21 Settembre 2026, lunedì
HomeItaliaCronacaRicina a Pietracatella, le tracce nei 131 reperti: chi ha avvelenato madre...

Ricina a Pietracatella, le tracce nei 131 reperti: chi ha avvelenato madre e figlia era in casa

Le analisi del Robert Koch Institute di Berlino avrebbero individuato residui della tossina su alcuni reperti sequestrati nell’abitazione dei Di Vita. Gli investigatori tornano sulla cena del 23 dicembre: l’ipotesi è che il veleno sia stato somministrato a tavola. Restano da chiarire autore e modalità del duplice omicidio.

La ricostruzione della morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita passa ora dalle tracce lasciate nella loro stessa casa. È questo il dato che potrebbe imprimere una svolta all’inchiesta della Procura di Larino sul duplice omicidio di Pietracatella, in provincia di Campobasso, avvenuto durante le festività natalizie.

Secondo gli accertamenti eseguiti nei laboratori del Robert Koch Institute di Berlino, sarebbero state individuate tracce di ricina su alcuni dei 131 reperti sequestrati nell’abitazione della famiglia. Alimenti, stoviglie, indumenti e altri oggetti sono stati sottoposti ad analisi nel tentativo di ricostruire il percorso della sostanza tossica e, soprattutto, di capire chi possa averla maneggiata.

È un passaggio investigativo rilevante. Se confermato dagli esiti definitivi degli esami, indicherebbe che la persona che ha avuto a che fare con la ricina si trovava nell’appartamento. Un elemento che restringerebbe il campo delle ipotesi, pur senza identificare ancora un responsabile. L’indagine, infatti, resta formalmente a carico di ignoti.

La cena del 23 dicembre

Il momento sul quale si concentrano le attenzioni degli investigatori è la sera del 23 dicembre, la cena dopo la quale Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita avrebbero iniziato ad accusare i primi gravi disturbi gastrointestinali.

A tavola, secondo quanto ricostruito finora e riferito anche dal Messaggero, c’erano Antonella, il marito Gianni Di Vita, ex sindaco di Pietracatella, e la figlia quindicenne. La figlia maggiore, invece, quella sera era fuori con alcune amiche.

Poche ore dopo, la situazione sarebbe precipitata. Antonella e Sara furono colpite da una sintomatologia gravissima che ne avrebbe preceduto il decesso. Anche Gianni Di Vita venne ricoverato, ma in condizioni sensibilmente meno gravi. Gli accertamenti effettuati successivamente sul suo sangue non avrebbero evidenziato la presenza di ricina.

È proprio questa differenza, insieme alla distribuzione dei reperti risultati positivi agli accertamenti, a rappresentare uno dei nodi dell’inchiesta.

La pista degli oggetti contaminati

La ricina è una tossina estremamente potente, priva di caratteristiche facilmente riconoscibili come odore, colore o sapore. Per gli investigatori, dunque, la possibilità di individuare la sostanza non soltanto attraverso gli esami sulle persone coinvolte, ma anche attraverso ciò che era presente nella casa, assume un’importanza particolare.

I 131 reperti sono stati sequestrati a partire dal 7 luglio e inviati anche per analisi specialistiche all’estero. Gli esami tedeschi avrebbero evidenziato la presenza della tossina su alcuni di questi materiali.

Il punto decisivo, adesso, sarà capire dove siano state trovate le tracce e soprattutto come siano distribuite. Un residuo individuato su una stoviglia utilizzata durante la cena avrebbe un peso investigativo diverso rispetto a una contaminazione riscontrata su un oggetto di uso comune. Ancora più significativa sarebbe l’eventuale presenza della sostanza su un utensile, un contenitore o un indumento riconducibile in maniera esclusiva a una delle persone presenti nella casa.

È su questo incrocio di dati che gli investigatori stanno cercando di costruire una sequenza degli avvenimenti: chi ha avuto accesso alla sostanza, chi l’ha potuta manipolare e attraverso quale alimento o bevanda potrebbe essere entrata in contatto con le vittime.

Il prossimo passaggio dell’inchiesta

Gli esiti preliminari avrebbero già fornito, secondo quanto trapelato, elementi considerati dagli investigatori compatibili con la pista dell’avvelenamento volontario. Ma il passaggio decisivo sarà rappresentato dai risultati conclusivi degli accertamenti di Berlino.

Se le analisi riusciranno a collegare la ricina a oggetti utilizzati esclusivamente da una determinata persona, oppure a indumenti appartenuti a uno dei familiari sopravvissuti, l’inchiesta potrebbe imboccare una direzione molto più precisa.

Per ora, però, quel collegamento non c’è. C’è una casa, una cena consumata alla vigilia di Natale, due morti e una sostanza letale che gli investigatori ritengono possa essere stata introdotta nell’ambiente domestico e somministrata proprio in quell’occasione.

La domanda centrale resta quindi la stessa: chi ha portato e manipolato la ricina all’interno della casa di Pietracatella? Le risposte, questa volta, potrebbero essere nascoste nelle tracce microscopiche rimaste sugli oggetti sequestrati mesi fa.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti