30 Ottobre 2026, venerdì
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Sardegna. La signora che costruì sul fiume: “Risarcitemi”. Olbia, 21 condoni

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Sardegna. La signora che costruì sul fiume: “Risarcitemi”. Olbia, 21 condoni. In Via Lazio, ad Olbia, è venuto giù tutto, la marea d’acqua ha distrutto tutto quello che incontrava al suo passaggio. E’ qui, fra i detriti e le macerie, che si aggirava ieri il sindaco Gianni Giovannelli quando una signora gli ha urlato contro con rabbia: “Adesso chi li paga questi danni?” Giovannelli le ha risposto con calma che proprio lì dove c’era la sua casa esisteva da sempre un alveo del fiume, non era il caso di avanzare richieste. “Certo che avanzo, siete voi che non mi avete impedito di costruire” è stata la replica immediata della signora.
L’episodio (Corriere della Sera) uno dei tanti nelle cronache sul disastro sardo, racconta meglio di ogni altra considerazione sull’impatto ambientale della speculazione edilizia, la generale dissociazione mentale di chi pretende risarcimenti anche quando è responsabile di palesi violazioni delle regole, delle leggi. Tanto poi c’è sempre una sanatoria, un condono all’orizzonte. Proprio come a Olbia. Spiega Ivana Russo della Protezione Civile: “Abbiamo le mani legate perché la gente ha pagato gli oneri di urbanizzazione e ora è a posto per la legge. Nonostante le case siano costruite a 15 metri dai canali, sopra i letti dei fiumi, in punti dove sono secoli che esondano i torrenti, sono in regola. Per noi, che si allaghi tutto in caso di pioggia, è ordinaria amministrazione”.
Solo ad Olbia in meno di 40 anni ci sono stati 21 “piani di risanamento”, eufemismo drammatico viste le conseguenze, in pratica 21 sanatorie. L’intera città è stata costruita abusivamente, l’antico borgo marinaro doveva diventare una piccola metropoli turistica. Più del ciclone Cleopatra, poté l’amministrazione Nizzi, il sindaco scelto da Berlusconi nel ’97, uno dei tanti medici promossi politici (il suo primo incarico fu una visita a Villa Certosa per curare Mamma Rosa). Un vero e proprio “cementificatore”, del resto in linea con il trend italiano. Sergio Rizzo riporta sul Corriere della Sera le conclusioni di uno studio di Legambiente sulla crescita indiscriminata nel nostro Paese nel consumo di suolo.

Ruby, motivazioni: “Berlusconi pagava il sesso, sapeva che era minorenne”

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Ruby, motivazioni: “Berlusconi pagava il sesso, sapeva che era minorenne”. Descritto dai giudici come il “regista del bunga bunga”, Silvio Berlusconi fece sesso con Ruby in cambio di denaro e lei era minorenne all’epoca dei fatti”. Queste le motivazioni della sentenza di condanna per Silvio Berlusconi nel processo Ruby che sono trapelate su Repubblica. Ma leggere il resto delle motivazioni, depositate dai giudici la mattina del 21 novembre non sarà facile per i giornalisti, a cui il giudice Giulia Turri ha negato l’autorizzazione ad estrarne una copia.
I sette anni comminati dal Tribunale di Milano per i reati di concussione e prostituzione minorile si spiegano, secondo i giudici, con le prove che documentano i passaggi di denaro in cambio di sesso. Ruby era inserita nel “collaudato circuito prostitutivo di Arcore”. Berlusconi corrompeva i testimoni: ha una “capacità a delinquere (…) consistita nell’attività sistematica di inquinamento probatorio a partire dal 6 ottobre 2010 attuata anche corrispondendo” a Ruby “e ad alcune testimoni ingenti somme di denaro”, scrivono i giudici.
Quanto alla concussione, il Tribunale ha ritenuto sproporzionato il rapporto “tra l’intensità e la costrizione, proveniente dalla seconda carica istituzionale dello Stato, rispetto allo scopo avuto di mira, nel caso di specie il rilascio di una prostituta di 17 anni”.
Giulia Turri, presidente del collegio della quarta sezione penale di Milano, non ha autorizzato i cronisti che lavorano nel Palazzo di Giustizia di Milano ad estrarre copia delle motivazioni.

Catapano Giuseppe Presenta il libro al Parlamento Europeo

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roma4– Dott. Catapano lei insieme all’avvocato tarantino Michele Imeprio ha scritto un libro dal titolo “Come risanare il denbito pubblico senza chiedere un euro ai cittadini”. Ci può dire per brevi linee come si può arrivare a un risultato così clamorso?

Le nostre proposte sono sicuramente originali ma al tempo stesso sono proposte semplici per non dire banali. Noi in pratica proponiamo di applicare anche ad alcune regioni e località italiane di aprticolareprtgio, potenzialmente piùricche delle altre l’istituto giuridico della cessione temporanea della sovranità di un terriotrioper un periodo limitato di tempo (noi diciamo 40-50 anni) così come fu fatto per la città di Honk Kong nel 1898 allorchè la sovranità della città di Honk Kong fu ceduta per cento anni dalla Cina alla Gran Bretagna. In realtà quella cessione fu una finzione giuridica. In pratica per cento anni Honh Kong è diventata indipendente e dopo cento anni è tornata a essere una città della Cina. Però in questi cento anni Honk Kong grazie al suo estraniarsi dalla deriva comunista e grazie alla sua indipendenza ha ulteriormente incrementato la sua prosperità, sino a diventare oggi una delle città più ricche del mondo. Ecco noi proponiamaodi fare la stessa cosa per regioni come il Piemonte ela Lombarida (che ci appaino due potenziali Svizzere), per il Triveneto (che ci appare una potenziale Austria) per la Lucania (regione ricchissima di petrolio) per la Romagna unita a San Marino (regioni leaders mondiali per il turismo e per il settote bancario)  più altre località (come potrebbero essere Portofino in Liguria l’isola d’Elba l’acrcipelago ischitano, unalocalità del labo di Garda) da affidare per 40-50 anni a discendeti di case reali senza trono onde fare di quei territori del principati a immagine e somiglianza del principato di Montecarlo. Al termine dei 40-50 anni bisognerebbe poi valutare se rinnovare le convenzioni o stabilire il rientro in Italia di questi teritori comesi è fatto per Honkkong che – come ho detto –  è rientrata sotto la sovrantità cinese.

