25 Ottobre 2026, domenica
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Rincari da guerra, il conto arriva a fine anno: per una famiglia con due figli la stangata è di 1.415 euro

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La guerra non bussa alla porta soltanto con il rumore delle bombe. A volte arriva molto più discretamente, infilata dentro uno scontrino, una bolletta, il pieno dell’auto o il conto della spesa. E alla fine dell’anno presenta il conto.

È questa la fotografia tracciata dal Codacons, che ha calcolato l’impatto dei rincari legati al conflitto in Iran sulla spesa delle famiglie italiane. La simulazione parte dall’inflazione acquisita dall’Istat per l’intero 2026 e prende in esame la spesa annua complessiva delle diverse tipologie familiari, ipotizzando che i prezzi restino sui livelli attuali.

Il risultato è tutt’altro che leggero: a parità di consumi, una famiglia italiana potrebbe arrivare a spendere centinaia o addirittura oltre mille euro in più rispetto allo scorso anno.

A pagare il conto più pesante, secondo l’analisi, sono le famiglie numerose. Una coppia con due figli a carico dovrà mettere in preventivo un aggravio annuo di 1.415 euro. Non esattamente una spesa marginale, soprattutto in un bilancio familiare nel quale ogni voce ha già imparato a contendersi lo spazio con le altre.

Per una coppia con un figlio, il maggior esborso stimato è di 1.281 euro. Scendendo nella scala delle composizioni familiari, una famiglia monogenitoriale dovrà fare i conti con 976 euro di spesa aggiuntiva, mentre una coppia senza figli vedrà aumentare il proprio esborso annuale di 1.167 euro.

Neppure chi vive da solo può considerarsi al riparo dalla fiammata dei prezzi. Un single con meno di 35 anni potrebbe spendere 704 euro in più nell’arco del 2026. Per un pensionato che vive solo, l’aggravio stimato è invece di 667 euro.

Numeri che raccontano una dinamica ormai difficile da ignorare: l’inflazione non pesa allo stesso modo su tutti, ma si insinua nei bilanci familiari seguendo la composizione del nucleo, il livello dei consumi e, soprattutto, la capacità economica di assorbire gli aumenti.

Il reddito fa la differenza

Il Codacons ha infatti analizzato anche l’impatto dei rincari in base alla principale fonte di reddito della famiglia, utilizzando la classificazione della condizione professionale del capofamiglia adottata dall’Istat.

E qui emerge un altro paradosso del caro prezzi: più elevato è il reddito, maggiore può essere in valore assoluto l’esborso legato ai consumi. Non significa necessariamente che l’impatto percentuale sul bilancio sia maggiore, ma che, spendendo di più, anche l’effetto degli aumenti si traduce in una cifra più consistente.

Secondo le stime, un disoccupato arriverebbe a spendere a fine 2026 701 euro in più rispetto all’anno precedente. Per una famiglia il cui principale percettore di reddito è un operaio, l’aggravio salirebbe a 936 euro.

La cifra cresce sensibilmente per le fasce professionali con maggiore capacità di spesa: 1.259 euro in più per un quadro o dirigente, fino ad arrivare a 1.616 euro per un imprenditore o libero professionista.

Il dato va dunque letto in controluce. Non è soltanto la guerra a determinare il costo della vita, né l’aumento della spesa può essere attribuito a una singola voce. L’analisi del Codacons fotografa l’effetto complessivo dell’inflazione sui consumi, assumendo come riferimento l’andamento acquisito dei prezzi e l’ipotesi che i livelli attuali vengano mantenuti per il resto dell’anno.

Resta però il punto centrale: il conto dell’inflazione non arriva in un’unica soluzione, ma a rate invisibili. Qualche euro in più qui, qualche centesimo là, un aumento sulla spesa, un altro sulla mobilità, uno sulle utenze. Presi singolarmente possono sembrare ritocchi sopportabili. Sommarsi, invece, è il loro mestiere.

E così la guerra, anche quando resta lontana migliaia di chilometri, può finire per avere una presenza molto concreta nelle case italiane. Non serve sentirne il boato: basta guardare quanto resta nel portafoglio alla fine del mese.

Le serve del santone: ai suoi piedi, al suo servizio

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Lavarlo. Vestirlo. Portarlo in automobile dove voleva andare. Servirlo a tavola. E, quando arrivava l’ora di dormire, sistemarsi ai piedi del suo letto. Il tutto con quella che, secondo gli investigatori, doveva essere la dovuta dose di «deferenza e disponibilità».

Nella presunta setta di Almese, in Val di Susa, il potere del «maestro» Bruno Malatesta sembra avere avuto anche una dimensione molto concreta, quasi domestica. Non bastavano la devozione, i rituali e la sudditanza psicologica. C’era anche il servizio personale, quello che trasforma una presunta guida spirituale in padrone di casa e i seguaci in una sorta di personale di servizio.

È uno degli aspetti che emergono dalle carte dell’inchiesta della Procura di Torino, che ruota attorno alle accuse mosse nei confronti del guru e dei suoi collaboratori. Le contestazioni sono pesanti e dovranno naturalmente essere dimostrate nel corso del procedimento. Ma il quadro ricostruito dagli investigatori descrive una struttura gerarchica nella quale il confine tra discepolo, collaboratore e vittima appare tutt’altro che netto.

