25 Ottobre 2026, domenica
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Peste in Siberia, muore una tecnica di laboratorio: fino a 200 persone in quarantena

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La peste, quella malattia che la storia aveva relegato nei libri di medicina e nell’immaginario delle grandi epidemie, torna a fare paura in Siberia. Una donna di 28 anni sarebbe morta nella regione di Irkutsk dopo aver contratto la peste polmonare. Non in un villaggio isolato, né in un remoto accampamento della steppa, ma mentre lavorava proprio nel luogo in cui la peste dovrebbe essere studiata e controllata: l’Istituto anti-peste di Irkutsk.

A riferire la notizia sono i media locali, ripresi dall’Afp. Secondo la testata People of Baikal, la donna era una tecnica di laboratorio e potrebbe essere stata esposta al batterio in seguito alla rottura di una provetta. Una circostanza che, se confermata, aggiungerebbe alla vicenda un paradosso non da poco: la malattia sorvegliata da un istituto specializzato avrebbe trovato una porta d’ingresso proprio dentro il laboratorio incaricato di studiarla.

Dopo il decesso, fino a 200 persone che potrebbero essere entrate in contatto con la vittima sarebbero state sottoposte a quarantena. Il dato è stato diffuso dai media locali, ma al momento non risultano ulteriori dettagli ufficiali sulle condizioni delle persone coinvolte, sulla durata dell’isolamento o sull’eventuale presenza di altri casi.

A rendere ancora più delicata la vicenda è la natura della malattia. La peste polmonare è una delle forme più gravi dell’infezione provocata da Yersinia pestis. Può svilupparsi quando il batterio raggiunge i polmoni e, a differenza della forma bubbonica, può trasmettersi anche attraverso le goccioline respiratorie. È dunque una forma che impone particolare attenzione sul piano del contenimento e dell’isolamento.

La peste, naturalmente, non appartiene soltanto ai capitoli più cupi della storia europea. Il batterio continua a circolare in alcune aree del mondo, soprattutto attraverso popolazioni di roditori e le pulci che li infestano. Oggi, però, l’infezione può essere trattata con antibiotici se riconosciuta tempestivamente. Il problema, nel caso della forma polmonare, è che la rapidità con cui possono comparire e aggravarsi i sintomi rende decisivi diagnosi, isolamento e trattamento.

La notizia è stata rilanciata anche dal governatore della vicina Buriazia, Alexei Tsydenov, che in un post sui social ha comunicato la morte di una donna nella regione di Irkutsk definendola un decesso provocato dalla peste. Non è invece arrivata, almeno nell’immediato, una comunicazione dettagliata da parte del ministero della Salute russo.

Ed è proprio questo il punto che invita alla cautela. Al momento, una parte delle informazioni disponibili proviene da fonti locali e non tutte le circostanze del contagio risultano pubblicamente confermate dalle autorità sanitarie. Anche il numero delle persone poste in quarantena, indicato in circa 200, deve quindi essere considerato alla luce delle informazioni attualmente disponibili.

Resta tuttavia l’immagine più inquietante della vicenda: una giovane donna che lavorava in un istituto dedicato alla sorveglianza della peste, una provetta che potrebbe essersi rotta e un’intera rete di possibili contatti finita sotto osservazione. In Siberia, dove gli spazi sembrano infiniti, questa volta è bastato un laboratorio per ricordare che alcuni nemici della medicina moderna non sono affatto scomparsi. Hanno semplicemente imparato a restare in silenzio.

Dal corteo alle istruzioni per le bombe: a Roma arrestato un anarchico accusato di terrorismo

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Fotografia di repertorio

Dalla piazza al telefono, dalle tensioni di un corteo alle istruzioni per costruire ordigni. È la traiettoria investigativa che ha portato all’arresto, a Roma, di un anarchico italiano, destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Roma su richiesta della Procura capitolina.

L’inchiesta nasce da un episodio preciso: il ferimento al volto di un vice dirigente della Digos romana durante la manifestazione del 18 aprile scorso organizzata a sostegno di Alfredo Cospito. Un corteo che, anche in quella circostanza, aveva visto momenti di forte tensione e che ora torna al centro dell’attenzione giudiziaria per un’indagine dai contorni decisamente più pesanti.

Secondo quanto emerso dagli accertamenti della Digos, coordinati dalla Procura di Roma, la successiva perquisizione avrebbe consentito di acquisire diversi dispositivi elettronici riconducibili all’uomo arrestato. Ed è proprio dentro quei dispositivi che gli investigatori avrebbero trovato materiale ritenuto di particolare interesse: istruzioni per la preparazione di ordigni e indicazioni relative a possibili azioni di sabotaggio contro servizi pubblici essenziali, dalla circolazione ferroviaria agli istituti penitenziari.

Non esattamente il genere di appunti che si prendono per organizzare una gita fuori porta.

Naturalmente, sul piano giudiziario, resta decisivo distinguere ciò che gli investigatori contestano da ciò che dovrà essere accertato nel procedimento. Il possesso di materiale e il suo eventuale significato, così come il collegamento con concrete intenzioni operative, saranno oggetto delle valutazioni dell’autorità giudiziaria e della difesa.

Le accuse, tuttavia, sono pesanti. L’uomo è accusato di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. A questa contestazione si aggiungono le accuse di lesioni aggravate e permanenti al viso, violenza e resistenza aggravata a pubblico ufficiale, riferite proprio agli episodi avvenuti durante il corteo del 18 aprile.

L’indagine, dunque, segue due binari che finiscono per incrociarsi. Da una parte c’è l’aggressione al funzionario della Digos, episodio dal quale l’attività investigativa ha preso le mosse. Dall’altra c’è il contenuto dei dispositivi elettronici, che secondo gli inquirenti avrebbe fatto emergere un quadro ulteriore e assai più inquietante, legato alla possibilità di realizzare ordigni e colpire infrastrutture e servizi essenziali.

