27 Ottobre 2026, martedì
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Trump sfida la Fed: «Tagliate i tassi o fermerò gli scambi con i Paesi in deficit»

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Donald Trump torna all’attacco della Federal Reserve e questa volta mette sul tavolo una minaccia che intreccia politica monetaria e commercio internazionale. Se la banca centrale americana non procederà a un taglio dei tassi d’interesse, il presidente degli Stati Uniti dice di essere pronto a interrompere gli scambi con i Paesi con cui Washington registra un disavanzo commerciale.

L’avvertimento è arrivato attraverso Truth Social, il social network utilizzato da Trump per lanciare messaggi politici e dettare spesso l’agenda del dibattito pubblico americano. «Abbassate i tassi o smetterò di commerciare con i Paesi con cui abbiamo un deficit», ha scritto il presidente, sostenendo di avere a disposizione una simile facoltà sulla base della recente sentenza della Corte Suprema americana sui dazi.

Trump ha quindi rilanciato la propria pressione sulla Fed, chiamando direttamente in causa il suo board. Il presidente ha invitato i vertici della banca centrale ad agire «con intelligenza» e ha accompagnato l’appello con un termine dal forte peso politico: «Siate patrioti, per una volta».

Secondo Trump, il livello attuale dei tassi rappresenterebbe un handicap ingiustificato per l’economia americana. «I tassi di interesse elevati mettono gli Stati Uniti in una posizione di svantaggio estremamente ingiusta», ha sostenuto, aggiungendo di non essere disposto a consentire che questa situazione prosegua.

Lo scontro con la Fed si inserisce in una relazione da tempo conflittuale. Trump ha ripetutamente sollecitato la banca centrale a ridurre il costo del denaro, mentre la Fed rivendica la propria autonomia nelle decisioni di politica monetaria e valuta i dati economici, in particolare inflazione, occupazione e crescita.

La novità, questa volta, è il collegamento diretto stabilito dal presidente tra i tassi e la politica commerciale. Trump prospetta infatti una sorta di leva alternativa ai dazi: invece di aumentare le tariffe sulle importazioni, minaccia di intervenire direttamente sugli scambi con i Paesi che presentano un surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti.

È una formula che accentua ulteriormente l’incertezza sulla politica economica americana. Da una parte la Casa Bianca punta a ridurre il deficit commerciale e a rafforzare la posizione degli Stati Uniti nei confronti dei partner internazionali; dall’altra Trump chiede una politica monetaria più accomodante, nella convinzione che tassi più bassi possano sostenere l’economia e migliorare la competitività americana.

Il messaggio alla Federal Reserve è dunque netto: la Casa Bianca vuole una banca centrale più sensibile alle proprie priorità economiche. Ma proprio questa pressione politica riapre una questione cruciale per i mercati e per l’economia statunitense: fino a che punto l’amministrazione può condizionare le scelte di un’istituzione che, per sua natura, dovrebbe operare in autonomia rispetto al potere politico?

Lo scontro è destinato a proseguire. E la posta in gioco non riguarda soltanto il costo del denaro: sullo sfondo ci sono il valore del dollaro, l’andamento dell’inflazione, gli investimenti, i rapporti commerciali degli Stati Uniti e la credibilità stessa della politica economica americana.

Carburanti alle stelle, il governo congela lo sconto sul diesel per altri sei giorni

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Il conto del pieno continua a salire e il governo risponde con una proroga a tempo. Il taglio di 17 centesimi al litro delle accise sul gasolio resterà in vigore fino a giovedì 10 settembre, in attesa della pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale. Una misura che consente di attenuare, almeno per qualche giorno, l’impennata dei prezzi alla pompa, ma che non scioglie il nodo di fondo: il caro-carburanti è tornato a pesare in modo significativo sui bilanci di famiglie e imprese.

I numeri diffusi il 4 settembre dall’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del ministero delle Imprese e del Made in Italy fotografano una situazione ormai difficile da ignorare. Sulla rete stradale nazionale, in modalità self service, la benzina viene venduta in media a 2,046 euro al litro, mentre il gasolio raggiunge 2,157 euro. In autostrada il quadro è ancora più pesante: 2,134 euro al litro per la benzina e 2,233 euro per il diesel.

Sono livelli che riportano il costo dei carburanti ai massimi degli ultimi quattro anni e che rendono particolarmente oneroso ogni spostamento. Per chi viaggia quotidianamente in automobile, per i lavoratori pendolari e per le attività che dipendono dal trasporto su gomma, l’aumento non è una semplice oscillazione statistica: si traduce direttamente in una maggiore spesa.

Il governo proroga, ma solo fino al 10 settembre

La risposta dell’esecutivo, per ora, è una nuova proroga del taglio delle accise sul gasolio. Il provvedimento, firmato dal ministero dell’Economia di concerto con quello dell’Ambiente, ricorre al meccanismo delle cosiddette accise mobili e viene finanziato attraverso l’extragettito Iva registrato nel mese di agosto.

Il principio è quello già utilizzato nei precedenti interventi: quando l’aumento dei prezzi dei carburanti determina maggiori entrate fiscali attraverso l’Iva, una parte di quelle risorse può essere utilizzata per ridurre temporaneamente il peso delle accise.

La misura, tuttavia, ha una scadenza ravvicinatissima. Il nuovo intervento vale infatti soltanto fino al 10 settembre. Una finestra di pochi giorni che rischia di trasformare la politica di contenimento dei prezzi in una sequenza di proroghe emergenziali, più che in una strategia organica.

Il vicepremier Matteo Salvini, intervenendo a Dritto e Rovescio su Rete 4, aveva già confermato che il governo stava valutando un ulteriore intervento sulle accise. Ora arriva il provvedimento sul diesel, ma resta da capire se e come l’esecutivo intenda intervenire anche sulla benzina e soprattutto con quale orizzonte temporale.

Il pieno costa sempre di più

A mettere in fila gli effetti dell’aumento è l’Unione nazionale consumatori. Secondo il presidente Massimiliano Dona, nel giro di pochi giorni un pieno da 50 litri è diventato più caro di 1,45 euro per il gasolio e 1,50 euro per la benzina.

Sulla rete stradale l’incremento, calcolato sulle medie rilevate dal Mimit, è invece di 1,35 euro per un pieno di diesel e 1,20 euro per uno di benzina.

Il dato più significativo, tuttavia, è quello che emerge ipotizzando l’assenza dello sconto sulle accise. Con i prezzi attuali, sostiene Dona, il gasolio arriverebbe a superare in autostrada la soglia dei 2,40 euro al litro, mentre sulla rete ordinaria raggiungerebbe 2,328 euro.

Numeri che spiegano perché la discussione sulle accise sia tornata al centro del dibattito politico. E che, allo stesso tempo, alimentano le critiche dei consumatori nei confronti di una politica fatta di interventi brevi e reiterati.

«Non bastano quattro o cinque giorni»

Per l’Unione nazionale consumatori il problema non può essere affrontato con misure occasionali. La richiesta è di un intervento più consistente: 30 centesimi di sconto sul gasolio e 15 sulla benzina.