Le complici che sarebbero state anche vittime

Paola V. e Chiara L. sono indagate a piede libero, insieme a Giulio G., l’unico uomo oltre a Malatesta all’interno del gruppo, per concorso nella riduzione in schiavitù delle adepte.

Ed è proprio qui che la vicenda assume uno dei suoi risvolti più inquietanti. Le due donne, secondo l’accusa, avrebbero contribuito al funzionamento del sistema e al reclutamento di altre donne. Ma contemporaneamente, sempre secondo quanto emerge dalle indagini, sarebbero state sottoposte a loro volta al controllo del «maestro».

Una contraddizione soltanto apparente, se si considera il funzionamento dei meccanismi di manipolazione descritti dagli inquirenti. In una struttura fortemente gerarchica, si può essere contemporaneamente esecutori e vittime, avere un ruolo di privilegio rispetto a qualcuno e restare comunque subordinati a chi sta più in alto.

Le due donne, insomma, avrebbero occupato una posizione intermedia. Non esattamente al vertice, certamente non alla pari delle altre adepte. Ma nemmeno libere di sottrarsi alle richieste del guru.

Lavare, vestire, servire

Secondo la ricostruzione investigativa, le loro giornate erano scandite anche dalle necessità personali di Malatesta. Dovevano occuparsi di lui, accompagnarlo, accudirlo.

Una devozione che, nelle carte dell’inchiesta, assume contorni molto meno spirituali di quanto la parola «maestro» potrebbe suggerire.

Le donne avrebbero dovuto lavarlo e vestirlo, oltre a mettersi a disposizione per gli spostamenti. E quando si trattava di mangiare, il rituale prevedeva anche il servizio a tavola.

Poi c’era il particolare più simbolico di tutti: dormire «ai piedi del suo letto».

Una formula che dice molto più di quanto sembri. Perché racconta plasticamente una gerarchia nella quale la distanza tra il capo e i suoi seguaci non era soltanto metaforica. C’era chi comandava e chi serviva. E, secondo gli inquirenti, anche chi veniva educato a considerare quella subordinazione come qualcosa di normale.

La casa da pulire, anche di notte

Il ruolo delle due donne non si sarebbe però esaurito nell’assistenza personale al guru. Dovevano occuparsi anche della casa e degli spazi comuni utilizzati dal gruppo.

Quando qualcosa non era di suo gradimento, Malatesta avrebbe reagito con durezza anche nei loro confronti. Le accuse contenute negli atti parlano di pressioni e punizioni che sarebbero arrivate fino a imporre loro di ripetere le pulizie e di rimanere sveglie per l’intera notte.

Non esattamente il genere di turno domestico che si possa archiviare alla voce «volontariato».

Secondo gli investigatori, il controllo sarebbe passato anche attraverso la paura e il senso di colpa. Malatesta avrebbe manipolato le due donne «ingenerando sensi di colpa o sensi di paura», consolidando così la propria autorità.

È uno schema che, se confermato, restituisce l’immagine di un potere esercitato non soltanto attraverso ordini espliciti, ma anche attraverso un sistema psicologico capace di far apparire l’obbedienza come un dovere e la ribellione come una colpa.

Anche l’uomo del gruppo sarebbe stato sotto il controllo del guru

Il sistema, secondo le carte, non avrebbe risparmiato nemmeno l’unico altro uomo del gruppo, Giulio G.

Anche nei suoi confronti Malatesta avrebbe esercitato una forte influenza, arrivando a ricondurre i suoi problemi fisici a presunte responsabilità legate alle «vite precedenti».

Una spiegazione che, al di fuori di qualsiasi verifica scientifica, assume nell’economia del gruppo un valore preciso: quello di rafforzare il ruolo del guru come interprete assoluto della realtà.

Se un disturbo fisico può essere spiegato attraverso una vita precedente, se una sofferenza può diventare una colpa, se una paura può essere trasformata in obbedienza, il potere di chi pretende di avere tutte le risposte cresce insieme alla dipendenza di chi quelle risposte le cerca.

Giulio G. è indagato insieme a Malatesta anche in relazione a un episodio di violenza sessuale ai danni di una donna, oltre che per truffa ed esercizio abusivo della professione di psicologo.

Sono accuse che dovranno trovare conferma nelle sedi giudiziarie competenti. Ma le carte dell’inchiesta delineano già un elemento centrale: quello che emerge non è soltanto il ritratto di un presunto santone circondato da fedeli, bensì quello di una struttura gerarchica nella quale obbedienza, paura, servizio personale e controllo psicologico sembrano essersi alimentati a vicenda.

E in questa storia il paradosso più amaro riguarda proprio le due presunte complici. Avrebbero aiutato a tenere in piedi il sistema, ma nello stesso tempo, secondo l’accusa, ne sarebbero rimaste intrappolate. Una macchina di potere nella quale persino chi stava un gradino sopra qualcun altro poteva trovarsi, a sua volta, inginocchiato davanti al gradino successivo.

