La prima scena sembra uscita da un film d’azione, ma è accaduta davvero: un commando di uomini con il volto coperto dai passamontagna che emerge dalla vegetazione, imbraccia fucili d’assalto e attraversa una strada pubblica prima di sparire a bordo di tre automobili. È il 15 giugno, nei boschi di San Paolo d’Argon, nel Bergamasco. Sei giorni più tardi la stessa guerra arriva in un luogo dove nessuno si aspetterebbe di incontrarla: l’affollato impianto sportivo Aquamore di Seriate.
È qui che, secondo la ricostruzione della Procura della Repubblica di Bergamo, una faida maturata negli ambienti dello spaccio di stupefacenti si trasforma in una vera e propria caccia all’uomo. L’obiettivo è E.R.M., marocchino del 1999, considerato dagli investigatori vicino a una fazione rivale. A cercarlo è un gruppo armato guidato da E.A.B., detto “Botros”, indicato dagli inquirenti come il capo della banda.
La storia giudiziaria, ancora nella fase delle indagini preliminari, è arrivata nei giorni scorsi a un punto di svolta: quattro persone sono state sottoposte a fermo e sono state sequestrate numerose armi da guerra, oltre a droga e denaro ritenuto provento dello spaccio. Ma la sensazione, leggendo la ricostruzione investigativa, è che l’operazione abbia soltanto aperto una porta su una realtà criminale più ampia.
Il primo assalto
Il 15 giugno, nei boschi di San Paolo d’Argon, circa dodici uomini con il volto coperto da passamontagna sbucano dalla vegetazione. Sono armati con fucili d’assalto tipo AK-47, i Kalashnikov. Si muovono in maniera organizzata sulla pubblica via e poi si allontanano rapidamente su tre automobili.
Non è una semplice esibizione di forza. Per i carabinieri della Sezione operativa della Compagnia di Bergamo, che ricostruiscono l’episodio, si tratta di una spedizione punitiva organizzata da “Botros”, determinato a eliminare fisicamente esponenti di gruppi rivali che si contendono le aree boschive utilizzate per lo spaccio.
Quel primo tentativo, però, fallisce: nel bosco il bersaglio non viene trovato.
La banda non rinuncia. Cambia scenario.
Il commando arriva in piscina
Il 21 giugno il nuovo agguato viene organizzato all’Aquamore di Seriate. Un luogo affollato, frequentato da famiglie e sportivi, scelto secondo la Procura proprio come teatro della nuova spedizione contro E.R.M.
Il commando arriva a bordo di una Peugeot 2008. Un uomo, ritenuto dagli investigatori ancora non catturato, guida l’auto. Un complice, indicato come A.Z.A., marocchino del 1999 domiciliato a Vigevano, apre il fuoco all’esterno della piscina con un Kalashnikov AK-47.
Contemporaneamente, secondo la ricostruzione, “Botros” entra in azione con una pistola mitragliatrice Skorpion e insegue la vittima fin dentro il bar e la reception.
Almeno sette i colpi esplosi, di calibro 7,62×39 e 9 millimetri.
E.R.M. riesce a salvarsi con una fuga disperata: scavalca la recinzione esterna e finisce in un canale adiacente. È una fuga che gli consente di sottrarsi agli uomini armati. Gli aggressori, invece, risalgono sull’auto e si dileguano.
La risposta dell’Arma è immediata. Partono le ricerche, anche con un elicottero del 2° Nucleo Elicotteri di Orio al Serio, mentre la targa e le caratteristiche dell’auto vengono diramate in tutta la regione.
Poche ore dopo, le pattuglie dei carabinieri di Corsico e Abbiategrasso intercettano la Peugeot. Ne nasce un inseguimento. I sospettati hanno un incidente, abbandonano la macchina a Bareggio e riescono a scappare a piedi nella vegetazione.
È il primo inseguimento di una storia investigativa destinata a svilupparsi lungo un asse geografico sempre più largo: Bergamo, hinterland milanese, Vigevano, Novara.
Anche la vittima aveva un passato criminale
Nel frattempo gli investigatori ricostruiscono anche la posizione dell’uomo sfuggito all’agguato. E.R.M. era già stato coinvolto in un’indagine della Procura di Lodi per reati legati agli stupefacenti e per tentato omicidio. In passato era stato sottoposto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, dai quali era evaso rendendosi irreperibile. La Corte d’Appello di Milano aveva quindi disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere.
L’8 luglio i carabinieri di Bergamo riescono a localizzarlo: viaggia su un’auto partita da Brescia e diretta verso il Sud Italia. Gli investigatori lo seguono a lungo, aspettando il momento utile per intervenire. L’arresto scatta davanti al centro commerciale Campania di Marcianise.
In carcere, sentito dal pubblico ministero della Procura di Bergamo, l’uomo fornisce un elemento decisivo per l’inchiesta: indica agli investigatori l’identità del suo presunto aggressore e racconta di altri tentativi di eliminarlo che, secondo la sua testimonianza, sarebbero stati organizzati in precedenza dallo stesso “Botros” e dal suo gruppo.
La pista porta ai boschi
È a questo punto che l’inchiesta comincia a stringere il cerchio intorno alla banda.
Un’altra operazione antidroga, condotta dalla Compagnia carabinieri di Treviglio nel territorio della stazione di Martinengo, porta all’arresto di tre cittadini nordafricani. Uno di loro è già destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per un omicidio avvenuto a Pontoglio, nel Bresciano.
Ma anche lui, secondo quanto emerge dalle indagini bergamasche, sarebbe stato in precedenza vittima di un agguato attribuito al gruppo di “Botros”, nella zona fra Cividate e Calcio, per questioni legate allo spaccio. Anche in quel caso era riuscito a sopravvivere.