«Il governo deve intervenire in modo serio sia sul gasolio che sulla benzina», sostiene Dona, contestando l’idea di affidarsi a una mini-proroga di pochi giorni.

Nel mirino dell’associazione c’è anche la scelta di concentrare parte degli aiuti su determinate categorie, dagli autotrasportatori agli agricoltori, dai pescatori ai tassisti, oltre alle misure fiscali destinate alle imprese per sostenere i costi dei pendolari.

Secondo Dona, un intervento realmente efficace dovrebbe invece incidere direttamente sul prezzo pagato alla pompa da tutti gli automobilisti.

Il nodo dei conti pubblici

La questione, però, non è soltanto politica. È anche finanziaria. I precedenti interventi di riduzione delle accise, ricorda l’Unione nazionale consumatori, hanno richiesto complessivamente una copertura di 2 miliardi e 14,1 milioni di euro.

Ed è proprio sul funzionamento del meccanismo delle accise mobili che si concentra una delle principali contestazioni dell’associazione. Secondo Dona, il calcolo dell’extragettito dovrebbe tenere conto non soltanto dell’andamento del prezzo del greggio sui mercati internazionali, ma anche di quanto effettivamente gli automobilisti pagano alla pompa.

Da qui la richiesta al ministero dell’Economia di rendere pubblici i dati sulle maggiori entrate generate dal comparto: quanti miliardi, chiede l’associazione, sono stati incassati in più tra marzo e agosto 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025?

È questa, in definitiva, la partita che si apre dietro il prezzo esposto sui distributori. Da una parte ci sono gli automobilisti che vedono aumentare il costo della mobilità; dall’altra un sistema fiscale che, proprio quando il prezzo dei carburanti sale, può incassare di più attraverso l’Iva.

La proroga al 10 settembre può dunque raffreddare il prezzo del diesel per qualche giorno. Ma non risolve la questione più ampia: quanto a lungo il governo intenda intervenire e, soprattutto, chi debba sostenere il costo dell’emergenza carburanti.

Perché se ogni scadenza viene semplicemente seguita da una nuova proroga, il rischio è che l’eccezione diventi la regola e che il «taglio delle accise» si trasformi nell’ennesimo intervento tampone su un problema ormai strutturale.

Ex Ilva, l’indotto presenta il conto della crisi: oltre 2.500 lavoratori verso il licenziamento

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La crisi dell’ex Ilva entra nella sua fase più delicata e presenta un conto pesantissimo sul fronte occupazionale. Nell’indotto dello stabilimento sono state trasmesse ai sindacati le lettere per l’avvio della procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà più di 2.500 lavoratori.

A compiere il passo è stata l’Aigi, l’associazione che rappresenta le imprese dell’indotto. Una decisione che arriva in un momento particolarmente critico per il futuro del polo siderurgico e che rischia di amplificare ulteriormente le conseguenze sociali di una crisi ormai protratta da tempo.

Il presidente dell’associazione, Nicola Convertino, non nasconde la gravità della scelta. In una lettera inviata alle organizzazioni sindacali definisce l’avvio della procedura «un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso». Una decisione che, secondo Convertino, non sarebbe stata dettata dalla volontà delle imprese, ma dalle circostanze maturate attorno allo stabilimento.

Per l’Aigi si tratta infatti di un «atto dovuto e inevitabile», conseguenza diretta dell’improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre. Una tempistica che, secondo le aziende dell’indotto, avrebbe lasciato uno spazio troppo ristretto per organizzare una transizione capace di tutelare imprese e occupazione.

È proprio sulla gestione dei tempi che si concentra la principale contestazione dell’associazione. Il problema, sostiene Convertino, non sarebbe soltanto l’incertezza sul futuro produttivo dell’ex Ilva, ma l’assenza di una programmazione in grado di consentire alle aziende di prepararsi agli effetti della riorganizzazione.

«Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende», afferma il presidente dell’Aigi.

Le lettere inviate ai sindacati aprono ora una nuova fase della vertenza. Dietro i numeri della procedura ci sono infatti centinaia di aziende e migliaia di lavoratori che dipendono, direttamente o indirettamente, dalla continuità delle attività dello stabilimento. La crisi dell’acciaieria rischia così di trasformarsi sempre più in una crisi dell’intero sistema produttivo che negli anni si è sviluppato intorno all’ex Ilva.

Il tema occupazionale diventa dunque centrale. La prospettiva della chiusura dell’area a caldo in tempi ravvicinati, unita all’incertezza sulle prospettive industriali, mette sotto pressione le imprese dell’indotto, chiamate a fronteggiare costi e impegni senza avere, secondo la loro denuncia, un quadro sufficientemente definito nel quale programmare il futuro.

L’avvio della procedura di licenziamento collettivo rappresenta, in questo senso, un punto di rottura. Non è più soltanto il destino dello stabilimento siderurgico a essere in discussione, ma la capacità dell’intero territorio di assorbire l’impatto di una crisi che si sta spostando dai reparti dell’acciaieria alle aziende che ne garantiscono ogni giorno servizi, manutenzioni e attività industriali.

La partita, adesso, si sposta sul tavolo del confronto con i sindacati. Ma il tempo sembra essere diventato il principale avversario. Per l’Aigi, senza una programmazione adeguata, il rischio è che l’incertezza industriale si traduca rapidamente in una certezza occupazionale: quella dei licenziamenti.

Farage nella bufera: il video di Channel 4 riapre il caso dei finanziamenti a Reform UK

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L’immagine che emerge dalle telecamere di Channel 4 è quella di un partito alle prese con una domanda che, per Nigel Farage, rischia di diventare politicamente ingombrante: dove finisce la raccolta legittima di fondi e dove comincia il tentativo di aggirare le regole sul finanziamento della politica?

È su questa linea sottile che si muove l’inchiesta che ha travolto Reform UK. Al centro del caso ci sono due figure di primo piano dell’organizzazione, James Orr, responsabile delle politiche del partito, e Dan Jukes, stretto collaboratore di Farage. Entrambi si sono dimessi in attesa di un’indagine interna dopo la diffusione di filmati nei quali, secondo la ricostruzione dell’emittente britannica, vengono discusse modalità per finanziare attività del partito attraverso una società statunitense e per strutturare una donazione nel rispetto, o al limite, delle norme britanniche.

La cifra inizialmente in discussione è di 32.500 sterline per tre sondaggi. Ma è soprattutto un’altra somma ad attirare l’attenzione: mezzo milione di sterline. Un potenziale contributo che porta la vicenda fuori dal terreno, già delicato, di una singola operazione e la proietta nel cuore della macchina finanziaria di Reform.

Il meccanismo contestato

La legge britannica sul finanziamento dei partiti pone vincoli precisi sull’origine delle donazioni. Per poter contribuire legittimamente a un partito del Regno Unito occorre rientrare nelle categorie previste dalla normativa, tra cui quella degli elettori registrati nel Paese e quella delle società ammissibili registrate nel Regno Unito.

