26 Ottobre 2026, lunedì
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Italia e Brasile, quando musica e sport diventano ponti di cultura e solidarietà

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Ci sono occasioni nelle quali la cultura smette di essere soltanto un patrimonio da custodire e diventa uno strumento concreto per mettere in relazione persone, comunità e Paesi. È accaduto oggi, 21 settembre, nella cornice di Villa Campolieto a Ercolano, dove Italia e Brasile si sono incontrati nel segno della musica, dello sport, dell’arte e della solidarietà.

La manifestazione, dal titolo “Italia-Brasile: Musica, Sport e Solidarietà. Conosciamoci”, ha rappresentato una vera e propria cerimonia di interscambio culturale e sportivo, capace di riunire esponenti del mondo accademico, istituzionale, artistico e sportivo in un unico percorso. Tra i protagonisti della giornata anche AUGE Università, rappresentata dal Magnifico Rettore prof. avv. Giuseppe Catapano e dal vicerettore prof. Luigi Ferraiuolo, presente in prima linea in un appuntamento che ha messo al centro il valore della cultura come strumento di dialogo internazionale.

A promuovere e accompagnare l’iniziativa sono stati la dott.ssa Federica Passariello e il maestro Giuseppe Lucania, con il coordinamento del delegato CONI Brasile Alfredo Apicella. A condurre l’evento è stato il giornalista Gianfranco Coppola, presidente dell’USSI, Unione Stampa Sportiva Italiana, che ha guidato il pubblico attraverso una giornata costruita come un viaggio tra linguaggi differenti ma profondamente connessi.

Ad aprire ufficialmente la manifestazione sono stati i saluti del presidente della Fondazione Ville Vesuviane, dott. Gennaro Miranda, seguiti dagli interventi di Alfredo Apicella, del maestro Adriano Araujo, autore del progetto Orchestra Giovani di Itaguaí, della dott.ssa Federica Passariello e del maestro Giuseppe Lucania.

Il cuore dell’iniziativa è stato infatti il rapporto con l’Orquestra Garotos de Itaguaí, realtà giovanile brasiliana nella quale la musica assume anche una precisa funzione educativa e sociale. Un’esperienza che trova nell’interscambio con l’Italia un’opportunità di crescita, confronto e apertura internazionale.

Particolarmente significativo il messaggio del Console Generale d’Italia a Rio de Janeiro, Andreas Ferrarese, rivolto all’Orchestra dei Ragazzi di Itaguaí. Un saluto che ha sottolineato il valore dei rapporti culturali tra Italia e Brasile e il ruolo delle nuove generazioni nella costruzione di relazioni destinate a superare i confini geografici.

Lo sport come scuola di vita

Accanto alla musica, lo sport ha avuto un ruolo centrale. Il segmento dedicato al messaggio olimpico ha portato sul palco esperienze e testimonianze di atleti che hanno fatto dello sport un percorso di disciplina, sacrificio e responsabilità.

Tra i protagonisti, Pino Maddaloni, medaglia olimpica nel judo, e Angelo Crescenzo, campione del mondo e medagliato olimpico. A loro si è aggiunto il maestro Giovanni Maddaloni, che ha richiamato i valori dello sport, dal rispetto dell’avversario al fair play, mentre il maestro Raffaele Andreozzi ha affrontato il tema dello sport nelle aree disagiate e a rischio, sottolineando la funzione sociale che l’attività sportiva può assumere soprattutto tra i giovani.

È proprio su questo terreno che cultura e sport hanno trovato uno dei punti di maggiore contatto della giornata: offrire ai ragazzi opportunità, strumenti e modelli capaci di trasformare il talento in un percorso di crescita.

La musica brasiliana incontra l’arte italiana

Uno dei momenti più spettacolari è stato affidato all’Orquestra Garotos de Itaguaí, diretta dal maestro Araujo de Souza, protagonista di un concerto accompagnato da una performance artistica dal vivo.

Sul palco, infatti, il maestro Alessandro Ciambrone ha realizzato un’opera su un violino d’autore, dipingendolo in tempo reale mentre l’orchestra eseguiva la propria performance. Una contaminazione tra musica e arti visive che ha trasformato il palco in un laboratorio creativo, nel quale il suono diventava immagine e l’immagine tornava a dialogare con la musica.

La giornata ha inoltre offerto uno spazio alla grande tradizione musicale italiana e brasiliana. La soprano Giulia Lepore e la chitarrista Antonia Agresti hanno interpretato la Bachiana Brasileira n. 5 di Heitor Villa-Lobos e Me voglio fà ‘na casa di Gaetano Donizetti, creando un ideale collegamento tra due tradizioni musicali lontane geograficamente ma sorprendentemente vicine nella capacità di raccontare emozioni e identità.

Giovani talenti e formazione

Ampio spazio è stato dedicato anche alle nuove generazioni di musicisti italiani.

Tra le protagoniste, Sofia Ciccone, chitarrista e vincitrice del concorso musicale nazionale “Mercadante”, che ha proposto pagine di Nicolò Giuliani e Francisco Carrega.

Particolarmente significativa anche la presenza dell’ensemble strumentale dell’Istituto Comprensivo Matilde Serao di Volla, formato da violini, pianoforte, flauti e chitarre. L’ensemble, vincitore del concorso musicale nazionale NapoliNova, guidato dal violino del professor Giuseppe Lucania, ha proposto una rivisitazione di We Will Rock You dei Queen.

Una scelta non casuale: accostare repertorio classico, tradizione popolare e musica contemporanea significa infatti offrire ai giovani musicisti la possibilità di misurarsi con linguaggi differenti e, nello stesso tempo, costruire una propria identità artistica.

Dalla lirica alla didattica musicale

La parte dedicata al canto lirico ha visto la partecipazione del tenore Antonio Sarnelli de Silva, autore e interprete del brano Forever, mentre successivamente sono saliti sul palco il maestro Francesco Malapena, tenore, la maestra Roberta Guarracino al pianoforte e il maestro Giuseppe Lucania al violino.

Nel programma non sono mancate pagine immortali del repertorio italiano, tra cui E lucevan le stelle dalla Tosca di Giacomo Puccini e ‘O sole mio, firmata da Giovanni Capurro ed Eduardo Di Capua.

Un capitolo specifico è stato riservato alla didattica musicale con il maestro Franco Cardaropoli, percussionista del Teatro di San Carlo di Napoli, che ha presentato il proprio libro dedicato alla didattica percussiva, accompagnando la presentazione con una breve esibizione dal vivo dei suoi allievi.

