26 Ottobre 2026, lunedì
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Dal premio letterario alla grande musica: il Menotti Art Festival chiude nel segno di Schippers

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Nella fotografia: Barbara Lenti e Luca Filipponi

Il Menotti Art Festival si avvia alla conclusione di un’edizione che ha saputo intrecciare letteratura, musica e arti performative, confermando una vocazione sempre più internazionale. Dopo il successo del Premio letterario, che ha registrato un’importante partecipazione di pubblico e un crescente interesse da parte del mondo dell’editoria, il festival si prepara a chiudere in musica, nel segno di Gian Carlo Menotti.

Protagonista della serata dedicata alla letteratura è stata Eugenia Serafini, giornalista, docente e artista, figura da tempo profondamente legata alla manifestazione, alla quale è stato assegnato anche il Premio alla carriera. Un riconoscimento che si inserisce in un percorso costruito negli anni attraverso linguaggi e discipline differenti, in sintonia con la natura multidisciplinare del festival.

La serata, condotta dalla presentatrice Barbara Lenti, ha raccolto un significativo consenso di pubblico e critica, confermando il crescente interesse intorno alla manifestazione e, in particolare, verso il suo Premio letterario. Un’attenzione che coinvolge anche la grande editoria e che apre prospettive interessanti per le prossime edizioni.

La giornata conclusiva di domenica sarà invece interamente dedicata alla musica. Il programma si aprirà alle 11 a Casa Menotti con l’ultimo appuntamento delle Matinée musicali, un momento ormai caratterizzante della manifestazione e particolarmente evocativo per il luogo che ne ospita il concerto.

Il testimone passerà quindi a Palazzo Mauri, dove alle 15.30 è previsto l’arrivo degli ospiti e alle 16 prenderà il via la cerimonia del Premio Internazionale Thomas Schippers, uno degli appuntamenti centrali della giornata conclusiva.

A condurre la cerimonia sarà la giornalista Rai Colomba Sampalmieri, mentre la direzione artistica è affidata alla professoressa Elena Sabatino, direttore musicale del festival, che ha curato con particolare attenzione la selezione dei premiati.

Il riconoscimento coinvolgerà alcune personalità di primo piano del panorama musicale: Ciro Visco, direttore d’orchestra; Bruno De Simone, baritono, Premio alla carriera; Mariè Angel Thomas, pianista, Premio alla carriera; Maria Soave, giornalista e conduttrice; Simone Genuini, direttore d’orchestra; Daniela Reboldi, pianista; Vanessa Ayllon, soprano; Matteo Pierro, pianista.

La cerimonia non sarà soltanto un momento celebrativo. Il programma prevede infatti interventi musicali e performance, con la partecipazione di Vanessa Ayllon e Davide Dellisanti, in un intreccio tra premiazione e spettacolo che restituisce pienamente lo spirito del Menotti Art Festival.

La scelta di chiudere l’edizione nel nome di Thomas Schippers assume inoltre un particolare valore simbolico. Il direttore d’orchestra americano fu una delle figure più significative della scena musicale internazionale del Novecento e ebbe un rapporto artistico particolarmente importante con Gian Carlo Menotti. È dunque attraverso la musica e la memoria di una grande tradizione che il festival conclude il proprio percorso annuale, guardando già alla prossima edizione.

Soddisfazione è stata espressa dal professor Luca Filipponi, dalla vicepresidente Sabrina Morelli, dalla presidente del Comitato Maria Concetta Borgese e dalla direttrice musicale Elena Sabatino, che hanno sottolineato il valore raggiunto dalla manifestazione nel 2026.

«È stata una straordinaria ed irripetibile edizione. Stiamo già lavorando per il 2027, proseguendo sulla stessa scia. Il manifesto del prossimo anno è stato già presentato e avviato alla promozione internazionale».

Un’affermazione che racconta bene la direzione intrapresa dal festival: non considerare la chiusura come un punto d’arrivo, ma come l’inizio del prossimo capitolo. La musica di domenica, da Casa Menotti a Palazzo Mauri, sarà così anche il passaggio ideale verso una nuova stagione di appuntamenti, incontri e contaminazioni artistiche.

