il nodo dei controlli

La vicenda solleva così una questione che supera i confini dell’indagine penale: come è stato possibile che presunte violenze nei confronti di minori si siano protratte nel tempo senza essere fermate prima?

La presenza di più denunce e segnalazioni rende infatti centrale il tema della capacità delle istituzioni di intercettare tempestivamente eventuali abusi all’interno degli istituti penali minorili. Perché se le accuse dovessero trovare conferma, non ci si troverebbe soltanto davanti alla responsabilità individuale di alcuni agenti, ma anche davanti alla necessità di capire se i sistemi di controllo abbiano funzionato e, soprattutto, se abbiano protetto adeguatamente i ragazzi detenuti.

È proprio su questo punto che Gonnella chiede di non fermarsi al provvedimento cautelare: «Se un giudice arriva a scrivere che dei ragazzi minorenni sono stati torturati, la risposta non può essere limitata alla sospensione di alcuni agenti e all’attesa del processo».

L’associazione chiede quindi un intervento immediato negli istituti penali per minorenni.

Al centro resta ora il lavoro della magistratura, chiamata ad accertare responsabilità e fatti. Ma la vicenda di Casal del Marmo pone già una domanda difficile da eludere: in un carcere minorile, chi dovrebbe proteggere i ragazzi quando proprio chi indossa una divisa è accusato di averli sottoposti a violenza?