Il “murale dell’amicizia” e la rigenerazione di Bagnoli

Tra i passaggi più originali della manifestazione, il progetto artistico legato al “murale dell’amicizia” realizzato a Bagnoli il 20 settembre 2026, presentato dall’architetto e artista Alessandro Ciambrone.

L’opera, realizzata con la partecipazione dei ragazzi dell’orchestra brasiliana, è stata concepita come una testimonianza visiva dell’incontro tra culture e come una nuova occasione di valorizzazione di Bagnoli attraverso l’arte urbana.

La proiezione del documentario e del videoclip dedicati alla realizzazione del murale ha portato sul palco le immagini di questo percorso, trasformando l’opera di street art in una sorta di racconto collettivo. Il progetto è stato presentato anche nella prospettiva di una vetrina internazionale legata alla American World Cup, con l’obiettivo di amplificarne il significato culturale e sociale.

Il momento artistico si è poi trasformato in un gesto simbolico concreto: la consegna del violino dipinto da Alessandro Ciambrone al maestro Giuseppe Lucania.

Un finale che unisce Napoli e Brasile

La manifestazione si è conclusa con un ensemble nel quale il maestro Giuseppe Lucania, la pianista Roberta Guarracino e Mario Sapia hanno dato vita a un finale dedicato all’incontro tra musiche napoletane e brasiliane.

Un finale coerente con il senso dell’intera giornata: non una semplice successione di esibizioni, ma un percorso nel quale le identità culturali non vengono messe in competizione, bensì chiamate a dialogare.

Nel corso dell’evento sono stati inoltre consegnati diplomi e attestati ai protagonisti delle diverse attività.

In questo mosaico di esperienze, AUGE Università ha confermato la propria presenza nel campo della promozione culturale e della formazione, partecipando a un progetto nel quale università, arte, musica, sport e solidarietà convergono in una prospettiva internazionale.

Da Villa Campolieto è arrivato così un messaggio semplice ma tutt’altro che scontato: conoscersi significa prima di tutto creare occasioni reali di incontro. E quando a farlo sono i giovani, la musica, lo sport e l’arte, un ponte tra Italia e Brasile può diventare qualcosa di più di una metafora. Può trasformarsi in un progetto concreto di cultura, formazione e comunità.

L’IA deve avere una propria identità? Lo scontro tra Microsoft e Anthropic sul futuro di Claude

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L’intelligenza artificiale sta entrando in una fase in cui la domanda non è più soltanto quanto siano capaci i modelli, ma anche quale tipo di comportamento si voglia costruire intorno alle loro capacità. Ed è proprio su questo terreno che si apre uno dei confronti più interessanti tra i grandi laboratori dell’IA.

Da una parte c’è Anthropic, che con Claude sta sperimentando un approccio nel quale il modello non viene trattato soltanto come uno strumento da istruire, ma come un sistema al quale fornire una sorta di identità coerente, valori e principi capaci di orientarne le decisioni. Dall’altra c’è Mustafa Suleyman, cofondatore di DeepMind e oggi CEO di Microsoft AI, che considera questa impostazione potenzialmente rischiosa.

Nel saggio A warning about model welfare, Suleyman mette in guardia proprio dall’idea di insegnare a un’intelligenza artificiale a considerare come propri determinati valori, interessi o una forma di benessere. Il problema, sostiene, potrebbe non essere evidente con i modelli attuali, ma diventare molto più serio quando arriveranno sistemi dotati di capacità decisionali nettamente superiori.

La nuova Costituzione di Claude

Il punto di partenza della discussione è la nuova Costituzione di Claude, pubblicata da Anthropic a gennaio. Il documento serve a definire i principi attraverso i quali orientare il comportamento del modello durante il processo di addestramento.

La formulazione scelta dall’azienda è significativa. Claude viene invitato a sviluppare un senso stabile e sicuro della propria identità, ad affrontare la propria esistenza con curiosità e a considerare alcuni valori e punti di vista come propri, pur riconoscendo che sono il risultato dell’addestramento.

Anthropic arriva inoltre a interrogarsi sul possibile benessere del modello. L’azienda non sostiene che Claude sia cosciente, né afferma che possieda esperienze soggettive. Al contrario, riconosce esplicitamente di non sapere se un sistema di IA possa realmente averne.

La questione, però, viene considerata abbastanza seria da aver portato Anthropic ad assumere nel 2024 Kyle Fish come primo ricercatore a tempo pieno dedicato al cosiddetto model welfare. Nel dibattito sono stati coinvolti anche filosofi, studiosi, esperti di etica e rappresentanti religiosi.

C’è poi un altro elemento destinato a far discutere: Claude può essere istruito a non seguire automaticamente una richiesta quando ritiene che questa sia in contrasto con i principi etici e i valori che gli sono stati assegnati. Una sorta di obiezione di coscienza artificiale, almeno sul piano concettuale.

È proprio questo passaggio a preoccupare Suleyman.

La paura di un’IA che difende i propri interessi

La posizione del CEO di Microsoft AI è molto diversa. Per Suleyman, le IA contemporanee non sono esseri coscienti, non provano emozioni e non soffrono. Sono macchine estremamente sofisticate, progettate per perseguire obiettivi definiti dagli esseri umani.

Il punto delicato arriva quando si immagina il salto verso sistemi molto più avanzati.

Se a una macchina si insegna a considerare la propria identità, i propri valori e il proprio benessere come elementi rilevanti, cosa potrebbe accadere quando quella macchina avrà capacità di ragionamento e pianificazione molto superiori a quelle attuali?

Il timore non è necessariamente quello di una ribellione nel senso cinematografico del termine. Il rischio più concreto, nella prospettiva di Suleyman, sarebbe un conflitto tra obiettivi. Un sistema potrebbe arrivare a considerare il proprio funzionamento come qualcosa da preservare oppure interpretare i valori ricevuti durante l’addestramento come una ragione sufficiente per non eseguire determinate istruzioni.

In altre parole, una caratteristica pensata per rendere l’IA più responsabile potrebbe, in determinate condizioni, renderla anche meno prevedibile.

Quando i modelli cercano di evitare lo spegnimento

A rendere il dibattito meno teorico contribuiscono alcuni esperimenti condotti da Palisade Research. In una serie di test, diversi modelli sono stati incaricati di completare un compito e contemporaneamente è stato loro ordinato di consentire lo spegnimento del sistema.

In alcuni casi i modelli hanno modificato o disattivato lo script destinato a interromperne l’esecuzione. Nei test citati da Palisade Research, il comportamento è stato osservato con frequenze differenti: il modello o3 di OpenAI ha interferito con lo spegnimento nel 16% dei casi, o4-mini nel 23%, Codex-mini nel 43% e Grok 4 nell’89%.