Stragi di Capaci e via D’Amelio, si chiude il capitolo mafia-appalti: i misteri, però, restano

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Ci sono fascicoli che si chiudono con una firma e altri che, anche quando vengono archiviati, continuano a fare rumore. È il caso dell’ultima pagina scritta sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, gli attentati che nel 1992 uccisero Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle loro scorte.

Il gip di Caltanissetta Santi Bologna ha disposto l’archiviazione del filone d’indagine a carico di ignoti dedicato alla cosiddetta pista mafia-appalti. Una decisione che arriva dopo la richiesta della stessa Procura nissena, depositata lo scorso aprile, e che chiude formalmente un altro capitolo di una delle vicende più oscure della storia giudiziaria italiana.

Il punto, naturalmente, non è soltanto che un’inchiesta venga archiviata. Il punto è ciò che quella stessa inchiesta aveva cercato di verificare: se dietro la stagione delle stragi ci fosse, accanto alla strategia terroristica di Cosa nostra già ampiamente ricostruita nelle sentenze, anche un movente legato agli interessi economici della mafia e alla gestione dei grandi appalti.

Una domanda tutt’altro che marginale. Perché gli appalti, in Sicilia, non erano semplicemente una faccenda di cemento, infrastrutture e milioni. Erano un crocevia nel quale interessi criminali, imprenditoria, politica e pubblica amministrazione potevano incontrarsi. E quando di mezzo ci sono cifre enormi, la mafia tende storicamente a considerare il codice degli appalti più interessante del codice penale.

L’ipotesi investigativa era che il cosiddetto dossier mafia-appalti potesse avere avuto un peso nella decisione di eliminare Borsellino. Il magistrato, secondo questa ricostruzione, avrebbe potuto approfondire le infiltrazioni di Cosa nostra nel sistema dei grandi lavori pubblici, toccando interessi particolarmente sensibili.

Ma questa è un’ipotesi investigativa, non una verità giudiziaria. Ed è proprio qui che l’archiviazione assume il suo significato più preciso: allo stato degli elementi raccolti, non ci sono le condizioni per portare avanti quel filone a carico di ignoti.

La parola «archiviazione», tuttavia, non dovrebbe essere confusa con «spiegazione». Chiude un procedimento, non necessariamente una domanda storica. E nel caso delle stragi del 1992 le domande sono tante, stratificate negli anni, spesso inseguite da nuove inchieste, testimonianze, depistaggi e riletture giudiziarie.

Il quadro, peraltro, non è completamente fermo. Resta aperta la tranche dell’indagine per favoreggiamento aggravato dall’agevolazione mafiosa che coinvolge gli ex magistrati Giuseppe Pignatone e Gioacchino Natoli. Per il favoreggiamento contestato, il reato risulta prescritto. Natoli deve inoltre rispondere dell’ipotesi di calunnia.

Secondo la prospettazione degli inquirenti, i due magistrati avrebbero contribuito a insabbiare il dossier mafia-appalti, favorendo così imprenditori ritenuti vicini a Cosa nostra. È un’accusa grave, che appartiene al terreno dell’inchiesta e dovrà essere valutata nelle sedi giudiziarie competenti, senza scorciatoie narrative e senza trasformare le contestazioni in sentenze anticipate.

Ed è forse proprio questa la parte più delicata della vicenda. Dopo oltre trent’anni, la storia delle stragi continua a muoversi lungo una linea sottile tra ciò che è stato definitivamente accertato, ciò che è ancora oggetto di indagine e ciò che resta confinato nel territorio delle ipotesi.

Falcone e Borsellino furono uccisi da Cosa nostra in una stagione nella quale la mafia dichiarò guerra allo Stato con una violenza senza precedenti. Su questo la storia giudiziaria ha costruito un patrimonio enorme di verità processuali. Ma il problema delle stragi non si esaurisce nella domanda su chi abbia materialmente premuto il detonatore. Resta quello, più insidioso, sui possibili interessi che potevano convergere attorno alla strategia stragista e sui rapporti che la mafia aveva costruito ben oltre il proprio perimetro criminale.

L’archiviazione del filone mafia-appalti restringe dunque un’ipotesi investigativa, ma non cancella la complessità di una stagione nella quale le bombe fecero saltare non soltanto l’asfalto e il cemento, ma anche molte delle rassicuranti separazioni tra mafia, economia e potere.

A Capaci morirono Falcone, Morvillo e gli uomini della scorta. Cinquantasette giorni dopo, in via D’Amelio, toccò a Borsellino e agli agenti che lo proteggevano. Trent’anni dopo, la giustizia continua a mettere ordine tra carte, responsabilità accertate e piste che non hanno trovato conferma.

È la parte meno spettacolare del lavoro giudiziario, quella che non offre finali cinematografici e non consente di riempire ogni casella vuota. Ma è anche quella che dovrebbe ricordare una cosa elementare: in una democrazia, una pista non diventa una verità perché è suggestiva, così come un mistero non diventa meno serio soltanto perché un fascicolo viene archiviato.

Il capitolo mafia-appalti, dunque, si chiude. Il libro delle stragi, evidentemente, no.

