26 Ottobre 2026, lunedì
Home Blog Page 45

Raid russo sul Dnepr, colpita un’azienda: quattro morti e sei feriti

0

Quattro persone sono morte e altre sei sono rimaste ferite in seguito a un attacco russo che ha colpito un’azienda nella regione di Dnipropetrovsk, nell’Ucraina orientale. Il bilancio, ancora provvisorio, è stato comunicato da Oleksandr Ganzha, responsabile della polizia regionale, secondo quanto riferito dai media locali.

La situazione resta tuttavia drammatica. Le squadre di emergenza stanno lavorando tra le macerie dell’edificio danneggiato per verificare la presenza di eventuali persone rimaste intrappolate. «Potrebbero esserci ancora persone sotto le macerie. Le operazioni di ricerca e soccorso sono in corso», hanno riferito i soccorritori.

Il raid si inserisce in una fase ancora segnata dall’intensificazione degli attacchi russi contro il territorio ucraino. La regione di Dnipropetrovsk, importante snodo industriale e logistico del Paese, continua a essere esposta alle offensive e ai bombardamenti.

Sul piano diplomatico, intanto, Kiev cerca di mantenere aperto il canale con Washington. Nelle prossime ore il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è atteso a un incontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Il confronto tra i due leader arriva in un momento particolarmente delicato per gli sforzi diplomatici. Mentre sul terreno proseguono i combattimenti e gli attacchi contro le infrastrutture e gli obiettivi nelle aree urbane, Kiev punta a rilanciare il sostegno internazionale e a mantenere alta la pressione per una soluzione negoziata del conflitto.

L’attacco nel Dnepr aggiunge così nuove vittime alla lunga scia di violenza che continua a segnare la guerra, proprio mentre sul piano internazionale si tenta di individuare uno spazio per riaprire il dialogo.

Schiaffi, strattoni e minacce ai bambini dell’asilo: sospesa un’educatrice a Roma

0

Schiaffi, strattoni, insulti e minacce rivolti a bambini di appena tre anni. Un comportamento che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, non sarebbe stato episodico, ma avrebbe caratterizzato con una certa frequenza la condotta di un’educatrice di 62 anni impiegata in un asilo nido comunale di Roma.

Per la donna è scattata la sospensione dal servizio, disposta dal gip del Tribunale di Roma su richiesta della Procura. Il provvedimento è stato eseguito dai carabinieri della Stazione San Giovanni, al termine di un’indagine nata dalle segnalazioni di alcuni genitori.

Le denunce e l’inchiesta

A far emergere i primi sospetti sono state proprio le denunce delle famiglie. I genitori avevano segnalato quelle che gli investigatori hanno definito reiterate condotte vessatorie nei confronti dei piccoli, tutti intorno ai tre anni.

Da qui è partita l’attività investigativa, avviata lo scorso maggio. Gli accertamenti hanno consentito ai carabinieri di ricostruire il clima all’interno della struttura anche attraverso intercettazioni audio-video effettuate negli ambienti dell’asilo.

Le immagini e le registrazioni raccolte nel corso dell’indagine avrebbero documentato diversi episodi di natura fisica e verbale, delineando, secondo l’ipotesi accusatoria, una condotta non riconducibile a un singolo episodio, ma ripetuta nel tempo.

Schiaffi, strattoni e aggressioni verbali

Il quadro emerso dagli accertamenti comprende, secondo quanto contestato all’educatrice, comportamenti particolarmente aggressivi nei confronti dei bambini.

I piccoli sarebbero stati strattonati con forza per le braccia, sollevati e fatti sedere bruscamente sulle sedie. In altri episodi sarebbero arrivati schiaffi alla testa, alla nuca, al volto, alle braccia e alle gambe.

Alle presunte violenze fisiche si sarebbero aggiunte aggressioni verbali, insulti e minacce. Un insieme di comportamenti che, secondo la ricostruzione della Procura, avrebbe creato una situazione di forte pressione sui bambini affidati alla struttura.

La misura cautelare

La 62enne è accusata di maltrattamenti nei confronti di minori affidati per ragioni di educazione e istruzione. Al termine degli accertamenti, la Procura di Roma ha chiesto al giudice una misura cautelare, ritenendo sufficientemente delineato il quadro investigativo raccolto nel corso dei mesi precedenti.

Il gip ha accolto la richiesta e disposto la sospensione dell’educatrice dal servizio. Il provvedimento rappresenta dunque l’esito, sul piano cautelare, di un’indagine partita dalle segnalazioni delle famiglie e sviluppatasi attraverso attività di osservazione e acquisizione di elementi all’interno dell’asilo.

