21 Settembre 2026, lunedì
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Dai domiciliari al carcere: Adinolfi torna in cella per l’uso dei social

Il gip di Roma aggrava la misura cautelare dopo le presunte violazioni del divieto di utilizzare dispositivi telefonici e telematici. L’ex detenuto ai domiciliari è indagato per truffa, abusivismo finanziario e reati fiscali. A luglio era stato disposto anche un sequestro di oltre 400mila euro.

Dagli arresti domiciliari al carcere. È l’aggravamento della misura cautelare disposto dal gip di Roma nei confronti di Mario Adinolfi, eseguito dai finanzieri del Comando provinciale della Guardia di Finanza della Capitale. Al centro del nuovo provvedimento ci sarebbe soprattutto l’uso dei social network, ritenuto incompatibile con le prescrizioni imposte al momento dell’applicazione dei domiciliari.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Adinolfi avrebbe violato in maniera reiterata e sistematica il divieto di utilizzare dispositivi telefonici, informatici e telematici, fatta eccezione per i contatti con il proprio difensore. Gli accertamenti avrebbero documentato una serie di attività sui social, considerate in contrasto con gli obblighi fissati nell’ordinanza cautelare.

Per il giudice, le nuove circostanze avrebbero reso necessaria una rivalutazione delle esigenze cautelari, anche alla luce del rischio di reiterazione dei reati contestati e del possibile pericolo di inquinamento probatorio. Da qui la decisione di sostituire i domiciliari con la custodia in carcere.

Adinolfi era agli arresti domiciliari dallo scorso luglio, nell’ambito di un’inchiesta avviata dopo diverse denunce e querele. Al centro dell’indagine ci sarebbe un sistema di raccolta di denaro promosso attraverso i social network e collegato a un presunto gruppo di scommesse denominato “Betting Group” o “Scommessa Collettiva”.

Secondo l’ipotesi investigativa, alcune persone avrebbero affidato ad Adinolfi somme di denaro anche consistenti, nella convinzione di partecipare a un’attività dalla quale avrebbero dovuto ottenere la restituzione del capitale e una remunerazione. I denuncianti sostengono invece di non aver ricevuto, in tutto o in parte, né quanto versato né i guadagni prospettati.

Le accuse contestate sono truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Si tratta, allo stato, di contestazioni nell’ambito di un procedimento penale e non di responsabilità definitivamente accertate.

Già a luglio, quando era stata disposta la misura cautelare, la Guardia di Finanza aveva eseguito anche un sequestro preventivo per oltre 400mila euro.

Il nuovo passaggio dell’inchiesta sposta dunque il fronte della vicenda anche sulle modalità con cui Adinolfi avrebbe osservato gli obblighi imposti dalla misura cautelare. È proprio la presunta inosservanza di quelle prescrizioni, più che un nuovo episodio legato direttamente alle contestazioni economiche originarie, ad aver determinato l’inasprimento della misura e il trasferimento in carcere.

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