28 Ottobre 2026, mercoledì
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Tredicesime per 33 mln di lavoratori: a rischio quelle delle piccole imprese

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Tra pensionati e lavoratori dipendenti, saranno poco più di 33 milioni gli italiani che percepiranno la tredicesima. La cifra complessiva che finirà nelle loro tasche si aggira attorno ai 37 miliardi di euro.
A rischio quelle dei lavoratori dipendenti delle piccole imprese. Secondo la Cgia di Mestre, le tredicesime del prossimo dicembre rimarranno sostanzialmente invariate rispetto all’anno scorso.Secondo la Cgia un operaio specializzato con un reddito lordo annuo di poco superiore ai 21.000 euro (pari ad uno stipendio mensile di 1.255 euro) riceverà una tredicesima più “pesante” di appena un euro rispetto a quella dell’anno scorso. Un impiegato con un reddito lordo annuo di oltre 25.600 euro (pari ad una busta paga netta di 1.419 euro) avrà 2 euro in più nella tredicesima di quest’anno. Infine, un capo ufficio con un reddito lordo annuo di quasi 50.000 euro (che corrisponde ad uno stipendio mensile netto di 2.545 euro) non beneficerà di alcun aumento.
A livello regionale, la concentrazione più rilevante di coloro che incasseranno la tredicesima mensilità si registra, chiaramente, in Lombardia, con poco più di 6 milioni di persone. Segue il Lazio, con oltre 3 milioni di percettori e il Veneto, con quasi 2 milioni e 900 mila destinatari. Se per i pensionati non dovrebbero esserci problemi, la stessa cosa non può essere affermata per i lavoratori dipendenti del settore privato.

Cgil: 505 mila in cassa integrazione in 10 mesi, persi 3,3 mld di redditi

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La cassa integrazione sfiora le 880 milioni di ore registrate in dieci mesi, una mole tale che relega in cassa oltre 500 mila lavoratori a zero ore con un taglio del reddito per 3 miliardi e 300 milioni di euro, ovvero quasi 6 mila e 600 euro per ogni singolo lavoratore. E’ quanto emerge dalle rilevazioni Inps rielaborate dall’Osservatorio Cig della Cgil.
Secondo la Cgil rimane così inalterata la media di ore richieste ogni mese e si punta a sfondare il miliardo di ore di cassa integrazione anche per il 2013.

Toto nomine per la lotteria Ue

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I concorrenti sono sui blocchi di partenza. Tutti tranne uno. Ma la corsa potrebbe non scattare mai, se il Partito popolare europeo (Ppe) non manda in pista il proprio campione. E la grande novità delle elezioni europee 2014, concepita pure per stimolare la partecipazione e contrastare l’euro-scetticismo, potrebbe restare incompiuta.

La designazione, da parte delle grandi famiglie politiche europee, di un candidato alla presidenza della Commissione europea non equivale a un’elezione diretta, ma è destinata a condizionare pesantemente le scelte dei leader dei 28, cui spetterà decidere – l’anno prossimo – quale successore di Manuel Barroso proporre all’investitura del Parlamento europeo.

Ricco bottino
Nei criteri di valutazione dei leader, i fattori politici e quelli nazionali s’intrecciano. E conta pure l’equilibrio degli incarichi. La posta in palio nel 2014 è ricca con i posti di presidente del Consiglio, della Commissione e del Parlamento europei, oltre che di ‘ministro degli esteri’, cioè, a dirla tutta burocraticamente, l’alto responsabile per la politica estera e di sicurezza comune. Senza contare, nell’orto vicino dell’Alleanza atlantica, l’incarico di segretario generale.

Per l’Italia, che ha già Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea sarà difficile partecipare alla spartizione del bottino, anche se Mario Monti ed Enrico Letta hanno profilo e titoli per puntare a succedere al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy. Nessun italiano ha poi mai guidato il Parlamento eletto a suffragio universale. Sul fronte Nato, è in lizza l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini.

Popolari a carte coperte
Finora, solo il Partito socialista europeo ha già indicato un candidato alla presidenza della Commissione: è Martin Schulz, il tedesco attualmente presidente del Parlamento europeo, la cui nomination ufficiale avverrà in un congresso a Roma all’inizio del 2014. Gli altri partiti hanno tracciato un percorso per giungere alla designazione. Tutti tranne i popolari, che nicchiano e per ora giocano a carte coperte: non hanno un candidato e non si sono neppure impegnati a darselo; se lo faranno, sarà non prima di un congresso a marzo.