A finire al centro dell’inchiesta sono così le modalità con cui sarebbero stati trattati bambini di età particolarmente delicata, affidati quotidianamente agli adulti della struttura per essere accuditi ed educati.

Miss Italia 2026, trionfa Sarah Rizea: dalla piscina alla corona

0

La corona di Miss Italia 2026 va a Sarah Rizea, diciottenne di Vado Ligure che ha trasformato anni di allenamento, disciplina e competizione sportiva in un nuovo traguardo, questa volta sotto i riflettori del concorso di bellezza più noto d’Italia.

In gara con la fascia di Miss Liguria, Sarah ha conquistato la giuria con un mix di freschezza, presenza scenica e determinazione. Ma è soprattutto il suo percorso fuori dal palco a raccontare una personalità costruita sulla costanza: Rizea è infatti una sincronetta di alto livello, atleta delle Fiamme Oro e componente della Nazionale italiana di nuoto artistico.

Una vittoria che aggiunge dunque un capitolo inatteso alla sua giovane carriera sportiva e che porta sul gradino più alto del podio una ragazza abituata alla precisione del gesto, alla concentrazione e alla pressione delle competizioni.

A un passo dal titolo si è fermata Michela Meli, 21 anni, Miss Lazio, che ha conquistato il secondo posto. Laureanda in Scienze dell’alimentazione, Meli arriva così alla finale con un risultato di rilievo, al termine di un percorso che l’ha vista imporsi tra le concorrenti provenienti da tutta Italia.

Il terzo posto è andato a Sara Genova, ventenne calabrese, studentessa e pallavolista, che completa il podio di questa edizione.

Tre storie diverse, accomunate dalla giovane età e da percorsi personali che vanno ben oltre il concorso. La nuova Miss Italia, in particolare, rappresenta l’incontro tra due mondi spesso raccontati separatamente: quello dello sport agonistico e quello dello spettacolo. Sarah Rizea arriva alla corona dopo aver imparato in piscina che talento e bellezza, da soli, non bastano: servono lavoro quotidiano, controllo e capacità di affrontare la competizione.

A 18 anni, la nuova Miss Italia ha già alle spalle un’esperienza sportiva di alto livello. Ora per lei si apre una sfida completamente diversa, quella di trasformare una vittoria in un percorso pubblico e professionale. La corona è appena arrivata. Il resto della storia comincia adesso.

Il sistema parallelo di Mosca: 6,9 miliardi di dollari passati dalle banche globali

0

Un sistema finanziario costruito per aggirare l’isolamento internazionale della Russia avrebbe movimentato quasi 7 miliardi di dollari attraverso il circuito bancario globale. È la ricostruzione del Financial Times, che sulla base di centinaia di migliaia di documenti ottenuti dall’interno di A7 descrive una rete finanziaria parallela capace di sfruttare banche e società occidentali nonostante le sanzioni imposte a Mosca.

Al centro dell’inchiesta c’è A7, gruppo fintech nato in Russia e Kirghizistan e presentato dal Cremlino come uno degli strumenti destinati a garantire i pagamenti transfrontalieri russi dopo l’esclusione di numerosi istituti di credito del Paese dal sistema Swift, seguita all’invasione dell’Ucraina nel 2022.

Secondo il quotidiano britannico, il meccanismo avrebbe consentito di far transitare circa 6,9 miliardi di dollari attraverso il sistema bancario internazionale. Tra gli istituti citati figurano Standard Chartered e Citigroup, insieme ad altre banche globali. Il punto centrale della ricostruzione è che A7, nonostante la propria immagine di innovatore nel settore dei pagamenti, avrebbe fatto ampio ricorso a strumenti tutt’altro che sofisticati: società di comodo, imprese già operative e una vasta produzione di documentazione commerciale contraffatta.

La struttura avrebbe funzionato attraverso una serie di intermediari incaricati di entrare nel circuito Swift e di effettuare pagamenti per conto di soggetti russi. Il denaro sarebbe stato depositato presso banche collegate al sistema internazionale e successivamente utilizzato per regolare fatture verso l’estero. A rendere più difficile l’identificazione dell’origine e della destinazione effettiva dei fondi sarebbe stata una rete di documenti commerciali falsificati, utilizzati per giustificare le transazioni.

