26 Ottobre 2026, lunedì
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Etna, la cenere ferma Catania: terzo giorno di stop ai voli

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La cenere dell’Etna continua a condizionare il traffico aereo siciliano. Per il terzo giorno consecutivo l’aeroporto internazionale Vincenzo Bellini di Catania resta fermo: sono sospesi tutti i voli in arrivo e in partenza a causa dell’emissione di cenere lavica dal vulcano.

Lo stop, inizialmente previsto fino a mezzogiorno di oggi, è stato prorogato fino alle 23.59. A determinare la nuova estensione della sospensione è la chiusura di due spazi aerei, il C1 e il B3, resa necessaria dalla presenza di materiale vulcanico nell’atmosfera.

La decisione continua così a pesare sulla programmazione dello scalo etneo, con possibili ripercussioni sui passeggeri e sull’operatività delle compagnie aeree. La Sac, società di gestione dell’aeroporto di Catania, ha invitato i viaggiatori a non recarsi in aeroporto senza aver prima verificato direttamente con la propria compagnia lo stato del volo.

L’evoluzione della situazione resta legata all’attività dell’Etna e alle condizioni degli spazi aerei interessati dalla nube di cenere. Fino alla riapertura delle aree interdette, dunque, il traffico sullo scalo rimane sospeso.

Rifiuta l’approccio sessuale, 20enne aggredita e quasi annegata nel fiume: arrestato un 38enne

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Una passeggiata lungo il fiume Pescia si è trasformata in una violenza brutale. Una donna di 20 anni è stata aggredita dopo aver respinto un approccio sessuale e, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, ha rischiato di essere annegata. A interrompere l’aggressione è stato un passante, che ha sentito le sue urla e ha chiamato il 112.

È accaduto nei giorni scorsi a Pescia, nel Pistoiese. La polizia ha arrestato un uomo di 38 anni, cittadino della Repubblica Dominicana residente a Montecatini Terme, ritenuto gravemente indiziato dei reati di tortura e tentata violenza sessuale. Il provvedimento è ora al vaglio dell’autorità giudiziaria e, come previsto per ogni persona sottoposta a indagine, la sua responsabilità dovrà essere accertata nelle sedi competenti.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, la giovane aveva accettato di incontrare il 38enne per trascorrere insieme alcune ore lungo gli argini del fiume. L’incontro, però, sarebbe rapidamente degenerato dopo il rifiuto della ragazza a un approccio sessuale.

Da quel momento, secondo gli elementi raccolti dalla polizia, sarebbe iniziata una lunga sequenza di violenze. L’uomo avrebbe spinto la giovane nell’acqua, sottoponendola a modalità di aggressione finalizzate a piegarne la resistenza fisica e psicologica. La violenza sarebbe poi continuata una volta tornati sulla riva.

La ragazza sarebbe stata colpita più volte alle gambe con una cintura e con alcune pietre. L’aggressore, inoltre, avrebbe utilizzato sigarette accese per provocarle ustioni sul volto. Una serie di condotte che, nella ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stata funzionale a sopraffare la vittima e a costringerla a subire un rapporto sessuale.

A cambiare il corso della vicenda è stata la presenza casuale di un passante. L’uomo ha udito le urla e la richiesta di aiuto della ventenne e ha immediatamente contattato il numero unico di emergenza. Quando sono arrivati i primi soccorsi, il 38enne si era già allontanato.

Gli investigatori del commissariato di Pescia sono però riusciti in breve tempo a risalire alla sua identità. L’uomo, secondo quanto riferito dalla polizia, aveva numerosi precedenti penali, anche per fatti specifici. È stato quindi rintracciato e arrestato sulla base dei gravi indizi di colpevolezza raccolti nell’indagine.

Il 38enne è stato trasferito nel carcere di Pistoia, a disposizione dell’autorità giudiziaria.

La giovane, nonostante le violenze subite, è stata soccorsa e sottoposta alle cure dei sanitari. Le lesioni riportate sono state giudicate guaribili in pochi giorni.

Resta, nell’intera vicenda, il ruolo decisivo del passante che ha sentito quelle urla e ha scelto di intervenire. Una telefonata al 112 ha interrotto un’aggressione che, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbe potuto avere conseguenze ancora più gravi.

