22 Settembre 2026, martedì
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Ex Ilva, a Taranto il conto della crisi rischia di diventare sociale

Licenziamenti nell’indotto e migliaia di posti a rischio: Misiani e Guerra (Pd) chiedono un intervento immediato del Governo. «Non servono altri tavoli di facciata, ma risorse e una strategia industriale»

A Taranto la crisi dell’ex Ilva ha ormai superato i confini della fabbrica. Il rischio è che il dissesto industriale si trasformi rapidamente in un’emergenza sociale, con migliaia di lavoratori coinvolti e un intero territorio chiamato a pagare il prezzo di anni di rinvii, incertezze e scelte industriali rimaste incompiute.

È questo l’allarme lanciato da Antonio Misiani e Maria Cecilia Guerra, componenti della segreteria nazionale del Partito Democratico, che chiedono al Governo un intervento immediato sul polo siderurgico tarantino.

«A Taranto e in tutto l’indotto dell’ex Ilva non siamo solo di fronte a una crisi industriale: questa è un’emergenza sociale vera e propria», affermano. Il dato più immediato è quello delle 28 aziende dell’appalto che hanno avviato le procedure di licenziamento collettivo: oltre 2.500 lavoratori, sottolineano gli esponenti dem, rischiano di perdere il posto insieme alle proprie famiglie.

Numeri che, in una città già profondamente segnata dalle vicende dello stabilimento siderurgico, assumono un peso che va ben oltre le statistiche occupazionali. L’ex Ilva non è infatti soltanto una grande fabbrica: intorno ad essa ruota una rete di imprese, servizi, fornitori e lavoratori che rappresenta una parte decisiva dell’economia locale.

Per questo Misiani e Guerra chiamano direttamente in causa la presidente del Consiglio. «Giorgia Meloni dovrebbe precipitarsi a Taranto e occuparsi in prima persona di questo dramma», sostengono, accusando il Governo di privilegiare la comunicazione politica rispetto alla gestione dell’emergenza.

Sul calendario incombe inoltre una scadenza particolarmente delicata. Alla fine di ottobre dovrebbe scattare il termine fissato dalla Corte d’Appello di Milano per lo spegnimento dell’area a caldo. I ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia non bastano, secondo gli esponenti del Pd, a scongiurare le conseguenze occupazionali che sono già in corso.

«Le lettere stanno già arrivando nelle case dei lavoratori», denunciano. E il quadro potrebbe ulteriormente aggravarsi. Secondo quanto segnalato dai sindacati, senza un intervento pubblico rapido e strutturale, sarebbero a rischio complessivamente circa 20mila posti di lavoro, con ricadute che non si fermerebbero ai confini di Taranto, ma investirebbero una filiera industriale strategica per l’intero Paese.

Il prossimo passaggio politico è fissato per l’8 settembre, quando il Governo ha convocato a Palazzo Chigi le parti sociali. Ma anche su questo appuntamento Pd e opposizione chiedono un cambio di passo: l’incontro, sostengono Misiani e Guerra, dovrebbe essere rinviato a dopo l’udienza del 9 settembre sulla richiesta di sospensiva.

La ragione è evitare che l’ennesimo confronto istituzionale si trasformi in un appuntamento puramente formale. «Non possiamo permetterci un altro tavolo di facciata come quelli a cui abbiamo assistito in questi anni», affermano i due dirigenti dem. Il Governo, è la richiesta, dovrebbe arrivare al confronto con un piano industriale preciso, risorse adeguate e una prospettiva credibile per i lavoratori diretti e per l’indotto.

Al centro della proposta c’è anche il ruolo dello Stato. Per il Partito Democratico, la salvezza dell’ex Ilva passa da un intervento pubblico diretto e deciso sulla decarbonizzazione dello stabilimento, attraverso una strategia capace di tenere insieme occupazione, produzione industriale e tutela ambientale.

Una partita nella quale il capitolo del Direct Reduced Iron (DRI) — il processo destinato a consentire la produzione di acciaio con una significativa riduzione delle emissioni rispetto all’altoforno tradizionale — assume un rilievo decisivo. Proprio il definanziamento delle risorse destinate alla realizzazione del DRI viene indicato da Misiani e Guerra tra gli errori che hanno contribuito ad aggravare una situazione già compromessa.

«Dopo quattro anni di rinvii, gare andate a vuoto e gravi errori», affermano, «il tempo per il Governo più longevo della storia repubblicana è scaduto».

La sfida, dunque, non è più soltanto quella di evitare una nuova emergenza occupazionale. È decidere se Taranto possa ancora avere un futuro industriale e a quali condizioni. Per il Pd, il tempo delle promesse e dei rinvii è terminato: «Servono fatti, e servono adesso».

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