È proprio la dimensione della rete a emergere dai documenti esaminati dal Financial Times. Il quotidiano avrebbe identificato circa cento società di copertura utilizzate nell’ambito delle operazioni attribuite ad A7. Nei documenti comparirebbero inoltre riferimenti ad almeno altri cento gruppi analoghi. Tra quelli indicati figurano società con sede negli Emirati Arabi Uniti, a Hong Kong, in Kirghizistan e in Indonesia.

La geografia dei flussi offre un ulteriore elemento della ricostruzione. Poco più della metà del denaro transitato attraverso il sistema avrebbe avuto come destinazione finale conti bancari in Cina, confermando il ruolo crescente del sistema finanziario cinese nei circuiti commerciali russi successivi alle sanzioni occidentali.

Ma l’aspetto più delicato riguarda la natura di una parte delle transazioni. Secondo il Financial Times, alcuni dei pagamenti emersi dai documenti sarebbero collegati all’acquisto di beni sensibili, compresi equipaggiamenti militari e forniture riconducibili ai servizi di sicurezza russi. Elementi che, se confermati, mostrerebbero come la rete non fosse utilizzata soltanto per sostenere il commercio ordinario russo, ma potesse avere una funzione più ampia nell’approvvigionamento di beni sottoposti a restrizioni.

A7 sarebbe stata fondata dall’oligarca moldavo Ilan Shor in Russia e Kirghizistan. La società si è presentata come una risposta all’isolamento finanziario di Mosca e come infrastruttura alternativa per consentire alle imprese russe di continuare a commerciare con l’estero. La ricostruzione del Financial Times suggerisce tuttavia un modello nel quale la tecnologia avrebbe avuto un ruolo meno decisivo della capacità di costruire una rete di intermediari e di mascherare la natura delle operazioni.

Il risultato sarebbe stato un sistema capace di sfruttare le stesse infrastrutture finanziarie internazionali che le sanzioni miravano a rendere difficilmente accessibili alla Russia. Non un circuito completamente separato dall’Occidente, dunque, ma una rete che avrebbe cercato di utilizzare dall’interno i meccanismi del sistema globale, ricorrendo a società formalmente indipendenti e a documentazione commerciale apparentemente regolare.

La vicenda solleva così una questione più ampia sull’efficacia delle sanzioni finanziarie. L’esclusione di una banca o di un Paese da un’infrastruttura internazionale può infatti ridurre drasticamente la possibilità di effettuare pagamenti diretti, ma non elimina automaticamente la possibilità di creare nuovi intermediari, spostare le transazioni attraverso Paesi terzi e ricorrere a società di copertura.

È in questo spazio, tra finanza internazionale, commercio e opacità societaria, che secondo il Financial Times si sarebbe sviluppato il sistema A7. Una macchina finanziaria che avrebbe trasformato la frammentazione provocata dalle sanzioni in una rete di percorsi alternativi, facendo transitare miliardi di dollari attraverso il sistema globale mentre Mosca cercava di ridurre gli effetti del proprio isolamento finanziario.

Golfo, Palazzo Chigi valuta il ridimensionamento dei contingenti italiani: «Prima di tutto la sicurezza»

0

La sicurezza del personale viene prima di tutto, ma senza arretrare dagli impegni assunti dall’Italia sul piano internazionale. È questo il punto fermo emerso dal vertice convocato a Palazzo Chigi per fare il punto sulla presenza militare italiana nel Golfo e, più in generale, sulla situazione operativa nel quadrante mediorientale.

Sul tavolo c’è una possibile rimodulazione dei contingenti italiani, alla luce dell’evoluzione del quadro di sicurezza. Le ipotesi allo studio prevedono lo spostamento di parte dei militari verso aree ritenute più sicure oppure, laddove necessario, una riduzione della presenza sul terreno. Una scelta che dovrà tenere insieme due esigenze: proteggere il personale e garantire la prosecuzione delle missioni alle quali l’Italia partecipa.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che sono in corso valutazioni specifiche sulla presenza nazionale nell’area. «Sono in corso valutazioni, con principale focus sulla sicurezza dei contingenti, sulla presenza nazionale nell’area», ha spiegato al termine della riunione.

Al vertice di Palazzo Chigi hanno partecipato, insieme a Crosetto, il Capo di Stato Maggiore della Difesa e il Sottocapo di Stato Maggiore della Marina Militare. L’attenzione si è concentrata in particolare sullo Stretto di Bab el-Mandeb, snodo strategico per le rotte commerciali internazionali, e sulla necessità di garantire il transito in sicurezza delle navi mercantili.