– E in che maniera queste cessioni di sovranità possono influireroma 5 sul  debito pubblico?

I nuovi stati nascerebbero a debito zero, dovrebbero fondare una propria banca centrale, cedere le azionidi questa nuova banca centrale in cambio di risorse. Queste nuove banche centrali a loro volta potrebbero coniare nuova moneta, i nuovi Stati potrebbero applicarsi il fisco fderale e quindi abbassare la pressione fiscale e quindi ancora generare in quei territori un nuovo miracolo economico simile a quello degli anni 60. E questo miracolo economico farebbe da locomotiva rispetto all’economia dei territori circostanti. Aumenterbbe quindi il p.i.l. e tornerebbe la crescita.

– Va bene ma il debito publico?

Il debito pubblico come lei sa ha due problemi: un problema di contenimento e un problema di abbattimento. I nuovi Stati che nascerebbero a debito zero si potrebbero accollare lil rinnovo del debito pubblico nazionale fino a unaconcorrenza del 60% del loro debito sul loro p.i.l.(cioè fino a quando il loro debito sul p.i.l.raggiunge il valore del 60%) spuntando così dal mercato tassi di interresse notevolmente più bassi di quelli che noi adesso  stiamo pagando (4,30%). Questi tassi applicati a una sorte capitale di duemila miliardi di euro diventano quasi ottanta miliardi di euro l’anno che attualmente non stiamo pagando e che quindi portano a una uklteriore crescita del debito pubblico. In più i Nuovi Stati sgraverebbero il resto della nazione dal pagamento di questi tassi di interesse (ottanta miliardi di euro annui su una spesa pubblica complessiva di 800 miliardi di euro l’anno) e questo porterebbe da un abassamento della pressione fiuscale(che è oggi per le imprese italiane del 68% e epr i consumatori del 44% ) su tutto il territorio nazionale.

– Quindi lei dice che ci sarebbe la soluzione del contenimento del debitopublico. Il debito pubblico quanto meno non crescerebbe più perché pagheremmo un tasso di interesse più basso sul debito pregresso. Ma quanto al problema dell’abbattimento del debito che cosa cambierebbe?

roma7Quanto al problema dell’abbattimento del debito pubblico innanzitutto è chiaro che se io fondo nuove banche centrali private, le azioni di queste nuova banche centreli vanno cedute. E le risorse che si ricavano dalle cessioni delle azioni di qeuste nuove banche centrali private sarebbero dell’ordine di varie centinaia di miliardi di euro perché oggi la partecipazione azionaria a unabanca centrale abilitata a fare una politica monetaria espansiva (cioè a fabbricare nuovo denaro) costituisce ancora oggi il primo business del pianeta. Mi spiego con un esempio: se la nuova Banca Cenrale della Lombardia vieneautoirzzata a praticare una politica monetaria espansiva dell’ordine di due miliardi di euro al mese ( tenga presente che in questo momento gli Stati Uniti stanno fabbricando ottantasette miliarid di dollari al mese) ilbussines che se ne ricaverebbe in quaranta anni è di circa mille miliardi di euro. Nulla toglie allo Stato di pretendere 500 milioni di euro per esso Stato e quindi di abbassare il debito publicoin proporzione Ciò significa che il nostro debito pubblico da 2.000 miliardi di euro solo per qeuta operazione passerebbe di colpo a 1.500 miliardi di euro senza chiedere nulla ai cittadini. E’ chiaro che nessuna banca è in grado di anticipare queste somme ma riconvertendo le cedole del debito pubblicoi nazionale con azioni di qeuste nuove banche centrali l’operazione diventa possibile.

– Ma lei crede che veramente siano possibliqeuste operazioni? Cioè non le sembra che la Lombardia che diviene indipendente per quaranta anni e fondi una sua Banca Cntralke distinta dalla BCE sia un miraggio o un sogno più che una realizzazione possible?.

Io ritengo con Dante Alighieri che tutto si puote ciò che si vuole.,Ma se lei vuole considerare queste proposte come delle provocazioni faccia pure. La realtà è che però si deve fare assolutamente qualcosa per invertire la tendenza cioè per contenere e per abbattere questi mostruosi debiti pubblici di Portogallo Spagna Italia Grecia e Cipro, che non possono essere pagati dai cittadini. I cittadini non sono in grado da soli di rientrare da questi debiti che – questo bisogna dirlo – si sono creati proprio in conseguenza dell’adozione dell’euro.Noi italiani prima di entrare nell’euro avevamo 700 miliardi di debito Oggi, dopo tredici anni di adozione dell’euro, ne abbiamo duemila. Questo vorrà pure significare qualcosa.

