26 Ottobre 2026, lunedì
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Raid pachistani in Afghanistan, almeno tre morti al confine

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Almeno tre persone sono morte e diverse altre sono rimaste ferite nei raid aerei condotti dall’aviazione pachistana nelle province orientali dell’Afghanistan, lungo la frontiera tra i due Paesi. Gli attacchi hanno interessato Kunar e Paktika, in un’area dove da tempo si concentrano le tensioni legate alla sicurezza e alla presenza di gruppi armati.

A riferire dell’operazione è l’emittente afgana Tolo News, che cita funzionari locali. Il bilancio più grave arriva dal distretto di Nurgal, nella provincia di Kunar, dove un attacco effettuato intorno alle 3 del mattino, ora locale, avrebbe provocato tre vittime e diversi feriti. Il bombardamento ha inoltre distrutto un edificio.

Poco dopo, intorno alle 4, altri due raid hanno colpito il distretto di Barmal, nella provincia di Paktika. Secondo le autorità locali, al momento non risultano vittime in seguito a questi attacchi.

La nuova escalation arriva a soli due giorni dall’attentato contro una struttura di polizia nel nord-ovest del Pakistan. Una sequenza di eventi che rischia di riaprire una ferita mai realmente rimarginata nei rapporti tra Islamabad e Kabul.

La frontiera resta infatti uno dei principali punti di attrito tra i due Paesi. Il Pakistan accusa da tempo gruppi armati presenti sul territorio afghano di utilizzare le aree di confine come base per preparare e condurre attacchi oltrefrontiera. Kabul ha ripetutamente respinto le accuse e contestato le operazioni militari pachistane sul proprio territorio.

Il nuovo episodio arriva inoltre dopo il confronto militare dello scorso febbraio, considerato uno dei momenti più gravi degli ultimi anni nelle relazioni tra Pakistan e Afghanistan. In questo contesto, i raid di Kunar e Paktika assumono un significato che va oltre il bilancio, ancora provvisorio, delle vittime: il rischio è che la spirale di accuse, attentati e rappresaglie torni a trasformare una crisi di sicurezza lungo il confine in una più ampia crisi diplomatica e militare.

Presley Gerber, morto a 27 anni il figlio di Cindy Crawford

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Fotografia da Instagram

Ventisette anni. Una vita appena iniziata e già spezzata. Presley Gerber, figlio di Cindy Crawford e dell’imprenditore Rande Gerber, è morto domenica 20 settembre in una struttura di riabilitazione nella contea di Los Angeles. La notizia, riportata da TMZ sulla base delle informazioni del medico legale, è stata confermata dalla famiglia. Restano invece ancora da accertare le cause della morte.

La famiglia ha scelto di non aggiungere altro al dolore. «Chiediamo riservatezza in questo momento estremamente difficile e doloroso», ha fatto sapere un portavoce a nome di Cindy Crawford, Rande Gerber e della figlia Kaia. Poche parole, sufficienti a raccontare la dimensione privata di una tragedia che ha rapidamente superato i confini della famiglia per arrivare sulle prime pagine dei media internazionali.

Presley era l’unico figlio maschio della coppia. Nato e cresciuto all’interno di una delle famiglie più note dello spettacolo americano, aveva conosciuto fin da giovanissimo il peso e le opportunità di un cognome celebre. Come la sorella Kaia, aveva scelto la moda, seguendo la strada aperta dalla madre. Modello, presenza abituale sulle passerelle e davanti agli obiettivi, aveva costruito un’identità professionale propria pur rimanendo inevitabilmente legato alla fama di Cindy Crawford.

L’episodio del 2019

Nel 2019 il suo nome era finito sulle cronache per un episodio giudiziario. Nel gennaio di quell’anno Presley era stato arrestato per guida in stato di ebbrezza. Successivamente era stato condannato a tre anni di libertà vigilata, a seguire un programma di recupero legato alla guida in stato di ebbrezza e a svolgere due giorni di servizi sociali.

Un episodio rimasto nel suo passato e che oggi torna inevitabilmente alla luce dopo la notizia della morte, senza che al momento sia stato stabilito alcun collegamento tra quella vicenda e il decesso.

L’ombra del “Club dei 27”

La sua età, 27 anni, ha inoltre riportato immediatamente alla memoria il cosiddetto “Club dei 27”, la definizione entrata nell’immaginario collettivo per indicare una serie di celebri artisti morti a quell’età. Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e Amy Winehouse sono tra i nomi più conosciuti.