È proprio su questa distinzione che si concentra l’inchiesta di Channel 4. Un giornalista, fingendosi il figlio residente nel Regno Unito di un facoltoso uomo d’affari americano, manifesta ai dirigenti di Reform la preoccupazione che il padre, non essendo un donatore ammissibile, non possa finanziare direttamente il partito.

La risposta attribuita a Jukes, ripreso all’esterno di un pub di Westminster, appare destinata a diventare una delle frasi simbolo dello scandalo: «Vi rendete conto che potete farlo?».

Il quadro si fa ancora più delicato quando la telecamera documenta un successivo pranzo a Clacton, nell’Essex. Al tavolo siedono il giornalista sotto copertura, un attore che interpreta il presunto padre americano, Jukes e lo stesso Farage.

È in questo contesto che il leader di Reform viene informato del progetto. Il presunto figlio spiega di aver già discusso la questione con Jukes e Orr e annuncia che sarebbe stato lui a figurare come donatore registrato, ricevendo successivamente il denaro dal padre. Farage, secondo il filmato trasmesso da Channel 4, risponde che l’operazione sarebbe «regolare».

Ed è proprio questo passaggio a rendere politicamente esplosiva la vicenda: non si tratta soltanto di ciò che avrebbero discusso due funzionari, ma della presenza del leader del partito nella conversazione e della sua reazione davanti alla prospettiva di una donazione di ingente valore.

La difesa di Farage

Farage respinge le accuse e nega che Reform UK abbia violato la legge. Il leader della destra populista britannica sostiene che il partito non abbia ricevuto denaro illecito e definisce l’intera operazione una trappola.

La versione di Reform è infatti radicalmente diversa da quella suggerita dall’inchiesta televisiva: il partito sostiene di essere stato vittima di una «bufala» organizzata da attivisti ambientalisti finanziati dall’estero.

Il caso, tuttavia, non si chiude con la smentita politica. La polizia londinese ha confermato di aver ricevuto segnalazioni relative a possibili violazioni della normativa sul finanziamento dei partiti. Saranno eventualmente le autorità competenti a stabilire se dalle conversazioni registrate emergano violazioni della legge o soltanto discussioni prive di conseguenze illegali.

Un partito già sotto pressione

Il problema per Farage è che l’inchiesta arriva nel momento peggiore possibile. Reform UK non è alle prese con uno scandalo isolato, ma con una serie di controversie che stanno iniziando a intaccare l’immagine di forza antisistema capace di sfidare contemporaneamente Labour e conservatori.

Il partito arriva inoltre al congresso di Birmingham sotto una crescente pressione mediatica e politica, dopo le polemiche su presunte maxi-donazioni non dichiarate. E proprio la questione dei finanziamenti rappresenta uno dei terreni più vulnerabili per un movimento che ha costruito gran parte della propria identità sulla denuncia delle élite tradizionali e delle inefficienze della politica britannica.

A complicare ulteriormente il quadro c’è la vicenda della donazione da 5 milioni di sterline che ha già coinvolto Farage e che resta al centro di un’inchiesta parlamentare. Il leader di Reform è tornato recentemente a conquistare il seggio di Clacton in una controversa elezione suppletiva, dopo essersi dimesso e aver deciso di ricandidarsi per chiedere, nelle sue parole, un nuovo «giudizio del popolo».

Una strategia che gli ha consentito di rilanciare la propria presenza istituzionale, ma che ora rischia di trasformarsi in un boomerang: ogni nuova controversia finanziaria rafforza infatti l’impressione di un partito incapace di sottrarsi alle stesse dinamiche che Farage ha per anni imputato alla politica tradizionale.

Il sorpasso che non arriva

C’è infine un dato politico che rende la crisi ancora più significativa. Reform UK aveva attraversato una lunga fase di crescita, arrivando a occupare stabilmente il centro della scena nei sondaggi e capitalizzando il successo alle elezioni amministrative di maggio.

Oggi, però, quella spinta sembra essersi indebolita. Il partito viene indicato nuovamente alle spalle del Labour e in una posizione sempre più ravvicinata rispetto ai conservatori, guidati da Kemi Badenoch.

Per Farage il problema, dunque, non è soltanto giudiziario o finanziario. È soprattutto politico.

Reform è nata promettendo di rompere con il vecchio establishment. Ma per trasformare il consenso di protesta in una forza di governo deve dimostrare di saper fare proprio ciò che contesta agli altri: muoversi dentro regole trasparenti, controllabili e credibili.

Il video di Channel 4 non stabilisce da solo che quelle regole siano state violate. Ma apre una crepa nell’immagine di impeccabilità che Farage ha bisogno di costruire attorno al suo partito. E, per un movimento che vive in larga parte della promessa di essere diverso dagli altri, anche soltanto l’ombra del dubbio può diventare un problema politico molto concreto.

Identità, valori e ordine nell’Europa multiculturale

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A cura di Gilberto Borzini

Cinesi, russi e statunitensi sono definibili come tali: si definiscono persino primariamente come tali (prima sono cinesi, poi della tale regione, poi della famiglia e infine arriva l’individuo)  condividendo una dinamica culturale comune, e questo fenomeno identitario – che negli USA va diminuendo in misura direttamente proporzionale con l’affermarsi del multiculturalismo – sottolinea anche uno spirito identitario che dall’origine tribalità conduce alla macronazionalità.

Oggi l’Europa “si vuole” multiculturale, in grado di accettare e di assorbire e fare proprie culture derivanti da diversi continenti, mentre fatica a sua volta a far coincidere le culture originarie degli Stati afferenti, all’intero dei quali da tempo è in corso una non semplice amalgama delle relative culture territoriali.

Insomma, prima di arrivare al multiculturalismo bisogna provare a definire cosa sia una “cultura”  diffusa.

Dal bisogno al valore

Negli anni in cui ero ancora docente domandavo ai discenti di scrivere ciò che ritenevano essere i loro “valori assoluti”, quelli con la V maiuscola, quelli che ritenenvano “universali”. Al termine delle descrizioni emergeva con chiarezza che quelli indicati come “valori” altro non fossero che “bisogni” individuali, bisogni talmente importanti per i singoli da attribuire il ruolo di “Valore” persino universale.

La soluzione ai bisogni condivisi nella maggioranza degli appartenenti ad un gruppo umano definisce le regole comportamentali di gruppo, quella che definisco come “economia comportamentale” sociale che deriva anche, ma non solo, dalle necessità produttive, economiche, di sostentamento e di difesa del gruppo stesso.

L’insieme delle regole tese alla soluzione dei bisogni diviene “cultura condivisa”, generando a sua volta tabù insuperabili e norme definite nella difesa dell’insieme delle regole stesse.

L’insieme delle attività sociali si organizza e struttura conseguentemente: scuole, fabbriche, uffici, ospedali e servizi di difesa riproducono la cultura condivisa e l’organizzazione relativa, divenendo esse stesse “coltivatrici” metaforiche della cultura in esse rappresentata, attività che oltre a riprodurre il paradigma consentono di istruire l’individuo al paradigma stesso.