– Quindi mi sembra di capire che lei è uno di quelli che considera storicamente l’ingresso nell’euro un passo negativo un passo che non bisognava fare, e che gicchè si è fatto – sbagliando – ora va revocato. Quindi l’Italia va fatta uscire dall’euro e fatta rienetrare nella sua moneta originaria, la lira.

Io non sono assolutamente di qeusta opinione. Anzi. Considero il ritorno alla lira un passo ancronistico e negativo. Purtroppo l’euro è stato gestito male da un asse franco-germanico con la copertura americana che ha pensato più all’interesse di qeusti tre paesi (Francia, Germania, Stati Uniti) che non all’interesse genraledell ‘intero continente e oserei dire anche dell’intero pianeta. E credo anche che questa visione veritiistica dell’Europa di Francia e Germania impedisca un processo di formazione degli Stati Uniti d’Europa simile a quello che fu – a suo tempo –lil processo di formazione degli Sati Uniti d’America. In America alcuni stati del Sud come il Texas e la Florida erano più ricchi (ma non di tanto) di quelli del Nord, cioè le disomogeneità economiche erano minori e più equamante distribuite fra Nord e Sud e il ceppo etnico fondante dell’Unione era quello inglese –irlandese al quale la altre minoranze si sono mano mano amalgamate. In Europa invece il dominio franco-tedesco e poi solo tedesco che si è venuto mano a mano affermando  portando avanti alcuni ideali pangermanisti che erano anche di Hitler  ha rovinato per sempre il progetto. Però alcune idee che hanno generato l’Unione Europea erano e sono tuttora valide. Se prima della globalizzazione il mercato era fatto da seicento milioni di persone e quindi i 60 milioni di italiani rappresentavano un decimio di quel mercato, oggi il mercato è composto da sei miliardi di perone e quindi 60 milioni di italiani non possono autorappesentarsi da soli. Inoltre l’idea di ridurre le duistanzeeconomcihe fra regioni eurpopee ricche e regioni eurpee più povere attraverso i fondi strutturali resta tuttora un’idea encomiabile e apprezzabilissima. Pertanto io mi sentivo e mi sento ancora un europiesta convinto ma al tempo sìtesso penso che bisogna pensare a forme nuove diverse di aggregazione europea e che bisogna superare l’idea dell’aggregazione unica.

 – Cioè si spieghi meglio.

Penso che un’unica Unione eurpoeaormai, per gli errori comessi, è diventata irrealizzabile, soprattutto per l’atteggiamento prevaricante della Germania, e – in parte – anche della Francia e degli Stati Uniti che hanno sponsorizzato il progetto.E penso che bisogna ora fondare (prijmamche sia troppo tardi e che si genri un processo disordinato di ritorno alle monete di Stato e non di sistema) almeno cinque più ridotte unioni europee e precisamente un ‘Europa anglofona con una sola moneta di sistema (la sterlina che peraltro è rimasta) che coinvolga la Gran Bretagna l’Irlanda e nel caso l’Islanda, un’Eurpoa scandinava con una moneta unica di sistema (la corona che anch’essa è rimasta) che coinvolga Svezia, Danimarca e Finlandia (e la Norvegia se vuole entrare) una Europa francofona con una sola moneta di sistema che coinvoga Francia Beligio e eventualmente Lussemburgo) una Eupopa germanica con una sola moneta di sistema (l’euro A) che coinvolga la Germania, l’Austria, la Polonia, l’Olanda la Croazia e la Slovenia e insomma tuti i paesi germanici) e infine un’Europa latino-mediteranea con una sola moneta di sistema (l’euro B) che coinvolga il Portogallo, la Spagna, l’Italia, La Grecia e l’isola di Cipro (e la Svizzera se vuole entrare). Se poi si vuolecontinuare con i fondi strtuturali da far gestire da un’unica sede questo ben venga. Peraltro faccio osservare che la capitale di questa nuova ipotetica Unione eurpoea latino-mediteranea sarebbe naturalmente Napoli. Roma come capitale d’Italia e del cattolicesimo planetario ormai è satura.Milano potrebbe essere la capitale di un terriotrioprimetrato che fa una moneta forte colegata a questo euro B moneta debole. Se considera che a Bruxelles lavorano per l’Unione Europea 30 mila persone, spacchettando l’Europa in qeusta maniera a Napoli ci sarebbero sei mila nuove assunzioni. Se poi nell’arcipelago ischitano facessimo un principatocomeilPrincipato di Montecarlo almeno noi napoletani avremmo risolto tutti i problemi.

– Ma perché lei dice che se si facesse un principato dell’arcipelago ischitano il turismo a Ischia a Capri e aProcida si incrementerebbe?

Guardi che cosa ha di meno Capri in termini de bellezze paesagistichee naturali rispetto Montecarlo? Forse ha meno campi da golf, meno campi da tennis meno porticcioli, non ha scale mobili all’aperto o marciapiedi di marmo. Ma qeuste cose si posono fare. I soldi si trovano. Se non ci sono si fabbricano con lanuoiva banca centrale di Ischia e Capri. Il problema è il sindaco. A Capri il sindaco è un avvocato o un medico, sicuramente un abrava persona il quale ha una sua modesta residenza e non è sempre lui il sindaco. Cambia continuamente. A Montecarlo iinvecel sindaco è il re. E’ sempre la stessa eprsopna può fare i casinò, può fare feste regali nella sua residenza regale in cui può invitare l’elite finanziaria del pianeta,. Chi va in vancanza a Montecarlo ha quindi la possiblità di entrare in contatto con il mondo che conta, stringere realzioni importanti e fare nuovi vantaggiosi affari. Al seguito di queste persone vanno in vacanza a Montecarlo gli attori, le attraici ele persone famose. Questo genra ulteriore aattrazione. Il problema però è che questo lo hanno ben capito anche i principi arabi di Abu Dabi di Dubai del Bahreim e fra poco quelli dedll’Oman. C’è ilrischio che come i cinesi e gli indiani ci hanno soffiato tutteleproduzioni a basea tecnologia, gliarabi ora ci soffino tutto il turismo d’lelite, che è quello che porta le ver r isorse.  Però se anche noi dessimo più potere ai nostri principi con delle cessioni temporanee di sovranità.