Un’associazione diventata negli anni un elemento della cultura popolare, ma che non costituisce una categoria scientifica né dimostra l’esistenza di un legame tra l’età di 27 anni e le cause delle morti.

Nel caso di Presley Gerber, molte domande restano dunque senza risposta. La circostanza più importante, le cause del decesso, non è stata ancora resa pubblica. E mentre gli accertamenti dovranno fare chiarezza, resta il dolore di una famiglia che ha perso un figlio e un fratello nel modo più difficile da raccontare.

Cindy Crawford, una delle donne che hanno definito l’epoca delle supermodelle, e Rande Gerber hanno chiesto silenzio. Kaia, sorella di Presley e a sua volta protagonista della moda internazionale, si trova ora a fare i conti con una perdita che nessuna copertina, nessun successo e nessuna notorietà possono rendere meno drammatica.

Scuola, il tetto agli stranieri riapre il vecchio dilemma: integrazione o separazione?

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Screenshot

Il governo prepara una nuova stretta sulla scuola, ma il primo ostacolo potrebbe essere proprio quello meno politico e più concreto: capire come applicarla.

Giorgia Meloni ha annunciato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un provvedimento destinato a introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe. Nello stesso pacchetto, secondo quanto annunciato dalla presidente del Consiglio, dovrebbe entrare l’obbligo per i genitori di studenti stranieri con gravi difficoltà di inserimento scolastico di imparare l’italiano e il divieto a scuola di burqa e niqab.

Il tema che sta suscitando le maggiori perplessità, però, è quello del tetto agli alunni stranieri. Non perché il problema della composizione delle classi non esista, ma perché la realtà delle scuole italiane è molto meno ordinata di quanto suggerisca una percentuale fissata sulla carta.

Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, non boccia in linea di principio l’obiettivo. Anzi, riconosce che sul piano didattico la questione può essere fondata. Il problema, spiega, è trasformare quell’obiettivo in una procedura concretamente applicabile.

Il punto è la scuola del quartiere. Soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella primaria, le famiglie vengono indirizzate verso l’istituto più vicino alla propria abitazione. Se in quel quartiere la presenza di famiglie straniere è particolarmente elevata, il semplice conteggio delle cittadinanze rischia di produrre un paradosso: per rispettare il tetto bisognerebbe impedire a bambini residenti in quella zona di frequentare la scuola che territorialmente spetterebbe loro.

«Se in quella zona è maggioritaria la presenza di stranieri, che facciamo? Li mandiamo via?», è la domanda posta da Giannelli.

Non è un’obiezione marginale. È il cuore del problema.

Il precedente del 30 per cento

L’Italia ha già affrontato la questione. La circolare ministeriale numero 2 dell’8 gennaio 2010, durante il governo Berlusconi e con Mariastella Gelmini ministra dell’Istruzione, introdusse l’indicazione di non superare, di norma, il 30 per cento di alunni con cittadinanza non italiana per classe, con particolare riferimento agli studenti con ridotte conoscenze della lingua italiana. Il provvedimento prevedeva inoltre deroghe e possibilità di innalzare o ridurre la soglia in determinate circostanze.

La storia di quella norma è istruttiva perché dimostra quanto sia complesso governare attraverso una percentuale un fenomeno che ha caratteristiche fortemente territoriali.

La stessa documentazione ministeriale chiariva infatti che il limite non poteva tradursi automaticamente nel rifiuto dell’iscrizione di un minore. Le scuole non potevano respingere un bambino semplicemente perché era stata superata una determinata percentuale di alunni con cittadinanza non italiana.

Ed è esattamente qui che oggi torna il problema sollevato dai presidi. Una cosa è stabilire che le classi debbano essere il più possibile equilibrate. Altra cosa è stabilire cosa debba accadere quando quell’equilibrio non esiste già nel territorio.

Il problema non nasce dentro le aule

Giannelli sposta infatti la discussione fuori dai cancelli degli istituti. La distribuzione degli alunni nelle classi, sostiene, è legata anche alla distribuzione delle famiglie nelle città.

Prato è l’esempio citato dal presidente dell’Anp: in alcune zone della città la presenza di famiglie di origine cinese è particolarmente elevata. In questi casi il problema non può essere risolto semplicemente spostando gli studenti da una scuola all’altra.