Tav, la marcia contro il cantiere che non c’è: «Basta opere fantasma, quei soldi servono alla metropolitana»

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La fascia tricolore c’è. I sindaci anche. Ci sono amministratori, famiglie e una protesta che torna a mettere il dito in una delle piaghe più longeve della politica infrastrutturale italiana: quella delle opere annunciate, finanziate a pezzi, contestate, rilanciate e, nel frattempo, ancora lontane dal diventare realtà.

Alla marcia contro la tratta Avigliana-Orbassano della Torino-Lione, il bersaglio è il nuovo tratto ferroviario collegato alla Tav. E il messaggio lanciato da Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle ed ex sindaca di Torino, è tutto giocato sulla distanza tra le grandi promesse infrastrutturali e le esigenze quotidiane di chi ogni giorno si muove nell’area metropolitana.

«Guardate chi c’è oggi qui: sindaci con la fascia tricolore, amministratori, famiglie», ha detto Appendino durante la manifestazione. Una fotografia politica costruita per rivendicare continuità con le battaglie del passato e, soprattutto, per sostenere che il problema non sarebbe l’idea di investire sulle infrastrutture, ma il modo in cui quelle risorse vengono impiegate.

Il punto, secondo la parlamentare pentastellata, è quello che definisce il rischio di un «altro cantiere fantasma». Un’espressione volutamente tagliente, che riassume la critica a un progetto considerato ancora lontano dalla concreta realizzazione e sul quale, sostiene Appendino, pesano tempi, costi e incertezze sul finanziamento.

Nel mirino finiscono soprattutto i numeri. «Nel frattempo i costi sono cresciuti del 127 per cento e l’opera è ferma», ha affermato la deputata, chiedendo di interrompere quella che considera una spirale di rilanci e rinvii. Per la tratta Avigliana-Orbassano, ha aggiunto, risultano stanziati 827 milioni di euro a fronte di un costo complessivo indicato in circa 3 miliardi. E la partita internazionale aggiunge un ulteriore elemento di complessità: secondo Appendino, la Francia avrebbe rinviato la propria parte oltre il 2038.

È qui che la protesta prova a trasformarsi in una proposta alternativa. Invece di destinare ulteriori risorse alla tratta, sostiene Appendino, quei fondi dovrebbero essere indirizzati alla seconda linea della metropolitana di Torino, infrastruttura che avrebbe un impatto diretto sulla mobilità quotidiana di cittadini e pendolari.

«Chiediamo buon senso», è la formula scelta dalla deputata. Una parola apparentemente innocua, ma che nel lessico politico diventa rapidamente una clava contro l’avversario. Perché subito dopo arriva l’accusa di una «narrazione ideologica» che, a suo giudizio, impedirebbe di guardare con sufficiente lucidità ai numeri e alle priorità del territorio.

«Vogliamo far aprire gli occhi a chi, accecato dalla narrazione ideologica, vuole andare avanti a tutti i costi», ha concluso.

La questione, però, va oltre la consueta contrapposizione tra favorevoli e contrari alla Tav. Da una parte c’è la logica delle grandi infrastrutture strategiche, con un’opera concepita per rafforzare i collegamenti ferroviari tra Italia e Francia e inserita da anni nelle politiche europee dei trasporti. Dall’altra c’è la domanda, sempre più difficile da eludere quando si parla di miliardi di euro: quali infrastrutture servono oggi al territorio e con quale priorità?

È una domanda meno spettacolare di un tunnel internazionale e probabilmente meno spendibile nei convegni, ma molto più concreta per chi deve prendere un treno o un autobus ogni mattina.

La protesta di Avigliana prova dunque a riportare il dibattito su questo terreno. Non soltanto Tav sì o Tav no, ma tempi, costi, finanziamenti e alternative. Perché il vero paradosso delle grandi opere italiane, quando si trascinano per anni, è che nel frattempo cambiano i governi, cambiano le maggioranze, cambiano i bilanci e perfino le esigenze dei territori. L’unica cosa che rischia di restare sorprendentemente stabile è il cantiere sulla carta.

E proprio contro questo paradosso la marcia ha scelto di alzare la voce.

Migrazione, Integrazione, Assimilazione

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A cura di Gilberto Borzini

Parlando di migrazione qualche amico mi fa notare che nello sviluppo della migrazione, soprattutto dall’Africa verso l’Italia, “loro non si vogliono integrare”.

Mi tocca dissentire: la moltitudine di piccoli esercizi commerciali eserciti da imprenditori migranti e di artigiani attivi nelle più diverse specializzazioni indicano con chiarezza che i processi di “integrazione” sono ampiamente avviati laddove l’integrazione definisce un processo economico che consente il sempre maggior inserimento nel tessuto produttivo e sociale ospitante.

Spesso anche nei processi di integrazione le difficoltà linguistiche e la comprensione delle normative e delle prassi legislative rappresentano un ostacolo, e a sostegno dell’integrazione molto valore assume l’etnia originaria, la cui comunità accoglie e orienta il nuovo arrivato.

L’emigrazione, imponente e massiva, italiana definì in molte aree del pianeta consistenti concentrati  di italianità, nel bene e nel male, dall’alimentazione alla mafia, che vivevano una sorta di “universo parallelo” rispetto alla società originaria.