– E a chi penserebbe lei come possvbile principe di Ischia e di Capri?

Guardi, il principe Williams è già impegnato per il Regno della Gran Bretagna. Penso che convincere il principe Henry a trasferirsi per iquattro mesi estivi a Carpi non sia impossible. Poi proporrei a Briatore di far giocare il Quens Park Rengerrs, la sua squadsra inglese, a Ischia invece che a Londra. Lo stadio c’è già. Lui prenderebbe i ricchi diritti televisivi per il calcio inglese serale (che a questo punto potrebbe fare solo lui) e Ischia destagionalizzerebbe il turismo estivo per lo meno per quelle domeniche in cui ospita il QuensParKRengers che gioca con il Liverpool, o con le suqadre di Manchester o di Londra (ArsenalChelsee ecc. ecc.). Come si dice:. Da cosa nasce cosa e i soldi portano semprre altri soldi.

La triste storia della Dema Impianti di Altmura, arriva ora in Parlamento

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2010-07-19_1647Il deputato pugliese Giuseppe L’Abbate (M5S) interroga i ministri Zanonato, Giovannini e Saccomanni sulle vicende della Cittadella dell’Economia di Foggia che hanno coinvolto e travolto la ditta altamurana a causa del fallimento del CAT, della galassia Lega Coop

 

È nel lontano dicembre 2007 che la Regione Puglia delibera l’accordo di programma per la realizzazione del “Polo Integrato per lo Sviluppo Economico”, utilizzando i fondi FAS per un contenitore di risorse pari a circa 50 milioni di euro. Il tutto doveva esser pronto entro fine 2011: siamo a fine 2013 ma la “Cittadella dell’Economia”, la nuova sede della Camera di Commercio di Foggia nei pressi dell’Ente Fiera cittadino, non ha ancora aperto i battenti. Intanto, il CAT, consorziato con il CCC (consorzio edile della galassia della Lega Coop) assegnatario dei lavori impiantistici ha dichiarato il fallimento, trascinando con sé l’azienda di Altamura “Dema Impianti S.r.l.” costretta oggi a licenziare i propri dipendenti e arrivata sull’orlo del dissesto. Una vicenda intricata, dai contorni pochi chiari e su cui è giunto il momento di far luce: almeno secondo il deputato pugliese del MoVimento 5 Stelle Giuseppe L’Abbate che ha presentato una interrogazione parlamentare al Ministro dello Sviluppo Economico Zanonato, al Ministero del Lavoro Giovannini ed al Ministero dell’Economia Saccomanni.

 

“La Capitanata continua ad essere terra di conquista per chi vuol fare affari senza essere controllato e senza portare a termine i progetti –  dichiara il deputato M5S Giuseppe L’Abbate – Non potevamo rimanere inermi dinanzi all’ennesima triste storia della nostra terra dove la piccola-media impresa viene “sacrificata” sull’altare di non si sa quale accordi o compromessi, nel menefreghismo generale della classe politica pugliese che preferisce non dare risposte. La storia della Dema è quella della miriade di aziende familiari italiane che, nonostante l’onestà, il duro lavoro, il sacrificio vede vanificati i propri sforzi dai soliti interessi. Per questo, con una Cittadella dell’Economia che non ha ancora aperto i battenti, a più di tre anni dall’inizio dei lavori, abbiamo chiesto al Ministro Zanonato di far chiarezza, alla luce dei corposi fondi statali utilizzati per costruirla. Il nostro intento, però – conclude Giuseppe L’Abbate – è che vicende del genere non capitino più: per questo stiamo sia lavorando dal punto di vista normativo sia abbiamo richiesto al Governo di assumere iniziative per evitare nuovi casi”. 

 

Le vicissitudini della Dema Impianti S.r.l., piccola azienda altamurana composta da 16 dipendenti, iniziano nel 2008, quando la Camera di Commercio di Foggia indice un bando di gara di circa € 22 Mln per la realizzazione della “Cittadella dell’Economia di Capitanata”, la sua nuova sede. La gara viene vinta dal Consorzio CCC di Bologna, il quale concorre in fase di gara per i lavori edili OG1 per la ditta “Mucafer Scarl” di Manfredonia (Foggia) e tutti i lavori di OS28 ed OS30 per il “CAT Consorzio Alta Tecnologia soc. coop. cons.” di Ravenna. Nel marzo 2010, la Dema, non è ancora una consorziata, viene contattata dal CAT per il tramite di un suo responsabile, per formulare un’offerta per i lavori categoria OS28 da realizzare presso il cantiere della “Cittadella dell’Economia” che la stessa, puntualmente, produce sulla scorta del progetto di gara e del computo metrico ricevuto dal CAT. La Dema, però, è per forza di cose costretta ad aderire al CAT consorziandosi ma, non appena formalizza la propria adesione, vede subito modificarsi il progetto di gara, con una mole di lavoro maggiore. La societ à, però, non si perde d’animo e continua ad operare nel cantiere portando avanti i propri compiti. Ma, ad un certo punto, i pagamenti da parte del CAT si interrompono, la Dema informa l’ente della situazione, ma non accade nulla: comincia così una lunga diatriba sino all’estromissione dai lavori della società altamurana il 23 ottobre del 2012, con la stessa costretta a dover mettere in cassa integrazione ordinaria tutti i dipendenti, nonostante le opere presso la “Cittadella dell’Economia ” non siano ancora concluse. Come un masso, cala dall’alto, il 3 aprile del 2013 la sentenza n. 19 del tribunale civile di Ravenna che dichiara il fallimento del CAT consorzio cooperativo e senza fini di speculazione privata (come da articoli statutari), che mette in seria crisi la stessa Dema, costretta oggi a licenziare gli operai ed a ritrovarsi praticamente in una condizione fallimentare. Numerosi gli appelli della proprietà della società altamurana ai media, che si occupano del caso, e alle istituzioni che, però, non ottengono risposta. Come nel silenzio sono piombati sia l’interrogazione del 29 luglio scorso del consigliere regionale di SEL Michele Ventricelli al suo stesso governatore Nichi Vendola, sia i comunicati del collega Giacinto Forte. Ora, con l’interrogazione di Giuseppe L’Abbate (M5S) la parola passa al Governo Letta che, a distanza di molti anni dall’indizione della gara per la realizzazione del Polo integrato per lo sviluppo economico e della Cittadella dell’Economia, deve far luce sulle relative opere non ancora completate, nonostante l’erogazione di cospicui fondi statali, per evitare l’ingiustificato dissesto dell’ennesima piccola-media impresa italiana.

Trasmesso e pubblicato

Ufficio Stampa

On. Giuseppe L’Abbate

 

Il Digital Symposium torna a Bari!

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ds2013

Venerdì 22 novembre 2013

Non importa chi sei, importa cosa vuoi raccontare.
Che tu sia fotografo, videografo o cineasta, è una giornata per professionisti.

Il mercato dell’immagine è in continuo fermento, miliardi di fotografie si muovono ogni giorno.

Nuovi formati e nuove tecnologie si affacciano all’orizzonte, risoluzioni sempre più incredibili all’interno di macchine fotografiche e da presa, televisori e smartphone.

Ma siamo pronti per tutto questo? Di cosa realmente abbiamo bisogno per lavorare e competere?

Facciamo ordine, allontaniamoci per un giorno dalla tecnologia e riprendiamo in mano i fondamentali del linguaggio, della narrazione e del gusto.

La partecipazione all’evento di venerdì 22 novembre è gratuita ma necessita di registrazione e ricezione della conferma, i posti sono limitati!

Tutti i partecipanti riceveranno un codice-promozione per 24 ore di accesso gratuito alla Libreria di Videocorsi Teacher-in-a-Box.

Programma:

Ore 10.00 – 11.30
Percezione e teoria del colore nel video e nella fotografia
Cosa vedono gli occhi e cosa percepisce il cervello
Color Correction vs Color Grading e qualità nel video
Strumenti per l’analisi dell’immagine in fase di ripresa e post produzione

Canon Professional Service
Configurare al meglio la propria reflex per ottenere immagini migliori in post produzione foto e video

Ore 11.30 – 13.15
Wedding Innovation
“L’alta competitività nel settore obbliga i professionisti a distinguersi dal panorama dell’offerta tramite una forte identità fotografica e con il supporto di strategie comunicative vincenti. Esempi e suggerimenti per migliorarsi e ampliare il proprio campo di azione”.

Ore 13.00 – 14.00
Nell’area Touch & Try saranno in mostra le ultime novità del catalogo Digital Imaging di Canon EOS, Print e Cinema e la possibilità di parlare con personale esperto e ricevere consigli e spiegazioni tecniche.

Ore 14.00 – 16.30
Strumenti nel video, per raccontare una storia grazie al colore
L’importanza del contrasto e della correzione colore
Uniformare due clip
Conoscere i picture Style – Standard vs Neutro vs Techicolor

Canon Professional Services
Line Up, da Foto/Movie al Cinema

Ore 16.30 – 18.00
Marketing per fotografi di matrimonio intraprendenti. Passato e futuro dello studio fotografico e come veniamo visti dall’esterno (ed è quasi solo colpa nostra). Capire cosa deve essere la fotografia professionale. Oggi.
Vendiamo immagini, ma non di noi stessi. Raccontare una storia: come?
Innovazione e idee per la fotografia di matrimonio. Scoprirsi super esperti senza saperlo (con strumenti che abbiamo già)

Corna di rinoceronte, la nuova droga del mercato nero mondiale

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Più della cocaina, da sempre regina dei traffici illeciti di tutto il pianeta. Il corno di rinoceronte al mercato nero costa 95 mila dollari al chilo, contro i 91.600 della polvere bianca. Ciò significa che ogni esemplare ha un potenziale valore che va dai 750 mila al milione di dollari. Un business che sta assumendo dimensioni allarmanti. A farne le spese, i poveri rinoceronti africani, minacciati già da anni dai bracconieri; a giovarne, invece, ricchi uomini d’affari cinesi e vietnamiti disposti a pagare oro per le presunte proprietà curative dell’estremità di questo animale.