Torino, investe il figlio dell’ex fidanzato e fugge: arrestata per tentato omicidio

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Non un incidente, almeno secondo la prima ricostruzione degli investigatori, ma un episodio che potrebbe avere alle spalle una storia di rancori e tensioni personali. È questa la pista sulla quale si concentrano le indagini dopo l’investimento di un bambino di 5 anni avvenuto sabato sera a Torino, all’incrocio tra via Pinelli e via dell’Industria.

Alla guida dell’auto ci sarebbe stata l’ex compagna del padre del bambino. La donna avrebbe investito il piccolo mentre il bambino si trovava in strada insieme ai genitori, per poi allontanarsi. Una dinamica ancora al vaglio degli inquirenti, che stanno cercando di stabilire con precisione cosa sia accaduto nei pochi, drammatici istanti dell’impatto.

La scena ha provocato momenti di forte concitazione. I familiari del bambino, sconvolti, hanno chiesto immediatamente aiuto mentre alcuni residenti, richiamati dal rumore e dalle grida, sono scesi in strada. L’intervento del 118 è stato tempestivo. Il piccolo è stato soccorso e trasportato in codice rosso all’ospedale infantile Regina Margherita.

Le sue condizioni restano gravi. Il bambino ha riportato traumi al torace e all’addome ed è tuttora ricoverato in prognosi riservata. I medici stanno monitorando attentamente il quadro clinico.

L’ipotesi del gesto volontario

Per la donna alla guida è scattato il fermo con l’accusa di tentato omicidio. Un’accusa pesante, che dovrà ora essere verificata nell’ambito degli accertamenti della magistratura.

Il punto centrale dell’inchiesta è capire se l’investimento sia stato provocato da una perdita di controllo, da una condotta imprudente o, come ipotizzato dagli investigatori, da un’azione deliberata. A rendere particolarmente delicata la vicenda sono soprattutto i rapporti pregressi tra la donna e il padre del bambino.

Gli inquirenti stanno ricostruendo la relazione tra i due, eventuali contrasti maturati dopo la separazione e possibili episodi precedenti che possano contribuire a spiegare quanto accaduto. Saranno decisive anche le testimonianze delle persone presenti sul posto e gli eventuali elementi raccolti per ricostruire la traiettoria dell’auto e la condotta della conducente prima e dopo l’impatto.

Resta intanto l’immagine più drammatica della vicenda: quella di un bambino di appena cinque anni travolto in strada e ora ricoverato in ospedale, mentre gli investigatori cercano di dare una risposta alla domanda più inquietante: che cosa abbia trasformato una serata qualunque in una tragedia sfiorata, e se dietro quel gesto ci sia stato davvero un intento punitivo rivolto all’ex compagno.

Leone XIV, dalla folla di Parigi alla preghiera di Lourdes

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Da Parigi a Lourdes, nel secondo giorno della sua visita apostolica in Francia, Leone XIV ha incontrato due volti della stessa Chiesa: quello delle grandi folle e quello più discreto di una fede che torna a bussare alle porte. Prima gli 800mila fedeli radunati a Place de la Concorde per la Messa, poi l’arrivo al santuario mariano dei Pirenei, dove migliaia di persone hanno atteso il Pontefice lungo il percorso della papamobile.

A Lourdes l’accoglienza è stata calorosa fin dall’arrivo in aeroporto, dove Prevost è stato ricevuto dalle autorità. Quindi il trasferimento al Santuario di Nostra Signora di Lourdes, tra la folla assiepata per salutare il Papa. Il momento più intenso è arrivato davanti alla Grotta delle Apparizioni.

Leone XIV si è avvicinato alla roccia e l’ha toccata. Poi ha bevuto un bicchiere d’acqua della sorgente, prima di raccogliersi in preghiera. Un gesto semplice, quasi intimo, dentro uno dei luoghi simbolo della devozione cattolica, che il Papa ha trasformato anche in un momento di riflessione sul destino della Francia.

«Ottieni per il suo popolo il dono della concordia fraterna», ha pregato. L’auspicio è quello di una «società armoniosa», capace di respingere «ogni violenza e ogni odio» e di garantire a ciascuno la possibilità di lavorare, costruire una famiglia e vivere nella tranquillità e nella serenità. Un’attenzione particolare, nella preghiera del Pontefice, è stata riservata ai più fragili, perché «i più sfortunati e i più poveri siano sempre sostenuti».

Poi lo sguardo si è rivolto alla classe dirigente. Leone XIV ha invocato per la Francia «governanti saggi e generosi», capaci di affrontare le sfide contemporanee mettendo al centro il bene comune. E ha affidato al Paese anche una responsabilità internazionale: far sentire la propria voce nella difesa dei diritti umani fondamentali e nella ricerca della pace, «respingendo per sempre le logiche di guerra».

La grande folla di Place de la Concorde

Poche ore prima, a Parigi, era stata la piazza a raccontare la dimensione pubblica del viaggio. Circa 800mila persone hanno partecipato nel pomeriggio di sabato 26 settembre alla Messa celebrata dal Papa a Place de la Concorde.

La celebrazione, iniziata poco dopo le 15, è stata l’appuntamento centrale della seconda giornata francese di Leone XIV. E il messaggio rivolto ai cattolici francesi è apparso netto: la fede, ha detto il Pontefice, non può essere confinata nella dimensione privata.

«Non tenete la fede in Gesù Cristo solo per voi stessi, ma lasciatela traboccare», ha esortato, invitando i fedeli a portare speranza «là dove regnano lo scoraggiamento e l’aridità spirituale».

Il Papa ha parlato della necessità di riscoprire un «orizzonte luminoso» e di contribuire alla costruzione di una nazione rinnovata, a partire dalle sue radici. Una fede dunque non da custodire gelosamente, ma da vivere nel mondo, nelle relazioni e nella società.

«È accettando di vivere nella verità sotto lo sguardo di Gesù che possiamo essere autentici», ha sottolineato Leone XIV.

Una celebrazione segnata da una partecipazione imponente e dalla presenza di numerose personalità della politica francese. Tra loro l’ex presidente Nicolas Sarkozy, il presidente dei Républicains e candidato all’Eliseo Bruno Retailleau, la presidente della Regione Île-de-France Valérie Pécresse, l’ex primo ministro François Fillon e Gabriel Attal, candidato alle presidenziali per il centro macroniano.

Assente, come già annunciato, Emmanuel Macron. L’Eliseo aveva fatto sapere nei giorni precedenti che il presidente francese non avrebbe partecipato a nessuna delle Messe celebrate dal Papa durante la visita.

L’incontro con i migranti e la sorpresa dei catecumeni

La giornata di Leone XIV era cominciata lontano dai grandi palcoscenici. In mattinata il Pontefice aveva visitato il Centro di accoglienza dedicato a Santa Bakhita, incontrando i migranti. Un appuntamento che ha preceduto la visita all’Istituto cattolico di Parigi, dove il Papa ha incontrato i catecumeni.

Ed è proprio davanti a loro che Leone XIV ha messo in evidenza uno dei fenomeni più significativi della realtà religiosa francese: il ritorno alla fede di numerosi giovani e adulti.

Il Pontefice ha detto di essere rimasto «stupito dal numero di persone che si riaffacciano sulle soglie della fede» e, soprattutto, da quanti adulti chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana.

Un dato che potrebbe apparire sorprendente in un Paese segnato da una forte secolarizzazione. Ma proprio questa apparente contraddizione è stata al centro della riflessione del Papa. «Può sembrare paradossale», ha osservato, che la riscoperta del Vangelo avvenga in una società caratterizzata da una «cultura fortemente secolarizzata».

Per Leone XIV, tuttavia, l’esperienza dei catecumeni dimostra come la fede non possa essere letta soltanto attraverso statistiche e categorie sociologiche. La loro testimonianza, ha spiegato, è un «segno tangibile dell’opera della grazia di Dio», capace di andare oltre le analisi e le previsioni.