È una distinzione importante anche per comprendere la natura dell’accusa di terrorismo. Non basta, infatti, evocare la parola per trasformare automaticamente un comportamento violento in terrorismo: saranno gli elementi raccolti e la loro qualificazione giuridica a stabilire se e in quale misura le contestazioni reggeranno nel corso del procedimento.

Per ora c’è un arresto, c’è un’indagine complessa e ci sono accuse che dovranno essere sottoposte al vaglio della magistratura. Sullo sfondo resta il clima che da tempo accompagna le mobilitazioni dell’area anarchica, soprattutto quando entrano in gioco il carcere, le misure di sicurezza e la vicenda giudiziaria di Cospito.

Il telefono, in questa storia, non è dunque soltanto un archivio digitale. Per gli investigatori sarebbe diventato una sorta di seconda scena del crimine, capace di aggiungere nuovi elementi a un’inchiesta partita da un volto ferito durante una manifestazione. Sarà ora il processo a stabilire quanto di quel materiale rappresentasse semplice possesso, quanto preparazione e, soprattutto, quale fosse la sua concreta destinazione.

Asili nido, la geografia delle rette: a Belluno si paga quasi dieci volte Mantova

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C’è un’Italia in cui mandare un figlio al nido costa 60 euro al mese. E ce n’è un’altra, apparentemente distante solo qualche centinaio di chilometri, in cui la stessa esigenza familiare può arrivare a costarne 553. Non è una differenza da arrotondamento, né una variazione trascurabile nel bilancio domestico. È quasi un rapporto di uno a dieci. A raccontare quanto possa essere accidentata la geografia italiana dei servizi per la prima infanzia è uno studio della Uil sulle rette degli asili nido.

Il dato medio nazionale, preso da solo, dice che le famiglie con un Isee fino a 15 mila euro spendono 296 euro al mese per bambino. Ma la media, come spesso accade, rischia di mettere d’accordo numeri che nella vita quotidiana hanno ben poco in comune. Basta infatti spostarsi da una città all’altra per scoprire che il costo del nido può cambiare drasticamente.

In fondo alla classifica delle rette, tra i centri analizzati, c’è Mantova, dove una famiglia con Isee fino a 15 mila euro paga 60 euro al mese. Seguono Catanzaro, con 80 euro, e Ragusa, con 110. Dall’altra parte della graduatoria si trovano invece Belluno, con 553 euro, Prato, con 504, e Biella, con 491.

La fotografia cambia, ma non abbastanza, quando si alza la soglia Isee a 25 mila euro. In questo caso la spesa media nazionale raggiunge 416 euro mensili. Le rette più contenute restano quelle di Catanzaro, 100 euro, Mantova, 102, e Ragusa, 170. Sul versante opposto compaiono Udine, con 645 euro, Sondrio, con 641, e Pistoia, con 640.

Insomma, anche il reddito familiare non basta a spiegare tutto. A pesare è anche il luogo in cui si vive. E così il nido, che dovrebbe essere uno dei servizi fondamentali per accompagnare i primi anni di vita di un bambino e consentire ai genitori di lavorare, finisce per diventare anche una sorta di geografia economica del Paese.

Nelle grandi città il conto cambia ancora

Nemmeno le grandi aree urbane sfuggono alla forbice. A Roma una famiglia con Isee fino a 15 mila euro paga 155 euro al mese per bambino, cifra che sale a 308 euro con un Isee fino a 25 mila euro.

A Milano la spesa indicata dallo studio è di 316 euro mensili per entrambe le fasce Isee considerate. A Napoli, invece, si passa dai 272 euro per le famiglie con Isee fino a 15 mila euro ai 426 euro per quelle con Isee fino a 25 mila.

Numeri che raccontano un problema più ampio della semplice entità della retta. Perché il costo del servizio è soltanto una parte della questione. L’altra, forse ancora più decisiva per le famiglie, riguarda la possibilità concreta di trovare un posto.

Il paradosso del posto che costa meno, ma non c’è

È qui che la questione delle rette si intreccia con quella dell’offerta. Un contributo economico può alleggerire il conto mensile, ma non può creare dal nulla un posto in un asilo nido. Se la struttura non c’è, o se i posti disponibili non sono sufficienti, anche la retta più accessibile resta un dato teorico per chi rimane fuori.

È il punto sottolineato da Santo Biondo, segretario confederale della Uil, secondo cui il costo dei servizi per la prima infanzia continua a rappresentare «una voce significativa per molte famiglie», accompagnata da «evidenti disparità territoriali» che si sommano a quelle già presenti nella disponibilità e nell’accessibilità dei servizi.

Per la Uil, il tema non riguarda soltanto il bilancio familiare. I nidi incidono sulle opportunità educative dei bambini e sulla possibilità per i genitori di conciliare lavoro e vita privata. Un intreccio che riguarda in modo particolare l’occupazione femminile, spesso condizionata dalla disponibilità di servizi per la cura dei figli.

Ed è proprio sul terreno dell’offerta che il quadro diventa più complesso. Gli investimenti del Pnrr avrebbero potuto, secondo Biondo, imprimere una svolta strutturale ai servizi educativi per la prima infanzia. Ma, osserva il segretario confederale, il risultato non è stato uniforme: alcune regioni hanno raggiunto o superato l’obiettivo dei 33 posti disponibili ogni 100 bambini tra zero e due anni, mentre altre rimangono molto lontane da quella soglia.

La conseguenza è un doppio divario. Da una parte quello economico, con famiglie che per lo stesso servizio possono trovarsi davanti a rette profondamente diverse. Dall’altra quello territoriale, determinato dalla quantità di posti disponibili.

E così il nido rischia di diventare l’ennesimo capitolo di un’Italia nella quale nascere, crescere e mettere insieme famiglia e lavoro dipende anche dal Comune scritto sulla carta d’identità. Perché una retta più bassa è certamente un aiuto. Ma quando il posto non c’è, anche 60 euro possono diventare una cifra puramente teorica.

