Il mercato del lavoro italiano mette a segno un nuovo record, ma sarebbe prematuro trasformare il dato in una celebrazione. Nel secondo trimestre il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni raggiunge il 63,1%, in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto ai primi tre mesi dell’anno. È il valore più elevato dall’inizio delle serie storiche, secondo i dati diffusi dall’Istat.
A crescere non è soltanto la percentuale. Anche il numero complessivo degli occupati raggiunge un massimo storico, arrivando a 24 milioni e 363mila persone. Un dato che fotografa un mercato del lavoro più dinamico rispetto al passato e che, almeno sul piano quantitativo, continua a mostrare segnali di rafforzamento.
La fotografia, tuttavia, presenta anche qualche zona d’ombra. Nel trimestre il tasso di disoccupazione torna infatti a salire, seppure lievemente, di 0,1 punti, attestandosi al 5,6%. Le persone in cerca di occupazione sono circa 1 milione e 440mila.
È proprio questo contrasto a suggerire prudenza nella lettura dei numeri. Da una parte ci sono più occupati e un tasso di occupazione che raggiunge il livello più alto mai registrato. Dall’altra rimane una platea consistente di persone che un lavoro lo cercano ancora e non lo trovano, mentre il miglioramento dell’occupazione non basta, da solo, a raccontare la qualità, la stabilità e la capacità del sistema produttivo di offrire opportunità adeguate.
Il record, dunque, c’è e non va sminuito. Ma il record non coincide necessariamente con una condizione soddisfacente. Un Paese può aumentare il numero degli occupati e, nello stesso tempo, continuare a confrontarsi con salari insufficienti, divari territoriali, difficoltà di ingresso dei giovani e una partecipazione al mercato del lavoro ancora distante dagli standard delle principali economie europee.
Per questo il dato Istat può essere letto come un segnale positivo, ma non come il traguardo di una corsa. È, semmai, una conferma che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta. Resta da capire quanto questo movimento sia solido, quanto sia distribuito tra territori e generazioni e soprattutto quanto riesca a trasformarsi in lavoro stabile, qualificato e adeguatamente retribuito.
In altre parole, non c’è molto da festeggiare. Ma in un mercato del lavoro che per anni ha accumulato ritardi e fragilità, anche un bicchiere d’acqua può avere un valore. Soprattutto quando arriva in mezzo al deserto.