I numeri sembrano confermare la portata del fenomeno. Secondo i dati della Conferenza episcopale francese, nella notte di Pasqua del 2026 sono stati battezzati 21.386 catecumeni: 13.234 adulti e 8.152 adolescenti. Rispetto all’anno precedente l’aumento è stato di quasi il 20 per cento. La crescita è risultata particolarmente marcata tra gli adulti, con un incremento del 28 per cento, mentre tra gli adolescenti l’aumento è stato del 10 per cento.

Di fronte a questa nuova domanda di fede, il Papa ha indicato anche una responsabilità concreta per la comunità ecclesiale: accompagnare chi si avvicina al cristianesimo con una formazione spirituale adeguata, coinvolgendo nel percorso anche madrine e padrini.

Il viaggio francese di Leone XIV si muove così lungo una linea che unisce la piazza e la Grotta, la dimensione pubblica della fede e quella personale della conversione. A Parigi il Papa ha parlato a una folla immensa, chiedendo ai cattolici di non rinchiudere la propria fede nel privato. A Lourdes, davanti alla roccia delle apparizioni, ha affidato invece alla preghiera la Francia, i suoi poveri, i suoi governanti e la sua ricerca della pace.

Trump respinge la tregua iraniana. E sul fronte di Gaza torna l’ombra degli avvertimenti ignorati

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La diplomazia prova a ritagliarsi uno spazio mentre le armi continuano a dettare il ritmo della crisi. L’Iran avrebbe proposto agli Stati Uniti una tregua di sette giorni, accompagnata dalla disponibilità a riaprire lo Stretto di Hormuz e a tornare al tavolo dei negoziati sul programma nucleare. Una proposta che, secondo quanto riferito, non avrebbe convinto Donald Trump, intenzionato a mantenere la pressione militare e a valutare la ripresa dei bombardamenti contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato.

Il punto più delicato resta Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita una quota decisiva del traffico energetico mondiale. Teheran non sembra disposta a concedere una riapertura senza condizioni. “Le nostre condizioni sono chiare. Qualsiasi passo verso la riapertura dello Stretto di Hormuz è subordinato al rispetto di queste condizioni”, ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi all’agenzia ufficiale Irna.

Secondo Araghchi, Teheran avrebbe ricevuto una prima reazione da parte di Trump alla proposta iraniana, ma non ancora una risposta definitiva attraverso i mediatori. È un dettaglio che fotografa lo stato delle trattative: i canali diplomatici restano aperti, ma la distanza tra le parti appare ancora considerevole.

La partita si gioca dunque su due tavoli. Da una parte la diplomazia, con l’Iran che tenta di trasformare la questione dello Stretto di Hormuz in una leva negoziale. Dall’altra la pressione militare americana, che secondo le ricostruzioni disponibili potrebbe tornare a intensificarsi una volta superato l’appuntamento elettorale di metà mandato.

Il caso degli avvertimenti prima del 7 ottobre

Sul fronte israeliano torna invece al centro del dibattito una delle domande più controverse legate all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023: quanto fossero effettivamente concreti e conosciuti in anticipo gli allarmi su una possibile offensiva.

A riaccendere la questione è The Atlantic, secondo cui Abbas Kamel, allora alla guida dell’intelligence egiziana, avrebbe avvertito alti funzionari israeliani alla fine di settembre 2023 della possibilità di un attacco da parte di Hamas.

La ricostruzione è stata respinta con fermezza dall’ufficio del premier Benjamin Netanyahu, che ha definito “falso” quanto pubblicato dalla rivista americana. In una nota, l’ufficio del primo ministro israeliano sostiene che la vicenda fosse già stata smentita all’epoca e che la sua riproposizione servirebbe ora a “manipolare l’opinione pubblica israeliana”.

La posizione di Netanyahu è netta anche sul rapporto personale con Kamel. Secondo l’ufficio del premier, nei mesi precedenti il 7 ottobre Netanyahu non avrebbe né incontrato né parlato con l’allora capo dell’intelligence egiziana. La nota aggiunge che nessun funzionario dell’intelligence israeliana avrebbe trasmesso al premier un simile avvertimento.

Il governo israeliano richiama inoltre la smentita ufficiale arrivata dall’Egitto l’11 ottobre 2023, pochi giorni dopo l’attacco, quando Il Cairo negò di aver informato Israele in anticipo della prevista offensiva di Hamas.

La questione resta quindi segnata da versioni contrapposte. Da una parte la ricostruzione giornalistica rilanciata da The Atlantic, dall’altra le smentite israeliane ed egiziane. Al centro rimane un interrogativo che, a quasi tre anni dagli attacchi, continua ad avere un peso politico e istituzionale enorme: quali informazioni circolassero realmente nelle settimane precedenti al 7 ottobre e chi ne fosse a conoscenza.

Gaza, nuovi morti mentre la crisi resta aperta

Intanto la situazione sul terreno continua a restituire un bilancio drammatico. Un minorenne sarebbe stato ucciso da colpi d’arma da fuoco israeliani ad Al Mawasi, nell’area di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza. Lo hanno riferito fonti dei servizi di emergenza e delle ambulanze di Gaza citate da Al Jazeera.

Un’altra vittima è stata segnalata nel nord della Striscia. Secondo l’agenzia di stampa palestinese Wafa, un uomo sarebbe stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane nel campo profughi di Jabalia.

Le notizie provenienti da Gaza si inseriscono in un quadro nel quale le iniziative diplomatiche continuano a convivere con la violenza sul terreno. La possibile tregua con l’Iran, la contesa sullo Stretto di Hormuz e il riemergere delle accuse sugli avvertimenti precedenti al 7 ottobre appartengono a crisi diverse, ma finiscono per intrecciarsi nello stesso scenario mediorientale.

Da Washington a Teheran, passando per Gerusalemme e Gaza, la diplomazia resta così sospesa tra proposte, condizioni e smentite. E mentre i mediatori cercano uno spiraglio, ogni dichiarazione pubblica assume il peso di una possibile mossa negoziale.

La tigre senza padrone davanti al museo: mistero a Camerino

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Un vecchio scatolone lasciato davanti alla porta di un museo. Dentro, una pelle di tigre con la testa ancora attaccata, segnata dal tempo e in parte danneggiata. E poi una lettera, scritta al computer, con un racconto che sembra uscito da un romanzo ma che ora è al centro di un accertamento delle autorità.

È cominciato così il mistero della tigre comparsa nei giorni scorsi davanti al Museo delle Scienze dell’Università di Camerino, in provincia di Macerata. A trovare il pacco è stato il responsabile della struttura, che ha immediatamente segnalato la presenza del reperto agli organismi competenti. La pelle è stata sequestrata e sulla sua storia sono ora in corso verifiche.

A rendere ancora più singolare la vicenda è il contenuto della lettera lasciata insieme alla pelle. Il testo dà voce alla tigre e ne racconta, in prima persona, una lunga permanenza a Camerino. «Ciao, vengo da lontano, ma da tanti anni sto qui a Camerino», si legge nel messaggio. E ancora: «Non sono stata rubata, ma acquistata in un periodo in cui non c’erano leggi che mi tutelavano. Voglio rimanere qui, dove sono sempre stata».

Il racconto prosegue tra ricordi di una casa, persone che osservavano il grande animale e un lungo periodo di oblio. La pelle, secondo quanto riferito nella lettera, sarebbe rimasta per anni dimenticata in una cantina, fino a riemergere casualmente durante un trasloco.

È proprio questa ricostruzione a dover essere verificata. Gli investigatori dovranno stabilire da dove provenga effettivamente il reperto, quando sia stato acquistato, da chi e in quali circostanze sia arrivato a Camerino. Non viene esclusa l’ipotesi che si tratti di un oggetto acquistato molti anni fa, quando la normativa sulla tutela delle specie protette era diversa da quella attuale, e che la tigre possa essere stata abbattuta in Africa prima che la sua pelle venisse commercializzata.

La vicenda coinvolge una specie sottoposta a una rigorosa tutela internazionale. Per questo il responsabile del museo ha interessato gli organismi preposti ai controlli sulla fauna protetta. Sono intervenuti il Nucleo Carabinieri Cites di Fermo e il Nucleo Carabinieri Forestale di Camerino. Il reperto è stato posto sotto sequestro mentre l’Autorità giudiziaria ha avviato gli accertamenti necessari a ricostruirne la provenienza.