Il governo, dunque, non considera l’ipotesi di un disimpegno tout court. La linea indicata dal ministro è quella di un eventuale riassetto della presenza militare, calibrato sull’evoluzione della minaccia. «In ogni caso, sarà assicurata la continuità delle attività operative nel rispetto degli impegni internazionali assunti con la partecipazione ad Inherent Resolve e la tutela del nostro personale», ha sottolineato Crosetto.

Un passaggio particolarmente delicato riguarda anche gli assetti aerei. Il ministro ha riferito che sono già state adottate misure per innalzare il livello di sicurezza delle forze impegnate nell’area, con particolare attenzione proprio ai velivoli.

A rendere ancora più complesso il quadro è la dinamica militare che attraversa la regione. Nel frattempo Donald Trump ha scelto, almeno per il momento, di non affiancare l’Arabia Saudita nelle operazioni contro gli Houthi in Yemen. Il gruppo yemenita ha denunciato 28 raid sauditi nelle ultime 24 ore contro le aree di Taiz, Al-Jawf e Marib. Riad, dal canto suo, accusa gli Houthi di avere lanciato un missile balistico verso la capitale saudita.

È una spirale che si inserisce in uno scenario regionale già segnato dal confronto tra Stati Uniti e Iran. L’ambasciatore americano all’Onu Mike Waltz ha ribadito che l’amministrazione Trump intende proseguire la politica della «massima pressione» nei confronti di Teheran, lasciando tuttavia aperta la possibilità di un ritorno al tavolo negoziale.

Sul fronte economico e diplomatico, inoltre, si prepara un nuovo pacchetto di sanzioni statunitensi. Dal 23 settembre, secondo quanto previsto, le misure dovrebbero colpire in modo particolarmente pesante le compagnie aeree iraniane e i soggetti che forniscono loro assistenza negli aeroporti e negli scali internazionali.

Per l’Italia, la priorità resta dunque la protezione dei militari senza compromettere le missioni in corso. La possibile rimodulazione dei contingenti sarà valutata sulla base dell’andamento della crisi e delle condizioni di sicurezza nei singoli teatri operativi. Un equilibrio delicato, soprattutto in una regione nella quale la distanza tra un’operazione di contenimento e un nuovo fronte di crisi può diventare improvvisamente molto breve.

New York, caos nei cieli: centinaia di voli cancellati per un guasto al controllo aereo

0

Il traffico aereo nell’area di New York finisce nel caos a causa di un guasto tecnico che ha interessato un impianto per il controllo del traffico aereo a Philadelphia. L’interruzione ha avuto ripercussioni immediate sui principali scali della regione, con centinaia di voli cancellati e ritardi che, in diversi casi, si protraggono per ore.

A Newark Liberty International Airport sono stati cancellati più di 200 voli, mentre pesanti disagi si registrano anche negli altri due grandi aeroporti newyorkesi, LaGuardia e John F. Kennedy International. Una situazione che ha messo sotto pressione un sistema già caratterizzato da elevati volumi di traffico e che ha costretto compagnie aeree e passeggeri a fare i conti con una giornata di forti rallentamenti.

Il problema, pur originato a Philadelphia, ha quindi rapidamente assunto una dimensione più ampia, dimostrando quanto sia interconnessa la rete che governa il traffico aereo lungo la costa orientale degli Stati Uniti. Un singolo guasto in un nodo strategico può infatti propagarsi a catena, modificando rotte, orari e capacità degli aeroporti anche a centinaia di chilometri di distanza.

Sul caso è intervenuto il segretario ai Trasporti statunitense Sean Duffy, che ha collegato l’incidente alla necessità di un intervento strutturale sulle infrastrutture. «L’incidente mostra che sono necessari ulteriori fondi per ammodernare l’infrastruttura e prevenire problemi come questo in futuro», ha dichiarato.

L’episodio riporta così al centro dell’attenzione la questione degli investimenti nel sistema di controllo del traffico aereo americano. Al di là dei disagi immediati per migliaia di viaggiatori, il guasto evidenzia la vulnerabilità di un’infrastruttura dalla quale dipende ogni giorno la sicurezza e la regolarità di una delle reti di trasporto più complesse al mondo.

Tetto agli stranieri in classe, Zuppi richiama la scuola all’inclusione

0

Ci sono giorni in cui la scuola riapre i cancelli e, insieme alle aule, riapre anche le domande sul Paese che vogliamo costruire. Una di queste riguarda chi siede dietro quei banchi, da dove viene, quali difficoltà porta con sé e soprattutto quanto il luogo in cui è nato debba pesare sul suo futuro.

