A cura di Daniele Cappa
C’è una parola che in politica funziona quasi meglio di una riduzione: abolizione. Ha un suono definitivo, liberatorio, quasi rivoluzionario. Se poi la parola viene accostata al bollo auto, una delle tasse più odiate dagli italiani, il gioco è fatto. Dal 2027, annuncia il governo, niente più bollo per le autovetture fino a 80 kW. Finalmente una buona notizia. Peccato che, appena si smetta di leggere il titolo e si comincino a leggere le condizioni, l’abolizione diventi molto più piccola.
Perché non sparisce il bollo auto. Sparisce, per il 2027, il bollo di determinate automobili entro una determinata potenza e a determinate condizioni. La soglia è fissata a 80 kW e l’agevolazione riguarda il primo veicolo che rientra nei requisiti. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti stima in circa 24,6 milioni le persone fisiche potenzialmente interessate, su un parco di oltre 34 milioni di veicoli entro gli 80 kW. Numeri importanti, certamente. Ma “potenzialmente interessati” non significa che 24,6 milioni di italiani si vedranno semplicemente cancellare il bollo dal cassetto fiscale.
Ed è qui che comincia la parte divertente, sempre che si abbia un concetto sufficientemente elastico della parola “divertente”.
Perché non è esattamente “una macchina per famiglia”. Il riferimento è al contribuente. Se marito e moglie possiedono ciascuno un’automobile che rientra nei requisiti, il beneficio può riguardare entrambi. Se invece un unico proprietario possiede due automobili entrambe sotto gli 80 kW, il miracolo fiscale si ferma alla prima. Due macchine, un solo perdono. Anche il piccolo automobilista, dunque, scopre che lo Stato può essere generoso, ma mai distratto.
E poi c’è il capitolo motorini, che meriterebbe da solo un piccolo trattato di filosofia fiscale. Perché anche motocicli e ciclomotori possono rientrare nell’esenzione, ma il beneficio non si cumula allegramente con quello dell’automobile. Se il contribuente ha un’autovettura che rientra nella soglia degli 80 kW, il motorino non diventa automaticamente gratuito. E viceversa, secondo le condizioni previste dalla norma. Insomma, la famiglia italiana può anche avere macchina, scooter, motorino e magari una vecchia utilitaria del nonno, ma il fisco non si commuove davanti alla mobilità familiare. Tiene il conto.
È la grande specialità italiana: annunciare una semplificazione e costruirci intorno una piccola architettura di eccezioni.
Poi ci sono gli 80 kW, la nuova frontiera della felicità fiscale. Un’automobile appena sotto la soglia può entrare nel club degli esentati. Una appena sopra resta fuori. Non conta necessariamente quanto vale l’auto, quanto guadagna il proprietario o quanto la utilizza. La discriminante fondamentale è la potenza del veicolo. E non c’è, almeno nella misura descritta dal governo, un limite ISEE che riservi l’agevolazione ai redditi più bassi.
Questo significa che l’agevolazione non è costruita esclusivamente sulla situazione economica del cittadino. È costruita soprattutto sul veicolo che possiede e sulla posizione del contribuente. È una scelta politica legittima, ma sarebbe utile chiamarla per quello che è, senza trasformarla in una generica operazione di giustizia sociale.
E soprattutto c’è una parola che pesa più di tutte le altre: 2027.
Perché l’abolizione, almeno nella sua formulazione attuale, riguarda il 2027. Il governo ha parlato della volontà di renderla strutturale, ma una cosa è trovare le risorse per un anno, un’altra è trovarle ogni anno. La differenza sembra sottile solo quando non si deve compilare un bilancio.
E qui arriviamo alla domanda che in una democrazia seria dovrebbe arrivare subito dopo l’applauso: quanto costa?
La stima è nell’ordine dei 2,36 miliardi di euro per il 2027. Il governo ha individuato coperture e compensazioni, anche attraverso risorse collegate al PNRR e meccanismi destinati a compensare le Regioni per gli effetti sulla fiscalità automobilistica. Il punto non è sostenere che quei soldi vengano presi direttamente dalla sanità, perché questo non è dimostrato. Il punto è molto più semplice e, forse, proprio per questo più fastidioso: quando lo Stato rinuncia a una determinata entrata, quei soldi devono essere compensati da altre entrate, da minori spese o da risorse già disponibili.