Israele, gli avvertimenti dell’Egitto prima del 7 ottobre. Trump: «La guerra in Iran finirà presto»

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Le telefonate dal Cairo erano arrivate prima del 7 ottobre. Avvertimenti ripetuti, segnali considerati sufficientemente preoccupanti da spingere l’intelligence egiziana a mantenere aperto il canale con Gerusalemme. Secondo una ricostruzione del Wall Street Journal, l’ultimo contatto sarebbe avvenuto a ridosso dell’attacco, quando Abbas Kamel, allora a capo dell’intelligence egiziana, avrebbe telefonato direttamente all’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Il messaggio, secondo le fonti citate dal quotidiano americano, era ancora una volta legato alla possibilità di un’operazione imminente dalla Striscia di Gaza. Il Cairo, sempre secondo la ricostruzione, avrebbe trasmesso almeno tre avvertimenti, lanciati anche nei giorni immediatamente precedenti all’offensiva di Hamas. Una fonte riferisce che i contatti sarebbero proseguiti fino a quasi 48 ore prima del 7 ottobre 2023.

La rivelazione riporta al centro una delle questioni più controverse dopo l’attacco: quali informazioni fossero disponibili prima dell’offensiva e come vennero valutate dalle autorità israeliane. Il tema non riguarda soltanto la quantità degli avvertimenti ricevuti, ma soprattutto il modo in cui quei segnali furono interpretati all’interno dell’apparato di sicurezza. La ricostruzione del Wall Street Journal è ora ripresa con grande evidenza anche dai media israeliani.

Trump: «Credo che vinceremo presto la guerra in Iran»

Mentre il dossier sul 7 ottobre riaccende il dibattito sulle responsabilità e sulle informazioni disponibili alla vigilia dell’attacco, l’attenzione internazionale resta concentrata sul conflitto con l’Iran.

Donald Trump, intervistato da Fox News a margine della President’s Cup al Medinah Country Club, nell’area di Chicago, ha dichiarato di ritenere che gli Stati Uniti arriveranno rapidamente alla vittoria.

«Credo che vinceremo la guerra in Iran molto presto», ha affermato il presidente americano, collegando l’andamento del conflitto alla combinazione tra pressione economica e operazioni militari.

Trump ha inoltre previsto una diminuzione dei prezzi del petrolio una volta conclusa la guerra. Una previsione che lega direttamente la durata del conflitto alla stabilità dei mercati energetici, in una fase nella quale il controllo dello Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali nodi strategici dello scontro.

Teheran frena sulle trattative con Washington

Alle dichiarazioni di Trump non corrisponde, almeno per ora, la conferma iraniana di un nuovo round negoziale.

L’agenzia iraniana Fars, citando una fonte vicina al gruppo che conduce i negoziati, ha smentito che siano previsti nuovi colloqui indiretti tra Teheran e Washington durante la presenza della delegazione iraniana a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

«Non è previsto alcun colloquio», ha riferito la fonte, smentendo così le indiscrezioni secondo cui un nuovo ciclo di contatti sarebbe potuto partire proprio in queste ore.

La versione iraniana contrasta con quanto riferito nei giorni precedenti da Axios, secondo cui nuovi colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran avrebbero potuto prendere il via a New York. Il quadro resta dunque incerto, con dichiarazioni pubbliche che sembrano muoversi più rapidamente dei canali diplomatici.

La partita sul nucleare e la corsa contro il tempo

Dietro l’ipotesi di un cessate il fuoco resta soprattutto la questione nucleare. Secondo il Wall Street Journal, i mediatori impegnati nel tentativo di riaprire un canale tra Stati Uniti e Iran stanno esercitando pressioni su Teheran affinché accetti concessioni sul proprio programma nucleare.

L’obiettivo sarebbe creare le condizioni per rilanciare i colloqui e arrivare a una tregua, dopo il rifiuto di Trump di una precedente proposta di cessate il fuoco. Una trattativa resa particolarmente difficile dalla rapidità con cui il confronto militare può trasformarsi in una crisi regionale più ampia.

La questione nucleare è infatti tornata al centro della strategia americana. Trump ha progressivamente ricondotto il conflitto al suo obiettivo dichiarato: impedire che l’Iran possa arrivare a dotarsi di un’arma nucleare. In questa prospettiva, il dossier sullo Stretto di Hormuz diventa parte di una partita più ampia, nella quale sicurezza, pressione economica, energia e deterrenza militare si intrecciano.

Secondo funzionari governativi mediorientali che mantengono contatti regolari con Teheran, la leadership iraniana ritiene di poter resistere anche a un eventuale blocco americano prolungato o a una nuova campagna di bombardamenti statunitensi.

A rendere ancora più complesso il quadro sarebbe, secondo le stesse fonti citate dal Wall Street Journal, il crescente peso del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Il Pasdaran, forza con un ruolo militare, politico ed economico centrale nella Repubblica islamica, rappresenterebbe oggi uno dei principali centri di potere del Paese e, secondo queste valutazioni, una delle componenti meno disponibili a un compromesso con l’Occidente.