Il percorso secolare nella soluzione dei bisogni, agevolato dalle conoscenze tecniche e scientifiche, definisce a sua volta ciò che chiamiamo “progresso” affermandosi come cultura condivisa di questa o quella popolazione. In questa ottica è quindi evidente come la tendenza assunta dall’economia locale piuttosto che dalla tecnica modifica il percorso culturale in una forma che potremmo definire arbitraria rispetto alle alternative del possibile.

Ordine e cultura

Riflettendo recentemente con un amico sul concetto di “ordine” emergeva l’apparentamento tra il concetto stesso di ordine a quello di ambiente culturale, in cui la cultura comune diviene creatrice di ordine sociale.

Ampliando il ragionamento la cultura socialmente diffusa ha per obiettivo primario la riproduzione di se stessa, scatenando conflitti e controversie nel momento in cui si affermano modifiche rilevanti nell’organizzazione economica e nella modifica dei bisogni correnti, obbligando la Cultura ad un aggiornamento dinamico all’interno di un gruppo sociale, per quanto esteso, che di quella medesima cultura si fa portatore, protagonista e portavoce.

Inevitabilmente, allora, l’affiancamento di diverse culture, rispondenti a diversi bisogni e valori, produce conflittualità indebolendo la cultura originale e scatenando fenomeni di incompatibilità tra i portatori delle differenti istanze valoriali e culturali.

Peggio ancora accade quando nel tentativo di affermare un’amalgama culturale si minimizza l’importanza del mandato culturale originario, lo si mortifica in un relativismo senza attribuzione e senza valorialità, determinando sia la crisi della cultura originaria, sia la mancata primazia di una delle culture in conflitto, ovvero una situazione di caos e di disordine prossimo alla conflittualità.

Il Relativismo dannoso

Minimalismo e relativismo generano incertezza: si comincia a guardare ai valori della tradizione come ad una sciocca zavorra che ci siamo trascinati per secoli sulle spalle, che nei concetti e nei valori espressi vi sia qualcosa di sbagliato e che nella loro conservazione si annidi il rischio di non comprendere l’attuale complessità sociale.

Si immagina allora di dover gettare alle ortiche l’antico Paradigma per provare ad elaborarne uno nuovo che definisca una normalità condivisa dalle differenti correnti che animano una società sempre più complessa e articolata.

Ciò che prima era Tabù ora diviene lecito, ciò che era devianza si afferma come nuova normalità e nulla definisce più “eccezione” all’interno di un miscuglio di istanze privo di una chiara Primazia culturale.

In luogo della Cultura, allora, si ipotizza che la primazia appartenga alla Legge, alla quale ognuno soggiace indipendentemente dalla Cultura originaria, rendendo omaggio al pensiero che fu di Levi Strauss secondo il quale la cultura non serve a niente, non è più la “funzione” di niente ed è priva di criteri con cui valutare oggettivamente la propria necessità.

La necessaria Primazia

Resta il fatto che Russi e Cinesi (e ancora per un po’ buona parte degli americani), si riconoscono nelle rispettive culture primarie e prevalenti mentre la dinamica del multiculturalismo appartiene prevalentemente all’Europa che molto discute e discetta cercando nell’eredità dell’Illuminismo, della Ragione e della Legge, la propria centralità identitaria.

Non sembra però che l’orientamento istituzionale europeo convinca gli europei né ad abbracciare la fede della Ragione nella Legge né a mettere da parte tradizioni secolari, né si ha l’impressione che altre etnie sopravvenute abbiano il benché minimo interesse ad abbracciare i fondamentali dell’illuminismo per rendere non prioritarie e a loro volta relative le proprie culture e fedi originarie.

Gli Stati si fanno relativisti definendo modelli d’organizzazione privi di primazia culturale, mentre le etnie sopravvenute persistono nel valutare le proprie culture identitarie non relativizzabili, anzi eventualmente sovrapponibili alle culture originarie di cui si è, volutamente e per scelta politica manifesta, ridotta l’importanza.

Occorre allora, a parere di chi scrive, tornare ad affermare una Primazia Culturale, nazionale e continentale, ampiamente tollerante, si intende, delle culture ospitate, ma identificativa e condivisibile, coerente con il proprio tragitto storico e trasmissibile alle generazioni future.

Un codice, una fede, una Visione che accomuni e definisca, che sia Valore che risolve il Bisogno, capace di aggregazione e di appartenenza in modo che ognuno, nato o cresciuto o arrivato in Europa, possa affermare di sentirsi in primo luogo Europeo e dell’Europa condividere valori e identità.

Diversamente saremo troppo deboli, troppo frammentati, troppo internamente divisi e combattuti: in sostanza saremo preda dei venti e di questi tempi forse non conviene.

A Nola la Napoli che cambia pelle: Sepalone e Piaf portano in scena “Canta Napoli 3.0”

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La canzone napoletana torna a parlare al presente. E lo fa senza rinunciare alla propria memoria, ma scegliendo di attraversarla con nuovi arrangiamenti, contaminazioni e una dimensione spettacolare capace di coinvolgere pubblici diversi per età e sensibilità.

È questa la scommessa di “Canta Napoli 3.0”, lo spettacolo che domenica 6 settembre 2026, alle 20.30, farà tappa nel Cortile della Casa Comunale di Nola, nell’ambito del cartellone degli eventi estivi promosso dall’Amministrazione comunale. Protagonisti sul palco saranno Micky Sepalone e Angela Piaf, accompagnati dalla loro band, per una serata a ingresso gratuito nel segno della grande tradizione musicale partenopea.

Il titolo stesso dello spettacolo racconta una filosofia precisa: non un semplice omaggio al passato, ma un tentativo di rileggerlo alla luce del presente. La storia della canzone napoletana diventa così materia viva, capace di cambiare ritmo e veste senza perdere la propria identità.

Dal patrimonio ottocentesco ai grandi successi del Novecento, fino alle evoluzioni della musica contemporanea, “Canta Napoli 3.0” costruisce un percorso attraverso melodie che hanno contribuito a rendere Napoli riconoscibile nel mondo. Un repertorio nel quale convivono la tradizione dei classici e le intuizioni di autori che hanno progressivamente modificato il linguaggio musicale partenopeo.

Sul palco, la voce e l’interpretazione di Sepalone e Piaf dialogheranno con una formazione di musicisti professionisti, in uno spettacolo pensato per alternare energia e intensità. Il viaggio musicale toccherà alcuni dei nomi più rappresentativi della storia della canzone napoletana, da Renato Carosone a Pino Daniele, accanto ai brani che appartengono ormai all’immaginario collettivo.

Ne nasce un racconto musicale nel quale il passato non viene semplicemente celebrato, ma reinterpretato. Le melodie più conosciute diventano il punto di partenza per incursioni nel ritmo, nel pop e nelle sonorità contemporanee, con l’obiettivo di restituire alla tradizione quella capacità di sorprendere che ne ha garantito la longevità.