È una questione urbanistica prima ancora che scolastica. Dove abitano le famiglie, dove vengono costruite le abitazioni, quali quartieri concentrano maggiore disagio economico e sociale, quali scuole dispongono di più risorse e quali invece ne hanno meno sono elementi che finiscono inevitabilmente dentro la stessa equazione.

Un tetto numerico può dunque intervenire sull’effetto, ma non necessariamente sulla causa.

L’italiano per i genitori

Più articolata è anche la proposta relativa ai genitori degli studenti stranieri con difficoltà di inserimento. L’idea annunciata dalla premier è quella di rendere obbligatorio l’apprendimento dell’italiano in determinati casi.

Giannelli osserva che la scuola può organizzarsi, ma servono tempo e risorse. E soprattutto occorre distinguere le funzioni: la scuola ha come destinatari principali gli studenti, mentre per gli adulti esistono i centri provinciali per l’istruzione degli adulti e altri strumenti formativi.

Anche in questo caso, dunque, l’annuncio politico dovrà essere tradotto in una macchina amministrativa capace di funzionare davvero. Chi organizza i corsi? Con quali insegnanti? In quali orari? Chi verifica la frequenza? E cosa accade alle famiglie che non partecipano?

Sono domande tecniche, ma è spesso sulle domande tecniche che le grandi dichiarazioni politiche incontrano la realtà.

Il divieto di burqa e niqab

Sul fronte dei simboli religiosi, Meloni ha annunciato il divieto di burqa e niqab nelle scuole. La questione è distinta da quella del tetto agli studenti stranieri e riguarda direttamente il tema della riconoscibilità della persona e dei limiti alla manifestazione di simboli religiosi nello spazio scolastico.

Giannelli ha espresso una posizione favorevole al principio secondo cui in classe la persona debba essere riconoscibile, richiamando il caso francese.

Anche qui, tuttavia, la formulazione concreta della norma sarà decisiva. Il governo dovrà definire ambito, destinatari, eventuali eccezioni e modalità di applicazione. Il passaggio dall’annuncio alla norma, soprattutto quando entrano in gioco libertà individuali e diritti costituzionali, non è un dettaglio.

Tra consenso politico e problemi reali

Il tempismo degli annunci è inevitabilmente destinato ad alimentare il dibattito politico. Le misure arrivano mentre il centrodestra insiste sui temi dell’integrazione, dell’identità nazionale e della sicurezza culturale, e mentre a destra si registra una competizione crescente su questi stessi argomenti. ANSA ha collegato gli annunci della premier anche al confronto politico con le altre forze della destra, mentre Roberto Vannacci ha espresso il proprio consenso alle misure, sostenendo che sarebbero dovute arrivare prima.

È legittimo interrogarsi sulla dimensione politica di annunci che toccano nervi scoperti dell’opinione pubblica. Ma ridurre tutto alla ricerca del consenso sarebbe altrettanto semplicistico quanto considerare automaticamente risolutiva qualsiasi misura presentata come strumento di integrazione.

Il vero banco di prova sarà un altro: capire se le nuove regole riusciranno a migliorare concretamente l’inserimento linguistico e scolastico senza trasformare la cittadinanza in un criterio di selezione per l’accesso alla scuola del territorio.

Perché il problema esiste, e negarlo non aiuta a risolverlo. Ma esiste anche il rischio opposto: trasformare un problema complesso in uno slogan semplice, individuando nell’origine degli studenti la variabile su cui scaricare difficoltà che dipendono anche dalla povertà educativa, dalla segregazione abitativa, dalle disuguaglianze territoriali e dalle risorse disponibili.

La politica può indicare una direzione. Saranno però presidi, insegnanti, Comuni e famiglie a doverla trasformare in pratica quotidiana. Ed è proprio lì, molto lontano dai palchi e dagli slogan, che si misurerà la consistenza della riforma.

Schlein attacca Meloni: «Ponga fine ai suoi fallimenti e dica quando si vota»

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«La presidente Meloni continua ad avere problemi con la sua calcolatrice». Elly Schlein sceglie l’ironia per rilanciare l’attacco al governo e concentra la sua critica sulla spesa pubblica, a partire da sanità e università. Secondo la segretaria del Pd, l’aumento delle risorse in termini nominali non sarebbe sufficiente a compensare l’inflazione e si tradurrebbe quindi, nella sostanza, in una riduzione della spesa destinata ai servizi.

«Come sulla sanità, anche sull’università durante il suo governo la spesa sul Pil è calata», sostiene Schlein. E aggiunge: «Se aumenta solo in termini assoluti ma meno dell’inflazione, questo significa tagli ai servizi».