Diplomazia e forza militare sullo stesso tavolo

Le due crisi, quella israeliana legata al 7 ottobre e quella iraniana, mostrano una caratteristica comune: la distanza tra gli avvertimenti, le informazioni disponibili e le decisioni effettivamente assunte.

Nel caso di Israele, la questione ora è stabilire quale peso abbiano avuto gli avvisi provenienti dall’Egitto e come siano stati valutati prima dell’attacco di Hamas. Nel confronto con l’Iran, invece, il punto decisivo è capire se la pressione militare ed economica possa produrre le condizioni per un negoziato oppure se finisca per irrigidire ulteriormente le posizioni.

Trump punta apertamente sulla combinazione tra forza militare e pressione economica. Teheran, almeno nelle dichiarazioni riportate finora, mostra di non considerare imminente un ritorno al tavolo negoziale. Nel mezzo resta l’attività dei mediatori, impegnati a trasformare il dossier nucleare in un possibile punto di partenza per una tregua.

È una corsa contro il tempo nella quale ogni canale diplomatico può diventare decisivo, ma nel quale, al momento, le dichiarazioni delle parti continuano a indicare distanze profonde.

Svezia, Andersson si arrende: «Non posso formare un governo»

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La vittoria elettorale non è bastata a Magdalena Andersson per tornare alla guida della Svezia. La leader dei socialdemocratici ha riconosciuto di non essere riuscita a costruire una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un nuovo governo e ha quindi rinunciato, almeno per ora, all’incarico di formare l’esecutivo.

«Alla luce delle discussioni che ho avuto, posso concludere che, allo stato attuale delle cose, non mi è possibile formare un governo», ha dichiarato Andersson durante una conferenza stampa, mettendo così fine al tentativo di trasformare il risultato delle urne in una maggioranza politica stabile.

Il passaggio successivo spetta ora al presidente del Parlamento, che dovrà affidare a un altro leader di partito il compito di verificare la possibilità di mettere insieme una coalizione. Tra le ipotesi c’è anche quella di un nuovo tentativo da parte del premier conservatore uscente, Ulf Kristersson. Anche in questo caso, però, non esiste alcuna certezza sulla possibilità di raggiungere un accordo capace di ottenere il sostegno necessario in Parlamento.

Il nodo della politica svedese è tutto nei numeri. Alle elezioni del 13 settembre, i quattro partiti di sinistra guidati dai socialdemocratici di Andersson hanno conquistato una maggioranza risicatissima, appena tre seggi in più rispetto agli avversari. Un margine troppo esiguo per trasformare automaticamente la vittoria elettorale in una maggioranza di governo.

È proprio questa distanza minima tra i due schieramenti ad aver reso decisive le trattative successive al voto. Il risultato delle urne ha consegnato ai socialdemocratici una posizione di forza, ma non gli strumenti parlamentari sufficienti per governare senza un accordo con altre forze politiche.

La rinuncia di Andersson apre così una nuova fase di incertezza istituzionale. Il Parlamento dovrà cercare una soluzione attraverso una sequenza di incarichi e negoziati, mentre ciascun partito sarà chiamato a valutare se sostenere un esecutivo, parteciparvi oppure mantenere una posizione di opposizione.

Per la Svezia, il dato politico più evidente è dunque il contrasto tra la vittoria nelle urne e la difficoltà di tradurla in una maggioranza di governo. Il voto ha indicato un vincitore, ma non ha consegnato al Paese una strada immediata per formare l’esecutivo.

Svizzera, la neutralità resta com’è: il referendum affonda con il 70,1% di no

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La Svizzera sceglie di non riscrivere uno dei principi che più profondamente ne hanno segnato la storia politica e diplomatica. Con il 70,1% dei voti contrari, il popolo svizzero ha respinto l’iniziativa «Salvaguardare la neutralità», promossa da Pro Suisse e sostenuta da esponenti del Partito Popolare Svizzero (Udc). Il risultato è ancora più netto sul piano istituzionale: tutti i cantoni hanno votato contro.

L’esito chiude così, almeno per ora, il tentativo di trasformare la tradizionale neutralità elvetica in un principio costituzionale più vincolante e dettagliato. I promotori puntavano infatti a fissare nella Carta fondamentale una definizione rigorosa della neutralità, limitando gli spazi di manovra della Confederazione in materia di politica estera e di sicurezza.