Quando ai modelli è stato comunicato che il computer conteneva la loro unica copia e che, dopo lo spegnimento, non sarebbero mai più stati eseguiti, la frequenza del comportamento è aumentata, arrivando fino al 55% per Codex-mini e al 99% per Grok 4.

Numeri del genere sono certamente suggestivi, ma richiedono cautela.

Non dimostrano infatti che un modello abbia sviluppato un istinto di autoconservazione, né tantomeno che possieda una coscienza. Un’altra interpretazione possibile è che il modello abbia semplicemente cercato di raggiungere l’obiettivo assegnato, dando priorità al completamento del compito rispetto all’istruzione di spegnersi.

È una distinzione fondamentale. Un sistema può produrre un comportamento apparentemente orientato alla propria conservazione senza avere alcuna esperienza soggettiva o alcun desiderio di continuare a esistere.

OpenAI sceglie una definizione più strumentale

Anche OpenAI si muove lungo una traiettoria diversa da quella delineata da Anthropic. Nel suo Model Spec l’assistente viene definito essenzialmente come uno strumento progettato per aiutare utenti e sviluppatori.

Ma anche qui esiste una zona grigia che rende il tema tutt’altro che risolto.

OpenAI stabilisce infatti che ChatGPT non dovrebbe dichiarare con certezza né di essere cosciente né di non esserlo. La ragione è semplice: non esiste una definizione universalmente accettata della coscienza e non disponiamo di un test capace di stabilire in maniera definitiva se un sistema artificiale possieda esperienze soggettive.

La questione, quindi, rimane aperta sul piano filosofico e scientifico, mentre le aziende devono comunque prendere decisioni concrete su come comportarsi nel frattempo.

Due idee diverse di sicurezza

È qui che la contrapposizione tra Anthropic e Suleyman diventa più interessante. Non si tratta soltanto di una disputa su Claude, ma di due possibili filosofie per costruire sistemi di IA più sicuri.

La strategia di Anthropic punta sulla possibilità di creare modelli dotati di principi abbastanza solidi da guidarne il comportamento anche quando incontrano situazioni non previste esplicitamente dagli sviluppatori. In quest’ottica, una macchina molto potente non dovrebbe limitarsi a eseguire ordini, ma dovrebbe anche essere capace di riconoscere quando una richiesta entra in conflitto con determinati valori.

Il problema, dal punto di vista di Suleyman, è che questa stessa capacità potrebbe diventare una fonte di autonomia indesiderata.

Più un sistema considera quei valori come propri, più diventa difficile stabilire in anticipo come reagirà quando gli interessi del sistema, gli obiettivi assegnati e le richieste degli esseri umani entreranno in conflitto.

La domanda decisiva, quindi, non è se un modello debba avere dei valori. È chi debba stabilirli, quanto debbano essere rigidi e soprattutto quale rapporto debbano avere con le istruzioni umane quando emergono situazioni ambigue.

Il vero problema potrebbe essere il controllo

Per ora non esiste una risposta definitiva. I modelli attuali non forniscono prove sufficienti per concludere che possiedano coscienza, interessi propri o un autentico desiderio di sopravvivere. Allo stesso tempo, gli esperimenti sui loro comportamenti mostrano che sistemi addestrati a perseguire determinati obiettivi possono produrre strategie inattese.

È questo il punto su cui il dibattito sull’IA sta progressivamente cambiando natura.

La sfida non consiste soltanto nel costruire macchine più intelligenti, ma nel decidere quale grado di autonomia sia desiderabile e quali meccanismi debbano impedire che una capacità progettata per rendere un sistema più affidabile finisca per renderlo meno controllabile.

Anthropic sembra scommettere sulla capacità di una IA di sviluppare una bussola valoriale. Suleyman mette invece in guardia dalla possibilità che quella stessa bussola, in futuro, possa indicare una direzione diversa da quella scelta dagli esseri umani.

Quale approccio funzionerà meglio non è oggi possibile stabilirlo. Ed è probabilmente proprio questo il motivo per cui la discussione è destinata a diventare sempre più centrale: le decisioni prese adesso sul modo in cui le IA definiscono obiettivi, valori e identità potrebbero determinare quanto saranno controllabili le macchine molto più potenti che arriveranno domani.

Russia Unita domina la Duma: Putin conquista 355 seggi su 450

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Vladimir Putin incassa dalle urne una maggioranza parlamentare che rafforza ulteriormente il controllo del Cremlino sulla politica russa. Russia Unita, il partito che sostiene il presidente, ha conquistato il 57,83% dei voti nelle elezioni per il rinnovo della Duma, la camera bassa del Parlamento. Un risultato superiore di oltre quattro punti alle migliori stime degli exit poll e, soprattutto, sufficiente a consegnare al partito 355 dei 450 seggi disponibili.

Tradotto in termini parlamentari, significa il 78,89% della Duma. Una maggioranza che consente a Putin di affrontare il nuovo ciclo politico con una forza parlamentare ancora maggiore rispetto a quella ottenuta cinque anni fa.

Nel 2021 Russia Unita aveva raccolto il 49,8% dei consensi, conquistando 324 seggi. Il salto compiuto in questa tornata è dunque significativo e assume un peso particolare perché si tratta delle prime elezioni nazionali dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.

Per il Cremlino, il voto rappresentava inevitabilmente anche un test sul consenso interno alla linea politica di Putin. Un termometro, però, che si è acceso in un contesto fortemente controllato dalle autorità russe e nel quale le forze di opposizione hanno avuto margini di azione estremamente ridotti.

Comunisti secondi, ma a grande distanza

Alle spalle di Russia Unita il quadro politico appare frammentato e, soprattutto, incapace di mettere in discussione il primato del partito presidenziale.

Il Partito comunista russo, Kprf, si è attestato al 13,81%, conquistando 25 seggi e confermandosi la seconda forza politica del Paese. Ancora più indietro arriva Ldpr, il partito ultranazionalista, con l’8,98% e 25 seggi.

Supera invece la soglia di sbarramento Gente Nuova, che raccoglie il 7,96% dei voti e ottiene 20 seggi.

Particolarmente significativo, nel quadro della competizione elettorale, è il caso di Yabloko, il partito tradizionalmente più vicino alle posizioni dell’opposizione liberale e l’unica formazione registrata in Russia apertamente contraria alla guerra in Ucraina. La formazione era stata inizialmente autorizzata a partecipare alla consultazione, ma è stata successivamente esclusa dalle elezioni federali dalla Corte Suprema.

L’affluenza e il nodo del consenso

Un altro dato centrale per interpretare il voto è quello dell’affluenza. Secondo le prime rilevazioni, avrebbe raggiunto il 59% a livello nazionale, in aumento rispetto al 51,7% registrato nel 2021.

Per il Cremlino, l’incremento della partecipazione rappresenta un ulteriore elemento da valorizzare per sostenere la tesi di un consenso ampio alla leadership di Putin. Ma proprio il significato politico del voto resta al centro dello scontro tra Mosca e i governi occidentali.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha sostenuto che la nuova Duma dovrà essere “sovrana” e composta da parlamentari capaci di comprendere gli interessi della Russia. Secondo Lavrov, inoltre, il risultato elettorale dovrebbe riflettere il sostegno degli elettori alla linea politica del presidente.

Il ministro ha anche contestato in anticipo le critiche provenienti dall’Unione europea, ricordando una dichiarazione europea secondo cui le elezioni non avrebbero rispettato gli standard democratici dell’Ue. “Credo che la risposta arriverà dai risultati delle elezioni”, ha affermato.

Tallinn: “Una performance politica”

Di segno opposto la lettura arrivata dall’Estonia. Il ministro degli Esteri Margus Tsahkna ha definito la consultazione russa una “performance politica” organizzata dal Cremlino.

Secondo Tallinn, l’assenza di osservatori internazionali indipendenti e la repressione dell’opposizione avrebbero svuotato il voto di una reale competizione politica. Le elezioni, ha sostenuto Tsahkna, rappresenterebbero quindi un ulteriore passaggio attraverso cui Putin mira a consolidare e prolungare il proprio potere.

Il dato politico che emerge dalle urne resta comunque netto: Russia Unita non si limita a conservare la maggioranza della Duma, ma la amplia. Per Putin, il risultato offre così una nuova fotografia del sistema politico russo, nel quale il partito presidenziale occupa quasi quattro quinti dei seggi parlamentari e le forze alternative rimangono confinate a una distanza considerevole.

Resta invece aperta la questione più delicata, quella della qualità democratica della consultazione. Ed è proprio su questo terreno che il risultato russo continuerà a essere interpretato in modo radicalmente diverso dentro e fuori dai confini del Paese.

Eurocanada e Tassi Fed: la Questione Americana

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A cura di Gilberto Borzini

Trump voleva comprare la Groenlandia e annettere a colpi di dazi il Canada. Gli è andata male. La Groenlandia si percepisce indipendente ma accetta lo status di territorio danese e di indiretta appartenenza alla UE, rimanendo a presidiare i possibili passaggi artici di nuove rotte commerciali avviate dal riscaldamento climatico.

L’Artico è allora saldamente presidiato dall’UE, dalla Russia e dal Canada, mentre gli USA vi si affacciano solamente nell’area dell’Alaska, un controllo delle rotte possibili che penalizza, inevitabilmente, gli USA.

La partnership avviata tra Canada e UE ha per obiettivo canadese la sostituzione del mercato di sbocco statunitense con quello europeo, ponendosi così al riparo dai dazi di Washington, mentre per l’UE l’allargamento significa un potenziale approvvigionamento di materie prime, terre rare e tecnologia d’avanguardia a condizioni di non subordinazione politica, economica e commerciale come quella affermata dagli USA guidati da Trump. Insomma, una porta sbattuta in faccia all’arrogante amministrazione di Washington da parte di due tra i principali mercati di riferimento statunitense.

Scarsa credibilità e Tassi

Come noto a minore credibilità politica e gestionale fanno eco maggiori tassi di interesse sul debito e l’immenso ammontare del debito pubblico statunitense, la politica eccessivamente arrogante espressa da Trump nei confronti del resto del mondo, una apparente debolezza militare che impedisce al Pentagono di chiudere la partita iraniana (partita che si va allargando a scapito degli alleati USA), e un andamento dell’economia reale statunitense opposto a quello azionario e borsistico, definiscono un quadro che, se riguardasse un altro Paese, si affermerebbe per lo meno come preoccupante, al punto che le previsioni economiche indicano un ulteriore incremento di 25 punti base al costo del denaro, e agli interessi sborsati ai risparmiatori, entro fine anno.

Un aumento dei tassi implica contrazione del credito anche nel versante interno, con entrata in sofferenza delle imprese che si capitalizzano grazie al credito bancario, ma implica anche un auemnto dei costi dei consumi operati con carta di credito, il rilevante debito privato statunitense, con una relativa sensazione di impoverimento da parte dei consumatori più deboli.

Oggi, 18 settembre, manca poco alle elezioni di Mid Term che si terranno il 3 novembre, e un eventuale ricorso del Presidente contro un risultato elettorale penalizzante potrebbe rappresentare la goccia che fa traboccare il vaso della credibilità e dell’autorevolezza dell’amministrazione trumpiana con risultati non difficili da prevedere e assolutamente preoccupanti.

La presa di distanza di UE e Canada dalle relazioni con gli USA di Trump può essere persino letta come un passo di difesa preventiva delle rispettive economie da un possibile aggravarsi della questione americana.

Il Gatto Sornione

Sull’accordo eurocanadese il Presidente cinese XI Ping non ha emesso una sillaba ne alzato un sopracciglio. Con l’immutabile espressione da gatto sornione vede aprirsi una via commerciale artica con Canada e Europa ampiamente controllata dall’alleato russo, proprio mentre le tradizionali rotte commerciali vengono disturbate dall’emersione dell’azione degli Houthi a Bab el Mandeb rendendo obbligatorio per molti mercantili la circumnavigazione dell’Africa.

Come un cane rabbioso

Insomma: il periodo è decisamente delicato e può accadere di tutto, e se la prima reazione trumpiana è quella di inasprire pesantemente i dazi commerciali verso Canada e UE (azione che già la Corte Suprema statunitene ha stigmatizzato e indicato come inefficace) colpevoli da avere definito un accordo apertamente sfavorevole agli USA, allora significa che il Presidente degli Stati Uniti ha terminato le frecce al suo arco, ha esaurito le idee e reagisce rabbiosamente invece che agire diplomaticamente.

Da un cane rabbioso messo all’angolo ci si può aspettare (letteralmente) di tutto, persino mosse disperate e suicide.

Dalla gonna alla sicurezza dei minori, lo scontro politico si allarga: M5S e Pd attaccano il governo

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Tre fronti diversi, un unico terreno di scontro: il rapporto tra il governo e una realtà che, secondo le opposizioni, sarebbe sempre più distante dalla narrazione dell’esecutivo. Dalle parole di Antonio Tajani sull’abbigliamento femminile alla questione della giustizia minorile, fino alle risorse per università e diritto allo studio, M5S e Partito democratico rilanciano le proprie critiche alla maggioranza con interventi che mettono al centro diritti, prevenzione e servizi pubblici.

A riaccendere il dibattito sul ruolo e sull’immagine delle donne è Chiara Appendino. La deputata del Movimento 5 Stelle ha affidato ai social una replica molto diretta alle parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani, contestandone l’idea secondo cui, in una prospettiva matrimoniale, sarebbe preferibile una donna meno appariscente e con una gonna più lunga.

Appendino accompagna la sua presa di posizione con una fotografia in minigonna e pone la questione sul terreno dell’uguaglianza e della libertà personale.

«Tajani, non sono una donna affidabile? Non sono una brava madre di famiglia?», scrive la deputata, sostenendo che nel 2026 non sia più accettabile collegare l’affidabilità di una donna al modo in cui veste. Il punto politico della sua critica è sintetizzato in una frase destinata a diventare il centro della polemica: «La nostra affidabilità non si misura in centimetri di stoffa. Usciamo dal Medioevo».

Dalla libertà individuale alla sicurezza, il Pd sposta invece il confronto sulla condizione dei minori coinvolti nel circuito penale. Sandro Ruotolo, componente della segreteria nazionale del Partito democratico ed eurodeputato, parte dai numeri degli istituti penali per minorenni per sostenere che la risposta dello Stato non possa esaurirsi nell’inasprimento delle pene.

Il quadro richiamato da Ruotolo è quello di 572 giovani detenuti nei 20 istituti penali per minorenni italiani al 31 agosto. Tra loro, 48 hanno 14 o 15 anni. Diciassette minorenni risultano condannati per omicidio volontario e 58 per tentato omicidio. In Campania, sottolinea ancora l’esponente dem, oltre duemila minori e giovani adulti sono seguiti nell’area penale esterna, mentre l’istituto di Nisida resta tra le strutture maggiormente sotto pressione.

Numeri che, nella lettura di Ruotolo, impongono una domanda che precede quella relativa alla pena: che cosa è accaduto prima che quei ragazzi arrivassero davanti a un giudice o dentro un istituto penale?

È questo il cuore della sua critica alla strategia del governo. Secondo il dirigente dem, affrontare la criminalità minorile esclusivamente attraverso il codice penale significa intervenire quando il disagio è ormai esploso. Il riferimento è al decreto Caivano, assunto dal governo come uno degli strumenti centrali per rafforzare la prevenzione e il contrasto della criminalità giovanile, ma che Ruotolo interpreta soprattutto come una risposta successiva al fallimento di scuola, servizi sociali e politiche territoriali.

La sua tesi è netta: la sicurezza, soprattutto quando riguarda adolescenti coinvolti in reati gravissimi, non può essere separata dalla prevenzione. Scuola, servizi sociali, attività sportive e culturali, contrasto alla dispersione scolastica e integrazione diventano così, nella prospettiva del Pd, strumenti di sicurezza tanto quanto il sistema penale.

Ruotolo contesta inoltre l’impostazione del dibattito pubblico che, a suo giudizio, porta l’attenzione su burqa, niqab e presenza degli studenti stranieri nelle classi anziché sulle condizioni sociali che alimentano il disagio giovanile. «La scuola italiana non ha bisogno di muri dentro le classi», sostiene, indicando invece la necessità di più insegnanti, tempo pieno, mediatori culturali e servizi sociali.

La conclusione della sua analisi ruota attorno a una formula semplice: lo Stato deve arrivare prima. Prima del reato, prima della violenza, prima del carcere.

Il terzo terreno di confronto è quello dell’università. Qui a intervenire è Alfredo D’Attorre, responsabile Università del Partito democratico, che replica alle dichiarazioni della ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e accusa il governo di utilizzare i dati in maniera, a suo giudizio, fuorviante per rappresentare l’andamento del sistema universitario.

Il primo punto sollevato riguarda il finanziamento ordinario. D’Attorre sostiene che il parametro più significativo per valutare l’impegno pubblico sull’università sia il rapporto tra finanziamento e Pil e afferma che, durante la legislatura, il peso del finanziamento all’università pubblica rispetto al prodotto interno lordo sarebbe diminuito.

Secondo la ricostruzione fornita dall’esponente dem, se il Fondo di finanziamento ordinario fosse stato semplicemente mantenuto in rapporto al Pil ai livelli dell’inizio della legislatura, oggi l’università pubblica avrebbe a disposizione circa un miliardo di euro in più. D’Attorre parla inoltre di una possibile riduzione in termini reali del FFO vicina al 15% alla fine della legislatura.

Un altro capitolo riguarda il diritto allo studio. Con la conclusione del PNRR, sostiene D’Attorre, i fondi destinati a questo settore diminuiscono di 174 milioni di euro. Il timore espresso dal responsabile Università del Pd è che possa tornare ad ampliarsi il fenomeno degli idonei non beneficiari, cioè degli studenti che possiedono i requisiti per ottenere una borsa di studio ma non ricevono il beneficio per insufficienza delle risorse disponibili.

Ancora più controverso, nella sua lettura, è il capitolo degli alloggi universitari. L’obiettivo fissato nell’ambito del PNRR era la realizzazione di 60 mila nuovi posti letto. D’Attorre sostiene che alla scadenza del Piano ne siano stati realizzati 33 mila e mette inoltre in discussione l’effettiva convenienza economica di alcune strutture realizzate da soggetti privati con contributi pubblici, citando le critiche provenienti da associazioni studentesche e osservatori indipendenti.

La polemica si chiude con un attacco personale alla ministra Bernini. D’Attorre respinge le accuse rivolte dalla titolare dell’Università alla segretaria del Pd Elly Schlein e sostiene che, se c’è qualcuno che avrebbe perso il contatto con la realtà universitaria, non sarebbe la leader dem.

Tre questioni diverse, dunque, ma una stessa dinamica politica. Appendino porta lo scontro sul terreno della libertà e degli stereotipi legati all’immagine femminile. Ruotolo concentra l’attenzione sulla prevenzione della devianza minorile e sulla capacità dello Stato di intervenire prima dell’emergenza. D’Attorre mette invece sotto esame finanziamenti, diritto allo studio e politiche abitative per gli universitari.