Le considerazioni che frenano il Ppe sono essenzialmente due. La speranza, fondata, di essere ancora il gruppo più forte nel prossimo Parlamento e la certezza, quasi matematica, che i leader popolari siano maggioranza nel Consiglio che sceglierà il successore di Barroso. A meno che euro-scettici e populisti non spariglino i giochi, almeno nell’Assemblea, sfruttando a maggio la disaffezione verso l’Europa degli elettori.

In attesa del Ppe, l’ultimo nome spuntato nel ‘toto Commissione’ è quello del premier irlandese Enda Kenny, leader del Fine Gael, che potrebbe essere il campione dei conservatori britannici. Per il momento Kenny è più un’indiscrezione che una certezza.

Invece, la candidatura del greco Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra radicale Syriza, è un progetto ben avanzato: i leader dei partiti del gruppo della Sinistra unitaria europea (Gue/Ngl) lo propongono per il post-Barroso, ma la designazione dovrà essere confermata dal congresso in programma a Madrid a metà dicembre.

In una nota del partito, si legge: ”Syriza riunisce il popolo greco contro l’autoritarismo” della troika, Tsipras sarebbe una voce “di resistenza e speranza contro le politiche ultra-liberiste e contro la minaccia dell’estrema destra”. E nonostante la Gue non creda che la scelta del presidente della Commissione da parte dei partiti aiuti a democratizzare la politica europea, vuole comunque puntare su un proprio campione. Ma gli italiani di Sinistra ecologia e libertà si smarcano: loro puntano su Schulz.

Anche il gruppo dei liberal-democratici europei (Alde) è in fase decisionale: momento cruciale, fine novembre, quando il partito terrà una riunione a Londra e discuterà le candidature alla ‘nomination’. In prima fila, ci sono l’ex premier belga Guy Verhofstadt, liberale fiammingo, federalista convinto, e Olli Rehn, finlandese, attuale commissario europeo all’economia e alla finanza. Rehn è una vecchia conoscenza italiana: dal 2009, ci spulcia i conti per mestiere.

Requisito indispensabile per essere un candidato dei liberal-democratici alla poltrona di Barroso è avere l’appoggio di almeno due partiti di due diversi paesi Ue o di almeno il 20% dei deputati del gruppo. Il 19 e 20 dicembre, i leader del partito valuteranno i nomi sul tavolo e chiuderanno il lotto degli aspiranti alla ‘nomination’. Alla scelta del candidato procederà un Congresso straordinario a Bruxelles il 1° febbraio 2014.

I Verdi europei hanno appena lanciato primarie online per scegliere i due finalisti alla nomination, su cui poi si pronuncerà un congresso. Fra quelli in lizza alle primarie, l’italiana Monica Frassoni, co-presidente del Partito verde europeo, e l’eurodeputato José Bové, un agricoltore francese, già leader del movimento anti-globalizzazione.

Virata della Francia sull’Iran

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L’intervento a gamba tesa con cui il ministro degli esteri francese, Laurent Fabius, è entrato nelle trattative sul nucleare iraniano ha creato scompiglio in un negoziato dominato fino allora dagli americani.

Rendendo esplicite alcune riserve occidentali sul reattore ad acqua pesante di Arak, Fabius ha di fatto vanificato il clima di compromesso delle ultime settimane. I sostenitori della linea dura, Israele o falchi americani in testa, si sono congratulati con Parigi, apparsa come baluardo dell’intransigenza occidentale e molti commentatori non hanno esitato a parlare di una virata neo-con dei socialisti francesi.

Alleato riluttante
Fa sorridere pensare che nel 2003 la stessa Francia era la bestia nera degli Stati Uniti per la sua opposizione all’intervento in Iraq. Certo, all’epoca alla guida della diplomazia transalpina c’era Dominique de Villepin, oggi c’è Laurent Fabius.

Lo stile si sarà evoluto, non abbiamo più il lirismo del ministro-scrittore, ma la visione è rimasta la stessa. La Francia rivendica la sua autonomia di giudizio, confermandosi un “alleato riluttante” (reluctant ally), come la definiscono gli analisti statunitensi. A muoverla è, in realtà, un calcolo razionale.

È da mesi che Parigi difende il campo sunnita nell’ambito del conflitto siriano. La Francia aveva maturato la determinazione ad intervenire in Siria sia per motivi interni – la volontà di aiutare i siriani ad autodeterminarsi – che per motivi esterni – la volontà di apparire come un “security provider” affidabile per le petro-monarchie del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in testa.