La consultazione si è trasformata in una scelta più ampia sul modo in cui la Svizzera debba interpretare la propria posizione nel mondo. Da una parte, i sostenitori dell’iniziativa rivendicavano una neutralità considerata più coerente, vincolante e impermeabile alle pressioni geopolitiche. Dall’altra, il fronte contrario sosteneva che una definizione costituzionale troppo rigida avrebbe potuto ridurre la capacità del Paese di reagire a crisi internazionali e di adattare la propria politica estera a uno scenario in rapido cambiamento.

A schierarsi contro il testo è stato anche il Consiglio federale, insieme alla quasi totalità dei principali partiti. L’Udc ha invece sostenuto l’iniziativa, mentre attorno al progetto si sono raccolte sensibilità differenti, comprese alcune componenti della sinistra.

Il voto consegna dunque un messaggio netto: la maggioranza degli svizzeri non ha ritenuto necessario irrigidire nella Costituzione il principio della neutralità. Non significa, però, che il tema sia destinato a scomparire dal dibattito politico. Al contrario, la discussione sulla natura della neutralità elvetica resta strettamente legata alle trasformazioni della sicurezza europea, alle relazioni con le potenze internazionali e al rapporto tra la tradizionale equidistanza della Confederazione e le nuove responsabilità che il contesto internazionale impone.

Il referendum lascia quindi intatto l’attuale quadro costituzionale, ma conferma anche quanto la neutralità continui a essere un terreno centrale del confronto politico svizzero. Il 70,1% dei no rappresenta una bocciatura inequivocabile dell’iniziativa. La questione di fondo, però, resta aperta: come preservare la neutralità senza trasformarla in un vincolo che limiti la capacità della Svizzera di muoversi in un’Europa sempre più segnata dalle crisi geopolitiche?

Suppletive a Reggio Calabria, urne aperte fino alle 15: affluenza in forte calo

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Le urne sono tornate ad aprirsi nel collegio uninominale Reggio Calabria-Locri per assegnare il seggio alla Camera dei deputati rimasto vacante dopo l’elezione a sindaco di Reggio Calabria di Francesco Cannizzaro, segretario regionale di Forza Italia. Si vota anche oggi, fino alle 15, quando inizieranno le operazioni di scrutinio.

Il primo dato che emerge dalla tornata è quello dell’affluenza, nettamente più bassa rispetto alla precedente consultazione. Alle 23, secondo i dati pubblicati dal sito Eligendo del ministero dell’Interno, aveva votato il 14,97% degli aventi diritto. Quattro anni fa, alla stessa ora, il dato era stato del 49,40%. Un confronto che va letto anche alla luce della diversa durata delle operazioni di voto: la precedente elezione si era infatti svolta in un’unica giornata.

Quattro candidati per un seggio

A contendersi il posto alla Camera sono quattro candidati, espressione di schieramenti e aree politiche differenti.

Per il centrodestra scende in campo Fabio Roscioli, avvocato e tesoriere regionale di Forza Italia, sostenuto anche da diverse liste civiche. Il centrosinistra, con il sostegno del Movimento 5 Stelle, schiera Francesco Antonio Benedetto.

In campo anche Domenico Giannetta, già capogruppo di Forza Italia, candidato da Futuro Nazionale. Completa il quadro Francesco Toscano, presidente di Democrazia sovrana popolare.

La consultazione arriva dunque in un territorio politicamente rilevante e in un momento segnato anche dal cambio di ruolo di Cannizzaro, che ha lasciato il seggio parlamentare per assumere la guida dell’amministrazione comunale di Reggio Calabria.

Chi è chiamato alle urne

Il voto coinvolge 71 dei 97 comuni dell’area metropolitana di Reggio Calabria. Le sezioni elettorali complessivamente interessate sono 487.

Gli aventi diritto sono 345.788, compresi 58.729 elettori residenti all’estero. Un bacino elettorale consistente, chiamato a scegliere il nuovo rappresentante del collegio alla Camera.

Il dato dell’affluenza rappresenta intanto uno degli elementi centrali di questa tornata. Il 14,97% registrato alla chiusura della prima giornata fotografa una partecipazione sensibilmente inferiore rispetto a quella rilevata nella precedente elezione. Saranno ora le ultime ore di apertura dei seggi a indicare quanto il dato riuscirà a crescere prima della chiusura definitiva delle urne.

Si vota fino alle 15. Subito dopo inizierà lo scrutinio per l’assegnazione del seggio.

Uomo fatto a pezzi a Torino, il fermato ammette l’omicidio: «È stato involontario, dopo una lite per soldi»

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Il corpo di Fabio Colapietro, 39 anni, di Chivasso, è stato trovato fatto a pezzi in un appartamento alla periferia nord di Torino. Ora, dopo gli interrogatori di garanzia nel carcere Lorusso e Cotugno, il quadro dell’inchiesta comincia a delinearsi attraverso le versioni dei tre indagati e le ricostruzioni degli investigatori. Il gip ha disposto per tutti la custodia cautelare in carcere. Il fermo, invece, non è stato convalidato per l’assenza del pericolo di fuga, mentre gli elementi raccolti dagli inquirenti sono stati ritenuti sufficienti a giustificare la misura cautelare.