Della vicenda è stato informato anche il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, chiamato a stabilire quale debba essere la destinazione della pelle e come debba essere gestita secondo la normativa vigente.

Una possibilità, una volta conclusi gli accertamenti, è che la tigre possa rimanere proprio a Camerino. Il reperto potrebbe infatti essere conservato presso il laboratorio di Paleontologia del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università, trasformando quello che oggi è un oggetto al centro di un’indagine in un reperto da studiare e, eventualmente, da conservare.

Resta però da capire chi abbia materialmente depositato lo scatolone davanti al museo e se il racconto affidato alla lettera corrisponda davvero alla storia della pelle. La frase con cui la tigre chiede di restare a Camerino aggiunge un ultimo elemento a una vicenda già insolita: dietro quel reperto potrebbe esserci la storia privata di una famiglia, un acquisto avvenuto decenni fa e rimasto nell’ombra, oppure una provenienza ancora tutta da ricostruire.

Sul piano giudiziario, il punto di partenza è invece chiaro. La detenzione di animali, piante o loro parti appartenenti a specie protette, quando avviene in violazione della normativa Cites, può configurare un reato. Come ricordano i Carabinieri Forestali, la legge prevede, nei casi previsti, l’arresto da sei mesi a due anni e un’ammenda da 15mila a 150mila euro.

Per ora, dunque, la tigre resta senza padrone e senza una storia ufficialmente accertata. Ha però già trovato, almeno temporaneamente, un luogo dove la sua vicenda potrà essere ricostruita: proprio davanti a quel museo dove qualcuno ha deciso di lasciarla.

Ucraina, la notte dei raid russi: vittime a Zaporizhzhia, colpita anche Odessa

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Una notte di attacchi ha riportato il fuoco russo su più aree dell’Ucraina meridionale. Tra le zone colpite figurano la regione di Zaporizhzhia e quella di Odessa, dove secondo le autorità locali si contano vittime, feriti e ingenti danni a strutture civili.

A Zaporizhzhia il bilancio più grave. Tre persone sono morte in diversi episodi attribuiti alle forze russe. A riferirlo è stato Mykhailo Semikin, capo ad interim dell’amministrazione militare regionale, in un messaggio diffuso su Telegram e ripreso da Ukrinform.

Uno degli attacchi ha centrato un’auto mentre attraversava un villaggio. Il veicolo ha preso fuoco e, secondo la ricostruzione fornita da Semikin, a perdere la vita sono stati un uomo e una donna. Un altro episodio si è verificato a Komyshuvas, sempre nella regione di Zaporizhzhia. Un bombardamento ha provocato una vittima e quattro feriti, mentre una casa è stata completamente distrutta e altri edifici nelle vicinanze sono rimasti danneggiati.

Il susseguirsi degli attacchi restituisce ancora una volta il quadro di un conflitto che continua a coinvolgere direttamente aree abitate e infrastrutture civili, mentre le autorità ucraine cercano di fare la conta dei danni dopo ogni nuova ondata di raid.

Odessa, danni a case, magazzini e camion

Anche la regione di Odessa è stata interessata dagli attacchi notturni. Secondo Oleg Kiper, capo dell’amministrazione militare regionale, due persone sono rimaste ferite. Una di loro è stata trasportata in ospedale.

I raid hanno provocato danni a due abitazioni private, a un’officina, a diversi magazzini e ad alcuni camion. Kiper ha parlato di attacchi massicci contro la regione, sottolineando la continuità dell’offensiva russa.

A essere colpita è stata anche l’area portuale di Kiliya, sul Danubio, dove sono state danneggiate infrastrutture civili. A riferire dell’attacco è stata l’amministrazione statale regionale di Izmail. In questo caso, secondo le informazioni diffuse dalle autorità locali, non si registrano feriti.

Le notizie sui raid e sul bilancio delle vittime provengono dalle amministrazioni ucraine delle aree interessate. In assenza di una verifica indipendente sul terreno, la dinamica e l’entità dei danni restano quelle riferite dalle autorità locali.