Scontro sul diesel, l’Europa apre le riserve e Trump incassa

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La diplomazia energetica, quando il prezzo del diesel sale, tende ad avere il serbatoio pieno di buone intenzioni e il piede sull’acceleratore. Dopo giorni di pressioni americane, minacce commerciali e telefonate ad alta tensione, l’Europa decide di mettere mano alle proprie riserve strategiche di carburante.

L’intesa è arrivata al termine della riunione urgente del G7 dedicata alla situazione energetica globale. I Paesi partecipanti hanno concordato di aumentare la flessibilità della produzione, sfruttare al massimo la capacità delle raffinerie e soprattutto rilasciare fino a 100 milioni di barili dalle riserve strategiche nell’arco di quattro mesi. L’operazione sarà coordinata con i partner e sotto l’egida dell’Agenzia internazionale dell’energia.

Ad annunciarlo è stato il presidente francese Emmanuel Macron, che ha parlato di una risposta coordinata all’impennata dei prezzi dei prodotti petroliferi, con particolare attenzione proprio al diesel. Nel pacchetto c’è anche un altro punto tutt’altro che secondario: nessuna misura restrittiva sugli scambi di prodotti energetici tra i Paesi partner.

Tradotto dal linguaggio delle dichiarazioni ufficiali: il G7 prova ad aumentare l’offerta senza trasformare l’emergenza energetica in una nuova guerra commerciale.

Trump rivendica il risultato

A Washington, però, la lettura della vicenda è decisamente meno diplomatica. Donald Trump ha accolto l’accordo come una vittoria della pressione americana.

«L’Europa ha appena acconsentito al rilascio di un’ingente quantità delle sue scorte di gasolio. Il processo inizierà immediatamente», ha scritto il presidente statunitense su Truth.

La frase arriva dopo giorni durante i quali gli Stati Uniti avevano esercitato una forte pressione sugli alleati europei, arrivando a minacciare un possibile bando all’export di gasolio verso l’Europa. Una prospettiva che avrebbe potuto complicare ulteriormente un mercato già alle prese con prezzi elevati e disponibilità sotto pressione.

Trump, insomma, non sembra intenzionato a lasciare che sia il comunicato finale del G7 a raccontare la storia. Se Bruxelles e le capitali europee parlano di solidarietà tra alleati e sicurezza energetica, Washington preferisce sottolineare il risultato concreto ottenuto dopo le pressioni delle ultime settimane.

Bruxelles: nessun divieto sull’export

La Commissione europea, naturalmente, guarda alla vicenda da un’altra angolazione. E prova a valorizzare soprattutto ciò che non è accaduto.

«Accogliamo con favore la decisione dei Paesi del G7 di non imporre alcun divieto di esportazione agli alleati e la continua solidarietà tra i partner», ha scritto su X la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

Il punto è politicamente rilevante. L’Europa accetta di contribuire al raffreddamento dei prezzi attraverso il ricorso alle riserve strategiche, ma evita per ora di entrare nella logica dei blocchi alle esportazioni. Una distinzione non proprio marginale, perché in un mercato energetico già nervoso un divieto commerciale rischierebbe di spostare il problema invece di risolverlo.

Von der Leyen insiste inoltre sulla necessità di mantenere la rotta verso la transizione energetica, mentre l’emergenza impone di occuparsi dell’urgenza più prosaica: garantire carburante a prezzi accessibili.

«I nostri cittadini hanno bisogno e meritano energia a prezzi accessibili», ha scritto la presidente della Commissione, assicurando che l’Ue continuerà a lavorare con il G7 per raggiungere questo obiettivo.

La partita non è soltanto sul prezzo

Dietro il dato dei 100 milioni di barili c’è dunque una partita più ampia. Da una parte c’è l’obiettivo immediato di aumentare l’offerta e frenare la corsa dei prezzi del diesel. Dall’altra c’è il delicato equilibrio tra sicurezza energetica, commercio internazionale e rapporti politici all’interno dell’alleanza occidentale.

Il paradosso è evidente: mentre l’Europa continua a progettare il superamento della dipendenza dai combustibili fossili, nel pieno dell’emergenza torna a guardare proprio alle proprie scorte di carburante come strumento per stabilizzare il mercato.

È la politica energetica nella sua forma più concreta. Le strategie di lungo periodo possono attendere, il pieno no.

E intanto Trump può segnare un punto sul tabellone politico. L’Europa non ha accettato un divieto alle esportazioni e ha scelto una risposta multilaterale, ma ha anche deciso di aprire le proprie riserve. Washington lo considera un risultato della propria pressione. Bruxelles lo presenta come una scelta coordinata tra alleati.

La sostanza, però, resta una: nei prossimi quattro mesi fino a 100 milioni di barili potranno essere immessi sul mercato, mentre il G7 tenterà di aumentare la produzione delle raffinerie e mantenere aperti gli scambi energetici.

Il prezzo del diesel dirà se l’operazione sarà sufficiente. La politica, nel frattempo, ha già cominciato a presentare il conto.

Spagna, Sánchez perde la partita della casa e ora guarda alle urne

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A Madrid la crisi della casa è diventata, nel giro di poche ore, una crisi politica a tutti gli effetti. Il Congresso dei deputati ha bocciato entrambi i decreti sull’emergenza abitativa approvati martedì dal governo di Pedro Sánchez, trasformando una battaglia su affitti, sfratti e mercato immobiliare nell’ennesimo test sulla sopravvivenza parlamentare dell’esecutivo.

Il primo provvedimento è stato respinto per appena sei voti: 178 contrari contro 172 favorevoli. Il secondo ha subito una sorte ancora più netta, con 184 no e 166 sì. In entrambi i casi è stato decisivo il voto contrario di Junts, il partito indipendentista catalano guidato politicamente da Carles Puigdemont, che fino a ieri era uno degli interlocutori fondamentali per consentire al governo di Sánchez di costruire, volta per volta, una maggioranza in Parlamento.