La matematica di bilancio non conosce la parola “abolizione”. Conosce la parola “copertura”.
E proprio qui arriva una coincidenza temporale che merita almeno una domanda, senza bisogno di trasformarla in una teoria del complotto. Dal 21 settembre 2026 entra infatti in vigore il nuovo tariffario nazionale per numerose prestazioni sanitarie, con l’aggiornamento delle tariffe della specialistica ambulatoriale e dell’assistenza protesica. Attenzione: aumento delle tariffe non significa automaticamente aumento del ticket nella stessa misura, perché tariffa, compartecipazione ed esenzioni sono cose diverse. Ma il cittadino, quello che deve prenotare una visita o fare un esame, non vive dentro le tabelle ministeriali. Vive dentro il portafoglio.
Ed è qui che la coincidenza diventa politicamente interessante.
Da una parte si annuncia: “Dal prossimo anno non pagherai più il bollo”.
Dall’altra il sistema sanitario aggiorna le proprie tariffe e continua a chiedere compartecipazioni secondo le regole previste.
Dire che una cosa finanzia direttamente l’altra sarebbe scorretto. Ma fingere che il cittadino non abbia il diritto di chiedersi come si muovano complessivamente le risorse pubbliche sarebbe altrettanto ingenuo.
Perché il cittadino italiano ha ormai sviluppato una particolare forma di alfabetizzazione finanziaria. Quando gli dicono che una spesa scompare, non chiede più soltanto “quanto risparmio?”. Comincia a chiedere: “E dove li prendono?”.
È una domanda molto meno spettacolare di un comunicato stampa, ma infinitamente più importante.
Il bollo auto, del resto, è il candidato perfetto per un’operazione del genere. È odiato, è annuale, è facilmente comprensibile e colpisce praticamente chiunque possieda un veicolo. Eliminare il bollo per milioni di automobili produce immediatamente un effetto politico visibile. Il cittadino vede la tassa che non paga. Non vede, invece, le tabelle delle coperture, gli spostamenti di bilancio, le compensazioni tra livelli istituzionali e le conseguenze future.
Le tasse che spariscono fanno rumore. Le coperture fanno silenzio.
È questo il vero punto.
Non c’è nulla di scandaloso nell’abolire una tassa. Al contrario, se una misura consente a milioni di persone di risparmiare, il risparmio è reale e va riconosciuto. Il problema nasce quando la parola “abolizione” viene utilizzata come se significasse automaticamente “risparmio permanente”, “misura universale” e “nessun altro effetto”.
Qui non siamo davanti a una cancellazione generalizzata del bollo. Siamo davanti a una esenzione selettiva, legata a una soglia di potenza, al contribuente e al veicolo, prevista per il 2027 e accompagnata dalla promessa di renderla strutturale.
Sono cose molto diverse.
E forse sarebbe perfino più serio raccontarle così.
Perché il vero paradosso è che una misura nata per alleggerire il peso fiscale rischia di diventare l’ennesimo esercizio nazionale di illusionismo contabile: guardate il bollo che scompare, non guardate troppo a lungo il resto del bilancio.
Ma il cittadino, questa volta, potrebbe fare il contrario.
Potrebbe guardare proprio il resto.
Potrebbe chiedere quanto costa l’operazione oggi e quanto costerà se diventerà permanente. Potrebbe chiedere quali saranno le coperture dal 2028 in poi. Potrebbe chiedere perché una macchina da 80 kW possa essere fiscalmente più conveniente di una da 81. Potrebbe chiedere perché due automobili dello stesso proprietario non possano beneficiare entrambe dell’esenzione. Potrebbe chiedere perché il possesso di un piccolo scooter possa cambiare il trattamento fiscale. E potrebbe perfino chiedere, senza gridare al complotto, come si inserisca questa scelta nel quadro complessivo della finanza pubblica mentre contemporaneamente cambiano le regole e le tariffe della sanità.
Sono domande banali.
Ed è proprio per questo che sono pericolose.
Perché obbligano a uscire dalla propaganda delle buone notizie e ad entrare nella contabilità delle scelte.
Il bollo, dunque, può anche andare in pensione, almeno per una parte delle automobili e almeno per il 2027.
Ma il conto pubblico non va mai in pensione.
Semplicemente cambia scrivania.
E sarebbe bello che, questa volta, qualcuno ci dicesse con chiarezza su quale scrivania finirà.