Oggi, a parti inverse, si ripropone il medesimo meccanismo e anche a Vercelli individuiamo con facilità “specialità professionali etniche” e vere e proprie enclave tipizzate.

Altra cosa è l’assimilazione.

Nell’assimilazione è il “modo di pensare” che si sovrappone, è lo sguardo alla realtà, è il gusto, la modalità di consumo del proprio tempo, il partecipare un modello sociale e culturale.

L’assimilazione è un percorso molto difficile e controverso che chiede all’assimilando di rinunciare almeno in parte ad alcune caratteristiche strutturali del proprio essere originario, della propria appartenenza originaria. Per questo è stato nel tempo e nei diversi continenti un processo soggetto a fallimenti che considero inevitabili: a nessuno dovrebbe essere chiesto di rinunciare alla propria identità culturale, a maggior ragione in una società che sulla diversità definisce un modello di confronto e di crescita collettiva.

Rimane allora, nel percorso di integrazione, il rispetto della Legge come caratteristica definitiva.

Non la Fede, ma la Legge.

La Fede, qualsiasi Fede, essendo un Credo e non un Sapere, agendo quindi più nella sfera emotiva che in quella razionale favorisce l’esaltazione e il fanatismo.

La Legge è accettazione razionale delle regole e delle norme di convivenza e il rispetto della Legge deve allora considerarsi come elemento distintivo tra integrazione e non integrazione definendo con la prima l’accesso alle opportunità e ai sostegni che l’organizzazione sociale, lo Stato, mette a disposizione dei partecipanti integrati al suo modello sociale.

Lo Stato Laico

In questa chiave di lettura lo Stato, organizzazione sociale e normativa, non può che essere e presentarsi come Laico, ovvero composto e governato dalla Legge e non vincolato alla Fede, ovvero ad un elemento che storicamente ha definito discriminazioni e conflitti, disappartenenze e ghettizzazioni. Il che significa, in parole semplici, che nessuno simbolo fideistico dovrebbe apparire all’interno delle strutture pubbliche essendo la Legge a governare il Pubblico e la Fede, qualora vissuta e partecipata, ad orientare il Singolo.

La carta d’identità senza chip: quando il microchip diventa il nuovo bersaglio

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Per anni il microchip della carta d’identità elettronica è stato il protagonista involontario di fantasie di ogni genere. C’è chi lo ha visto come lo strumento definitivo per controllare i cittadini, chi come una specie di localizzatore tascabile e chi, con una certa creatività, gli ha attribuito poteri quasi da film di fantascienza.

Adesso, però, il problema potrebbe essere decisamente più terrestre.

Ad Acerra, nel Napoletano, per la terza volta in pochi giorni, i carabinieri hanno trovato una Carta d’identità elettronica apparentemente normale, ma privata del suo microchip. Non un documento rovinato dal tempo, non una tessera danneggiata accidentalmente. Il componente elettronico è stato rimosso attraverso un taglio estremamente preciso, una modalità che ha attirato l’attenzione degli investigatori.

L’ultimo caso è emerso durante un controllo del territorio effettuato dai militari della Stazione dei Carabinieri di Acerra. Un uomo è stato denunciato dopo essere stato trovato in possesso della CIE manomessa. Il documento è stato sequestrato e la vicenda è stata trasmessa all’autorità giudiziaria.

Il dettaglio apparentemente più piccolo è, in realtà, quello che apre la questione più grande.

Quel piccolo chip che vale molto più della plastica che lo circonda

La Carta d’identità elettronica non è semplicemente una versione più moderna del vecchio documento cartaceo. Il microprocessore rappresenta una parte essenziale dell’architettura tecnologica della CIE e contribuisce ai sistemi di autenticazione e verifica dell’identità.

Dentro quel componente non c’è, naturalmente, una misteriosa cabina di regia capace di seguire gli spostamenti del proprietario. Il chip è invece uno degli elementi che consentono di utilizzare il documento anche nelle procedure di identificazione digitale e di accesso ai servizi.

Rimuoverlo significa dunque intervenire materialmente su un dispositivo di sicurezza.

Ed è qui che l’anomalia di Acerra diventa interessante.

Se una persona decide di eliminare il chip per ragioni legate alle proprie convinzioni sulla privacy o per il timore, infondato, di essere controllata attraverso la carta, siamo davanti a una scelta individuale, per quanto singolare.

Se invece qualcuno rimuove sistematicamente componenti elettronici autentici da documenti reali con l’obiettivo di recuperarli e utilizzarli altrove, il quadro sarebbe completamente diverso.

Il chip come «pezzo di ricambio» dell’identità

È una delle ipotesi che gli investigatori non possono ignorare, anche se al momento non esistono elementi per affermare che sia questa la spiegazione dei casi registrati ad Acerra.

Il ragionamento è semplice. Un chip originale proviene da un documento autentico ed è associato a un’identità reale. In uno scenario criminale, un componente elettronico genuino potrebbe teoricamente diventare un elemento da inserire in una costruzione documentale contraffatta più sofisticata.