Da qui la leader dem allarga il campo della contestazione alla politica economica dell’esecutivo. Nel mirino finiscono le condizioni della sanità pubblica, la produzione industriale, il costo della vita e quello dell’energia, insieme al livello degli stipendi.

«Dopo quattro anni di Meloni la sanità pubblica è allo stremo», afferma Schlein, accusando il governo di aver ridotto le risorse per favorire il settore privato. Sul fronte economico, la segretaria del Pd richiama quindi la contrazione della produzione industriale, l’aumento dei prezzi e il costo dei carburanti e degli alimentari.

«La produzione industriale è calata per tre anni quasi consecutivi, mentre sale l’inflazione, i carburanti sono alle stelle e i generi alimentari costano il 30 per cento in più», afferma. Nel suo elenco inserisce anche il prezzo dell’energia all’ingrosso, definito «il più caro d’Europa», e il livello delle retribuzioni italiane, che secondo Schlein resta tra i più bassi dell’Unione europea.

La leader del Pd rivendica quindi una lettura della situazione fondata sui dati, contrapponendola alla narrazione del governo: «E questo, presidente Meloni, non lo dice il Pd, lo dicono i numeri».

Ma l’affondo finale è soprattutto politico. Schlein sostiene che il problema non sia soltanto contestare le cifre o mettere in discussione la comunicazione dell’esecutivo. «Potrei proseguire a lungo», dice, «ma il punto non è solamente acclarare quant’è falsa la vostra propaganda, anche perché lo sanno già tutti quelli che vivono e lavorano nel nostro Paese».

La richiesta, nelle parole della segretaria dem, diventa così una sola: indicare la data del voto. «Il punto è che deve dirci lei quando andremo a votare, perché prima poniamo fine ai suoi fallimenti e meglio è».

Appendino sfida il campo progressista: «Il M5S è pronto. Ora un’alternativa radicale alla destra»

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Il Movimento 5 Stelle prova a ripartire da Nova e lo fa con una parola d’ordine precisa: alternativa. Non soltanto opposizione al governo, ma una proposta politica capace, nelle intenzioni dei pentastellati, di ridefinire il profilo del campo progressista e di distinguerlo nettamente dalla maggioranza di centrodestra.

È Chiara Appendino a raccogliere il messaggio della due giorni e a rilanciarlo con un intervento dai toni particolarmente netti. «Il Movimento è forte, più forte che mai», scrive la deputata, rivendicando la partecipazione raccolta attorno all’iniziativa. Oltre 17 mila cittadini, secondo i dati citati da Appendino, hanno preso parte al percorso di confronto e contribuito alla definizione delle proposte.

Per la parlamentare pentastellata, il dato politico non sta soltanto nei numeri. Nova, nella sua lettura, avrebbe mostrato una comunità ancora mobilitata e intenzionata a incidere sulle scelte del Paese. «Chi sceglie il Movimento 5 Stelle non si accontenta di occupare i palazzi: vuole essere il motore del cambiamento», afferma.

Da qui parte il tentativo di trasformare la partecipazione in una piattaforma politica. I venti punti programmatici usciti da Nova vengono presentati come la sintesi di quattro anni di battaglie del Movimento, dentro e fuori le istituzioni. Un’agenda sulla quale costruire una proposta alternativa e, soprattutto, riconoscibile.

Il primo terreno di scontro è quello della politica internazionale. Appendino conferma la contrarietà del Movimento alla crescita delle spese militari e parla di «folle corsa al riarmo». Una posizione che, sottolinea, sarebbe stata rafforzata dalle mobilitazioni di piazza. «Noi non cambieremo idea», scrive.

Poi ci sono le regole della politica. Il Movimento rilancia la battaglia contro il conflitto di interessi e chiede una regolamentazione delle lobby, riportando al centro il tema della trasparenza nei rapporti tra potere politico ed economico. «La politica deve servire i cittadini, non fare gli affari di pochi», è la linea indicata da Appendino.

Sul piano dei diritti e delle politiche sociali, l’agenda di Nova comprende il voto ai sedicenni, presentato come una forma di apertura alle nuove generazioni, e il ripristino di Opzione Donna, misura che il Movimento considera necessaria per tutelare le lavoratrici.