La matematica parlamentare, del resto, ha ormai smesso da tempo di essere una questione per soli addetti ai lavori. Per Sánchez è diventata una specie di sport estremo: ogni provvedimento richiede una trattativa, ogni trattativa un compromesso e ogni compromesso la disponibilità di alleati che possono cambiare posizione fino all’ultimo minuto.

Questa volta il margine per il negoziato si è chiuso.

I due decreti erano stati presentati dal governo come una risposta urgente alla crisi abitativa, esplosa anche sull’onda emotiva suscitata dallo sfratto di un’anziana di 87 anni, diventato nelle ultime settimane il simbolo della difficoltà di migliaia di famiglie alle prese con affitti elevati, precarietà abitativa e rischio di perdere la propria casa. Le misure prevedevano, tra l’altro, un rafforzamento della protezione contro gli sfratti delle persone vulnerabili, nuove regole per gli affitti temporanei e per le stanze, limitazioni agli acquisti speculativi da parte dei grandi fondi immobiliari e proroghe di alcuni contratti di locazione.

Il secondo decreto era più circoscritto e puntava soprattutto sulla stabilità dei contratti di locazione abitativa, attraverso il rinnovo automatico previsto dalle nuove disposizioni. Anche questo testo, però, è finito sotto la ghigliottina parlamentare.

Sánchez si gioca anche la carta della «storia»

Prima del voto, il premier ha deciso di intervenire personalmente. Un’apparizione a sorpresa nell’Aula che aveva il sapore dell’ultimo appello, ma anche quello di un messaggio politico rivolto oltre le pareti del Congresso.

Sánchez ha chiesto ai deputati di mettere da parte il «calcolo politico» e di «pensare alla gente». Poi ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, rivolgendosi soprattutto a PP, Vox e Junts: se avessero bocciato i provvedimenti, ha avvertito, «la storia» li avrebbe giudicati «prima di quanto credono» e con maggiore severità di quanto immaginino.

Una frase da campagna elettorale pronunciata dentro un Parlamento che, almeno per ora, non è ancora un comizio. Ma la politica spagnola sembra ormai muoversi proprio su quella linea sottile.

Il governo ha cercato fino all’ultimo di convincere Junts a non far saltare i provvedimenti. La ministra della Casa, Isabel Rodríguez, aveva sostenuto che circa il 90 per cento delle proposte avanzate dagli indipendentisti catalani fosse già stato recepito nei testi e aveva offerto la possibilità di trasformare i decreti in disegni di legge, così da consentire successive modifiche e correzioni.

Junts, però, ha chiesto il ritiro dei provvedimenti e un nuovo negoziato. Il governo ha scelto di non arretrare. Il risultato è stato quello che i numeri, alla vigilia del voto, lasciavano ormai presagire.

La maggioranza che non c’è

Il problema per Sánchez non è soltanto aver perso due votazioni. È aver perso due votazioni su un tema politicamente esplosivo e averlo fatto dopo aver tentato di costruire un’intesa proprio con una forza parlamentare che può risultare decisiva per la tenuta dell’esecutivo.

Junts non è formalmente parte della coalizione di governo, ma il suo appoggio parlamentare è stato spesso determinante. Il suo «no» dimostra quanto sia fragile l’equilibrio sul quale Sánchez è costretto a governare.

E qui la questione della casa diventa inevitabilmente questione di governo.

La bocciatura non comporta automaticamente lo scioglimento del Congresso né elezioni anticipate. Ma riapre con forza il dossier elettorale. La prima domenica utile indicata per un eventuale voto anticipato sarebbe il 29 novembre, una data che nelle ultime ore ha smesso di essere una semplice ipotesi di calendario per trasformarsi in una possibilità concreta al centro del dibattito politico madrileno.

Sánchez, tuttavia, non ha ancora annunciato alcuna convocazione. La decisione richiederebbe un passaggio politico e istituzionale distinto dalla semplice bocciatura dei decreti. Per ora, dunque, il governo resta in piedi. Ma la domanda è quanto possa continuare a governare senza una maggioranza parlamentare sufficientemente affidabile.

Fuori dal Congresso la rabbia cresce

Mentre dentro l’Aula si contavano i voti, fuori dal Parlamento si contavano invece le persone.

Centinaia di manifestanti provenienti dall’accampamento di Puerta del Sol hanno raggiunto il Congresso per protestare contro il possibile affossamento delle misure sulla casa. «La lotta è l’unica strada», hanno scandito, insieme a slogan come «Dov’è il governo progressista?» e «Senza casa non c’è educazione».

Dopo il voto, la protesta è salita di tono. Tra le grida lanciate contro il Parlamento sono risuonati «vergogna» e richieste di sciopero generale. La crisi abitativa, insomma, non è più soltanto una voce nei documenti del Consiglio dei ministri o una riga nei programmi elettorali. È diventata una questione capace di riempire le piazze e di mettere pressione direttamente sulle istituzioni.

Ed è proprio questo il paradosso della giornata spagnola.

Il governo ha perso la sua battaglia parlamentare nel momento in cui cercava di presentarsi come il governo che aveva scelto di affrontare l’emergenza abitativa. Junts ha scelto di non sostenerlo. Il Partito Popolare e Vox hanno votato contro. E fuori dal palazzo la protesta continua a crescere.

A Madrid, dunque, la casa è diventata molto più di una casa. È il punto nel quale si incontrano una crisi sociale, una maggioranza parlamentare fragile e un governo costretto a dimostrare, ogni volta, di avere ancora i numeri per andare avanti.

Per Sánchez la partita non è finita. Ma da oggi il tabellone è decisamente più difficile da leggere. E, soprattutto, il calendario ha cominciato a parlare.