Lezione
La Francia ha vissuto come un tradimento lo stop statunitense all’intervento nel conflitto siriano, ma, incapace di agire da sola, ha dovuto ingoiare il rospo e oggi non è disposta a fare sconti alla diplomazia statunitense. Sentendosi esclusa dalle trattative in corso, ha scelto di smuovere le acque anche per far sentire la propria voce.

È anche un’ottima occasione per mostrare agli amici del Golfo, economicamente strategici, che Parigi rimane il loro campione nella zona, Fra gli effetti collaterali, questo stop è gradito anche a Israele. Non che questo sia un obiettivo centrale della politica estera francese, ma può tornare sempre utile.

Fornitrice di tecnologia ai tempi dello Shah, la Francia vanta una buona conoscenza tecnica del dossier nucleare iraniano. Il suo parere in materia è certamente fondato. Ma, al di là dell’expertise, c’è un problema di posizionamento a medio e lungo termine. Nel corso della storia, la Francia è stata spesso vicina all’Iran, come dimostra l’alleanza franco-persiana del 1807.

Certamente il rapporto con l’Iran risponde a una dinamica culturale e politica più complessa rispetto a quella con i regimi arabi sunniti della regione. Oggi, la Francia sceglie di puntare tutto sul Golfo ma, mettendo a repentaglio il negoziato con l’Iran, rischia di ripetere l’errore commesso recentemente quando ha chiuso la porta dell’Unione Europea alla Turchia.

Hollande in crisi
Siamo davanti a una grave crisi economica e politica e la presidenza Hollande sta annegando in un profondo marasma. Il presidente della Repubblica non riesce, o non vuole, imporre un riformismo interno che possa far recuperare alla Francia margini economici in Europa, mettendola in condizione di esercitare nuovamente un ruolo propositivo con la Germania.

Parigi oggi è tenuta sotto schiaffo da Berlino. Anzi, Berlino sta trattenendo gli schiaffi per non indebolire la zona euro, il che è quasi peggio. Il modello presidenziale francese ha raggiunto limiti fisiologici. L’idea gollista che un uomo solo possa reggere le sorti della nazione, è oggi largamente superata dalle nuove forme di governance europea e mondiale.

È in questo contesto che il qualunquismo dell’estrema destra sta guadagnando terreno. Uno spauracchio per le prossime elezioni al parlamento europeo. La Francia rischia l‘involuzione.

L’attivismo internazionale francese non deve pertanto trarre in inganno. Non siamo davanti a un’affermazione di rinnovata potenza, ma a una partita a scacchi nella quale si possono muovere ancora pedine, almeno fino a quando potranno sostenersi i costi di queste mosse.

Scozia, verso il referendum per tagliare la corda

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Il confronto definitivo sullo status costituzionale della Scozia all’interno del Regno Unito sarebbe stata solo una questione di tempo. Questo almeno quello che si pensava quando, dopo una pausa di quasi trecento anni, nel 1999 è stato riaperto il Parlamento di Edimburgo. Il trionfo del Partito nazionale scozzese (Scottish national party, Snp) – che alle elezioni del 2011, per la prima volta, conquistò inaspettatamente una posizione di maggioranza assoluta a Edimburgo – ha aperto la strada al referendum sull’indipendenza lungamente promesso da quel partito.

Da allora, il dibattito tra i sostenitori del Snp e quelli – laburisti, liberali e conservatori – determinati a mantenere lo status quo è stato sempre più fervido. Ogni settimana qualche personaggio pubblico interviene per alzare la temperatura della battaglia.

Petrolio
Tre pesanti fattori hanno prodotto nel tempo la situazione attuale. Come tutte le nazioni occidentali, la Gran Bretagna è entrata in una sofferta crisi d’identità con l’avvento della globalizzazione e la fine della Guerra fredda. Nel caso britannico, ciò ha coinvolto l’eredità di Margaret Thatcher e la sempre più marcata finanziarizzazione dell’economia nazionale, ma ha anche messo in crisi il senso di appartenenza culturale dei vari componenti dell’Unione: nord-irlandesi, gallesi e poi scozzesi.

Il ruolo del petrolio del nord – tutto in acque scozzesi – nel sostenere le fragili finanze nazionali ha provocato un particolare senso di frustrazione. La Gran Bretagna, dicono i nazionalisti, è insieme all’Iraq, l’unica nazione produttrice di petrolio al mondo che non ha costituito un fondo permanente di risparmio da questi introiti per garantire la propria stabilità e un futuro di rinnovamento.