È dentro questo scenario che il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha scelto di mettere un punto fermo. Aprendo a Roma il Consiglio episcopale permanente, il cardinale ha parlato di scuola, educazione e inclusione con parole che si inseriscono con naturalezza, ma anche con una certa nettezza, nel dibattito acceso in queste settimane sulla presenza degli alunni stranieri nelle classi.

«Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo», ha detto Zuppi. E ha aggiunto una frase che sembra quasi scritta per riportare la discussione al suo punto essenziale: «Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace».

Non è soltanto un auspicio rivolto agli insegnanti. Nelle parole del presidente della Cei c’è un’idea precisa della scuola come luogo nel quale le differenze non devono diventare automaticamente distanze. Il tema educativo, ha spiegato, «non è un tema tra gli altri» e non può essere ridotto a programmi, metodologie o risultati. Riguarda, piuttosto, «il cuore della nostra convivenza».

Educare, nella prospettiva indicata da Zuppi, significa accompagnare una persona verso la libertà, aiutarla a cercare la verità, riconoscere il bene, costruire relazioni e assumersi responsabilità. Una definizione che restituisce alla scuola una funzione molto più ampia di quella, pur fondamentale, di trasmettere conoscenze.

E proprio qui il messaggio del cardinale incrocia il confronto politico sul cosiddetto tetto agli alunni stranieri. Da una parte c’è la preoccupazione per classi nelle quali una presenza molto elevata di studenti con difficoltà linguistiche possa rendere più complesso il lavoro didattico. Dall’altra c’è la questione, posta da Zuppi, di come evitare che una misura organizzativa finisca per trasformare l’origine di uno studente in un criterio capace di condizionarne le opportunità.

Il paradosso, almeno sul piano politico e culturale, è curioso. Il presidente della Cei non entra direttamente nella contesa tra partiti, ma interviene proprio sul terreno sul quale la politica si sta confrontando: quello del rapporto tra integrazione, scuola e identità.

E così, senza bisogno di alzare la voce né di impartire lezioni dai banchi della politica, il cardinale finisce per ricordare una cosa piuttosto semplice: la scuola dovrebbe essere il luogo nel quale si impara a stare insieme prima ancora che il luogo nel quale si imparano le materie.

Zuppi ha poi collegato il tema educativo ai recenti episodi di violenza, sostenendo che quanto accaduto deve spingere a una presenza rinnovata nel mondo dell’educazione. La scuola, dunque, non come semplice argine alle emergenze, ma come spazio nel quale prevenire quelle fratture sociali che, una volta esplose, diventano molto più difficili da ricomporre.

Il suo augurio per il nuovo anno scolastico non riguarda soltanto voti e promozioni. Zuppi immagina istituti capaci di «generare fiducia, passione e responsabilità», comunità nelle quali nessuno si senta escluso e nelle quali la tecnologia sia al servizio della persona, non il contrario.

C’è anche un elogio del tempo lento, quasi controcorrente rispetto alla scuola sempre più immersa nella velocità digitale: il tempo dell’ascolto, dello studio, della meraviglia e del confronto. Senza questi elementi, osserva il cardinale, non può crescere una vera libertà interiore.

Ed è forse questa la parte più politica, pur senza essere partitica, del suo intervento. Perché parlare di una scuola inclusiva significa inevitabilmente parlare del tipo di società che si vuole costruire.

In questo senso, il messaggio di Zuppi arriva come un promemoria piuttosto scomodo per chi governa e per chi legifera: le classi non sono soltanto numeri da distribuire, ma comunità nelle quali si formano cittadini. E quando il presidente della Cei dice che il luogo di nascita non può decidere le opportunità di un ragazzo, porta nel dibattito una domanda che nessun regolamento può eludere.

La politica può discutere percentuali, criteri e limiti. La scuola, però, resta il luogo nel quale quei numeri diventano volti, storie e destini.

E in questa occasione Zuppi, più che fare una predica, sembra aver ricordato alla politica una lezione elementare: prima delle statistiche vengono gli studenti.

Strage di Calenzano, sei dipendenti Eni chiedono di patteggiare: sul tavolo pene per 14 anni e 6 mesi

0

La tragedia del deposito carburanti Eni di Calenzano entra in una nuova fase giudiziaria. A poco meno di due anni dall’esplosione che il 9 dicembre 2024 provocò cinque morti, 27 feriti e ingenti danni alle strutture, sei dei nove indagati hanno chiesto di patteggiare la pena.