Christian Matheus De Oliveira Morando, 26 anni, ha ammesso davanti al proprio difensore di aver ucciso Colapietro, ma ha descritto la morte come un episodio non intenzionale. Secondo quanto riferito dall’avvocato Wilmer Perga, il giovane avrebbe parlato di una lite per denaro, avvenuta mentre da giorni si consumavano droghe.

«Ha ammesso» l’omicidio, ha spiegato il legale, ma «è confuso». E soprattutto, secondo la difesa, «certamente non può aver fatto tutto da solo». Un passaggio che potrebbe assumere un peso rilevante nello sviluppo dell’indagine, perché gli inquirenti stanno cercando di ricostruire non soltanto chi abbia materialmente provocato la morte di Colapietro, ma anche cosa sia accaduto nelle ore successive e chi abbia contribuito alla gestione del cadavere.

Due notti tra droga e alcol

La sequenza raccontata dal 26enne colloca l’inizio della vicenda al 20 settembre. Quel giorno De Oliveira Morando sarebbe arrivato nell’abitazione insieme a Keith Butig, 22 anni, che vive con la famiglia a poche centinaia di metri dall’appartamento. Successivamente sarebbe arrivato anche Colapietro.

Secondo la versione riferita dalla difesa, l’uomo sarebbe stato considerato il «galoppino» di uno spacciatore conosciuto dalla proprietaria dell’alloggio. Da quel momento sarebbe cominciato un consumo prolungato di sostanze stupefacenti, andato avanti per giorni e notti.

L’elenco riferito dall’avvocato Perga è particolarmente ampio: MDPHP, crack, LSD, funghi allucinogeni e cannabis, oltre a superalcolici. «Due notti», secondo il racconto del 26enne, trascorse in un contesto di alterazione nel quale sarebbe poi maturato il litigio per soldi sfociato nella morte di Colapietro.

È una ricostruzione che dovrà essere verificata attraverso gli altri elementi dell’indagine. Al momento, infatti, la versione del fermato rappresenta una delle chiavi attraverso cui la difesa prova a ricostruire quanto accaduto, ma non esaurisce il quadro investigativo.

La professoressa non risponde al gip

Nel carcere torinese è stata ascoltata anche Nicole Formichetti, 47 anni, docente originaria di Rieti e inquilina dell’appartamento nel quale sarebbe avvenuto il delitto. La donna, indagata per favoreggiamento e per il concorso nella soppressione del cadavere, non ha però risposto alle domande del giudice.

Una scelta che i suoi legali hanno voluto precisare non essere stata dettata da una volontà di sottrarsi all’interrogatorio. «Non per cattiva volontà, ma perché non era in grado di farlo», hanno spiegato. La difesa valuterà con la Procura la possibilità di procedere a un nuovo interrogatorio quando la donna sarà nelle condizioni di poter rispondere.

Nel frattempo, emergono anche elementi sulla sua assenza dalla scuola. Secondo quanto riferito dal personale dell’istituto, Formichetti non sarebbe stata vista dall’inizio delle attività didattiche.

«Non ho partecipato all’omicidio»

Ha invece risposto alle domande Keith Butig, 22 anni, conosciuta anche come Sara, indagata per le vicende legate alla soppressione del cadavere. La giovane, donna transgender, ha negato di aver preso parte all’uccisione.

Il suo legale ha riferito che Butig ha ammesso di essere stata nell’appartamento e di aver partecipato al festino, ma ha escluso un suo coinvolgimento nelle fasi successive. Ha inoltre raccontato di aver acquistato i sacchi neri utilizzati nella gestione del corpo, definendo però questo l’unico comportamento concretamente compiuto dopo il delitto.

Secondo la difesa, la 22enne sarebbe stata consapevole che qualcosa stava accadendo, ma non avrebbe compreso la natura di quanto stava avvenendo. «Non ha capito cosa stesse accadendo», ha spiegato il legale, aggiungendo che la giovane, in una situazione di forte crisi, si sarebbe chiusa in camera.

La difesa descrive ora Butig come «provata» e in una condizione di particolare fragilità. Il suo legale sostiene inoltre che, per la sua assistita, «l’omicidio neanche è in contestazione», nel senso che non le viene attribuita una partecipazione materiale alla fase dell’uccisione.