Laburisti in crisi
Il secondo fattore che spinge le fortune dei nazionalisti è il tramonto in Scozia dei partiti che hanno tradizionalmente dominato la scena nazionale a Westminster. I conservatori scozzesi non si sono mai ripresi dall’epoca della Lady di ferro, universalmente detestata al nord del Vallo di Adriano. Dalle elezioni generali del 2001 in poi, il partito ha un solo deputato scozzese a Londra, ma l’epoca di Tony Blair e di Gordon Brown non ha favorito nemmeno i laburisti.

Il laburismo ha per decenni egemonizzato la Scozia, forte del suo controllo permanente di Glasgow e di altre città delle vecchie zone industriali. Senza il voto laburista scozzese il partito non potrebbe mai raggiungere una maggioranza a Londra. Ma come sempre, una tale permanenza al potere produce inevitabilmente introversione, cinismo e corruzione, e le ondate innovative di Blair sembrano aver toccato ben poco il laburismo scozzese, protetto anche dallo scozzessismo di Gordon Brown.

Le squallide vicende degli ultimi mesi ruotando attorno a scambi di voti, oscuri manovre da parte del sindacato per favorire questo o quell’altro candidato parlamentare, e la quasi distruzione di un grande impianto petrolchimico a Grangemouth, vicino ad Edimburgo per via di una manovra sindacale andata malissimo. Tutto ciò non ha fatto altro che migliorare le chance dei nazionalisti.

Referendum
Il 26 novembre, il partito di Salmond produrrà la sua dichiarazione programmatica sul futuro della Scozia. Nonostante lo straordinario senso di fiducia dimostrato dal recente congresso nazionale, il partito nazionale scozzese non può illudersi. In vista del referendum sull’indipendenza della Scozia previsto per il prossimo settembre, i sondaggi non hanno mai registrato una quota di favorevoli superiore al 36%. Molto dipenderà anche dalla formulazione del quesito.

Se il fronte del sì incassasse un buon risultato, anche se non vincente, Londra sarebbe costretta a fare altre concessioni lunga la strada della devolution. Altrimenti Salmond e suoi saranno umiliati: anche in questo settore la storia dimostra che un governo ipercentralizzato come quello di Londra non prende prigionieri.

SCISSIONE È FATTA ADESSO, DOPO IL PDL, TOCCA AL PD E POI POTREMO ARCHIVIARE PER SEMPRE IL BIPOLARISMO BACATO

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Coltiviamo la speranza che la tempestosa fine del Pdl, sei anni dopo la sua nascita annunciata a Milano in un luogo “consono” (sic) come il predellino di un’automobile in una piazza, e la conseguente travagliata rinascita di Forza Italia, segnino la definitiva scomparsa del centro-destra così come lo abbiamo fin qui conosciuto. Non per fare una cortesia al centro-sinistra, ma al contrario nella convinzione e speranza che lo scompaginarsi di un polo produca – nella logica dei vasi comunicanti che contraddistingue il bipolarismo italico – lo stesso effetto nell’altro. Al momento in cui scriviamo, non sappiamo come finirà il Consiglio Nazionale del Pdl convocato da Berlusconi per (ri)cambiare il nome del partito, ma la dichiarazione di Alfano che annuncia la nascita di un nuovo gruppo parlamentare – la cui forza dovrebbe consistere, in partenza, in 30 senatori e 26 deputati – che si chiamerà “Nuovo centro-destra”, lascia presumere che la spaccatura sia a questo punto definitiva. E tale da consentire la nascita di una nuova maggioranza di governo, più ristretta ma – forse – un po’ meno disarticolata di quella nata per ragioni di sopravvivenza dopo il punitivo voto di febbraio.