In ospedale i medici non aspettano più la pensione

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C’è un momento in cui un medico dovrebbe lasciare l’ospedale perché ha raggiunto l’età della pensione. E poi c’è il momento, decisamente meno fisiologico, in cui decide di andarsene perché non ne può più. Nel Servizio sanitario nazionale le due cose ormai rischiano di confondersi, ma i numeri raccontano una storia piuttosto precisa: nel 2025 i medici ospedalieri che hanno scelto volontariamente di dimettersi sono stati più di quelli arrivati al pensionamento.

I primi sono 3.767, i secondi 2.876. Non è soltanto un sorpasso statistico. È un cambio di paradigma. Le dimissioni volontarie sono infatti aumentate del 150% in un solo anno, passando dalle 1.503 del 2024 al dato del 2025. Una crescita che porta gli addii al 3,5% dell’intera popolazione medica del Servizio sanitario pubblico, una quota che, secondo l’analisi di Anaao Assomed, non era mai stata raggiunta neppure nelle fasi più drammatiche della pandemia.

Il dato più inquietante, però, non è soltanto quanti medici se ne vanno. È chi se ne va. Non una generazione arrivata al capolinea professionale, ma soprattutto camici bianchi ancora nel pieno della maturità clinica, con un’età media attorno ai 48 anni. Professionisti formati, esperti, difficilmente sostituibili dall’oggi al domani. In altre parole, il sistema non sta semplicemente accompagnando qualcuno all’uscita: sta perdendo pezzi mentre sono ancora pienamente operativi.

Dodici regioni già oltre il punto di equilibrio

Il fenomeno non è confinato a qualche caso isolato. Nel 2025, secondo l’indagine di Anaao Assomed, in 12 regioni su 20 i medici che hanno scelto di lasciare il Servizio sanitario nazionale prima della pensione sono stati più numerosi di quelli arrivati al termine della carriera.

Il rapporto tra dimissioni e pensionamenti diventa particolarmente significativo in Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Sardegna, dove gli addii volontari arrivano a essere da 2,4 a 3,3 volte quelli dei pensionamenti.

È la fotografia di un sistema nel quale la porta d’uscita non viene più utilizzata soltanto da chi ha maturato i requisiti per attraversarla. Cominciano a usarla anche medici che, almeno sulla carta, avrebbero davanti ancora molti anni di professione.

E qui il problema smette di essere soltanto sindacale e diventa organizzativo. Per formare un medico servono anni. Per formare uno specialista ancora di più. Per sostituire un professionista esperto, poi, non basta mettere una nuova casella in organico.

Un Servizio sanitario a due velocità

Anche la geografia racconta una sanità divisa. Nell’ultimo decennio il Centro-Nord ha registrato un saldo positivo di 4.029 medici, pari a un incremento del 5,9%. Il Mezzogiorno, nello stesso periodo, ha invece perso 1.166 professionisti, con una riduzione del 3,1%.

Le contrazioni più pesanti riguardano Basilicata, con il 24,6% in meno, Molise, con il 17,2%, Valle d’Aosta, con il 14,2%, e Calabria, con il 12,6%.

Il rischio è quello di alimentare un circolo vizioso già noto: dove il personale diminuisce, aumentano i carichi di lavoro; dove aumentano i carichi di lavoro, peggiorano le condizioni professionali; dove peggiorano le condizioni professionali, diventa più difficile trattenere chi potrebbe scegliere altre strade.

E così la questione degli organici finisce per trasformarsi in una questione di attrattività. Non basta più chiedersi quanti medici mancano. Bisogna capire quanti di quelli che ci sono hanno ancora intenzione di restare.

Il paradosso del ricambio generazionale

C’è, tuttavia, un elemento positivo. Il ricambio generazionale, dopo anni di allarme sull’invecchiamento del personale, è effettivamente partito. Tra il 2015 e il 2024 l’età media dei medici ospedalieri è diminuita di due anni e sette mesi tra gli uomini e di due anni e quattro mesi tra le donne.

Un ruolo importante lo ha avuto il cosiddetto Decreto Calabria, che tra il 2019 e il 2025 ha consentito l’ingresso nel sistema sanitario di quasi 10 mila giovani medici, arrivando a rappresentare fino al 43% delle assunzioni a tempo determinato.

Il paradosso è che proprio mentre il sistema comincia finalmente a ringiovanire, rischia di perdere la generazione che dovrebbe garantire continuità e trasmettere esperienza.

Secondo Pierino Di Silverio, segretario nazionale di Anaao Assomed, il ricambio generazionale avviato negli ultimi anni rischia così di essere vanificato. I numeri indicati dal sindacato sono eloquenti: nel 2025, ogni 100 medici assunti a tempo indeterminato, 43 si sono dimessi e 77 sono usciti complessivamente dall’ospedale pubblico considerando anche pensionamenti e altre forme di uscita.

Una porta girevole, insomma. Si assume da una parte e dall’altra si rischia di perdere personale che dovrebbe invece consolidarsi nel sistema.

Turni, burocrazia e aggressioni: perché si lascia

Le ragioni dell’esodo, secondo Anaao Assomed, non sarebbero riconducibili alla normale mobilità professionale. Sul tavolo ci sono turni pesanti, retribuzioni considerate non competitive rispetto agli standard europei, rischio di burnout, una mole crescente di adempimenti burocratici e il problema della sicurezza, con le aggressioni nei reparti sempre più parte del vissuto professionale.

È il ritratto di una professione nella quale il tempo dedicato alla cura rischia di essere schiacciato da tutto ciò che le gira intorno: carte, turni, responsabilità, contenziosi, carenze di personale e tensioni con l’utenza.

Il punto, naturalmente, non è che ogni medico dimesso dal sistema sia necessariamente una vittima di condizioni di lavoro insostenibili. Ma quando in un solo anno le dimissioni aumentano del 150% e superano i pensionamenti, il fenomeno merita di essere osservato per quello che è: un indicatore della capacità del Servizio sanitario nazionale di trattenere i propri professionisti.

Dieci richieste per fermare l’esodo

Anaao Assomed chiede alle istituzioni di passare dalle dichiarazioni agli interventi concreti attraverso un piano straordinario articolato in dieci punti.