Le richieste, tutte presentate da dipendenti Eni che all’epoca dei fatti ricoprivano ruoli diversi nell’organico della società, prevedono complessivamente 14 anni e 6 mesi di pena. La Procura di Prato ha espresso parere favorevole, ritenendo congrue le sanzioni proposte rispetto alla gravità dell’accaduto. La decisione finale spetterà ora al giudice per le indagini preliminari.

Per gli altri tre indagati, invece, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio. Si tratta di Francesco Cirone, datore di lavoro della Sergen Srl, l’impresa esecutrice di lavori all’interno del deposito Eni, di Luigi Murno, preposto della stessa società, e di Enrico Cerbino, dipendente Eni.

Le sei richieste di patteggiamento

Nel dettaglio, Luigi Cullurà ha proposto una pena di 2 anni e 9 mesi; Carlo Di Perna di 2 anni e 6 mesi; Emanuela Proietti di 2 anni e 5 mesi; Marco Bini e Andrea Strafelini di 2 anni e 3 mesi ciascuno; Elio Ferrara di 2 anni.

Per i primi cinque indagati la richiesta prevede la sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità. Ferrara ha invece chiesto la sospensione condizionale e la non menzione della condanna nel casellario giudiziale.

I reati contestati sono quelli di omicidio colposo e disastro colposo. Secondo quanto riferito dalla Procura, i sei indagati hanno manifestato la disponibilità a definire il procedimento con il patteggiamento, rinunciando così al dibattimento.

Una scelta che, precisa la stessa Procura, non equivale a un’ammissione di responsabilità né a una condanna pronunciata dopo un accertamento dibattimentale. Sul piano processuale, tuttavia, rappresenta la rinuncia a proseguire la propria difesa attraverso il dibattimento e, secondo l’ufficio giudiziario, costituisce una presa d’atto di un quadro probatorio ritenuto qualificato.

Il risarcimento e il parere della Procura

Il consenso della Procura alle richieste di patteggiamento si fonda anche sulla documentazione relativa ai risarcimenti riconosciuti ai familiari delle vittime e alle altre persone offese. A provvedere è stata Eni, con un percorso di ristoro che, secondo quanto sottolineato dagli inquirenti, sarebbe stato fin dall’inizio condiviso e attivamente sollecitato anche dai sei imputati.

La circostanza è stata valutata ai fini del riconoscimento dell’attenuante legata alla riparazione del danno. La Procura ha inoltre effettuato una comparazione con le sanzioni applicate in altri procedimenti celebrati in Italia per fatti riconducibili alla stessa tipologia di reato.

Per Elio Ferrara, infine, è stata considerata anche una particolare posizione processuale: l’uomo, oltre a essere tra gli indagati, è a sua volta persona offesa dall’esplosione, avendo riportato gravi lesioni.

L’esplosione e le cinque vittime

La mattina del 9 dicembre 2024 il deposito Eni di Calenzano fu sconvolto da una deflagrazione di enorme potenza. L’incidente si verificò nell’area delle pensiline utilizzate per il carico delle autobotti e provocò cinque vittime, 27 feriti e pesanti conseguenze sulle strutture dell’impianto.

Secondo la ricostruzione tecnica richiamata nell’inchiesta, all’origine dell’incidente vi fu una fuoriuscita incontrollata di carburante. La nube di vapori sarebbe stata successivamente innescata dal calore prodotto dal motore di un mezzo in movimento, dando origine alla violenta esplosione.

La potenza della deflagrazione fu tale da essere rilevata persino dai sismografi dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Un dato che restituisce, anche sul piano fisico, la dimensione di un incidente destinato a lasciare una traccia profonda nella comunità di Calenzano e nel mondo del lavoro.

Ora la parola passa al gip

La Procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, considera dunque raggiunto un passaggio significativo dell’inchiesta. Nel motivare il proprio parere favorevole, l’ufficio giudiziario ha sottolineato la congruità delle pene proposte rispetto alla gravità complessiva dei fatti, insieme alla presenza degli elementi relativi al risarcimento dei danni.

Ma il procedimento non è ancora arrivato al suo epilogo. Toccherà infatti al gip valutare le richieste di patteggiamento e decidere se accoglierle. Parallelamente, per gli altri tre indagati indicati dalla Procura, il procedimento potrebbe proseguire attraverso il giudizio ordinario.