 

Un destino terribile Il giro d’affari è impressionante, e ha inizio dalle immense distese di Sudafrica, Namibia, Kenya e Mozambico, dove i rinoceronti condividono il triste destino assieme a decine di elefanti, cacciati questi ultimi per il prezioso avorio delle loro zanne. Nonostante i numerosi arresti e la sorveglianza delle autorità locali nelle aree più a rischio, i bracconieri riescono ancora ad agire in maniera massiccia, come dimostrano i dati diffusi dal ministero dell’Ambiente sudafricano: quasi 900 i rinoceronti uccisi dall’inizio del 2013, di cui 825 solamente in Sudafrica, su una popolazione di appena 25 mila animali. Alcuni vengono ammazzati all’istante, altri affogati, alcuni addirittura menomati brutalmente e lasciati morire in agonia. Una spietatezza di cui solo l’uomo è capace.
Identikit della “clientela” Le destinazioni delle corna sono varie, ma il mercato con più “richiesta” è quello del sudest asiatico, dove si crede che l’oggetto (che è poi costituito da semplice cheratina, la sostanza di capelli e unghie) possa essere ingrediente di miracolosi rimedi contro impotenza, influenza, malanni vari, ubriachezza e perfino tumori. In Vietnam, inoltre, avere un corno di rinoceronte in casa significa prestigio e livello alto nella scala sociale: «I clienti di questo gigantesco mercato illegale sono persone ricche e benestanti – ha spiegato un coordinatore del Wwf Sudafrica – persone viste come influenti all’interno della società vietnamita, e che comprano sapendo di fare una cosa illegale». Secondo un sondaggio commissionato dall’associazione ambientalista, nel 2013 sono stati individuati oltre 700 corni nelle sole città di Hanoi e Ho Chi Minh City, tutti regalati a parenti o colleghi autorevoli. Un dono ritenuto di grande rilievo; un nuovo status symbol, insomma.
Le misure contro il bracconaggio Di fronte ad un tale massacro, le autorità hanno previsto una serie di interventi, che fino ad adesso, però, non hanno prodotto i risultati sperati. Ambientalisti e governi stanno cercando di stringere accordi a tutela degli animali e di informare attraverso campagne pubblicitarie e contributi di testimonial d’eccezione. Sono state attuate anche misure come la microchippatura dei corni e collari-radio per i rinoceronti. Ma la mattanza continua: «Il Regno Unito sta inviando soldati delle forze speciali in Kenya – ha detto ai media Vincenzo D’Adamo, di Anpana (Associazione Nazionale Protezione Animali Natura Ambiente) – ma il tempo è poco. Il pericolo estinzione è dietro l’angolo. La popolazione del rinoceronte nero è ridotta del 90 per cento rispetto agli anni Sessanta; l’elefante africano, se non agiamo subito, sparirà nel giro di dieci anni».

Tumore polmone, terapia personalizzata la nuova arma contro il “big killer”

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Nel 2012 in Italia 39mila persone hanno scoperto di avere un tumore al polmone. Sempre nel 2012, 35mila sono state uccise da questo tumore, che nel campo dell’oncologia guadagna tristemente la definizione di “big killer”. Il tumore al polmone è infatti la prima causa di morte per cancro negli uomini e la seconda nelle donne, preceduto dal cancro al seno.
Un killer “silenzioso”, che deve le basse aspettative di vita all’assenza di sintomi, che comportano una diagnosi spesso. Poche dopo la diagnosi le possibilità di sopravvivenza, tanto che parlare del “big killer” è quasi un tabù. Ma una nuova strada si apre nella lotta al tumore grazie alla terapia personalizzata e ad un nuovo farmaco, il Crizotinib.
La ricerca sul tumore ha permesso di scoprire che il “big killer” da combattere non è uno solo, ma ogni tumore è diverso e legato alle caratteristiche genetiche del paziente. La nuova speranza con il Crizotinib, piccola molecola che inibisce un meccanismo vitale per la sopravvivenza delle cellule cancerose, permette infatti di combattere la malattia in quel 5% dei pazienti che soffrono di una particolare mutazione, la translocazione del gene Alk, per cui la chemioterapia risulta inefficace.
IL BIG KILLER SILENZIOSO – Tosse, influenza e difficoltà a respirare sono tra i sintomi subdoli, spesso confusi con semplici influenze o bronchiti, tanto che solo il 15% dei tumori al polmone viene diagnosticato nella fase iniziale della malattia. Proprio per la difficoltà di diagnosi spesso i tumori vengono scoperti quando ormai è troppo tardi per la rimozione chirurgica e perché il trattamento con chemioterapia e radioterapia diano risposte significative e solo 1 paziente su 10 sopravvive a 5 anni dalla diagnosi.
In genere il tumore si manifesta nei pazienti con età tra i 65 e i 70 anni, ma questa patologia è in crescita anche in persone tra i 40 e i 50 anni e soprattutto tra le donne, sia fumatrici che non. Andrea Ardizzoni, direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, spiega: “Il carcinoma polmonare è una malattia tipica dell’età avanzata: la diagnosi avviene di solito attorno ai 65-70 anni e a causa dell’invecchiamento della popolazione l’età alla diagnosi si sposta sempre più avanti negli anni. Grazie alla legge Sirchia abbiamo assistito ad una flessione annua (-2%/annuo) dei tumori polmonari negli uomini, mentre i nuovi casi sono in aumento tra le donne. Un fenomeno emergente è la comparsa di tumori polmonari tra le persone che non hanno mai fumato”.
TANTI DNA, TANTI TUMORI – Se fino a poco più di 10 anni fa si riteneva che il tumore al polmone fosse un’unica patologia, oggi la classificazione è più complessa: i tumori si dividono infatti in carcinoma a “non a piccole cellule”, che rappresenta il 75% dei casi clinici diagnosticati, e a “piccole cellule”, nel restante 15% dei casi.
Lucio Crinò, direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, spiega che l’adenocarcinoma rappresenta circa il 70% di tutti i tumori polmonari “non a piccole cellule e che la lotta al tumore al polmone passa anche dalle mutazioni geniche specifiche del paziente: “Nel 40% dei casi di adenocarcinoma non sono ancora state identificate mutazioni geniche specifiche, mentre in un 20-25% dei casi è presente la mutazione KRAS che è la più comune; il 10-15% di adenocarcinomi polmonari presenta la mutazione EGF”.
Tra le persone che si ammalano di tumore al polmone e che non hanno mai fumato è stata evidenziata una particolare mutazione genica, che non risponde efficacemente alla chemioterapia, spiega ancora Crinò: “Infine, esiste un altro 5-10% di adenocarcinomi con traslocazione del gene ALK che determina la produzione di una proteina attivante, una specifica tirosin-chinasi relativa all’oncogene ALK, che innesca la proliferazione cellulare”.
CRIZOTINIB E LA TERAPIA PERSONALIZZATA – Se per ogni tumore esiste una mutazione genica specifica, può esistere anche una terapia personalizzata: questo è il principio che guida la medicina moderna, non solo nel campo dei tumori ma anche nello studio di farmaci per differenti patologie come il diabete.
Nel caso del tumore al polmone la nuova speranza, che nasce dalla terapia personalizzata, è il Crizotinib. Si tratta di una piccola molecola in grado di bloccare il processo di tirosin-chinasi delle cellule cancerogene nei pazienti con translocazione del gene Alk. Il farmaco ha ottenuto durante la fase di studio una risposta del 60% nei pazienti rispetto alla chemioterapia, con risposte al massimo nel 30% dei casi.
L’efficacia del Crizotinib è stata da subito evidente, tanto che la Food and Drug Administration, Fda, ha approvato l’utilizzo del farmaco già dopo il primo trial clinico, spiega ancora Crinò: “Crizotinib è appunto l’unica terapia mirata per il recettore ALK attualmente disponibile: è stato registrato ed è in commercio con l’indicazione specifica in molti Paesi; in Italia al momento è disponibile attraverso i meccanismi previsti dalla legge 648. I benefici di questa molecola sono talmente importanti che lo studio di fase I è stato considerato sufficiente per l’approvazione e registrazione del farmaco da parte dell’FDA. Il profilo di tollerabilità è molto buono, modesti e transitori i disturbi collaterali”.