Reggio Calabria, sfida a quattro per il seggio alla Camera: urne aperte fino a lunedì

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È una sfida a quattro quella che si apre oggi nelle urne del collegio uninominale Reggio Calabria-Locri. Gli elettori sono chiamati a scegliere il nuovo deputato che occuperà il seggio rimasto vacante alla Camera dopo l’elezione a sindaco di Reggio Calabria di Francesco Cannizzaro, segretario regionale di Forza Italia.

Il voto si concentra dunque su un territorio ampio, che comprende 71 dei 97 comuni dell’area metropolitana di Reggio Calabria. Una consultazione circoscritta a un solo collegio, ma che porta con sé un confronto politico articolato, con quattro candidature espressione di schieramenti e percorsi differenti.

I quattro candidati

A rappresentare il centrodestra è Fabio Roscioli, avvocato e tesoriere di Forza Italia, sostenuto dalla coalizione e da diverse liste civiche. Sul fronte opposto, il centrosinistra schiera Francesco Antonio Benedetto, candidato sostenuto anche dal Movimento 5 Stelle.

La competizione comprende inoltre Domenico Giannetta, già capogruppo di Forza Italia e candidato di Futuro Nazionale, e Francesco Toscano, presidente di Democrazia sovrana popolare.

Quattro nomi, dunque, per un unico seggio, in una consultazione che si svolge a pochi mesi dall’appuntamento amministrativo che ha modificato gli equilibri istituzionali del capoluogo calabrese e determinato la necessità di tornare alle urne per la Camera.

Orari e numeri del voto

I seggi sono aperti oggi, domenica 27 settembre, dalle 7 alle 23, e riapriranno lunedì 28 settembre dalle 7 alle 15. Al termine delle operazioni di voto inizierà lo scrutinio.

La macchina elettorale coinvolge 487 sezioni distribuite nei 71 comuni interessati dalla consultazione. Sono complessivamente 345.788 gli elettori chiamati alle urne, tra i quali 58.729 residenti all’estero.

Il voto suppletivo riguarda quindi una platea significativa di elettori e consegnerà alla Camera il nuovo rappresentante del collegio Reggio Calabria-Locri. La partita si chiuderà lunedì pomeriggio, quando dalle urne emergerà il nome del deputato destinato a completare la legislatura nel seggio lasciato libero da Cannizzaro.

Roma, salme ridotte senza completa mineralizzazione: Ama licenzia sette dipendenti

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Sette licenziamenti e quattro sospensioni dal servizio. È il bilancio dei procedimenti disciplinari avviati da Ama dopo gli accertamenti sulle attività svolte da alcune squadre di operatori nei cimiteri Flaminio-Prima Porta e Maccarese. Al centro della vicenda ci sono le procedure di riduzione delle salme, che in alcuni casi sarebbero state eseguite prima che fosse completata la mineralizzazione.

Un passaggio tecnico, ma tutt’altro che secondario. La mineralizzazione è infatti il naturale processo di decomposizione dei tessuti del corpo che conduce alla progressiva trasformazione della salma in resti ossei. Soltanto quando questo processo è completato è possibile procedere alla riduzione e alla collocazione dei resti in una cassetta ossario secondo le procedure previste dalla normativa.

Gli accertamenti interni di Ama hanno rilevato, in alcuni casi, che la riduzione sarebbe avvenuta nonostante la mancata completa mineralizzazione delle salme. Una circostanza che ha fatto scattare i procedimenti disciplinari nei confronti degli operatori coinvolti e, in base alle diverse responsabilità individuate dall’azienda, ha portato ai provvedimenti adottati.

La procedura e il nodo dei tempi

La normativa stabilisce che la trasposizione dei resti nell’ossario possa avvenire, in via ordinaria, dopo 30 anni dalla tumulazione. Quando invece la salma non risulta ancora completamente mineralizzata, occorre procedere con una diversa operazione cimiteriale, che comporta modalità operative e costi differenti.