C’è poi il capitolo dell’economia, con il rilancio di Transizione 4.0. Appendino chiede un nuovo impulso alle politiche per l’innovazione e gli investimenti delle imprese e attacca le scelte del ministro Adolfo Urso, alle quali attribuisce «scempi» che, nella sua valutazione, avrebbero indebolito il sostegno al sistema produttivo.

Ma è sulla sanità che il messaggio torna a incrociare una delle battaglie storiche del Movimento. L’obiettivo indicato è una sanità «pubblica e universale», sottratta alle logiche politiche e capace di garantire diritti omogenei lungo tutta la penisola. Nord e Sud, nella prospettiva indicata dalla deputata, non possono essere due sistemi sanitari differenti.

Il filo che unisce le diverse proposte è, per Appendino, quello di una netta alternativa al governo. E qui il discorso assume una dimensione più ampia: quale identità dovrà avere il campo progressista e su quali contenuti potrà costruire una proposta comune?

La risposta della deputata è senza ambiguità. Il campo progressista, sostiene, potrà costruire il proprio futuro soltanto se sarà «testardamente radicale e alternativo» alla destra. Una destra che Appendino definisce «classista, servile con i potenti e guerrafondaia».

È questo, più ancora dell’elenco delle singole proposte, il messaggio politico che il Movimento porta fuori da Nova. La partita non riguarda soltanto il consolidamento interno dei Cinque Stelle, ma la possibilità di incidere sulla fisionomia dell’opposizione e sul futuro di un’area progressista alla ricerca di un terreno comune.

Per Appendino, dunque, il tempo della semplice testimonianza non basta più. Il Movimento vuole presentarsi come forza capace di avanzare una piattaforma politica autonoma e di partecipare alla costruzione di un’alternativa di governo.

«Noi ci siamo. Il Movimento 5 Stelle è pronto», conclude la deputata. Dopo Nova, la sfida è trasformare quelle parole in iniziativa politica.

Sorelle ritrovate a San Cataldo, i sei fratelli trasferiti in comunità

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Si è conclusa con il ritrovamento delle due bambine, ma resta ancora da chiarire la vicenda che ha coinvolto una famiglia di San Cataldo, nel Nisseno. Le sorelle, di 12 e 8 anni, scomparse venerdì 18 settembre, sono state rintracciate domenica 19 all’interno di un negozio di abbigliamento. Con loro, ora, si trovano anche gli altri quattro fratelli: tutti e sei i minori, che vivevano con il padre, sono stati trasferiti in una comunità protetta.

Dopo il ritrovamento, le due bambine sono state accompagnate in ambulanza all’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta per gli accertamenti del caso. Una volta completati i controlli, sono state dimesse e successivamente trasferite, insieme ai fratelli, nella struttura individuata per accoglierli.

Il padre continua a chiedere che i figli possano tornare a casa. «I miei figli devono tornare da me al più presto possibile. È stata una marachella», ha raccontato al Tgr Sicilia, cercando di ricostruire quelle ore concitate e di spiegare quanto accaduto.

Secondo la sua ricostruzione, l’uomo era convinto che le figlie avessero lasciato il negozio. Solo in seguito avrebbe scoperto che le due bambine erano rimaste all’interno del locale. «Io ero convinto che le mie figlie fossero uscite dal negozio. Invece la ragazza ha calato la saracinesca e loro erano ancora dentro», ha riferito.

A dare la notizia del ritrovamento sarebbe stata proprio la negoziante, attraverso un messaggio vocale inviato su WhatsApp al padre alle 17.03 di domenica. Nell’audio, fatto ascoltare durante il servizio televisivo, la donna comunica con immediatezza la scoperta: «Amore, le bambine sono qui, dentro il negozio».

Resta anche un interrogativo sulle ore precedenti al ritrovamento, in particolare sul motivo per cui non siano state immediatamente allertate le forze dell’ordine. Alla domanda sul perché non avesse avvertito la sera della scomparsa, il padre ha spiegato di essersi mosso personalmente per cercare le figlie. «Ho fatto un giro per cercarle, ho pensato che non ci fosse bisogno di fare allarmismo», ha detto.

Il ritrovamento ha così chiuso la fase più drammatica della ricerca, ma la vicenda familiare resta al centro degli accertamenti. Al momento, la priorità è garantire ai sei minori una sistemazione protetta, mentre il padre continua a chiedere il loro rientro a casa.

Ho scelto un’impostazione da cronaca nazionale: apertura sui fatti, ricostruzione progressiva della vicenda e spazio alle parole del padre senza trasformarle in una valutazione giornalistica.