Importante è dunque un’informazione corretta ed esauriente, che ponga come terapie non solo la chemio, ma anche le terapie personalizzate, come quella del Crizotinib, che richiedono però test specifici dei marker biomolecolari, spiega la Novello: “Ogni volta che un paziente riceve la diagnosi di tumore polmonare, l’oncologo introdurre la tematica dei markers biomolecolari e delle rispettive terapie mirate. È importante che il paziente sappia che il test va eseguito quando effettivamente necessario, poiché per molte forme di tumore le probabilità che i test dei biomarcatori risultino positivi sono scarsissime”.
Nonostante la medicina personalizzata infatti limiti il campo di risposta e possa essere applicata in pochi casi, questo nuovo approccio terapeutico apre la strada a nuove terapie e rinnova la speranza di sconfiggere in futuro il silenzioso “big killer”, di cui nessuno volentieri parla ma che non può rimanere un tabù.

Cinque regole d’oro per proteggere il tuo smartphone dai ladri

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Lo dicono le statistiche: lo smartphone è l’oggetto più ambito dai ladri. Secondo una recente indagine del dipartimento di polizia della città di San Francisco, più del 50% dei furti segnalati nel 2012 ha avuto come oggetto un telefonino intelligente. Ed è tutto sommato facile capire il perché: lo smartphone è un oggetto piccolo e facile da sfilare (e da dimenticare), di grande valore e ampiamente rivendibile su eBay o su qualsiasi altro mercato dell’usato.
Il danno per il malcapitato di turno va al di là della perdita dell’oggetto fisico. Uno smartphone – per quanto costoso – non avrà mai il valore dei dati che racchiude: la rubrica dei contatti, il calendario, i messaggi, la cronologia del browser, le nostre applicazioni cloud e le foto dicono molto, se non tutto, della nostra vita e delle nostre abitudini. Ed è proprio qui che è necessario intervenire.
Qui di seguito le cinque regole base per proteggere – o comunque rendere più sicuri – i dati contenuti sul vostro telefono.
1. BLOCCA LO SCHERMO (E NON SOLO)
Per prima cosa imposta una lock-screen. Se possiedi un iPhone 5S e HTC One Max ti sarà più facile visto che disponi di un lettore di impronte digitali, ma attraverso una normalissima password o un codice gestuale puoi di fatto bloccare qualsiasi telefono, di qualsiasi marca. Esiste anche la possibilità di cancellare tutti i dati dopo un certo numero di tentativi andati a vuoto. Ovviamente valgono le solite regole sulla solidità dei codice: più una password è lunga e complessa più difficile sarà decifrarla. Una scocciatura? Sì, anche per i ladri.
2. UNA PASSWORD PER TUTTE LE APPLICAZIONI CHIAVE
Oltre ad impostare una lock screen principale è sempre buona norma utilizzare una password per ciascuna delle applicazioni sensibili presenti sullo smartphone. Questo perlopiù per due motivi: innanzitutto per bloccare tutte quelle applicazioni che possono funzionare anche con una lock-screen attivata (Siri, ad esempio); in secondo luogo per aumentare il livello di sicurezza di tutti i dati sensibili. Se ad esempio utilizzi un servizio cloud come Dropbox per salvare e sincronizzare i tuoi documenti di lavoro, ti conviene entrare nelle impostazioni e attivare un blocco passcode.
3. UTILIZZA GLI STRUMENTI DI CANCELLAZIONE A DISTANZA
Che il tuo telefono sia un iPhone, un cellulare Android o un Windows Phone ricordati che hai a disposizione degli utilissimi strumenti remote wiping (cancellazione remota) per rintracciare, monitorare ed eliminare i dati da remoto. Trova il mio iPhone è il papà di tutti questi applicativi: un software preinstallato (o scaricabile da App Store) che permette a tutti i possessori di iPhone (ma anche di iPad e iPod) di rintracciare (da PC, Mac o altro dispositivo iOS) dove si trova fisicamente il proprio dispositivo, di farlo squillare e all’occorrenza di bloccarlo o inizializzarlo (ovvero cancellare tutti i dati in esso presenti). Molto simili nel funzionamento sono Android Device Manager e Trova il mio telefono. Il primo, accessibile via Web da questo link , si rivolge agli utenti Android e permette di localizzare il telefono su Google Maps, nonché di bloccarlo e resettarlo. Il secondo fa sostanzialmente le stesse operazioni sui telefoni della scuderia Windows Phone: per accedervi da Web è sufficiente entrare nella homepage di Windows Phone e scorrere sul menu Esplora alla destra della pagina.