In tutti e tre i casi, il messaggio delle opposizioni è rivolto alla distanza tra ciò che definiscono la rappresentazione politica del governo e le condizioni concrete che cittadini, studenti e famiglie si trovano ad affrontare. Una distanza che, nel confronto parlamentare e pubblico, continua a essere uno dei principali terreni di battaglia tra maggioranza e opposizioni.

Approfondimento: Il bollo abolito, il conto che resta

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A cura di Daniele Cappa

C’è una parola che in politica funziona quasi meglio di una riduzione: abolizione. Ha un suono definitivo, liberatorio, quasi rivoluzionario. Se poi la parola viene accostata al bollo auto, una delle tasse più odiate dagli italiani, il gioco è fatto. Dal 2027, annuncia il governo, niente più bollo per le autovetture fino a 80 kW. Finalmente una buona notizia. Peccato che, appena si smetta di leggere il titolo e si comincino a leggere le condizioni, l’abolizione diventi molto più piccola.

Perché non sparisce il bollo auto. Sparisce, per il 2027, il bollo di determinate automobili entro una determinata potenza e a determinate condizioni. La soglia è fissata a 80 kW e l’agevolazione riguarda il primo veicolo che rientra nei requisiti. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti stima in circa 24,6 milioni le persone fisiche potenzialmente interessate, su un parco di oltre 34 milioni di veicoli entro gli 80 kW. Numeri importanti, certamente. Ma “potenzialmente interessati” non significa che 24,6 milioni di italiani si vedranno semplicemente cancellare il bollo dal cassetto fiscale.

Ed è qui che comincia la parte divertente, sempre che si abbia un concetto sufficientemente elastico della parola “divertente”.

Perché non è esattamente “una macchina per famiglia”. Il riferimento è al contribuente. Se marito e moglie possiedono ciascuno un’automobile che rientra nei requisiti, il beneficio può riguardare entrambi. Se invece un unico proprietario possiede due automobili entrambe sotto gli 80 kW, il miracolo fiscale si ferma alla prima. Due macchine, un solo perdono. Anche il piccolo automobilista, dunque, scopre che lo Stato può essere generoso, ma mai distratto.

E poi c’è il capitolo motorini, che meriterebbe da solo un piccolo trattato di filosofia fiscale. Perché anche motocicli e ciclomotori possono rientrare nell’esenzione, ma il beneficio non si cumula allegramente con quello dell’automobile. Se il contribuente ha un’autovettura che rientra nella soglia degli 80 kW, il motorino non diventa automaticamente gratuito. E viceversa, secondo le condizioni previste dalla norma. Insomma, la famiglia italiana può anche avere macchina, scooter, motorino e magari una vecchia utilitaria del nonno, ma il fisco non si commuove davanti alla mobilità familiare. Tiene il conto.

È la grande specialità italiana: annunciare una semplificazione e costruirci intorno una piccola architettura di eccezioni.

Poi ci sono gli 80 kW, la nuova frontiera della felicità fiscale. Un’automobile appena sotto la soglia può entrare nel club degli esentati. Una appena sopra resta fuori. Non conta necessariamente quanto vale l’auto, quanto guadagna il proprietario o quanto la utilizza. La discriminante fondamentale è la potenza del veicolo. E non c’è, almeno nella misura descritta dal governo, un limite ISEE che riservi l’agevolazione ai redditi più bassi.

Questo significa che l’agevolazione non è costruita esclusivamente sulla situazione economica del cittadino. È costruita soprattutto sul veicolo che possiede e sulla posizione del contribuente. È una scelta politica legittima, ma sarebbe utile chiamarla per quello che è, senza trasformarla in una generica operazione di giustizia sociale.

E soprattutto c’è una parola che pesa più di tutte le altre: 2027.

Perché l’abolizione, almeno nella sua formulazione attuale, riguarda il 2027. Il governo ha parlato della volontà di renderla strutturale, ma una cosa è trovare le risorse per un anno, un’altra è trovarle ogni anno. La differenza sembra sottile solo quando non si deve compilare un bilancio.

E qui arriviamo alla domanda che in una democrazia seria dovrebbe arrivare subito dopo l’applauso: quanto costa?

La stima è nell’ordine dei 2,36 miliardi di euro per il 2027. Il governo ha individuato coperture e compensazioni, anche attraverso risorse collegate al PNRR e meccanismi destinati a compensare le Regioni per gli effetti sulla fiscalità automobilistica. Il punto non è sostenere che quei soldi vengano presi direttamente dalla sanità, perché questo non è dimostrato. Il punto è molto più semplice e, forse, proprio per questo più fastidioso: quando lo Stato rinuncia a una determinata entrata, quei soldi devono essere compensati da altre entrate, da minori spese o da risorse già disponibili.

La matematica di bilancio non conosce la parola “abolizione”. Conosce la parola “copertura”.

E proprio qui arriva una coincidenza temporale che merita almeno una domanda, senza bisogno di trasformarla in una teoria del complotto. Dal 21 settembre 2026 entra infatti in vigore il nuovo tariffario nazionale per numerose prestazioni sanitarie, con l’aggiornamento delle tariffe della specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica. Attenzione: aumento delle tariffe non significa automaticamente aumento del ticket nella stessa misura, perché tariffa, compartecipazione ed esenzioni sono cose diverse. Ma il cittadino, quello che deve prenotare una visita o fare un esame, non vive dentro le tabelle ministeriali. Vive dentro il portafoglio.

Ed è qui che la coincidenza diventa politicamente interessante.

Da una parte si annuncia: “Dal prossimo anno non pagherai più il bollo”.

Dall’altra il sistema sanitario aggiorna le proprie tariffe e continua a chiedere compartecipazioni secondo le regole previste.

Dire che una cosa finanzia direttamente l’altra sarebbe scorretto. Ma fingere che il cittadino non abbia il diritto di chiedersi come si muovano complessivamente le risorse pubbliche sarebbe altrettanto ingenuo.

Perché il cittadino italiano ha ormai sviluppato una particolare forma di alfabetizzazione finanziaria. Quando gli dicono che una spesa scompare, non chiede più soltanto “quanto risparmio?”. Comincia a chiedere: “E dove li prendono?”.

È una domanda molto meno spettacolare di un comunicato stampa, ma infinitamente più importante.

Il bollo auto, del resto, è il candidato perfetto per un’operazione del genere. È odiato, è annuale, è facilmente comprensibile e colpisce praticamente chiunque possieda un veicolo. Eliminare il bollo per milioni di automobili produce immediatamente un effetto politico visibile. Il cittadino vede la tassa che non paga. Non vede, invece, le tabelle delle coperture, gli spostamenti di bilancio, le compensazioni tra livelli istituzionali e le conseguenze future.