Tuttavia, il tema non è tifare per le colombe e contro i falchi in modo da evitare la sciagurata ipotesi di far cadere un governo di larghe intese che il giorno dopo eventuali elezioni anticipate si dovrebbe riformare per mancanza di alternative. No, la speranza, come si diceva, è che la rottura in casa Berlusconi metta in moto una valanga che finisca per travolgere anche il Pd, peraltro già ben predisposto di suo a rompersi per via della guerra in atto nei confronti di Renzi alle primarie, che fa presagire quello che è già stato definito uno “scisma silenzioso”. L’obiettivo è quello di seppellire una volta per tutte e senza alcuna possibilità di riesumazione la sciagurata stagione politica chiamata Seconda Repubblica. La quale, per la verità, era già defunta nel novembre 2011 al momento dell’abdicazione di Berlusconi, ma che purtroppo sia l’estrema debolezza dei due governi di grande coalizione che si sono succeduti nel frattempo (Monti e Letta) sia per il mancato avvio a soluzione della crisi istituzionale in atto non ha potuto essere archiviata definitivamente. A questo punto, infatti, soltanto l’implosione di Pdl e Pd può consentire quel “big bang” che è necessario non solo per cominciare a costruire la Terza Repubblica, ma anche per evitare che il prossimo appuntamento elettorale – quale che esso sia e in qualunque momento avvenga – si trasformi in uno tsunami disastroso, capace di aprire le porte a forze populiste contrarie ad una maggiore integrazione europea e favorevoli alla fine dell’euro.

Certo, dopo l’implosione bisognerà ricostruire. Ma intanto il “big bang” avrà consentito di rompere gli apparati e scremare il personale politico. Ed è sperabile che escano vivi dalla setacciata le persone e i gruppi meno compromessi. Poi bisognerà far largo a forze nuove, le quali si vedranno invogliate a provarci grazie agli spazi che si saranno aperti. Gli italiani vogliono personalità e soggetti politici “avulsi” dal sistema politico che hanno condannato senza appello, e questa è la miglior premessa per chi si vorrà cimentare. Ed è un gran bene che questo processo, complicato ma inevitabile se si vuole salvare il Paese evitando che precipiti nel baratro di una crisi politico-istituzionale senza sbocchi, avvenga prima delle elezioni, non per causa delle elezioni. Consideriamo più che sufficiente l’avviso alla politica mandato con la scorsa consultazione elettorale: 10 milioni di voti in meno a Pd e Pdl, un’astensione senza precedenti e il 25% a Grillo sono segnali inequivoci. Ora si tratta di trarne le conseguenze.
Avendo cura di buttare a mare prima del tempo il governo. Non perché meriti la sufficienza – che neppure l’Europa gli assegna, visto il modo con cui è stata accolta la legge di (in)stabilità, ma perché non ce n’è un altro a portata di mano. Se poi il governo ci mettesse un briciolo di suo per trarsi d’impaccio, sarebbe anche meglio. Per esempio, non è pensabile che vari la manovra finanziaria e poi la lasci straziare da un branco famelico di emendatori, che nella maggior parte dei casi, tra l’altro, intendono peggiorarla. Il governo ha deciso di varare questa legge di stabilità? Bene, se ne assuma la piena responsabilità e la difenda. Il governo si è accorto che le scelte che ha fatto non vanno o che qualcuno sta proponendo idee migliori? Ancor meglio, si assuma la responsabilità di dire al Paese che ha sbagliato e ne proponga una nuova. L’importante è che usi la fermezza. Perché la cosa peggiore che si possa fare, tanto più in una fase di generalizzata sfiducia come quella che stiamo attraversando, è iniettare dosi di incertezza in un corpo, quello sociale e produttivo italiano, che è già fortemente debilitato proprio a causa del sommarsi di mille indeterminatezze e insicurezze. Altro che “va bene qualunque modifica purché lasci invariati i saldi”. Anche perché sappiamo come finisce: che la manovra ne esce peggiorata e con i saldi “sforati”. Visto l’alto tasso di instabilità politica che , questo atteggiamento è nello stesso tempo comprensibile – ciascuno pensa a massimizzare il proprio specifico nella convinzione, quasi sempre erronea, di guadagnarci elettoralmente – ma pernicioso, perché è proprio con questo atteggiamento remissivo, sempre alla ricerca della mediazione preventiva, che si alimenta l’instabilità e quindi l’incertezza. Non è questione di “palle d’acciaio” o meno, è questione di cifra politica.