La scelta di ospitare lo spettacolo nel Cortile della Casa Comunale si inserisce inoltre nella strategia dell’Amministrazione di trasformare gli spazi storici della città in luoghi di incontro, cultura e partecipazione. Una cornice istituzionale che, per una sera, si trasformerà in palcoscenico e farà da sfondo a un appuntamento pensato per cittadini, famiglie, visitatori e appassionati.

“Canta Napoli 3.0” arriva dunque a Nola con una formula che punta sulla forza universale della musica: riconoscersi nelle canzoni di ieri e, allo stesso tempo, ascoltarle con orecchie nuove.

L’appuntamento è per domenica 6 settembre alle 20.30. L’ingresso è gratuito.

Report non si normalizza: la redazione resta, il Pd applaude alla svolta

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Alla fine, il punto non è soltanto chi siederà davanti alle telecamere. La partita su Report si gioca soprattutto attorno a ciò che il programma rappresenta nel servizio pubblico: una redazione autonoma, un gruppo di giornalisti abituato a lavorare sulle inchieste e un’identità editoriale costruita in anni di giornalismo d’approfondimento.

È su questo terreno che Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria nazionale del Partito democratico, legge l’esito di una lunga estate di tensioni e ipotesi di cambiamento. «Report c’è. E soprattutto Report resta Report», sostiene Ruotolo, sottolineando che rimangono intatti la redazione, il gruppo di lavoro e il progetto editoriale fondato sul giornalismo d’inchiesta nel servizio pubblico.

Il riferimento è al riassetto che, nei mesi scorsi, sembrava poter modificare radicalmente il programma: l’uscita di Sigfrido Ranucci dalla conduzione, l’arrivo di due nuovi volti e perfino l’ipotesi di una sostituzione dei giornalisti della redazione che avessero scelto di lasciare. Un disegno che, secondo Ruotolo, «è saltato».

A raccogliere il testimone della conduzione sarà Claudia Di Pasquale, giornalista interna al gruppo di Report fin dai tempi di Milena Gabanelli e indicata dalla stessa redazione. Accanto a lei ci sarà Daniele Piervincenzi, all’interno del nuovo assetto del programma.

Ma per il Pd la vera notizia è soprattutto un’altra: la redazione rimane al suo posto. Ed è proprio sulla sua autonomia che Ruotolo concentra l’attenzione. La scelta dei servizi e delle inchieste, sostiene, dovrà restare nelle mani dei giornalisti, senza condizionamenti esterni.

«Ha perso chi pensava di normalizzare Report e renderlo inoffensivo alla vigilia delle elezioni politiche», afferma Ruotolo. Una lettura apertamente politica di una vicenda che intreccia libertà editoriale, servizio pubblico e ruolo del giornalismo d’inchiesta in una fase destinata a essere particolarmente delicata sul piano elettorale.

Resta invece aperto il capitolo più controverso, quello che riguarda Sigfrido Ranucci. Sul suo demansionamento, ricorda Ruotolo, dovrà pronunciarsi la magistratura. Il dirigente dem chiede che il giornalista possa tornare a svolgere pienamente il proprio mestiere e chiude con una citazione destinata a sintetizzare il senso della sua posizione: «C’è sempre un giudice a Berlino».

Per Report, dunque, la nuova stagione si apre con un equilibrio diverso ma con una promessa di continuità. La sfida sarà dimostrare sul campo che il cambio della conduzione non coincida con un cambio di natura del programma. La bussola indicata da Ruotolo è netta: «Rispondere soltanto ai fatti, alle notizie e all’opinione pubblica».

Il Pd guarda al Terzo settore: a Reggio Emilia il laboratorio dell’alternativa

La partita sull’informazione pubblica si intreccia, nelle iniziative del Partito democratico, con un’altra sfida: costruire un rapporto più strutturato con quella parte della società civile che ogni giorno garantisce servizi, partecipazione e coesione sociale.

È questo il tema al centro della giornata “Dal Terzo settore per cambiare l’Italia”, in programma sabato 5 settembre alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia. L’appuntamento conclude il Viaggio nel Terzo settore, il percorso promosso dalla segreteria nazionale del Pd e guidato da Marta Bonafoni, che ha attraversato il Paese per incontrare associazioni, cooperative, volontariato e reti sociali.

L’obiettivo dichiarato è trasformare l’ascolto raccolto durante il viaggio in una piattaforma politica nazionale. Non soltanto una fotografia del disagio o delle difficoltà del mondo associativo, dunque, ma il tentativo di riconoscere il Terzo settore come interlocutore stabile nella costruzione delle politiche pubbliche.

La giornata si aprirà con la plenaria e i tavoli di lavoro. Alle 14.30 è prevista la tavola rotonda “Quale futuro per il Terzo settore”, con Massimo Ascari, Stefano Granata, Giovanni Lattanzi, Giancarlo Moretti, Tiziano Pesce, Caterina Pozzi, Pietro Segata e Paolo Venturi. Il confronto sarà condotto da Sara De Carli, caporedattrice di Vita.

«Il Terzo settore deve diventare uno dei protagonisti della costruzione dell’alternativa che vogliamo offrire al Paese», afferma Bonafoni. Nel bilancio del viaggio, la dirigente dem rivendica di aver incontrato «un’Italia che ogni giorno costruisce coesione, diritti, servizi, partecipazione e innovazione sociale». Da qui la sfida: trasformare questo patrimonio di esperienze in «proposte concrete» e riconoscere il Terzo settore come parte integrante della definizione delle politiche pubbliche.

Alle 16.30 sarà la volta del volontariato con l’incontro “Volontariato, bene comune”, coordinato da Davide Prandi e con la partecipazione di Emanuele Alecci, Anna Lisa Mandorino, Enrico Piron, Chiara Tomassini, Alessandra Camporota, Lucia Piacentini e Italo Sandrini.

Il volontariato, sottolinea Prandi, è «una delle infrastrutture civili delle nostre comunità». E Reggio Emilia, aggiunge, porta al confronto «una tradizione forte di partecipazione» e un tessuto associativo impegnato quotidianamente nella costruzione di relazioni, cura e bene comune.

A chiudere la giornata, alle 18.30, sarà il confronto “La costruzione dell’alternativa con la società civile”, con Marta Bonafoni, Emiliano Manfredonia, Walter Massa, Sophie Volpato e Marwa Mahmoud.

Due dossier diversi — l’autonomia dell’informazione pubblica e il rapporto con il mondo del sociale — ma una stessa parola chiave nella narrazione del Pd: alternativa. Da una parte la difesa di uno spazio di giornalismo d’inchiesta considerato essenziale per il servizio pubblico; dall’altra il tentativo di trasformare il patrimonio del Terzo settore in una componente stabile di una futura proposta politica.