Le sue dichiarazioni contribuiscono, secondo gli investigatori, a delineare il funzionamento della banda e a individuarne i luoghi di riferimento.
Il cerchio si stringe su Vigevano.
Il blitz, la fuga e l’Audi abbandonata
Nella notte tra il 30 e il 31 luglio le aliquote di primo intervento e le squadre operative di supporto dell’Arma circondano due abitazioni di Vigevano. Sono quelle in cui vengono localizzati “Botros” e un complice.
Ma quando i militari stanno per entrare, i due si accorgono della loro presenza.
Fuggono a bordo di un’Audi A4.
Anche questa volta la fuga avviene attraverso la vegetazione. L’auto viene abbandonata in una zona campestre isolata a Castano Primo. I due scappano a piedi, ma commettono un errore: lasciano nell’abitacolo i telefoni cellulari. Per gli investigatori diventano reperti preziosi.
Le perquisizioni portano intanto a un primo, pesante ritrovamento: un fucile a pompa calibro 12, risultato rubato, altro munizionamento per AK-47 e circa 80 mila euro in contanti, ritenuti dagli inquirenti provento dello spaccio.
Ma la caccia non è finita.
L’irruzione del GIS
I carabinieri individuano un nuovo covo a Vigevano, in Corso Milano. Questa volta, vista la pericolosità degli indagati e la disponibilità di armi da guerra, entra in scena il Gruppo di intervento speciale.
Alle 00.45 circa del 29 agosto gli operatori del GIS fanno irruzione nell’abitazione.
“Botros” e A.Z.A. tentano di sottrarsi alla cattura gettandosi dalla finestra del primo piano. Fuori, però, ci sono i militari del dispositivo di contenimento. La fuga dura pochi istanti: entrambi vengono bloccati e messi in sicurezza.
E ancora una volta, però, il ritrovamento più importante non è necessariamente quello che si trova dentro una casa.
È nel bosco.
Le armi sotto terra
Nella notte tra il 30 e il 31 agosto gli investigatori seguono T.M., un marocchino del 2002 ritenuto dagli inquirenti responsabile, tra l’altro, della custodia e gestione delle armi del gruppo.
Lo osservano mentre raggiunge un’area boschiva al confine fra Vittuone e Cisliano e nasconde qualcosa nel sottobosco. Aspettano che si allontani. Poi entrano in azione.
Gli uomini setacciano la vegetazione, anche con strumenti tecnologici. Trovano armi e munizioni accuratamente interrate e protette da pellicola trasparente.
Il bilancio è impressionante: un Kalashnikov AK-47 con trenta proiettili calibro .223 Remington; un fucile d’assalto SIG 550 con diciannove proiettili dello stesso calibro; altri 106 proiettili calibro .223 e sette proiettili calibro 7,62×35 millimetri.
Accanto alle armi c’è anche la droga: 518 grammi di hashish, 56 grammi di eroina e 114 grammi di cocaina, secondo il comunicato della Procura.
È il primo deposito.
La seconda tana delle armi
La mattina del 31 agosto T.M. e M.A., un marocchino del 2005, vengono seguiti da Arluno fino a Oleggio. Dopo aver scoperto che le armi nascoste il giorno precedente non sono più dove le avevano lasciate, i due cercano un altro nascondiglio.
Entrano nel bosco di Oleggio Castello, vicino a via Comignago.
Ci rimangono circa un’ora e mezza.
Quando escono, i carabinieri li seguono fino a un fast-food di Oleggio e li bloccano. Un terzo uomo, che si trova sull’auto, riesce invece a fuggire a piedi. Le ricerche proseguono.
Gli investigatori sono convinti che anche quel bosco possa custodire un arsenale. Arrivano da Varese i Carabinieri Cacciatori “Sicilia” e da Casatenovo una squadra cinofila specializzata nella ricerca di armi ed esplosivi.
I militari scandagliano il terreno palmo a palmo.
Individuano tre punti di scavo.
Sotto terra trovano un secondo deposito.
Ci sono un Kalashnikov AKS 74 con trenta proiettili calibro 7,62×39, un altro fucile d’assalto Kalashnikov SAD-58 con ventinove munizioni dello stesso calibro e un AR-15 con quarantanove proiettili calibro .223 Remington.
Dalla piscina ai laboratori del RIS
Il materiale sequestrato viene inviato al RIS di Parma insieme ai reperti raccolti sulla scena della sparatoria di Seriate e sulle auto utilizzate per le fughe a Seriate e Vigevano.
Ora saranno gli accertamenti biologici, dattiloscopici e balistici a dire quanto quel piccolo arsenale interrato possa collegarsi materialmente agli uomini, alle automobili e ai colpi esplosi nei diversi episodi.
I quattro fermati sono stati portati in carcere e successivamente trasferiti in altri istituti penitenziari, spiega la Procura, anche per impedire eventuali contatti con gli esponenti del gruppo rivale.
La partita investigativa, però, è tutt’altro che chiusa. La Procura di Bergamo annuncia che gli accertamenti continuano anche in coordinamento con altre Procure, con l’obiettivo di ricostruire ulteriori vicende delittuose.
Quello che emerge finora è il ritratto di una guerra criminale combattuta non soltanto con la droga e il denaro, ma con armi da guerra nascoste sottoterra e agguati organizzati con una disciplina quasi militare. Una guerra che, nel giro di poche settimane, ha trasformato boschi, strade e persino una piscina affollata in altrettanti scenari di una faida.
La Procura precisa, infine, che i procedimenti sono ancora nella fase delle indagini preliminari e che per tutti gli indagati vale la presunzione di non colpevolezza fino a un’eventuale condanna definitiva.