La vicenda giudiziaria entra così in una fase decisiva, mentre resta sullo sfondo la domanda centrale dell’inchiesta: ricostruire la catena di responsabilità che precedette quella mattina di dicembre e stabilire, nelle sedi processuali competenti, se e in quale misura omissioni, condotte e responsabilità individuali abbiano contribuito a trasformare una normale giornata di lavoro nella tragedia di Calenzano.

Hormuz, colpita una petroliera: due feriti. Cresce la tensione tra Iran, Arabia Saudita e Houthi

0

Una petroliera in navigazione nello Stretto di Hormuz è stata colpita da un proiettile di origine ancora non identificata. L’episodio, reso noto dall’ente britannico per le operazioni di commercio marittimo Ukmto, ha provocato ferite lievi a due membri dell’equipaggio, ma non ha compromesso la capacità della nave di proseguire il viaggio.

La petroliera ha infatti continuato la navigazione con i propri mezzi, dirigendosi verso il successivo porto di scalo. Non sono stati segnalati sversamenti né altri danni ambientali. Sull’accaduto sono ora in corso accertamenti per stabilire la natura del proiettile e ricostruire la dinamica dell’attacco.

L’incidente riporta così in primo piano la fragilità dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più sensibili per il commercio internazionale di energia. Un episodio anche limitato nelle conseguenze immediate può assumere un peso ben più ampio in un’area dove la sicurezza della navigazione è strettamente legata all’equilibrio militare e diplomatico del Medio Oriente.

Sul fronte yemenita, intanto, Washington mantiene una posizione prudente rispetto alle richieste di Riad. Donald Trump ha deciso, almeno per il momento, di non affiancare l’Arabia Saudita nelle operazioni contro gli Houthi. Secondo quanto riferito dal New York Times, l’amministrazione americana avrebbe esaminato per circa due settimane la richiesta saudita prima di scegliere di non intervenire.

Nel frattempo, la tensione sul terreno continua a salire. Gli Houthi sostengono che nelle ultime 24 ore siano stati effettuati 28 raid sauditi nelle aree di Taiz, Al-Jawf e Marib. Una ricostruzione che si inserisce in uno scenario segnato da accuse contrapposte: la coalizione guidata da Riad attribuisce infatti agli Houthi il lancio di un missile balistico diretto contro la capitale saudita.

È un confronto che rischia di intrecciarsi sempre più strettamente con il dossier iraniano. Washington continua a mantenere una linea di forte pressione nei confronti di Teheran. L’ambasciatore americano all’Onu, Mike Waltz, ha ribadito che Trump intende proseguire con la strategia della “massima pressione”, lasciando però aperta la possibilità di un ritorno al tavolo negoziale.

La pressione diplomatica ed economica è destinata inoltre ad aumentare. È infatti in preparazione un secondo pacchetto di sanzioni americane che, a partire dal 23 settembre, dovrebbe colpire in modo particolarmente pesante il settore dell’aviazione iraniana. Nel mirino non ci sarebbero soltanto le compagnie aeree di Teheran, ma anche i soggetti che forniscono loro assistenza e servizi negli aeroporti di tutto il mondo.

Dallo Stretto di Hormuz allo Yemen, fino al confronto diretto e indiretto con l’Iran, i diversi fronti finiscono così per comporre un’unica, complessa linea di tensione. La sicurezza delle rotte energetiche, la guerra nello Yemen e la strategia americana nei confronti di Teheran restano legate da un equilibrio sempre più delicato, nel quale anche un singolo incidente in mare può trasformarsi in un nuovo elemento di escalation.

A scuola dopo l’accoltellamento, tra paura e domande senza risposta

0

La campanella è tornata a suonare, ma dentro l’Istituto Giovanni Verga di Roma nulla sembra ancora davvero tornato alla normalità. Lunedì mattina studenti e famiglie hanno varcato nuovamente l’ingresso della scuola media finita al centro della cronaca dopo l’aggressione alla professoressa Isabella Marsilio, accoltellata venerdì da un alunno di 13 anni.

A dominare, più che le parole, è un sentimento difficile da nascondere: la paura. I genitori accompagnano i figli, li affidano agli insegnanti e provano a riprendere la routine. Ma quello che è accaduto resta presente, alimentato anche dalle immagini circolate nelle ore successive all’aggressione.

«Il video in cui prepara l’aggressione fa impressione», raccontano alcuni genitori. La possibilità che un ragazzo possa entrare a scuola con coltelli di quelle dimensioni viene percepita come qualcosa di inconcepibile. «Non si può non essere preoccupati nel riportare i nostri figli qui dopo quello che è successo», osserva un padre.