Tra le proposte c’è la stabilizzazione del Decreto Calabria e la trasformazione della formazione specialistica in un vero contratto di formazione-lavoro per i giovani medici. Il sindacato chiede inoltre retribuzioni adeguate alla media europea, anche attraverso la detassazione del salario accessorio, e maggiori garanzie assicurative per le strutture sanitarie.

Per il Mezzogiorno vengono proposti incentivi economici e di carriera capaci di contrastare la fuga dei professionisti. Sul fronte del welfare, invece, Anaao punta sulla tutela dei riposi e dei congedi parentali, oltre che sul miglioramento della sicurezza e della qualità della vita negli ospedali.

Infine, la richiesta di istituire un osservatorio nazionale permanente sulle dimissioni, per capire non soltanto quanti medici se ne vanno, ma soprattutto perché, dove finiscono e quali condizioni li hanno spinti a fare quella scelta.

Perché un medico che va in pensione è una variabile prevista dal sistema. Un medico di 48 anni che si dimette è un’altra storia.

E se gli addii diventano più numerosi dei pensionamenti, forse il problema non è più soltanto trovare abbastanza medici. È convincere quelli che ci sono che valga ancora la pena restare.

«Il 2025 ci consegna un segnale d’allarme che nessuno può permettersi di ignorare», sostiene Di Silverio. Il 2026, aggiunge, dirà se si è trattato di un incidente di percorso o dell’inizio di una frana.

La differenza, a questo punto, dipenderà anche da una domanda molto concreta: quanto sarà disposto il Servizio sanitario nazionale a investire non soltanto sui medici che devono arrivare, ma su quelli che ha ancora il dovere di non perdere?

Israele, l’Alta Corte riapre le urne ai partiti arabi

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La democrazia israeliana, almeno per oggi, torna a fare quello che dovrebbe fare una democrazia: lasciare che siano gli elettori a decidere chi può entrare in Parlamento. L’Alta Corte di giustizia ha annullato all’unanimità la decisione della Commissione elettorale centrale che aveva escluso dalle elezioni del 27 ottobre i partiti arabi della Joint List e Ra’am. Una bocciatura netta, senza sfumature, per un provvedimento che avrebbe sottratto al voto una parte significativa della rappresentanza politica del Paese.

La sentenza riguarda la Joint List, coalizione composta in prevalenza da formazioni politiche arabe, e Ra’am, il partito guidato da Mansour Abbas, protagonista di una stagione politica che aveva già infranto più di un tabù della politica israeliana. Abbas aveva infatti sostenuto il precedente governo guidato da Naftali Bennett e Yair Lapid, dimostrando che nella complessa aritmetica parlamentare israeliana anche un partito arabo può diventare decisivo per la formazione di una maggioranza.

Ora quella rappresentanza torna davanti agli elettori. La Corte ha ritenuto che non vi fossero i presupposti giuridici sufficienti per impedire ai partiti di partecipare alla competizione elettorale. In altre parole, la Commissione elettorale aveva alzato una barriera che i giudici hanno ritenuto incompatibile con gli standard richiesti dalla legge.

La questione, naturalmente, va ben oltre la semplice disputa procedurale. In Israele l’esclusione di una lista elettorale non è mai un dettaglio da regolamento condominiale. Tocca il delicatissimo equilibrio tra sicurezza, identità dello Stato, libertà politica e diritto alla rappresentanza. Ed è proprio su questo terreno che la decisione dell’Alta Corte assume un peso politico e istituzionale rilevante, senza che ciò significhi attribuire ai giudici il compito di scegliere quali partiti siano graditi o sgraditi.

La Corte ha affrontato anche il caso di Ofer Cassif, deputato di Hadash, la cui candidatura era stata respinta dalla Commissione elettorale centrale. Anche qui il cartellino rosso è stato ritirato. Con sette voti favorevoli e due contrari, i giudici hanno stabilito che Cassif potrà candidarsi.

La decisione non equivale, però, a una promozione politica del parlamentare. Anzi, i giudici hanno espresso una forte disapprovazione per alcune delle sue dichiarazioni. Il punto, tuttavia, è un altro: per impedire a un candidato di partecipare alle elezioni non basta che le sue parole siano controverse, provocatorie o politicamente indigeste. La legge prevede requisiti particolarmente rigorosi e, secondo la maggioranza della Corte, in questo caso la soglia necessaria per l’esclusione non era stata raggiunta.

È una distinzione fondamentale, soprattutto in tempi in cui la politica tende a trasformare ogni conflitto in una prova di fedeltà. Un conto è contestare duramente le idee di un candidato, un altro è impedirgli di sottoporle al giudizio degli elettori. Il primo è il mestiere della politica. Il secondo richiede una giustificazione giuridica molto più solida.

La sentenza restituisce dunque alle urne una parte della competizione politica che la Commissione elettorale aveva cercato di fermare. E lo fa ricordando, con una certa brutalità istituzionale, che in una democrazia il diritto di voto non può dipendere semplicemente dal fatto che un partito piaccia oppure no alla maggioranza del momento.

Le elezioni del 27 ottobre si annunciano così ancora più delicate. Non soltanto per gli equilibri tra i grandi schieramenti, ma anche per il ruolo che le formazioni arabe potranno tornare a giocare nella composizione della Knesset e, soprattutto, nelle eventuali trattative per la formazione del governo.

La politica israeliana è abituata ai colpi di scena. Questa volta il colpo di scena è arrivato dalla magistratura, che ha ricordato alla politica una regola piuttosto semplice: le elezioni servono a contare i voti, non a decidere in anticipo quali voti possano essere contati.

Modena, la perizia sull’auto contro la folla: «El Koudri era capace di intendere e di volere»

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Tre ore di udienza per mettere a fuoco una domanda che, in questo caso, pesa quasi quanto il fatto stesso: Salim El Koudri, 31 anni, quando il 16 maggio scorso ha imboccato a forte velocità una strada di Modena travolgendo la folla, era in grado di capire ciò che stava facendo e di decidere di farlo?