Il passaggio successivo sarà verificare quanto queste dichiarazioni riescano a tradursi in fatti: per Report, attraverso l’autonomia effettiva della redazione e la qualità delle nuove inchieste; per il Pd, attraverso politiche capaci di dare seguito alle istanze raccolte lungo il Paese.

Carburanti, la corsa non si ferma: benzina oltre i 2 euro e diesel a 2,157. Il pieno torna a pesare sulle famiglie

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La soglia psicologica dei due euro è stata nuovamente superata. E questa volta non si tratta soltanto di un picco isolato, ma di una nuova accelerazione che riporta il costo dei carburanti ai livelli più elevati degli ultimi quattro anni.

Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio sui prezzi dei carburanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, rilevati il 4 settembre, il prezzo medio nazionale in modalità self service ha raggiunto 2,046 euro al litro per la benzina e 2,157 euro per il gasolio sulla rete stradale ordinaria. Numeri che segnano un nuovo massimo dal luglio 2022.

Il conto sale ancora quando si imbocca l’autostrada. Qui il prezzo medio del self service arriva a 2,134 euro al litro per la benzina e a 2,233 euro per il diesel.

Una differenza che, moltiplicata per i chilometri percorsi ogni giorno da milioni di automobilisti, trasforma l’aumento alla pompa in una voce sempre più pesante del bilancio familiare e aziendale.

Il governo prepara un taglio sul gasolio

Di fronte alla nuova fiammata dei prezzi, il governo prepara un intervento sulle accise. Il vicepremier Matteo Salvini, intervenendo a Dritto e Rovescio su Rete 4, ha confermato che l’esecutivo sta lavorando a un taglio delle accise sul gasolio da applicare tra il 5 e il 10 settembre.

La misura, però, rischia di aprire un nuovo fronte sul carattere temporaneo degli interventi. Perché, mentre il prezzo industriale e quello alla pompa continuano a muoversi, le associazioni dei consumatori chiedono una risposta più ampia e duratura.

L’allarme dei consumatori: «Un pieno costa già di più»

A quantificare l’impatto degli ultimi rincari è Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori.

«Nel giro di qualche giorno, un pieno da 50 litri di gasolio costa 1,45 euro in più, uno di benzina 1,50 euro», osserva Dona. Sulla rete stradale, aggiunge, l’aumento è di 1,35 euro per un pieno di gasolio e di 1,20 euro per la benzina.

Numeri che possono sembrare contenuti se osservati una singola volta, ma che assumono tutt’altro peso quando vengono moltiplicati per i rifornimenti di un mese, per i pendolari che utilizzano quotidianamente l’auto e, soprattutto, per le attività economiche che dipendono dal trasporto su strada.

Il diesel rappresenta il fronte più delicato. Secondo l’Unione nazionale consumatori, senza lo sconto sulle accise, ai prezzi attuali il gasolio supererebbe in autostrada la soglia di 2,4 euro al litro, mentre sulla rete ordinaria arriverebbe a 2,328 euro.

La richiesta: tagli più consistenti e non misure-lampo

Per Dona, dunque, l’intervento annunciato dal governo non sarebbe sufficiente se limitato a una finestra di pochi giorni.

«Il Governo deve intervenire in modo serio sia sul gasolio che sulla benzina», sostiene il presidente dell’Unc, indicando come obiettivo uno sconto di 30 centesimi al litro sul gasolio e di 15 centesimi sulla benzina.

Nel mirino finiscono anche le misure selettive a favore di alcune categorie. Secondo l’associazione, non è sufficiente intervenire soltanto a sostegno di autotrasportatori, agricoltori, pescatori e tassisti, lasciando invece scoperto il problema dei pendolari e trasferendo parte del peso sulle imprese private attraverso esenzioni fiscali.

La questione, insomma, non riguarda più soltanto il prezzo esposto sul display di un distributore. Il carburante è un costo che attraversa l’intera economia: incide sugli spostamenti, sulla logistica, sui trasporti e, indirettamente, sul prezzo finale di molti beni.

Il nodo delle accise e il conto per lo Stato

La polemica si sposta così dal distributore ai conti pubblici.

L’Unione nazionale consumatori ricorda che, fino a oggi, i provvedimenti di riduzione delle accise hanno richiesto una copertura complessiva di 2 miliardi e 14,1 milioni di euro. Secondo Dona, una parte consistente di queste risorse sarebbe stata comunque alimentata dal maggior gettito Iva legato all’aumento dei prezzi alla pompa, se il meccanismo delle accise mobili tenesse conto dell’effettivo prezzo pagato dagli automobilisti e non soltanto dell’andamento del greggio sui mercati internazionali.

Da qui la richiesta rivolta al ministero dell’Economia: quantificare l’eventuale maggior gettito fiscale prodotto dall’aumento dei prezzi dei carburanti.

La domanda dell’Unc è precisa: quanto ha incassato in più lo Stato tra marzo e agosto 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025?

È questo, oltre al prezzo del litro, il vero terreno dello scontro. Perché dietro ogni aumento alla pompa c’è anche un effetto fiscale e, dunque, una scelta di politica economica: quanto di quel maggior gettito deve restare nelle casse pubbliche e quanto deve invece tornare agli automobilisti sotto forma di riduzione delle accise?

La benzina torna a essere un problema economico

I numeri del Mimit fotografano intanto una situazione che torna a farsi critica. 2,046 euro per un litro di benzina e 2,157 per il diesel sulla rete ordinaria significano che il pieno è tornato a occupare uno spazio tutt’altro che marginale nelle spese quotidiane.

E la rete autostradale amplifica ulteriormente il problema, con prezzi medi che superano i 2,20 euro al litro per il gasolio.

Il possibile taglio delle accise annunciato per i prossimi giorni può dunque rappresentare un argine immediato. Ma la domanda che resta sul tavolo è più ampia: quanto durerà l’effetto e chi sosterrà il costo dell’intervento?

Per milioni di automobilisti la risposta non è una questione contabile. È scritta, ogni giorno, sul display del distributore.

Dalla sparatoria in piscina ai fucili sepolti nel bosco: la guerra delle bande che ha attraversato Bergamo e Milano

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La prima scena sembra uscita da un film d’azione, ma è accaduta davvero: un commando di uomini con il volto coperto dai passamontagna che emerge dalla vegetazione, imbraccia fucili d’assalto e attraversa una strada pubblica prima di sparire a bordo di tre automobili. È il 15 giugno, nei boschi di San Paolo d’Argon, nel Bergamasco. Sei giorni più tardi la stessa guerra arriva in un luogo dove nessuno si aspetterebbe di incontrarla: l’affollato impianto sportivo Aquamore di Seriate.

È qui che, secondo la ricostruzione della Procura della Repubblica di Bergamo, una faida maturata negli ambienti dello spaccio di stupefacenti si trasforma in una vera e propria caccia all’uomo. L’obiettivo è E.R.M., marocchino del 1999, considerato dagli investigatori vicino a una fazione rivale. A cercarlo è un gruppo armato guidato da E.A.B., detto “Botros”, indicato dagli inquirenti come il capo della banda.