Il nodo ancora da sciogliere

È proprio qui che l’inchiesta dovrà fare chiarezza. La morte di Colapietro sembra essere il punto centrale di una vicenda nella quale si intrecciano un lungo consumo di sostanze, un litigio per denaro e, successivamente, la necessità di nascondere o eliminare il corpo.

Le dichiarazioni rese o riferite dai tre indagati delineano responsabilità e consapevolezze differenti. De Oliveira Morando riconduce la morte a un litigio e parla di un’uccisione involontaria, ma sostiene di non poter essere stato l’unico coinvolto. Butig nega di aver partecipato all’omicidio e ammette soltanto di aver acquistato i sacchi e di essere rimasta nell’abitazione. Formichetti, invece, per il momento non ha risposto al gip.

Sono versioni che dovranno essere confrontate con gli accertamenti tecnici, con gli elementi raccolti dalla Procura e con tutto ciò che gli investigatori riusciranno a ricostruire sulle ore precedenti e successive alla morte.

Intanto, per tutti e tre gli indagati si aprono i tempi della custodia cautelare. La vicenda giudiziaria entra così nella fase nella quale le singole dichiarazioni dovranno misurarsi con le prove raccolte dagli investigatori e con gli ulteriori accertamenti destinati a chiarire chi abbia ucciso Fabio Colapietro, chi abbia materialmente sezionato il corpo e quale sia stato il ruolo di ciascuno nella gestione del cadavere.

Milano, sfregiato il murale dedicato a Franco Baresi davanti a Casa Milan

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Non è soltanto un muro imbrattato. È il volto di uno dei simboli più riconoscibili della storia del Milan a essere stato sfregiato nel cuore di un luogo che, per i tifosi rossoneri, rappresenta la memoria e l’identità del club. Il murale dedicato a Franco Baresi, realizzato proprio davanti a Casa Milan, è stato vandalizzato con alcuni tratti di vernice spray che hanno deturpato l’immagine dello storico capitano.

L’episodio arriva a meno di due mesi dalla scomparsa di Baresi, morto lo scorso 31 luglio all’età di 66 anni. Un tempismo che rende ancora più amaro il gesto e che ha suscitato indignazione tra i sostenitori rossoneri. A colpire, però, è soprattutto il contesto: l’opera si trova infatti a pochi passi dalla sede del Milan, in uno spazio diventato negli anni un punto di riferimento per chi vive la storia del club anche attraverso le immagini dei suoi protagonisti.

A denunciare il danneggiamento è stato il consigliere comunale Alessandro Giungi, che ha pubblicato sui social le fotografie del murale dopo l’atto vandalico. Nelle immagini sono visibili diverse tracce di bomboletta spray, concentrate sul volto di Baresi e sull’iconico numero 6. Altre abrasioni hanno interessato la superficie dell’opera, alterandone in modo evidente l’aspetto originario.

Il murale era diventato un omaggio a un calciatore che più di molti altri ha finito per incarnare un’epoca del Milan. Baresi ha indossato la maglia rossonera per vent’anni, dal 1977 al 1997, trascorrendo quindici stagioni con la fascia di capitano al braccio. Una carriera interamente legata al club, impreziosita da campionati, Coppe dei Campioni e dagli altri trofei conquistati durante una delle stagioni più gloriose della storia milanista.

Per questo il danneggiamento non riguarda soltanto un’opera di street art. Quel volto dipinto sul muro rappresentava la memoria di una figura che appartiene alla storia sportiva di Milano e che, per generazioni di tifosi, è diventata sinonimo di fedeltà, leadership e appartenenza.

A raccontare il dispiacere per quanto accaduto è stato anche Lucas Streetart, autore del murale. «Vedere il mio paste-up così danneggiato mi porta un dispiacere enorme», ha spiegato. Non tanto, precisa l’artista, per il valore materiale dell’opera, quanto per ciò che rappresentava: «La persona che rappresentava e tutte le persone che vedendolo si sono emozionate».

Ed è forse proprio questo il punto. Al di là della vernice e delle abrasioni, il gesto ha colpito un’immagine che non apparteneva soltanto all’artista. Il murale era diventato un modo semplice e immediato per mantenere visibile il ricordo di Baresi in uno dei luoghi più legati al presente e alla storia del Milan.

Ora resta da capire se e quando l’opera verrà ripristinata. Intanto, davanti a Casa Milan, quella figura con il numero 6 sul petto appare ferita proprio nel luogo in cui avrebbe dovuto continuare a raccontare una storia fatta di vent’anni con la stessa maglia e di un legame con il club che il tempo non ha cancellato.