Carcere di Viterbo, nuovo incendio nel reparto di isolamento: «Situazione ormai insostenibile»

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Non è un episodio isolato. A meno di due mesi dall’incendio che lo scorso luglio aveva richiesto l’intervento dei soccorritori e provocato il ricovero di venti persone, tra detenuti e agenti, le fiamme sono tornate a divampare nel carcere di Viterbo.

Nella serata di sabato 19 settembre, alcuni detenuti hanno appiccato un incendio nel reparto di isolamento della casa circondariale Nicandro Izzo. Un nuovo episodio che riporta al centro dell’attenzione le condizioni di sicurezza all’interno dell’istituto e riaccende l’allarme lanciato da tempo dalle organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria.

A denunciare quanto accaduto, con una nota congiunta, sono Sappe, Sinappe, Uil Fp Polizia Penitenziaria, Osapp, Uspp e Fns Cisl. Secondo quanto riferito dalle sigle, per fronteggiare l’emergenza è stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco e del personale sanitario, arrivato sul posto con un’ambulanza per contribuire alla messa in sicurezza dell’area.

«Ennesimo grave episodio», sottolineano i sindacati, che definiscono ormai «insostenibile» la situazione all’interno del penitenziario viterbese. Nel loro intervento rivolgono inoltre un ringraziamento al personale in servizio, sottolineando la professionalità dimostrata nonostante condizioni operative segnate da «croniche criticità».

Il nuovo incendio arriva dopo quello del 25 luglio, quando alcuni materassi dati alle fiamme provocarono una situazione di grave emergenza. In quell’occasione furono venti le persone finite in ospedale, tra detenuti e appartenenti alla polizia penitenziaria, compreso il comandante del corpo.

A pesare, secondo i sindacati, non sono soltanto gli episodi di violenza, ma anche numeri che fotografano una situazione strutturalmente difficile. Nel carcere di Viterbo sono attualmente presenti 624 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 440 posti. Sono dunque 184 le presenze oltre la capacità prevista.

Ancora più evidente è il divario sul fronte del personale. Gli agenti effettivamente in servizio sono 292, mentre la pianta organica ne prevede 350: mancano 58 unità.

È in questo quadro che l’ultimo incendio assume un significato che va oltre la singola emergenza. Le fiamme nel reparto di isolamento, a distanza di poche settimane da un episodio analogo, si inseriscono infatti in un contesto già segnato dal sovraffollamento e dalla carenza di personale. Per i sindacati, il problema non riguarda più soltanto la gestione della singola emergenza, ma la tenuta complessiva dell’istituto e le condizioni nelle quali ogni giorno il personale è chiamato a lavorare.

Il carcere torna così al centro delle cronache non per un episodio circoscritto, ma per una sequenza di criticità che, secondo le organizzazioni di categoria, richiede interventi strutturali. Nel frattempo, agli agenti impegnati a garantire la sicurezza resta il compito di gestire emergenze che, a Viterbo, sembrano ormai ripetersi con una frequenza sempre più difficile da ignorare.

Guerra in Iran, cresce l’allarme Usa: «Rischio escalation»

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La tensione torna a salire in Medio Oriente e Washington alza il livello di allerta. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha deciso di anticipare il rientro da Camp David, mentre l’amministrazione americana mette in guardia cittadini e viaggiatori presenti nella regione dai rischi legati a una possibile rapida escalation del conflitto.

L’avvertimento arriva anche dall’ambasciata statunitense in Israele, secondo cui l’Iran e i suoi alleati, tra cui gli Houthi, potrebbero prendere di mira obiettivi legati agli Stati Uniti. Nel mirino potrebbero finire missioni diplomatiche, aziende e istituzioni americane, oltre ad altre strutture e interessi nella regione.

Il messaggio rivolto ai cittadini statunitensi è dunque quello della massima prudenza. Residenti e viaggiatori vengono invitati a prepararsi anche all’eventualità di interruzioni nei collegamenti aerei e a dotarsi di beni essenziali. Tra le raccomandazioni figurano la disponibilità di scorte di cibo e acqua e il download di applicazioni capaci di fornire allerte e aggiornamenti in tempo reale.

Il quadro resta particolarmente delicato anche sul fronte dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici più importanti per la navigazione e per gli equilibri energetici internazionali.

Da Teheran arriva infatti un nuovo messaggio che lascia poco spazio a interpretazioni. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha ribadito che la posizione del Paese sul piano diplomatico è «chiara, razionale e non negoziabile».