La storia giudiziaria, ancora nella fase delle indagini preliminari, è arrivata nei giorni scorsi a un punto di svolta: quattro persone sono state sottoposte a fermo e sono state sequestrate numerose armi da guerra, oltre a droga e denaro ritenuto provento dello spaccio. Ma la sensazione, leggendo la ricostruzione investigativa, è che l’operazione abbia soltanto aperto una porta su una realtà criminale più ampia.

Il primo assalto

Il 15 giugno, nei boschi di San Paolo d’Argon, circa dodici uomini con il volto coperto da passamontagna sbucano dalla vegetazione. Sono armati con fucili d’assalto tipo AK-47, i Kalashnikov. Si muovono in maniera organizzata sulla pubblica via e poi si allontanano rapidamente su tre automobili.

Non è una semplice esibizione di forza. Per i carabinieri della Sezione operativa della Compagnia di Bergamo, che ricostruiscono l’episodio, si tratta di una spedizione punitiva organizzata da “Botros”, determinato a eliminare fisicamente esponenti di gruppi rivali che si contendono le aree boschive utilizzate per lo spaccio.

Quel primo tentativo, però, fallisce: nel bosco il bersaglio non viene trovato.

La banda non rinuncia. Cambia scenario.

Il commando arriva in piscina

Il 21 giugno il nuovo agguato viene organizzato all’Aquamore di Seriate. Un luogo affollato, frequentato da famiglie e sportivi, scelto secondo la Procura proprio come teatro della nuova spedizione contro E.R.M.

Il commando arriva a bordo di una Peugeot 2008. Un uomo, ritenuto dagli investigatori ancora non catturato, guida l’auto. Un complice, indicato come A.Z.A., marocchino del 1999 domiciliato a Vigevano, apre il fuoco all’esterno della piscina con un Kalashnikov AK-47.

Contemporaneamente, secondo la ricostruzione, “Botros” entra in azione con una pistola mitragliatrice Skorpion e insegue la vittima fin dentro il bar e la reception.

Almeno sette i colpi esplosi, di calibro 7,62×39 e 9 millimetri.

E.R.M. riesce a salvarsi con una fuga disperata: scavalca la recinzione esterna e finisce in un canale adiacente. È una fuga che gli consente di sottrarsi agli uomini armati. Gli aggressori, invece, risalgono sull’auto e si dileguano.

La risposta dell’Arma è immediata. Partono le ricerche, anche con un elicottero del 2° Nucleo Elicotteri di Orio al Serio, mentre la targa e le caratteristiche dell’auto vengono diramate in tutta la regione.

Poche ore dopo, le pattuglie dei carabinieri di Corsico e Abbiategrasso intercettano la Peugeot. Ne nasce un inseguimento. I sospettati hanno un incidente, abbandonano la macchina a Bareggio e riescono a scappare a piedi nella vegetazione.

È il primo inseguimento di una storia investigativa destinata a svilupparsi lungo un asse geografico sempre più largo: Bergamo, hinterland milanese, Vigevano, Novara.

Anche la vittima aveva un passato criminale

Nel frattempo gli investigatori ricostruiscono anche la posizione dell’uomo sfuggito all’agguato. E.R.M. era già stato coinvolto in un’indagine della Procura di Lodi per reati legati agli stupefacenti e per tentato omicidio. In passato era stato sottoposto agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, dai quali era evaso rendendosi irreperibile. La Corte d’Appello di Milano aveva quindi disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere.

L’8 luglio i carabinieri di Bergamo riescono a localizzarlo: viaggia su un’auto partita da Brescia e diretta verso il Sud Italia. Gli investigatori lo seguono a lungo, aspettando il momento utile per intervenire. L’arresto scatta davanti al centro commerciale Campania di Marcianise.

In carcere, sentito dal pubblico ministero della Procura di Bergamo, l’uomo fornisce un elemento decisivo per l’inchiesta: indica agli investigatori l’identità del suo presunto aggressore e racconta di altri tentativi di eliminarlo che, secondo la sua testimonianza, sarebbero stati organizzati in precedenza dallo stesso “Botros” e dal suo gruppo.

La pista porta ai boschi

È a questo punto che l’inchiesta comincia a stringere il cerchio intorno alla banda.

Un’altra operazione antidroga, condotta dalla Compagnia carabinieri di Treviglio nel territorio della stazione di Martinengo, porta all’arresto di tre cittadini nordafricani. Uno di loro è già destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per un omicidio avvenuto a Pontoglio, nel Bresciano.

Ma anche lui, secondo quanto emerge dalle indagini bergamasche, sarebbe stato in precedenza vittima di un agguato attribuito al gruppo di “Botros”, nella zona fra Cividate e Calcio, per questioni legate allo spaccio. Anche in quel caso era riuscito a sopravvivere.

Le sue dichiarazioni contribuiscono, secondo gli investigatori, a delineare il funzionamento della banda e a individuarne i luoghi di riferimento.

Il cerchio si stringe su Vigevano.

Il blitz, la fuga e l’Audi abbandonata

Nella notte tra il 30 e il 31 luglio le aliquote di primo intervento e le squadre operative di supporto dell’Arma circondano due abitazioni di Vigevano. Sono quelle in cui vengono localizzati “Botros” e un complice.

Ma quando i militari stanno per entrare, i due si accorgono della loro presenza.

Fuggono a bordo di un’Audi A4.

Anche questa volta la fuga avviene attraverso la vegetazione. L’auto viene abbandonata in una zona campestre isolata a Castano Primo. I due scappano a piedi, ma commettono un errore: lasciano nell’abitacolo i telefoni cellulari. Per gli investigatori diventano reperti preziosi.

Le perquisizioni portano intanto a un primo, pesante ritrovamento: un fucile a pompa calibro 12, risultato rubato, altro munizionamento per AK-47 e circa 80 mila euro in contanti, ritenuti dagli inquirenti provento dello spaccio.

Ma la caccia non è finita.

L’irruzione del GIS

I carabinieri individuano un nuovo covo a Vigevano, in Corso Milano. Questa volta, vista la pericolosità degli indagati e la disponibilità di armi da guerra, entra in scena il Gruppo di intervento speciale.

Alle 00.45 circa del 29 agosto gli operatori del GIS fanno irruzione nell’abitazione.

“Botros” e A.Z.A. tentano di sottrarsi alla cattura gettandosi dalla finestra del primo piano. Fuori, però, ci sono i militari del dispositivo di contenimento. La fuga dura pochi istanti: entrambi vengono bloccati e messi in sicurezza.

E ancora una volta, però, il ritrovamento più importante non è necessariamente quello che si trova dentro una casa.

È nel bosco.

Le armi sotto terra

Nella notte tra il 30 e il 31 agosto gli investigatori seguono T.M., un marocchino del 2002 ritenuto dagli inquirenti responsabile, tra l’altro, della custodia e gestione delle armi del gruppo.

Lo osservano mentre raggiunge un’area boschiva al confine fra Vittuone e Cisliano e nasconde qualcosa nel sottobosco. Aspettano che si allontani. Poi entrano in azione.