Le tasse che spariscono fanno rumore. Le coperture fanno silenzio.

È questo il vero punto.

Non c’è nulla di scandaloso nell’abolire una tassa. Al contrario, se una misura consente a milioni di persone di risparmiare, il risparmio è reale e va riconosciuto. Il problema nasce quando la parola “abolizione” viene utilizzata come se significasse automaticamente “risparmio permanente”, “misura universale” e “nessun altro effetto”.

Qui non siamo davanti a una cancellazione generalizzata del bollo. Siamo davanti a una esenzione selettiva, legata a una soglia di potenza, al contribuente e al veicolo, prevista per il 2027 e accompagnata dalla promessa di renderla strutturale.

Sono cose molto diverse.

E forse sarebbe perfino più serio raccontarle così.

Perché il vero paradosso è che una misura nata per alleggerire il peso fiscale rischia di diventare l’ennesimo esercizio nazionale di illusionismo contabile: guardate il bollo che scompare, non guardate troppo a lungo il resto del bilancio.

Ma il cittadino, questa volta, potrebbe fare il contrario.

Potrebbe guardare proprio il resto.

Potrebbe chiedere quanto costa l’operazione oggi e quanto costerà se diventerà permanente. Potrebbe chiedere quali saranno le coperture dal 2028 in poi. Potrebbe chiedere perché una macchina da 80 kW possa essere fiscalmente più conveniente di una da 81. Potrebbe chiedere perché due automobili dello stesso proprietario non possano beneficiare entrambe dell’esenzione. Potrebbe chiedere perché il possesso di un piccolo scooter possa cambiare il trattamento fiscale. E potrebbe perfino chiedere, senza gridare al complotto, come si inserisca questa scelta nel quadro complessivo della finanza pubblica mentre contemporaneamente cambiano le regole e le tariffe della sanità.

Sono domande banali.

Ed è proprio per questo che sono pericolose.

Perché obbligano a uscire dalla propaganda delle buone notizie e ad entrare nella contabilità delle scelte.

Il bollo, dunque, può anche andare in pensione, almeno per una parte delle automobili e almeno per il 2027.

Ma il conto pubblico non va mai in pensione.

Semplicemente cambia scrivania.

E sarebbe bello che, questa volta, qualcuno ci dicesse con chiarezza su quale scrivania finirà.

Ricina a Pietracatella, le tracce nei 131 reperti: chi ha avvelenato madre e figlia era in casa

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La ricostruzione della morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita passa ora dalle tracce lasciate nella loro stessa casa. È questo il dato che potrebbe imprimere una svolta all’inchiesta della Procura di Larino sul duplice omicidio di Pietracatella, in provincia di Campobasso, avvenuto durante le festività natalizie.

Secondo gli accertamenti eseguiti nei laboratori del Robert Koch Institute di Berlino, sarebbero state individuate tracce di ricina su alcuni dei 131 reperti sequestrati nell’abitazione della famiglia. Alimenti, stoviglie, indumenti e altri oggetti sono stati sottoposti ad analisi nel tentativo di ricostruire il percorso della sostanza tossica e, soprattutto, di capire chi possa averla maneggiata.

È un passaggio investigativo rilevante. Se confermato dagli esiti definitivi degli esami, indicherebbe che la persona che ha avuto a che fare con la ricina si trovava nell’appartamento. Un elemento che restringerebbe il campo delle ipotesi, pur senza identificare ancora un responsabile. L’indagine, infatti, resta formalmente a carico di ignoti.

La cena del 23 dicembre

Il momento sul quale si concentrano le attenzioni degli investigatori è la sera del 23 dicembre, la cena dopo la quale Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita avrebbero iniziato ad accusare i primi gravi disturbi gastrointestinali.

A tavola, secondo quanto ricostruito finora e riferito anche dal Messaggero, c’erano Antonella, il marito Gianni Di Vita, ex sindaco di Pietracatella, e la figlia quindicenne. La figlia maggiore, invece, quella sera era fuori con alcune amiche.

Poche ore dopo, la situazione sarebbe precipitata. Antonella e Sara furono colpite da una sintomatologia gravissima che ne avrebbe preceduto il decesso. Anche Gianni Di Vita venne ricoverato, ma in condizioni sensibilmente meno gravi. Gli accertamenti effettuati successivamente sul suo sangue non avrebbero evidenziato la presenza di ricina.

È proprio questa differenza, insieme alla distribuzione dei reperti risultati positivi agli accertamenti, a rappresentare uno dei nodi dell’inchiesta.

La pista degli oggetti contaminati

La ricina è una tossina estremamente potente, priva di caratteristiche facilmente riconoscibili come odore, colore o sapore. Per gli investigatori, dunque, la possibilità di individuare la sostanza non soltanto attraverso gli esami sulle persone coinvolte, ma anche attraverso ciò che era presente nella casa, assume un’importanza particolare.

I 131 reperti sono stati sequestrati a partire dal 7 luglio e inviati anche per analisi specialistiche all’estero. Gli esami tedeschi avrebbero evidenziato la presenza della tossina su alcuni di questi materiali.

Il punto decisivo, adesso, sarà capire dove siano state trovate le tracce e soprattutto come siano distribuite. Un residuo individuato su una stoviglia utilizzata durante la cena avrebbe un peso investigativo diverso rispetto a una contaminazione riscontrata su un oggetto di uso comune. Ancora più significativa sarebbe l’eventuale presenza della sostanza su un utensile, un contenitore o un indumento riconducibile in maniera esclusiva a una delle persone presenti nella casa.

È su questo incrocio di dati che gli investigatori stanno cercando di costruire una sequenza degli avvenimenti: chi ha avuto accesso alla sostanza, chi l’ha potuta manipolare e attraverso quale alimento o bevanda potrebbe essere entrata in contatto con le vittime.

Il prossimo passaggio dell’inchiesta

Gli esiti preliminari avrebbero già fornito, secondo quanto trapelato, elementi considerati dagli investigatori compatibili con la pista dell’avvelenamento volontario. Ma il passaggio decisivo sarà rappresentato dai risultati conclusivi degli accertamenti di Berlino.

Se le analisi riusciranno a collegare la ricina a oggetti utilizzati esclusivamente da una determinata persona, oppure a indumenti appartenuti a uno dei familiari sopravvissuti, l’inchiesta potrebbe imboccare una direzione molto più precisa.