«Finché non saranno soddisfatte», ha aggiunto Ghalibaf, «non ci sarà spazio per aprire lo Stretto di Hormuz».

Le parole del presidente del Parlamento iraniano si inseriscono così in un contesto già segnato da un forte innalzamento della tensione. Da una parte Washington prepara i propri cittadini a possibili conseguenze immediate sul terreno e nei collegamenti internazionali. Dall’altra Teheran mantiene una linea rigida sulle condizioni necessarie per una riapertura dello Stretto.

L’anticipazione del rientro di Trump da Camp David aggiunge un ulteriore elemento a un quadro che resta in rapida evoluzione. Il timore, a Washington, è che un nuovo passaggio della crisi possa coinvolgere direttamente interessi e cittadini americani in più Paesi del Medio Oriente, allargando ulteriormente il fronte della crisi.

Se vuoi, posso anche trasformarlo in una versione più incisiva da apertura di prima pagina, con titolo più forte, occhiello e attacco da cronaca politica internazionale.

Baldissero d’Alba, irruzione nella notte: spara e uccide uno dei presunti ladri

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La notte, il rumore improvviso nel cortile, le ombre oltre le finestre e poi uno sparo. È una sequenza ancora tutta da ricostruire quella che, nelle prime ore di domenica, ha trasformato una cascina di Baldissero d’Alba, nel Cuneese, nella scena di un omicidio.

Erano circa le 2 quando Roberto Mollo, camionista di 35 anni, avrebbe sentito rumori provenire dall’esterno della proprietà. Porte e finestre che sbattevano, secondo una prima ricostruzione. L’uomo sarebbe uscito dalla parte abitabile della cascina, ereditata dai genitori, e avrebbe visto alcune persone aggirarsi nel cortile.

Il gruppo, secondo quanto riferito agli investigatori, sarebbe stato composto da quattro o cinque uomini. A quel punto il 35enne avrebbe impugnato una pistola semiautomatica, regolarmente detenuta, e avrebbe esploso un colpo nella loro direzione.

Uno degli intrusi, un uomo di 36 anni originario dell’Est Europa, è stato raggiunto dal proiettile. Per lui non c’è stato nulla da fare. I soccorritori del 118 hanno tentato a lungo di rianimarlo, ma ogni intervento si è rivelato inutile. L’identità della vittima è ancora al vaglio degli investigatori.

La telefonata ai carabinieri

A dare l’allarme sarebbe stato lo stesso proprietario di casa. Sul posto sono arrivati i carabinieri della compagnia di Bra e i militari del Nucleo operativo di Cuneo, che stanno cercando di ricostruire con precisione la dinamica dell’accaduto.

La cascina di via Roma è un immobile in fase di ristrutturazione. La proprietà, priva di cancelli e recinzioni, presenta all’esterno diversi materiali edili accatastati. È proprio su questi elementi, insieme alla posizione del proprietario e degli intrusi e alla traiettoria del colpo, che si concentrano gli accertamenti.

Mollo, che si trovava solo nella parte abitabile dell’edificio, è stato iscritto nel registro degli indagati a piede libero per omicidio volontario. Un passaggio necessario per consentire agli investigatori di verificare ogni aspetto della vicenda e stabilire se, e in quale misura, la sua condotta possa essere ricondotta ai presupposti della legittima difesa.

I complici scappano a piedi

Dopo lo sparo, gli altri uomini sarebbero riusciti ad allontanarsi dalla cascina a piedi, approfittando del buio. Della presunta banda, almeno nella prima fase, non sarebbe rimasta alcuna traccia immediata.

Secondo gli elementi raccolti finora, il gruppo non avrebbe fatto in tempo a portare via nulla. Gli investigatori stanno tuttavia verificando le immagini delle telecamere presenti nella zona. Alcune riprese avrebbero immortalato un mezzo che, poco dopo l’accaduto, si sarebbe allontanato dalle vicinanze della cascina.

L’ipotesi è che possa trattarsi del veicolo utilizzato dagli altri componenti del gruppo per raggiungere la zona e poi lasciare il paese dopo la fuga. Gli accertamenti sono in corso.

In paese il tema della sicurezza torna al centro

La notizia si è rapidamente diffusa tra gli abitanti di Baldissero d’Alba, dove alla tragedia si è aggiunto un altro elemento destinato ad alimentare la preoccupazione per i furti.