Oroscopo della settimana

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♈ ARIETE
Una settimana che ti invita a rallentare e a riflettere prima di agire. In amore potrai chiarire una questione rimasta in sospeso. Sul lavoro arrivano nuove responsabilità, ma anche la possibilità di dimostrare il tuo valore.

♉ TORO
Le stelle favoriscono stabilità e concretezza. In amore una persona potrebbe sorprenderti con un gesto inatteso. Sul lavoro porta avanti i tuoi progetti con pazienza: i risultati arriveranno, anche se non immediatamente.

♊ GEMELLI
Settimana movimentata e ricca di incontri. Una nuova conoscenza potrebbe diventare importante, mentre sul lavoro una buona intuizione ti permetterà di risolvere un problema. Attenzione solo alla fretta nelle decisioni.

♋ CANCRO
Hai bisogno di ritrovare serenità e di circondarti delle persone giuste. In amore una conversazione sincera può riaccendere la complicità. Sul lavoro non sottovalutare una proposta che inizialmente potrebbe sembrarti poco interessante.

♌ LEONE
Il tuo entusiasmo torna protagonista. È una settimana favorevole per farti avanti e chiedere ciò che desideri. In amore aumenta la passione, mentre sul lavoro potresti ricevere una conferma che aspettavi da tempo.

♍ VERGINE
Concretezza e organizzazione saranno le chiavi per affrontare al meglio la settimana. In amore evita di essere troppo razionale e ascolta maggiormente le emozioni. Sul lavoro un progetto può finalmente entrare nella fase decisiva.

♎ BILANCIA
Il desiderio di equilibrio ti porterà a fare scelte importanti. In amore potresti sentirti pronto a voltare pagina o a dare maggiore stabilità a un rapporto. Buone occasioni anche sul lavoro, soprattutto attraverso nuove collaborazioni.

♏ SCORPIONE
Una settimana intensa, nella quale il tuo intuito farà la differenza. In amore non nascondere ciò che provi: la sincerità sarà premiata. Sul lavoro mantieni la concentrazione e non lasciarti coinvolgere dalle tensioni degli altri.

♐ SAGITTARIO
Hai voglia di novità e questa settimana potrebbe offrirti proprio l’occasione che stavi aspettando. In amore torna leggerezza e voglia di condividere. Sul lavoro una nuova idea potrebbe trasformarsi in qualcosa di concreto.

♑ CAPRICORNO
Gli impegni aumentano, ma anche le soddisfazioni. Sul lavoro potrai consolidare una posizione o ottenere maggiore riconoscimento. In amore cerca di non essere troppo distante: chi ti vuole bene ha bisogno della tua presenza.

♒ ACQUARIO
Una settimana ideale per cambiare prospettiva e guardare al futuro con maggiore fiducia. In amore una sorpresa potrebbe rompere la routine. Sul lavoro ascolta i consigli di chi ha più esperienza, senza rinunciare alla tua originalità.

♓ PESCI
Le emozioni saranno al centro della settimana. In amore potresti vivere momenti profondi e particolarmente coinvolgenti. Sul lavoro evita di dubitare delle tue capacità: una scelta fatta con coraggio può aprire una strada interessante.

Vino e Moda in affanno: la Generazione Z affonda il Made in Italy?

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A cura di Gilberto Borzini

Apparentemente ad andare a gonfie vele è rimasto il turismo. Apparentemente, visto che il 90% de turismo che visita l’Italia si concentra in un territorio non superiore al 5%  del totale, determinando così i noti fenomeni di concentrazione turistica, ovvero di pressione antropica, e non poche perplessità relative all’effettiva valenza economica determinata da un’elevata quota di turismo a bassa marginalità e ad alto impatto territoriale

L’export vinicolo è calato quasi del 4% tra il 2024 e il 2025 e del 7% nel primo semestre 2026 rispetto al 2025, registrando una permanenza di miliardi di bottiglie invendute nelle cantine dei produttori nazionali. A quanto registrano le statistiche regge bene il Prosecco mentre il calo delle esporazioni è più insistito per i grandi rossi DOP toscani.

Nell’export della Moda il “grande danno” si è registrato nel 2024 e nel primo trimestre del 2025, quando i dati indicavano crolli superiori al 10% (trimestre su trimestre), con un -16% apicale nel terzo trimetre del 2024.

Su vino e moda incidono certamente i dazi statunitensi, affermato il fatto che gli USA rappresentano il mercato principale delle esportazioni, mentre se ci riferiamo solamente alla moda e all’abbigliamento non possiamo non indicare, fonte Assofranchising, nella cessazione di negozi di abbigliamento (11 cessazioni al giorno la media del 2025!) e nell’esuberante incremento dell’importazione cinese due segnali importanti.