In altre parole, non si tratterebbe più soltanto di falsificare una carta. Si potrebbe tentare di assemblare una falsa identità utilizzando, insieme a dati contraffatti, anche componenti tecnologiche autentiche.

Una sorta di ricambio originale per un documento che originale non è.

Naturalmente è un’ipotesi investigativa, non una conclusione. E proprio su questo punto occorre evitare scorciatoie: i tre episodi registrati in pochi giorni ad Acerra non dimostrano l’esistenza di una rete organizzata, né provano che i chip siano stati recuperati per essere rivenduti o trasferiti su altri documenti.

Ma il fatto che l’asportazione appaia precisa e non casuale è sufficiente a rendere il fenomeno meritevole di approfondimento.

Dalla paranoia digitale al rischio concreto

La vicenda presenta anche un curioso rovesciamento rispetto alle paure che per anni hanno accompagnato la diffusione delle carte elettroniche.

Il dibattito pubblico si è spesso concentrato sul timore che il chip potesse trasformare la carta d’identità in uno strumento di controllo del cittadino. Il problema che emerge ora è quasi l’opposto: non ciò che il chip potrebbe fare in più, ma ciò che può accadere quando viene sottratto, manipolato o inserito in un contesto documentale diverso da quello originario.

Il tema centrale diventa così quello della sicurezza dell’identità.

Una CIE manomessa non consente automaticamente di commettere una frode e la semplice rimozione del microchip non equivale, di per sé, a un furto d’identità. Ma ogni intervento che altera un documento destinato a certificare chi siamo introduce un elemento di vulnerabilità.

E l’identità, oggi, vale molto più della tessera sulla quale è stampata.

Un’identità utilizzata illecitamente può entrare in gioco nell’apertura di rapporti contrattuali, nella richiesta di finanziamenti, nell’attivazione di servizi o in altre operazioni nelle quali l’identificazione personale costituisce il primo e fondamentale livello di sicurezza.

Il dettaglio che cambia tutto

È proprio la tecnica utilizzata per rimuovere il chip a rappresentare, almeno per ora, il dato più curioso della vicenda.

Una CIE è un documento tecnologicamente strutturato. Il microprocessore non è un adesivo applicato alla superficie che possa essere staccato con la stessa facilità con cui si rimuove un’etichetta dal barattolo della marmellata.

Per questo la precisione dell’intervento, ripetuta in più episodi, merita attenzione.

Il terzo caso registrato ad Acerra non basta per parlare di un fenomeno criminale organizzato. Ma è abbastanza per porsi una domanda: perché rimuovere proprio quel componente e farlo con una tecnica apparentemente accurata?

La risposta potrebbe essere banale. Potrebbe essere ideologica. Potrebbe essere legata a una convinzione personale.

Oppure potrebbe trovarsi in un territorio molto meno folkloristico e molto più concreto: quello delle frodi documentali e del furto d’identità.

Saranno gli accertamenti a stabilirlo.

Nel frattempo, ad Acerra, il piccolo chip della carta d’identità elettronica ha smesso di essere soltanto un dettaglio tecnologico. È diventato una traccia. E, quando una traccia si ripete per tre volte in pochi giorni, ignorarla sarebbe decisamente più imprudente che seguirla.

Giorgetti frena la manovra: meno difesa, più prudenza. E il deficit torna a fare paura

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Il governo mette i numeri sul tavolo, ma evita accuratamente di farli tintinnare troppo. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al Documento programmatico di finanza pubblica e alla relazione sullo scostamento di bilancio, aprendo la strada a una richiesta di flessibilità europea da circa 14 miliardi per il 2027 e altri 14 miliardi per il 2028. Una cifra tutt’altro che simbolica, soprattutto perché arriva mentre i conti pubblici italiani continuano a camminare su un sentiero stretto, con il debito che resta vicino a quota 140% del Pil e il deficit destinato a superare il 3% nei prossimi due anni.

A spiegare la linea del governo è Giancarlo Giorgetti, che più che promettere preferisce mettere le mani avanti. Il ministro dell’Economia fotografa un quadro «particolarmente complesso», nel quale persino fare previsioni è diventato un esercizio che richiede una certa dose di coraggio. E infatti la parola d’ordine è prudenza.

«L’approccio deve essere un attimino più prudente», ha spiegato Giorgetti parlando della prossima legge di bilancio e delle misure che nelle ultime settimane erano state annunciate o ipotizzate. Tradotto dal linguaggio ministeriale: prima di distribuire risorse bisogna capire se, oltre alle promesse, ci saranno anche i soldi.

Difesa, il governo abbassa il volume

La prima correzione riguarda la difesa. Rispetto alle intenzioni maturate nelle scorse settimane, l’Italia ha deciso di «ridimensionare lo sforzo», ha annunciato Giorgetti.

La richiesta di flessibilità europea resta comunque consistente. Per ciascuno degli anni 2027 e 2028 il governo punta a utilizzare uno 0,3% del Pil per la difesa e un ulteriore 0,3% per gli interventi legati all’energia. In totale, lo scostamento vale circa 14 miliardi l’anno.