A poche ore dalla sparatoria, infatti, un vicino di casa del 35enne avrebbe scoperto di essere stato derubato. L’uomo racconta di essersi assentato tra le 11 e le 12 per andare a messa e di avere trovato al rientro la casa messa a soqquadro.

«Qui c’è poco controllo», racconta, spiegando che i ladri sarebbero riusciti a entrare nonostante la porta fosse chiusa a chiave. Dall’abitazione sarebbero stati portati via alcuni gioielli, tra cui due orecchini d’oro con perle appartenenti alla sorella e due collane.

Il vicino non nasconde la propria esasperazione e commenta favorevolmente la reazione del 35enne, pur trattandosi di una valutazione personale e non di un elemento utile, da solo, a stabilire la legittimità dell’uso dell’arma.

«Secondo me lui ha fatto bene», dice. E aggiunge di non essere armato, ma di essere pronto, a suo dire, a reagire se avesse trovato dei ladri nella propria abitazione.

Parole che fotografano il clima di tensione presente nella zona, ma che non modificano il punto centrale dell’inchiesta: capire esattamente cosa sia accaduto in quei pochi secondi nel cortile della cascina, quali fossero le intenzioni degli uomini entrati nella proprietà e perché il colpo sia stato esploso.

Saranno gli accertamenti dei carabinieri, gli eventuali filmati delle telecamere e gli altri elementi raccolti sulla scena a consentire di ricostruire quella sequenza. Una notte iniziata con alcuni rumori nel buio e finita con un uomo morto e un altro chiamato a rispondere davanti alla magistratura delle proprie azioni.

Quando il gioco diventa “Contemporaneo”: Barbie Pizzaiola incontra la pizza con le forbici di Vincenzo Capuano

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Che Barbie abbia svolto centinaia di professioni nella sua lunghissima storia non è una novità, ma questa volta la sua nuova avventura tocca da vicino una delle tradizioni più amate d’Italia. Con la versione dedicata all’arte bianca, la bambola più famosa del mondo si mette ufficialmente al forno, celebrando un mestiere che è diventato simbolo d’eccellenza e patrimonio culturale, grazie a un’inedita e sorprendente partnership.

A rendere speciale questo lancio è un’iniziativa che unisce il gioco all’esperienza reale. Attraverso una collaborazione nata per festeggiare questa nuova veste della bambola, gli appassionati e i più piccoli hanno la possibilità di trasformare le storie nate sul tappeto di casa in una vera cena. Per l’occasione, Vincenzo Capuano ha voluto spingersi oltre la fantasia, realizzando nei suoi locali delle speciali pizze in edizione limitata caratterizzate da un inedito impasto rosa, ottenuto naturalmente grazie all’utilizzo della barbabietola e arricchito da guarnizioni in tinta.

Il set al centro del progetto non è solo un giocattolo, ma un piccolo laboratorio creativo che riproduce fedelmente i passaggi chiave dell’arte bianca. La confezione include una postazione di lavoro completa di forno, accompagnata da pasta modellabile in diversi colori per permettere ai bambini di simulare la stesura della base, l’aggiunta del pomodoro e il formaggio filante. Non mancano gli strumenti del mestiere fondamentali per imitare i grandi maestri, come la classica pala per infornare, la rotella e persino i cartoni per l’asporto, che aiutano i più piccoli a sviluppare la manualità e la fantasia culinaria.

Ma la vera sorpresa è che questa collaborazione supera i confini del gioco per trasformarsi in un’esperienza gastronomica da vivere in prima persona. Chi si immerge nelle avventure di Barbie dietro al bancone ha infatti l’opportunità di tentare la fortuna e partecipare all’estrazione di serate in pizzeria per tutta la famiglia. Sarà l’occasione per provare un percorso di degustazione reale nei locali di Vincenzo Capuano, l’ambasciatore della pizza napoletana contemporanea noto in tutta Italia per il suo approccio innovativo e il celebre rito del taglio con le forbici.

Si tratta di un modo originale per connettere generazioni diverse, dimostrando come un’icona globale riesca ancora oggi, a distanza di decenni, a dialogare con le eccellenze locali e con le passioni reali delle famiglie italiane. Questa collaborazione trasforma così un semplice momento ludico in un’occasione preziosa per stare insieme a tavola, davanti a una fumante creazione contemporanea, celebrando al tempo stesso uno dei mestieri più amati e invidiati al mondo come quello del pizzaiolo.