4. ATTENZIONE ALLE MEMORY CARD
Gli strumenti di remote wiping sono un ottimo deterrente contro il furto ma hanno due punti deboli: non funzionano se il telefono è spento (o comunque fuori da una copertura dati) e non permettono di gestire i dati contenuti nelle memory card. Se nel primo caso il problema è relativo (alla prima occasione in cui il ladro riaccenderà il terminale questo risulterà visibile), per quanto riguarda le schede di memodia c’è poco da fare. Si tratta infatti di supporti fisici che non possono essere né localizzati né cancellati da remoto. Meglio dunque pensare bene a ciò che si decide di salvarci sopra o quantomeno scaricare un programma (è il caso di File Hide Expert per Android) per impostare una password su cartelle predefinite.
5. SALVA IL TUO CODICE IMEI
Il cosiddetto IMEI è quel codice identificativo composto da 15 cifre che viene riportato nella confezione di vendita di ogni smartphone (ma è possibile ricavarlo anche digitando sul telefono la sequenza *#06#) attraverso cui l’utente può richiedere il blocco delle chiamate dal terminale rubato. Per farlo è sufficiente recarsi in un negozio di telefonia e fornire codice IMEI e carta di identità oppure inviare un fax al proprio operatore. Si tratta, è bene precisarlo, di un’opzione che può essere aggirata dai ladri più smaliziati. Ma, tant’è, quanto basta per mettere un altro bastone tra le ruote di chi vi ha sottratto il vostro prezioso alleato digitale.

La settimana della lingua italiana in Agenzia Tu

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Agenzia Tu UniCredit, la rete dedicata ai cittadini stranieri residenti in Italia, ha lanciato la settimana dell’italiano: un invito aperto a tutti i cittadini stranieri a recarsi nelle filiali dal 18 al 22 novembre per misurare il proprio livello di conoscenza della lingua italiana.

Agenzia Tu ha infatti istituito gratuitamente il test di accertamento delle competenze linguistiche livello A2: in mezzo’ora si simula la prova di esame necessaria per ottenere il permesso di soggiorno CE Soggiornanti di lungo periodo (in passato identificato quale Carta di Soggiorno).

«Una Banca che vuole essere vicina ai propri clienti non può limitarsi al solo aspetto finanziario ed economico. Noi di Agenzia Tu UniCredit lo sappiamo molto bene – afferma Cristina Proci, Responsabile Commerciale di Agenzia Tu UniCredit – sono 7 anni che lavoriamo per una piena integrazione dei cittadini stranieri all’interno della nostra società dove elemento fondante è la conoscenza della lingua italiana. Ringrazio il CTP di Modena che ci ha fornito i contenuti affinché tutto questo potesse essere realizzato».

Banca MPS regala Samsung ai nuovi clienti

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Tutti i nuovi clienti di Banca MPS che acquisteranno un Deposito a Tempo e il Conto Zip Plus o Top Plus, con un deposito minimo di 20mila euro, riceveranno un premio certo Samsung, a scelta tra il nuovo smartphone Galaxy Core e il tablet Tab 3.

L’offerta è valida fino al 31 dicembre per la sottoscrizione di un deposito a tempo vincolato a 18 mesi di almeno 20mila euro di importo e l’attivazione del conto corrente collegato “Conto Italiano Zip Plus” o del “Conto Italiano Personale Top Plus” (quest’ultimo riservato ai clienti della promozione finanziaria). Il deposito a tempo sarà regolato al tasso 2% annuo lordo ed il conto corrente sarà offerto con canone gratuito per i primi 6 mesi.

«Riteniamo sia un’iniziativa competitiva – spiega Lodovico Mazzolin, Responsabile di Area Retail BMPS – poiché a differenza di altri noi non finanziamo l’acquisto, ma regaliamo un tablet o smartphone a chi ci darà la fiducia apprezzando il conto deposito realizzato ad hoc e la nostra offerta complessiva multicanale. Siamo inoltre felici di utilizzare prodotti Samsung, leader mondiale nel mercato dell’elettronica di consumo, nel nostro intento di allargare la base clienti».