Commercio estero, aumenta il surplus a settembre

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A settembre il commercio estero registra un saldo commerciale pari a +794 milioni, in ampliamento su settembre 2012 (+131 milioni). Al netto dell’energia, l’attivo è di 4,9 miliardi. Nei primi nove mesi dell’anno, l’avanzo commerciale raggiunge i 19,6 miliardi e, al netto dei prodotti energetici, èpari a +60,8 miliardi. Lo rileva l’Istat, precisando che rispetto al mese precedente, a settembre si registra un aumento sia dell’export (+0,6%) sia dell’import (+1,9%). La crescita congiunturale delle esportazioni è trainata dai paesi dell’area extra Ue (+1,3%), mentre l’import è sostenuto dagli acquisti dai paesi Ue (+3,3%). L’incremento congiunturale dell’export è notevole per i prodotti energetici (+11,4%), al netto dei quali la crescita delle esportazioni è solo di poco positiva (+0,2%). Dal lato dell’import, sono in forte espansione i beni di consumo durevoli (+6,3%) e non durevoli (+4,8%). Nel terzo trimestre 2013, rispetto al trimestre precedente, le importazioni sono in crescita (+1,9%), le esportazioni stazionarie. Quest’ultimo risultato è la sintesi di un aumento verso i paesi dell’area Ue (+1,4%) e di una flessione verso i paesi dell’area extra Ue (-1,6%). Rispetto allo stesso mese del 2012, si registra un aumento dell’export (+2%), sostenuto dalla crescita dei volumi (+2,2%), mentre la lieve flessione dell’import (-0,1%) è sintesi di una dinamica opposta dei volumi (+3,8%) e dei valori medi unitari (-3,8%).

La Corea del Sud tasserà del 10% gli interventi di chirurgia estetica

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La spesa sociale è esplosa e la Corea del Sud cerca in tutti i modi di aumentare le sue entrate fiscali. L’ultima trovata è quella di applicare un’aliquota del 10% a tutte le operazioni chirurgiche che abbiano finalità puramente estetiche. Il ministero delle finanza ha reso noto che saranno sottoposti alla nuova misura fiscale interventi come la liposuzione, i trattamenti anti-rughe, le operazioni maxillo-facciali, gli interventi di aumento o riduzione del seno e quelli per modificare gli occhi a mandorla, oltre alla rimozione di nei e macchie. Saranno invece esenti le operazioni di ricostruzione mammaria per le donne vittime di carcinoma al seno. I giovani sudcoreani hanno una vera e propria ossessione per il proprio aspetto fisico. Nel 2011, secondo l’International Society of Aesthetic Plastic Surgery, gli interventi di chirurgia estetica nel paese sono stati quasi 650 mila, con un tasso di 13,3 operazioni ogni mille abitanti, il più alto al mondo. Per incoraggiare questa industria, il governo di Seul ha avviato nel resto dell’Asia campagne di turismo medico: lo scorso anno questi turisti hanno generato, secondo la Korea Tourism Organization, quasi mezzo miliardo di dollari di entrate, tre volte l’ammontare realizzato nel 2009. Il governo stima che, nei prossimi quattro anni, potrebbero essere creati nel settore 20 mila posti di lavoro.

Bmw i3, un loft su 4 ruote. La casa tedesca vara la prima auto elettrica a marchio proprio

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Il cliente del futuro o, meglio, l’automobilista del futuro è già arrivato e avrebbe pure voglia di ripartire; il problema è che gli manca un’auto adatta per girare in città e che possa, in parallelo, percorrere lunghe distanze. Un modello che non dev’essere uno status symbol ma lo distingua comunque dalla massa per design. E ancora che sia ecologico e connesso via web a tutti i servizi online cui è abituato. Un po’ come se il guidatore fosse sempre seduto sul divano di casa mentre ascolta musica e, per esempio, s’informa sul traffico prima di partire. Per soddisfare queste esigenze, allora, Bmw ha deciso di lanciare il suo primo modello di vettura elettrica col proprio marchio: la Bmw i3 (nella foto) che arriva dopo il varo della Mini elettrica nel 2008.

Ragionieri, c’è la riforma

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Ok alla riforma previdenziale dei ragionieri, che in futuro pagheranno contributi più cari e andranno in pensione più tardi. I ministeri vigilanti (Lavoro ed Economia) hanno infatti comunicato ieri all’ente guidato da Paolo Saltarelli di aver dato il via libera definitivo alle misure. Dunque da quest’anno l’aliquota soggettiva minima da pagare sui redditi professionali sale dall’8 al 10% e crescerà di un punto percentuale fino al 2018 quando si stabilizzerà al 15%. Mentre per accedere alla pensione di vecchiaia non basteranno più 65 anni ma ce ne vorranno 68 e almeno 40 anni di contribuzione effettiva. Ancora, per chi è già in pensione nel triennio 2014-2016 scatterà il contributo di solidarietà (dall’1 al 5%).Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale si concluderà quindi una vicenda che va avanti da oltre un anno. La legge Fornero 214/2011, chiedendo a tutti gli istituti pensionistici di garantire una sostenibilità a 50 anni, ha imposto delle riforme incisive a quelle casse di vecchia generazione da approvare entro il 30 settembre 2012.