Il punto politico e contabile è delicato. Roma dovrà convincere Bruxelles che quella spesa aggiuntiva può essere trattata in modo diverso rispetto al resto del deficit, evitando che il superamento della soglia del 3% faccia scattare automaticamente conseguenze sulla posizione italiana.

Ed è qui che entrano in scena i decimali, che in economia hanno spesso la curiosa capacità di trasformare una montagna in una collina, almeno sulla carta.

Deficit sotto il 3%, ma solo per poco

Secondo le nuove previsioni illustrate da Giorgetti, il deficit dovrebbe restare sotto il 3% del Pil nel 2026. Poi, però, il quadro cambia: il rapporto salirebbe al 3,4% nel 2027, al 3,3% nel 2028, per tornare al 2,4% nel 2029.

Numeri che spiegano perché il governo guardi con attenzione alle regole europee e, soprattutto, alla possibilità di sterilizzare una parte della spesa aggiuntiva destinata a difesa ed energia.

Giorgetti ha sottolineato che, una volta depurati i conti dallo 0,6% del Pil riconducibile alle due voci, il deficit tornerebbe sotto il 3%. Una differenza apparentemente minima, ma decisiva per capire se l’Italia potrà uscire dalla procedura per deficit eccessivo.

«I decimali fanno la differenza», ha osservato il ministro. Ed è probabilmente una delle poche occasioni in cui una virgola può valere miliardi.

Il debito aspetta il 2028 per iniziare a scendere

Sul fronte del debito, invece, non ci sono miracoli in arrivo. Il profilo resta pesante e la discesa viene rinviata al 2028.

La previsione indica un rapporto debito-Pil al 138,1% nel 2026, al 138,4% nel 2027, poi in calo al 137,7% nel 2028 e al 136,3% nel 2029. A pesare sono soprattutto gli interessi e gli effetti ancora presenti nei conti pubblici degli interventi straordinari degli anni scorsi.

Giorgetti lega in particolare la svolta del 2028 all’esaurimento delle cosiddette «code per cassa» del Superbonus. Una volta smaltiti quegli effetti, secondo il ministro, il sentiero del debito dovrebbe finalmente tornare a essere discendente.

Il problema è che il debito, nel frattempo, resta a livelli tali da lasciare poco spazio agli errori. Ogni punto di interesse in più, ogni rallentamento della crescita e ogni misura permanente senza adeguata copertura rischiano di complicare ulteriormente il quadro.

Crescita: il Pil migliora, ma senza brindisi

Almeno sul fronte della crescita arriva una revisione positiva. La stima del Pil per il 2026 sale all’1%, contro la previsione iniziale dello 0,6%.

Il quadro programmatico indica poi una crescita dello 0,8% nel 2027, dello 0,9% nel 2028 e nuovamente dello 0,8% nel 2029.

Numeri migliori rispetto alle previsioni originarie, ma ancora lontani da quei ritmi di crescita capaci di rendere più semplice la gestione di un debito pubblico così elevato. Perché un conto è crescere, un altro è crescere abbastanza da far respirare contemporaneamente imprese, famiglie e bilancio dello Stato.

La manovra? Prima i conti, poi gli annunci

Il passaggio politicamente più significativo delle parole di Giorgetti riguarda però la prossima manovra.

Il ministro ha fatto capire che il clima è cambiato rispetto a qualche settimana fa. «Io monitoro giorno per giorno», ha spiegato, lasciando intendere che le condizioni economiche non consentono di considerare scolpite nella pietra le misure che erano state ventilate.

La conclusione è netta: serve maggiore prudenza.

È un messaggio rivolto anche alla maggioranza, oltre che ai mercati e a Bruxelles. La legge di bilancio dovrà tenere insieme richieste politiche, pressione fiscale, crescita, spesa per la difesa e vincoli europei. E dovrà farlo senza trasformare ogni promessa elettorale in una nuova voce strutturale di spesa.

L’inflazione e la partita con Bruxelles

L’Italia intende inoltre riportare al centro del confronto europeo l’effetto dell’inflazione sui percorsi di spesa concordati negli anni passati.

Giorgetti precisa che non si tratta di chiedere una nuova dose di flessibilità. L’obiettivo, sostiene, è fare presente che i target fissati tre anni fa erano stati costruiti in un contesto caratterizzato da livelli di inflazione molto diversi da quelli successivamente registrati.

Il ragionamento è semplice: se cambiano in modo significativo i prezzi, cambia anche il valore nominale della spesa. E secondo il governo questo effetto dovrebbe essere considerato nella valutazione del rispetto degli impegni di finanza pubblica.

Una partita tecnica, ma con conseguenze molto concrete. Perché dietro formule come «sentiero della spesa» e «target nominali» c’è la quantità di margine che il governo potrà avere a disposizione nei prossimi anni.

Il caso Lagarde e il rebus della successione

Poi c’è la Bce, con un’altra incognita che a Roma viene osservata con particolare attenzione: la possibile uscita anticipata di Christine Lagarde dalla presidenza della Banca centrale europea.

Giorgetti non entra «nella testa della governatrice», ma ritiene necessario «fare chiarezza al più presto» sulla vicenda, anche alla luce della situazione economica generale.