La distinzione ha anche una conseguenza concreta per le famiglie. La riduzione consente infatti di trasferire i resti in una cassetta di dimensioni molto più contenute rispetto alla sepoltura originaria, liberando lo spazio occupato dalla precedente sistemazione e riducendo, di conseguenza, i costi legati al mantenimento della salma nella sepoltura precedente.

È proprio su questo passaggio che si concentra la vicenda emersa nei due cimiteri romani. Gli accertamenti di Ama hanno portato a distinguere le singole posizioni sulla base del livello di responsabilità riscontrato.

Sette licenziamenti, quattro sospensioni

Al termine dei procedimenti disciplinari, l’azienda ha disposto il licenziamento di sette dipendenti e la sospensione dal servizio per altri quattro. Ama sottolinea che le decisioni sono state assunte tenendo conto delle differenti responsabilità emerse durante gli accertamenti.

La vicenda, però, non si ferma ai provvedimenti interni. Gli atti saranno infatti trasmessi all’Autorità giudiziaria e al sindaco di Roma, come previsto dal Regolamento di Polizia Mortuaria, affinché siano effettuati gli eventuali ulteriori accertamenti di competenza.

Ora spetterà dunque alla magistratura valutare gli elementi raccolti e stabilire se, oltre alle responsabilità disciplinari già contestate dall’azienda, emergano anche eventuali profili di rilevanza penale.

Lettonia, colpito un mezzo durante un’esercitazione Nato: feriti quattro militari italiani

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Quattro militari italiani sono rimasti feriti durante un’esercitazione a fuoco della Nato in Lettonia. L’incidente è avvenuto nell’area addestrativa di Ādaži, dove è schierato il contingente italiano impegnato nella missione Forward Land Forces, dispositivo dell’Alleanza atlantica sul fianco orientale.

I quattro militari, appartenenti all’11° Reggimento Bersaglieri, si trovavano a bordo di un veicolo dell’Esercito italiano quando il mezzo è stato colpito da un’arma da fuoco installata su un altro veicolo militare italiano. Secondo le prime informazioni, si sarebbe trattato di un’arma non automatizzata.

L’allarme è scattato immediatamente. I quattro militari sono stati soccorsi e trasferiti in una struttura sanitaria di Riga, dove sono sottoposti alle cure e agli accertamenti necessari. Uno di loro presenta condizioni più serie rispetto agli altri, ma, secondo quanto riferito dalla Difesa, nessuno risulta al momento in pericolo di vita.

La dinamica dell’accaduto è ora al centro degli accertamenti. Sono state avviate tutte le verifiche necessarie per stabilire con precisione come sia avvenuto il colpo e per chiarire le circostanze che hanno portato all’impatto tra i due mezzi durante l’attività addestrativa.

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, viene costantemente aggiornato sulle condizioni dei militari e sull’evoluzione degli accertamenti dal capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, e dal comandante del COVI, generale di Corpo d’Armata Giovanni Maria Iannucci.

La Difesa ha espresso vicinanza ai quattro militari feriti e alle loro famiglie, seguendo da vicino l’evoluzione delle loro condizioni.

Il contingente italiano sul fianco Est

L’incidente è avvenuto all’interno di un dispositivo militare che vede l’Italia impegnata nella deterrenza e nella difesa collettiva sul fianco orientale della Nato. In Lettonia il contingente italiano conta circa 300 militari, riuniti nel Task Group “Baltic” e schierati presso Camp Ādaži.

La presenza italiana rientra nella missione Forward Land Forces, concepita dall’Alleanza per rafforzare la presenza militare nei Paesi dell’Europa orientale e consolidare la capacità di risposta comune di fronte alle minacce esterne.

Nel contingente sono presenti soprattutto bersaglieri e genieri guastatori, con personale proveniente principalmente dalla Brigata Bersaglieri “Garibaldi” e, a seconda delle esigenze operative, da altre grandi unità dell’Esercito, tra cui la Brigata Corazzata “Ariete”.

L’esercitazione durante la quale è avvenuto l’incidente rientrava nelle normali attività addestrative del contingente. Saranno ora gli accertamenti avviati dalle autorità militari a stabilire l’esatta sequenza degli eventi e le eventuali responsabilità tecniche o procedurali.