E insieme alla paura emerge una domanda più ampia, che riguarda la scuola ma non soltanto la scuola. «La responsabilità è collettiva», dice un altro genitore. «Non sappiamo cosa ci sia nella testa di questi ragazzi. Genitori, insegnanti e istituzioni devono unire le forze per intervenire insieme».

Il racconto di chi è entrato in classe subito dopo

Nel frattempo, la ricostruzione di quei minuti continua attraverso le testimonianze di chi si è trovato sul posto. Corrado Ruffini, assistente educativo dell’istituto, racconta di essere entrato nella classe subito dopo l’aggressione.

Il 13enne, riferisce, appariva sotto shock, quasi immobile. «Chiedeva scusa in continuazione». Secondo quanto il ragazzo avrebbe raccontato all’educatore, l’aggressione sarebbe stata preparata con un obiettivo preciso: colpire una sola persona, senza coinvolgere i compagni, per poi consegnarsi alle autorità.

Ruffini dice di aver preso in consegna il ragazzo fino all’arrivo delle forze dell’ordine, intervenute rapidamente. Nella concitazione di quei momenti, la priorità è stata mettere al sicuro gli altri studenti. «La scuola ha reagito benissimo e ha fatto uscire gli studenti dall’aula per proteggerli», racconta.

Nella stessa ricostruzione trova spazio anche il gesto del quattordicenne che è intervenuto in difesa della professoressa. Ruffini racconta di averlo inizialmente scambiato per un adulto, colpito dalla sua corporatura. Poi ha compreso che si trattava di uno studente. Il suo intervento, dice, è stato «davvero eroico».

Le indagini si spostano anche sul web

Sul piano investigativo, intanto, una prima informativa dei carabinieri è arrivata alla Procura di Roma. Gli accertamenti non riguardano soltanto ciò che è accaduto all’interno della scuola, ma anche ciò che potrebbe essere avvenuto prima e dopo l’aggressione.

Gli investigatori stanno esaminando i contenuti e le tracce digitali legate alla vicenda. Tra gli elementi sotto esame ci sono anche alcuni utenti che avrebbero assistito in diretta al gesto attraverso i social e la persona che avrebbe successivamente diffuso il video online.

Una delle piste investigative riguarda l’eventuale presenza di persone che possano avere avuto un ruolo nell’istigazione del ragazzo. Si tratta, al momento, di un’ipotesi sulla quale sono in corso verifiche. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire identità, collegamenti e provenienza dei profili coinvolti. Non viene esclusa nemmeno la possibilità che alcuni soggetti o infrastrutture digitali possano trovarsi fuori dall’Italia, anche in Russia.

Le parole della professoressa: «Va aiutato»

In questo quadro è tornata a parlare anche Isabella Marsilio. La docente, intervistata dal Corriere della Sera, ha affrontato uno dei passaggi più delicati della vicenda: il rapporto con il ragazzo che l’ha aggredita e il significato del perdono.

«Mi hanno accusata di aver sottovalutato il fatto che con il perdono si liquidava la situazione», ha raccontato. La sua posizione, però, è più complessa. Per Marsilio il perdono non significa ignorare ciò che è accaduto né sottrarsi alla necessità di intervenire.

«L’ho perdonato, ma c’è un enorme “ma”», ha spiegato. Secondo la docente, il ragazzo manifesta «un grave malessere» e necessita di un percorso di aiuto. «Va aiutato, non può essere lasciato a se stesso», ha aggiunto, esprimendo forti dubbi sulla capacità della famiglia di affrontare le sue problematiche.

Eppure, nonostante la violenza subita, Marsilio non chiude la porta al dialogo. Se il ragazzo, una volta maturata consapevolezza della gravità di quanto accaduto, volesse incontrarla, dice, sarebbe pronta ad abbracciarlo.

È forse questo il punto più difficile da tenere insieme dopo un’aggressione che ha sconvolto una comunità scolastica: la necessità di accertare le responsabilità, proteggere gli studenti e comprendere ciò che è accaduto non sono percorsi alternativi. Sono parti della stessa risposta.

La scuola, intanto, ha riaperto le sue porte. Ma il ritorno alla normalità, per studenti, famiglie e insegnanti, passa inevitabilmente dalla capacità di capire come sia stato possibile arrivare fin qui e soprattutto da cosa fare perché un episodio simile non venga semplicemente archiviato come una tragedia isolata.