Per ora, però, quel collegamento non c’è. C’è una casa, una cena consumata alla vigilia di Natale, due morti e una sostanza letale che gli investigatori ritengono possa essere stata introdotta nell’ambiente domestico e somministrata proprio in quell’occasione.

La domanda centrale resta quindi la stessa: chi ha portato e manipolato la ricina all’interno della casa di Pietracatella? Le risposte, questa volta, potrebbero essere nascoste nelle tracce microscopiche rimaste sugli oggetti sequestrati mesi fa.

Camorra, blitz tra Caivano e Casoria: 34 arresti

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È scattata alle prime luci dell’alba l’operazione dei carabinieri contro la criminalità organizzata tra Caivano e Casoria, nel Napoletano. I militari hanno eseguito una misura cautelare nei confronti di 34 persone, destinatari di un provvedimento emesso dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea.

A entrare in azione sono stati i carabinieri del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna e i militari delle sezioni operative delle Compagnie di Caivano e Casoria, impegnati in un intervento che ha interessato un’area da tempo al centro dell’attenzione investigativa per la presenza e l’attività dei gruppi criminali.

I destinatari della misura sono gravemente indiziati, a vario titolo, di associazione armata di tipo camorristico, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione e detenzione ai fini di spaccio di droga. Per le contestazioni viene inoltre ipotizzata l’aggravante del metodo mafioso.

Secondo l’impostazione accusatoria, al centro dell’indagine ci sarebbe un’associazione di tipo camorristico armata riconducibile al clan Angelino, attivo nei territori di Caivano e Casoria.

L’operazione rappresenta un nuovo fronte dell’attività investigativa condotta nel Napoletano per contrastare la presenza dei clan e i circuiti criminali legati al traffico di stupefacenti e alle estorsioni. Saranno ora gli sviluppi dell’inchiesta e il successivo iter giudiziario a definire il quadro delle singole posizioni e delle responsabilità contestate dalla Procura.

Dai domiciliari al carcere: Adinolfi torna in cella per l’uso dei social

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Fotografia da web

Dagli arresti domiciliari al carcere. È l’aggravamento della misura cautelare disposto dal gip di Roma nei confronti di Mario Adinolfi, eseguito dai finanzieri del Comando provinciale della Guardia di Finanza della Capitale. Al centro del nuovo provvedimento ci sarebbe soprattutto l’uso dei social network, ritenuto incompatibile con le prescrizioni imposte al momento dell’applicazione dei domiciliari.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Adinolfi avrebbe violato in maniera reiterata e sistematica il divieto di utilizzare dispositivi telefonici, informatici e telematici, fatta eccezione per i contatti con il proprio difensore. Gli accertamenti avrebbero documentato una serie di attività sui social, considerate in contrasto con gli obblighi fissati nell’ordinanza cautelare.

Per il giudice, le nuove circostanze avrebbero reso necessaria una rivalutazione delle esigenze cautelari, anche alla luce del rischio di reiterazione dei reati contestati e del possibile pericolo di inquinamento probatorio. Da qui la decisione di sostituire i domiciliari con la custodia in carcere.

Adinolfi era agli arresti domiciliari dallo scorso luglio, nell’ambito di un’inchiesta avviata dopo diverse denunce e querele. Al centro dell’indagine ci sarebbe un sistema di raccolta di denaro promosso attraverso i social network e collegato a un presunto gruppo di scommesse denominato “Betting Group” o “Scommessa Collettiva”.

Secondo l’ipotesi investigativa, alcune persone avrebbero affidato ad Adinolfi somme di denaro anche consistenti, nella convinzione di partecipare a un’attività dalla quale avrebbero dovuto ottenere la restituzione del capitale e una remunerazione. I denuncianti sostengono invece di non aver ricevuto, in tutto o in parte, né quanto versato né i guadagni prospettati.

Le accuse contestate sono truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Si tratta, allo stato, di contestazioni nell’ambito di un procedimento penale e non di responsabilità definitivamente accertate.

Già a luglio, quando era stata disposta la misura cautelare, la Guardia di Finanza aveva eseguito anche un sequestro preventivo per oltre 400mila euro.

Il nuovo passaggio dell’inchiesta sposta dunque il fronte della vicenda anche sulle modalità con cui Adinolfi avrebbe osservato gli obblighi imposti dalla misura cautelare. È proprio la presunta inosservanza di quelle prescrizioni, più che un nuovo episodio legato direttamente alle contestazioni economiche originarie, ad aver determinato l’inasprimento della misura e il trasferimento in carcere.

Raid pachistani in Afghanistan, almeno tre morti al confine

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Almeno tre persone sono morte e diverse altre sono rimaste ferite nei raid aerei condotti dall’aviazione pachistana nelle province orientali dell’Afghanistan, lungo la frontiera tra i due Paesi. Gli attacchi hanno interessato Kunar e Paktika, in un’area dove da tempo si concentrano le tensioni legate alla sicurezza e alla presenza di gruppi armati.

A riferire dell’operazione è l’emittente afgana Tolo News, che cita funzionari locali. Il bilancio più grave arriva dal distretto di Nurgal, nella provincia di Kunar, dove un attacco effettuato intorno alle 3 del mattino, ora locale, avrebbe provocato tre vittime e diversi feriti. Il bombardamento ha inoltre distrutto un edificio.

Poco dopo, intorno alle 4, altri due raid hanno colpito il distretto di Barmal, nella provincia di Paktika. Secondo le autorità locali, al momento non risultano vittime in seguito a questi attacchi.

La nuova escalation arriva a soli due giorni dall’attentato contro una struttura di polizia nel nord-ovest del Pakistan. Una sequenza di eventi che rischia di riaprire una ferita mai realmente rimarginata nei rapporti tra Islamabad e Kabul.

La frontiera resta infatti uno dei principali punti di attrito tra i due Paesi. Il Pakistan accusa da tempo gruppi armati presenti sul territorio afghano di utilizzare le aree di confine come base per preparare e condurre attacchi oltrefrontiera. Kabul ha ripetutamente respinto le accuse e contestato le operazioni militari pachistane sul proprio territorio.

Il nuovo episodio arriva inoltre dopo il confronto militare dello scorso febbraio, considerato uno dei momenti più gravi degli ultimi anni nelle relazioni tra Pakistan e Afghanistan. In questo contesto, i raid di Kunar e Paktika assumono un significato che va oltre il bilancio, ancora provvisorio, delle vittime: il rischio è che la spirale di accuse, attentati e rappresaglie torni a trasformare una crisi di sicurezza lungo il confine in una più ampia crisi diplomatica e militare.