La risposta dei periti nominati dal giudice per le indagini preliminari è sì. Nonostante il disturbo psichiatrico, El Koudri sarebbe stato capace di intendere e di volere al momento dei fatti e, secondo le conclusioni illustrate nell’incidente probatorio davanti alla gip del Tribunale di Modena, sarebbe anche in grado di sostenere il processo.

È una conclusione destinata a incidere pesantemente sul procedimento. Perché sposta il baricentro della vicenda dalla domanda sulla sua condizione psichica alla questione della responsabilità per ciò che accadde quel giorno: otto persone investite, una donna morta. La vittima è Monica Esposito, 55 anni. In aula, durante l’udienza, c’era anche il marito, Angelo Ciccarelli.

I periti Matilde Forghieri e Giuseppe Sartori hanno ribadito le conclusioni cliniche già emerse nelle scorse settimane. El Koudri, secondo la loro valutazione, era in grado di comprendere il significato delle proprie azioni e di autodeterminarsi. Una formula tecnica, inevitabilmente asciutta, che tradotta nella concretezza dei fatti significa che il disturbo psichiatrico riscontrato non avrebbe cancellato la capacità di comprendere la portata delle proprie decisioni.

La difesa legge però la stessa vicenda da una prospettiva opposta. I propri consulenti ritengono che il disturbo sia «importante» e tale da compromettere la capacità di intendere e di volere. E il difensore Fausto Gianelli insiste sulla dinamica di quella giornata, sottolineando un elemento che considera decisivo: El Koudri avrebbe guidato regolarmente fino a Modena, rispettando le norme della circolazione, per poi cambiare improvvisamente condotta.

Secondo la ricostruzione della difesa, all’ingresso della città sarebbe intervenuto un «raptus» riconducibile alla patologia. Da lì la scelta di imboccare la strada ad alta velocità e la sequenza che si sarebbe trasformata in una strage.

È proprio attorno a quel passaggio che si concentra una delle questioni più delicate del procedimento. Un comportamento apparentemente ordinario può convivere con una successiva azione violenta determinata da una condizione psichiatrica? E, soprattutto, quella condizione era tale da eliminare o soltanto da alterare la capacità di comprendere e volere?

La perizia, almeno per gli esperti incaricati dal giudice, propende per la prima risposta. Il disturbo c’è, ma non avrebbe raggiunto un livello tale da privare El Koudri della capacità di autodeterminarsi. La difesa, invece, contesta questa lettura e attribuisce proprio alla patologia il repentino cambio di comportamento.

Nel frattempo, sul procedimento pesa anche la contestazione dell’aggravante del terrorismo, che la Procura non ha ritenuto di escludere. Un elemento che contribuisce a rendere ancora più complesso un caso nel quale il profilo psichiatrico, la dinamica dell’investimento e la qualificazione giuridica dei fatti procedono su binari destinati inevitabilmente a incrociarsi.

El Koudri era presente in aula, accompagnato dalla polizia penitenziaria, accanto al suo difensore. Di fronte, idealmente, c’era il racconto di quella giornata e il suo bilancio più drammatico. Una donna morta, otto persone investite e una perizia che ora consegna al processo una conclusione precisa: il disturbo psichiatrico non avrebbe impedito all’imputato di comprendere ciò che stava facendo.

Sarà il procedimento, attraverso il confronto tra le diverse valutazioni cliniche e l’esame degli altri elementi raccolti, a stabilire il peso di quella conclusione. Per ora resta una fotografia tecnica di un istante decisivo: secondo i periti del giudice, El Koudri, quel 16 maggio, non era privo della capacità di intendere e di volere.

Schlein alza il volume: «Il Pd è pronto a guidare l’alleanza e il Paese»

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Al Nazareno il verbo è uno solo: vincere. Elly Schlein lo pronuncia senza particolari cautele e, soprattutto, senza lasciare troppo spazio alla grammatica del dubbio. Aprendo la Direzione nazionale del Pd, la segretaria dem mette sul tavolo l’ambizione che da tempo attraversa il partito: tornare a contendere seriamente il governo del Paese al centrodestra e farlo assumendo la guida dell’alleanza.

«Siamo un gruppo dirigente che dirige e che non si fa portare a spasso da nessuno», scandisce Schlein. Una frase che vale quasi quanto un manifesto politico. Il messaggio interno è evidente: il Pd non vuole essere il passeggero di un centrosinistra costruito da altri, né intende affidare a eventuali alleati la definizione della rotta. Il partito, nelle intenzioni della segretaria, deve essere il motore della coalizione.

Da qui il passaggio successivo, ancora più ambizioso: «Insieme ci candidiamo a guidare l’alleanza e a guidare il Paese». Non soltanto, dunque, una rivendicazione di centralità nel campo progressista, ma una vera candidatura alla guida del prossimo governo, qualora dalle urne arrivasse la possibilità di costruire una maggioranza alternativa.

Schlein prova così a spostare il baricentro della discussione. Il Pd non dovrebbe più limitarsi a interrogarsi su come tenere insieme le diverse anime dell’opposizione, ma iniziare a parlare al Paese come una forza che si considera concretamente pronta a governare. È un cambio di passo soprattutto politico e narrativo. Perché tra essere alternativi a una maggioranza e prepararsi a sostituirla passa una differenza non proprio secondaria.

La segretaria dem individua anche una scansione temporale precisa: «Dopo vent’anni abbiamo la possibilità di vincere le elezioni». È il passaggio che più chiaramente trasforma il discorso interno al partito in un messaggio rivolto all’esterno. Il Pd, nelle parole di Schlein, non si considera più condannato a una lunga traversata nel deserto, ma davanti a una finestra elettorale che potrebbe diventare decisiva.