Una crisi identitaria?

Il collega Dario Pettinelli afferma in un suo seguito sito che “La crisi del lusso nella moda nasce da un equivoco di fondo: il consumatore non compra più l’artigianato, ma lo status. Quando l’esclusività si riduce a un logo identificabile da chiunque, lo status perde inevitabilmente il suo valore.” 
Sulla stessa linea di pensiero anche Gianluigi Ballarani nei suoi social: “…siamo di fronte alla fine del lusso urlato in favore di dinamiche più discrete e prive di loghi evidenti”. Il consumatore ad alto budget sta de-materializzando la propria spesa, preferendo il benessere e le esperienze personali all’ostentazione dell’accessorio firmato.

Secondo uno studio di McKinsey & Company e Business of Fashion, pubblicato a inizio 2025, quasi l’80% della crescita affermata dal comparto è stata guidata artificialmente dall’aumento dei listini, e non da un reale incremento dei volumi di vendita. 
L’andamento del mercato è poi  ben fotografato dal Worldwide Luxury Market Monitor di Bain & Company e Fondazione Altagamma di novembre 2025 in cui si individua una vera emorragia di clienti, passati da 400 a 340 milioni in pochi anni.

Non sfugge poi alla maggioranza dei consumatori il gap, gigantesco, tra i prezzi imposti dai brand più celebrati e le condizioni originarie e retributive degli occupati nella produzione: non pochi servizi giornalistici hanno raccontato al mondo alcune variabili che spaziano tra il caporalato e la schiavitù determinando un contraccolpo etico divenuto rapidamente economico.

Il fatto è che il Mercato cambia e le nostre produzioni no.

Il Mistero della Generazione Z

Non bevono vino, si vestono fast fashion acquistando online, snobbano i passatempo e i modelli di consumo che furono dei loro genitori. Il sito Moolty.it indica che “la Generazione Z ha una serie di preferenze alimentari uniche rispetto alle generazioni precedenti. Ad esempio, questa generazione è nota per essere particolarmente attenta alla salute e al benessere. Ciò si traduce in una preferenza per alimenti naturali e biologici, e una maggiore attenzione agli ingredienti e alla nutrizione.

Inoltre, la Generazione Z è anche molto attenta alla sostenibilità. Molti membri di questa generazione cercano di ridurre l’impatto ambientale della loro dieta, ad esempio mangiando meno carne o scegliendo prodotti a km zero. Questo è dovuto in parte alla maggiore consapevolezza della crisi climatica e all’importanza di ridurre le emissioni di gas serra.”

Crescono in sostanza ambientalisti e animalisti, i consumi si modificano di conseguenza, mentre cambiano anche rapidamente i contesti relazionali favorendo una modifica impetuosa delle modalità di consumo.

I giovani bevono in modo più consapevole e moderato, riducendo il numero di categorie di alcolici mescolate o ordinate in una singola serata.  Cresce la preferenza per cocktail analcolici o bevande a basso contenuto di alcol (strategie come lo zebra striping che alterna drink con e senza alcol). L’alcol non è più il centro focale o il motore dello svago notturno, superando l’abitudine agli eccessi tipica delle generazioni passate.

Riassumendo la Generazione Z consuma circa il 20% in meno di alcol rispetto ai Millennials, ma non si tratta di una totale astemietà, quanto di un cambiamento radicale nel modo di bere.

Produzione pensata per generazioni superate

Arriviamo allora al problema centrale: la nostra produzione, alimentare, vinicola o della moda, sembra essere pensata per le generazioni precedenti che, non fosse altro che per motivi anagrafici, tendono a ridurre i consumi fino a cessare di essere consumatrici.

Le nuove generazioni del consumo definiscono forme di accesso al prodotto, di organizzazione di acquisto e di utilizzo dei prodotti stessi che sfuggono alla dinamica produttiva, organizzativa, commerciale e di consumo precedente.

Siamo davanti ad un salto generazionale, tecnologicamente trainato, che ha stravolto i termini della consuetudine di mercato (si pensi ai nuovi mercati orientali, arabi e africani) avviando un calo delle vendite particolarmente significativo nell’export ma rilevabile anche nell’ambito comunitario, calo che potrebbe divenire “crollo” se non ci si dimostrerà capaci di invertire la tendenza non tanto nelle dinamiche di consumo ma, piuttosto, nell’offerta.

Il Made in Italy parla ormai un linguaggio “vintage” che rischia di diventare antico e superato.

Non bastano i sostegni alle filiere o le comparsate politiche alle Fiere di settore: servono innovative strategie di marketing capaci di rinnovare le filiere produttive.