Gli uomini setacciano la vegetazione, anche con strumenti tecnologici. Trovano armi e munizioni accuratamente interrate e protette da pellicola trasparente.

Il bilancio è impressionante: un Kalashnikov AK-47 con trenta proiettili calibro .223 Remington; un fucile d’assalto SIG 550 con diciannove proiettili dello stesso calibro; altri 106 proiettili calibro .223 e sette proiettili calibro 7,62×35 millimetri.

Accanto alle armi c’è anche la droga: 518 grammi di hashish, 56 grammi di eroina e 114 grammi di cocaina, secondo il comunicato della Procura.

È il primo deposito.

La seconda tana delle armi

La mattina del 31 agosto T.M. e M.A., un marocchino del 2005, vengono seguiti da Arluno fino a Oleggio. Dopo aver scoperto che le armi nascoste il giorno precedente non sono più dove le avevano lasciate, i due cercano un altro nascondiglio.

Entrano nel bosco di Oleggio Castello, vicino a via Comignago.

Ci rimangono circa un’ora e mezza.

Quando escono, i carabinieri li seguono fino a un fast-food di Oleggio e li bloccano. Un terzo uomo, che si trova sull’auto, riesce invece a fuggire a piedi. Le ricerche proseguono.

Gli investigatori sono convinti che anche quel bosco possa custodire un arsenale. Arrivano da Varese i Carabinieri Cacciatori “Sicilia” e da Casatenovo una squadra cinofila specializzata nella ricerca di armi ed esplosivi.

I militari scandagliano il terreno palmo a palmo.

Individuano tre punti di scavo.

Sotto terra trovano un secondo deposito.

Ci sono un Kalashnikov AKS 74 con trenta proiettili calibro 7,62×39, un altro fucile d’assalto Kalashnikov SAD-58 con ventinove munizioni dello stesso calibro e un AR-15 con quarantanove proiettili calibro .223 Remington.

Dalla piscina ai laboratori del RIS

Il materiale sequestrato viene inviato al RIS di Parma insieme ai reperti raccolti sulla scena della sparatoria di Seriate e sulle auto utilizzate per le fughe a Seriate e Vigevano.

Ora saranno gli accertamenti biologici, dattiloscopici e balistici a dire quanto quel piccolo arsenale interrato possa collegarsi materialmente agli uomini, alle automobili e ai colpi esplosi nei diversi episodi.

I quattro fermati sono stati portati in carcere e successivamente trasferiti in altri istituti penitenziari, spiega la Procura, anche per impedire eventuali contatti con gli esponenti del gruppo rivale.

La partita investigativa, però, è tutt’altro che chiusa. La Procura di Bergamo annuncia che gli accertamenti continuano anche in coordinamento con altre Procure, con l’obiettivo di ricostruire ulteriori vicende delittuose.

Quello che emerge finora è il ritratto di una guerra criminale combattuta non soltanto con la droga e il denaro, ma con armi da guerra nascoste sottoterra e agguati organizzati con una disciplina quasi militare. Una guerra che, nel giro di poche settimane, ha trasformato boschi, strade e persino una piscina affollata in altrettanti scenari di una faida.

La Procura precisa, infine, che i procedimenti sono ancora nella fase delle indagini preliminari e che per tutti gli indagati vale la presunzione di non colpevolezza fino a un’eventuale condanna definitiva.

Cervino, sfida estrema finisce nel silenzio: dispersa la trail runner canadese Kalie McCrystal

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Era arrivata ai piedi del Cervino per inseguire una prestazione al limite, una di quelle sfide che trasformano la montagna in un banco di prova fisico e mentale. Ma l’allenamento di Kalie McCrystal, trail runner canadese, si è interrotto nel modo più drammatico: dal primo settembre della sportiva non si hanno più notizie e le ricerche sulle pendici del Cervino non hanno finora dato esito.

L’ultima traccia è una fotografia scattata nei pressi della Capanna Carrel, a quasi quattromila metri di quota. Nell’immagine McCrystal appare con un equipaggiamento leggero, pantaloncini, una giacchetta e lo zaino da trail. Un dettaglio che, in una montagna dove il bianco può confondersi rapidamente con la roccia e la neve, complica ulteriormente il lavoro dei soccorritori.

«Era vestita di bianco», hanno spiegato gli uomini impegnati nelle operazioni, sottolineando quanto sia difficile individuarla dall’alto. Le squadre del Soccorso alpino valdostano e della Guardia di finanza di Cervinia hanno effettuato diverse ricognizioni aeree. Sono state impiegate anche l’antenna Recco e le apparecchiature per tentare di localizzare il telefono della donna. Nessuno dei tentativi ha però prodotto finora un risultato positivo.

Le ricerche, al momento, sono sospese.

Dietro la scomparsa c’è una sfida sportiva particolarmente ambiziosa. McCrystal, appassionata di corsa in montagna, era a Cervinia per prepararsi a salire e ridiscendere il Cervino in meno di cinque ore, affrontando la Cresta del Leone, una delle vie classiche verso la vetta dal versante italiano. Un progetto che richiedeva non soltanto velocità e preparazione atletica, ma anche un’attenta valutazione delle condizioni della montagna e un adeguamento progressivo all’alta quota.

Lo aveva raccontato lei stessa sui social, in uno degli ultimi post dedicati alla preparazione della sua stagione. Il 7 agosto scriveva di essere in Italia, a Cervinia, per lavorare in vista del suo «grande obiettivo della stagione». Pochi giorni, spiegava, erano rimasti a disposizione perché le condizioni migliorassero e perché il suo organismo, abituato a vivere a livello del mare, riuscisse ad adattarsi alla quota.

Un’attesa fatta di allenamenti, meteo e acclimatamento. E anche di determinazione: «Non ho perso le speranze e non mi arrendo ancora», aveva scritto, chiedendo ai suoi sostenitori di fare il tifo per lei.

Quelle parole, oggi, assumono un significato completamente diverso. La montagna che avrebbe dovuto essere il teatro della sua impresa è diventata il luogo di una ricerca difficile, condizionata dalla quota, dalla conformazione del Cervino e dalla possibilità che una persona vestita con abbigliamento chiaro possa risultare quasi invisibile durante le ricognizioni.

Per chi affronta il Cervino correndo, il confine tra prestazione e ambiente estremo è sottile. La velocità può ridurre i tempi di esposizione, ma non cancella i rischi dell’alta montagna. E sul Cervino, dove ogni variazione delle condizioni può modificare radicalmente la difficoltà di un itinerario, l’esperienza sportiva deve necessariamente fare i conti con una natura che non concede margini.

Ora la priorità è una sola: ritrovare Kalie McCrystal. Dopo le ricognizioni aeree e i tentativi di localizzazione tecnologica, resta il silenzio della montagna. E l’attesa di chi continua a sperare che quella sfida, interrotta a quasi quattromila metri, possa ancora avere un esito diverso da quello che oggi appare più temuto.