Il punto, naturalmente, sarà capire quanto questa convinzione riesca a tradursi in una proposta capace di tenere insieme un fronte politico inevitabilmente articolato. La matematica delle coalizioni, del resto, è spesso meno romantica degli slogan congressuali. E il centrosinistra italiano ha una lunga esperienza nel trasformare l’entusiasmo della vigilia in un complicato esercizio di equilibrio tra partiti, leadership e programmi.

Schlein, però, oggi sceglie di partire dalla fiducia e non dalla prudenza. «Portare il cambiamento, migliorare la vita delle persone», dice, prima di chiudere con un inequivocabile «Andiamo a vincere».

È una formula semplice, quasi da comizio, ma politicamente tutt’altro che neutra. Significa chiedere al Pd di smettere di pensarsi soltanto come forza di opposizione e di prepararsi a essere il punto di riferimento di un’alternativa di governo. Significa anche mettere alla prova la stessa leadership della segretaria, chiamata d’ora in avanti a trasformare l’ambizione dichiarata in consenso, alleanze e soprattutto in una proposta riconoscibile agli occhi degli elettori.

Al Nazareno, insomma, si apre ufficialmente la stagione del «possiamo vincere». Ora arriva la parte più complicata: convincere il Paese che non si tratta soltanto di una possibilità raccontata dal partito, ma di un progetto politico capace di reggere alla prova delle urne.

Natura-Umana, Elena Di Felice porta a Spoleto una nuova idea di arte

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A Spoleto l’arte non sembra avere alcuna intenzione di andare in vacanza. Archiviato il lungo capitolo del Menotti Art Festival Spoleto, la città rimette immediatamente in moto il suo laboratorio culturale e lo fa con una nuova protagonista: Elena Di Felice, artista al centro della mostra personale “Natura-Umana”, in programma dal 3 al 29 ottobre al Caffè Letterario del Sansi.

La presentazione ufficiale della nuova collezione è fissata per sabato 3 ottobre alle ore 17, alla presenza dell’artista. L’esposizione è curata da Luca Filipponi e Paola Biadetti, mentre l’impianto critico è affidato al dottor Sandro Costanzi. Un appuntamento che si annuncia particolarmente partecipato, con la presenza di giornalisti, media, critici e artisti, oltre ai protagonisti del progetto.

Non una semplice inaugurazione, dunque, ma un incontro tra linguaggi diversi, nel quale la pittura e la ricerca artistica diventano il punto di partenza per una riflessione più ampia. La giornata di apertura vedrà infatti gli interventi di Luca Filipponi, Sandro Costanzi, Francesco Ansidei, Alessandro Maugeri, promoter internazionale e curatore, ed Emanuela Mari, attrice e musicista.

E, come ormai accade sempre più spesso nelle iniziative legate al circuito spoletino, la mostra non si esaurirà nello spazio fisico della sala. La presentazione sarà infatti seguita da una diretta con “Segnalazioni Letterarie”, prevista per domenica alle ore 12, a conferma di una formula che prova a far dialogare presenza, comunicazione e promozione culturale.

Il titolo, “Natura-Umana”, è già una dichiarazione di intenti. Due parole apparentemente semplici che mettono in tensione ciò che appartiene al mondo naturale e ciò che invece nasce dall’esperienza, dalla sensibilità e dalla costruzione dell’uomo. È proprio in questa zona di confine che si colloca la ricerca di Elena Di Felice, chiamata a misurarsi con un pubblico e con un contesto, quello di Spoleto, abituato da secoli a pretendere qualcosa in più dall’arte.

La sfida, del resto, è tutt’altro che marginale. Portare una nuova proposta artistica a Spoleto significa confrontarsi con una città nella quale la cultura non è soltanto una voce del calendario degli eventi, ma una parte strutturale dell’identità urbana. E il Caffè Letterario del Sansi, inserito nel circuito del Menotti Art Festival, è diventato negli ultimi anni uno degli spazi nei quali questa vocazione trova una declinazione particolarmente dinamica.

Per Luca Filipponi, presidente del Menotti Art Festival Spoleto, la nuova esposizione conferma proprio questa impostazione.

«Il Menotti Art Festival Spoleto e, in particolare, il Caffè Letterario del Sansi si confermano grandi luoghi di cultura, arte, sperimentazione e promozione artistica. Questo è stato ormai certificato dalle importanti partnership consolidate con realtà come le Biennali di Venezia, il Premio Internazionale Oscar Wilde e, da ultimo, anche dal Festival del Cinema di Roma».

Un circuito che, nelle intenzioni degli organizzatori, non vuole vivere soltanto di appuntamenti concentrati nei grandi eventi, ma costruire una continuità capace di accompagnare Spoleto anche oltre le tradizionali stagioni della cultura.

In questa prospettiva, la personale di Elena Di Felice arriva quasi come una postfazione destinata a diventare un nuovo capitolo. Finito il festival, infatti, non cala il sipario. Cambia semplicemente la scena.

E “Natura-Umana” sembra costruita proprio per questo: offrire un’occasione di confronto nella quale l’opera non sia soltanto qualcosa da guardare, ma un dispositivo capace di generare domande. Sulla natura, sull’uomo, sull’identità e sul rapporto sempre più complesso tra arte e comunicazione.

Il mese di ottobre, dunque, si apre a Spoleto con una nuova scommessa culturale. Una scommessa che porta il nome di Elena Di Felice e che, almeno nelle premesse, ha un’ambizione precisa: dimostrare ancora una volta che l’arte contemporanea può uscire dai recinti specialistici, entrare nei luoghi della vita quotidiana e trasformare un caffè letterario in un piccolo, ma tutt’altro che marginale, osservatorio sul presente.

Dal 3 al 29 ottobre, il Sansi sarà quindi il luogo dell’incontro. Tra artista e pubblico, tra natura e umano, tra tradizione spoletina e nuove sperimentazioni. Perché a Spoleto, evidentemente, anche dopo il festival l’arte continua a fare gli straordinari.