18 Aprile 2024, giovedì
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Scozia, verso il referendum per tagliare la corda

Il confronto definitivo sullo status costituzionale della Scozia all’interno del Regno Unito sarebbe stata solo una questione di tempo. Questo almeno quello che si pensava quando, dopo una pausa di quasi trecento anni, nel 1999 è stato riaperto il Parlamento di Edimburgo. Il trionfo del Partito nazionale scozzese (Scottish national party, Snp) – che alle elezioni del 2011, per la prima volta, conquistò inaspettatamente una posizione di maggioranza assoluta a Edimburgo – ha aperto la strada al referendum sull’indipendenza lungamente promesso da quel partito.

Da allora, il dibattito tra i sostenitori del Snp e quelli – laburisti, liberali e conservatori – determinati a mantenere lo status quo è stato sempre più fervido. Ogni settimana qualche personaggio pubblico interviene per alzare la temperatura della battaglia.

Petrolio
Tre pesanti fattori hanno prodotto nel tempo la situazione attuale. Come tutte le nazioni occidentali, la Gran Bretagna è entrata in una sofferta crisi d’identità con l’avvento della globalizzazione e la fine della Guerra fredda. Nel caso britannico, ciò ha coinvolto l’eredità di Margaret Thatcher e la sempre più marcata finanziarizzazione dell’economia nazionale, ma ha anche messo in crisi il senso di appartenenza culturale dei vari componenti dell’Unione: nord-irlandesi, gallesi e poi scozzesi.

Il ruolo del petrolio del nord – tutto in acque scozzesi – nel sostenere le fragili finanze nazionali ha provocato un particolare senso di frustrazione. La Gran Bretagna, dicono i nazionalisti, è insieme all’Iraq, l’unica nazione produttrice di petrolio al mondo che non ha costituito un fondo permanente di risparmio da questi introiti per garantire la propria stabilità e un futuro di rinnovamento.

Laburisti in crisi
Il secondo fattore che spinge le fortune dei nazionalisti è il tramonto in Scozia dei partiti che hanno tradizionalmente dominato la scena nazionale a Westminster. I conservatori scozzesi non si sono mai ripresi dall’epoca della Lady di ferro, universalmente detestata al nord del Vallo di Adriano. Dalle elezioni generali del 2001 in poi, il partito ha un solo deputato scozzese a Londra, ma l’epoca di Tony Blair e di Gordon Brown non ha favorito nemmeno i laburisti.

Il laburismo ha per decenni egemonizzato la Scozia, forte del suo controllo permanente di Glasgow e di altre città delle vecchie zone industriali. Senza il voto laburista scozzese il partito non potrebbe mai raggiungere una maggioranza a Londra. Ma come sempre, una tale permanenza al potere produce inevitabilmente introversione, cinismo e corruzione, e le ondate innovative di Blair sembrano aver toccato ben poco il laburismo scozzese, protetto anche dallo scozzessismo di Gordon Brown.

Le squallide vicende degli ultimi mesi ruotando attorno a scambi di voti, oscuri manovre da parte del sindacato per favorire questo o quell’altro candidato parlamentare, e la quasi distruzione di un grande impianto petrolchimico a Grangemouth, vicino ad Edimburgo per via di una manovra sindacale andata malissimo. Tutto ciò non ha fatto altro che migliorare le chance dei nazionalisti.

Referendum
Il 26 novembre, il partito di Salmond produrrà la sua dichiarazione programmatica sul futuro della Scozia. Nonostante lo straordinario senso di fiducia dimostrato dal recente congresso nazionale, il partito nazionale scozzese non può illudersi. In vista del referendum sull’indipendenza della Scozia previsto per il prossimo settembre, i sondaggi non hanno mai registrato una quota di favorevoli superiore al 36%. Molto dipenderà anche dalla formulazione del quesito.

Se il fronte del sì incassasse un buon risultato, anche se non vincente, Londra sarebbe costretta a fare altre concessioni lunga la strada della devolution. Altrimenti Salmond e suoi saranno umiliati: anche in questo settore la storia dimostra che un governo ipercentralizzato come quello di Londra non prende prigionieri.

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