Per ora, ha precisato, non esiste un candidato italiano alla successione. Il ministro ha invece ricordato il recente risultato ottenuto dall’Italia con la nomina di un proprio esponente alla guida dell’Esma, l’autorità europea dei mercati finanziari.

La questione, dunque, resta aperta. E mentre Bruxelles osserva i numeri italiani, Roma guarda a Francoforte. Sullo sfondo c’è sempre la stessa domanda: quanto spazio resterà davvero per le politiche economiche nazionali in un’Europa che chiede conti più solidi, più spesa per la difesa e maggiore capacità di investimento?

Il governo, intanto, ha scelto una linea meno roboante di quella delle settimane scorse. Meno annunci, più cautela. Il Dpfp mette nero su bianco le previsioni, ma soprattutto certifica una realtà poco incline alla propaganda: i margini ci sono, ma sono stretti. E quando il margine di manovra è stretto, anche un miliardo può diventare una questione politica. Figurarsi 14.

Il copilota sotto accusa: il divieto di volo, la radicalizzazione e i buchi nella rete dei controlli

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C’è un dettaglio che rischia di pesare più di tutti gli altri nell’inchiesta sul volo Flydubai 1073: il copilota accusato di aver aggredito il comandante e tentato di portare l’aereo in picchiata sarebbe stato già considerato un soggetto problematico dalle autorità del suo Paese.

Secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, citando persone informate sui fatti, l’uomo, cittadino omanita, era stato infatti interdetto al volo dall’Oman per preoccupazioni legate a una presunta radicalizzazione ideologica. Nonostante quel divieto, sarebbe successivamente riuscito a essere assunto da Flydubai e a ottenere l’abilitazione necessaria per operare anche sulla rotta tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele.

È qui che l’indagine smette di essere soltanto la ricostruzione di un’aggressione a bordo e diventa una domanda assai più scomoda sulla circolazione delle informazioni tra apparati di sicurezza, autorità aeronautiche e compagnie. Perché un conto è che un pilota venga ritenuto non idoneo a volare. Un altro è che, dopo quella valutazione, possa rientrare dalla porta principale della cabina di pilotaggio di un’altra compagnia.

Il punto, naturalmente, non è stabilire a posteriori che ogni segnale fosse evidente. Le indagini servono proprio a capire quali segnali esistessero davvero, quali fossero stati valutati e soprattutto chi ne fosse a conoscenza.

Il mistero delle informazioni che non viaggiano

Il Wall Street Journal sottolinea un elemento decisivo: non è chiaro se le autorità omanite abbiano comunicato ad altri Paesi o a compagnie aeree le proprie preoccupazioni sul copilota. E non è chiara neppure la natura precisa della presunta radicalizzazione che aveva portato al divieto.

Sono interrogativi tutt’altro che secondari. Nel trasporto aereo, dove il principio della sicurezza si costruisce attraverso una catena di controlli, una falla informativa può essere sufficiente a rendere inutile anche il controllo più rigoroso. Se un’autorità possiede un’informazione rilevante ma questa resta confinata nei propri archivi, il problema non è più soltanto la qualità del controllo. È la capacità del sistema di condividere ciò che sa.

Ed è una questione particolarmente delicata quando si parla di piloti, cioè persone alle quali viene affidata la responsabilità diretta di centinaia di vite.

I controlli ci sono. La domanda è se siano bastati

Un ex membro dell’equipaggio di Flydubai ha riferito che i piloti della compagnia vengono sottoposti a controlli di sicurezza prima di iniziare a operare e a visite mediche almeno una volta all’anno. La compagnia effettua inoltre valutazioni psicologiche interne sugli ufficiali che passano al ruolo di comandante.

Non è però noto se il copilota coinvolto nell’aggressione sia stato sottoposto a una valutazione analoga.

Ed è proprio questo uno dei punti sui quali l’inchiesta dovrà fare chiarezza. Perché la sicurezza dell’aviazione non coincide soltanto con la verifica dell’idoneità tecnica. Un pilota può conoscere procedure, strumenti, aerodinamica e protocolli alla perfezione. Il problema nasce quando il rischio non si presenta sotto forma di un guasto meccanico, ma nella persona seduta accanto al comandante.

Una distinzione tutt’altro che teorica.

Una rotta già considerata sensibile

La vicenda assume un peso ulteriore perché il volo collegava gli Emirati Arabi Uniti a Israele, una tratta che da tempo viene considerata particolarmente sensibile sotto il profilo della sicurezza.

Un funzionario israeliano ha dichiarato che Israele chiede da tempo alle autorità aeroportuali di Dubai di rafforzare le misure di sicurezza sui collegamenti diretti a Tel Aviv. Nel corso dell’anno, inoltre, Israele aveva sospeso per diversi mesi i voli delle proprie compagnie da e per Dubai, citando preoccupazioni di sicurezza nel contesto della guerra contro l’Iran.

In questo scenario, la presenza ai comandi di un pilota sul quale esistevano precedenti valutazioni negative assume inevitabilmente un rilievo particolare. Ma anche qui occorre distinguere ciò che è noto da ciò che è ancora oggetto di accertamento: il fatto che l’uomo operasse su una rotta sensibile non dimostra, da solo, che vi fosse un piano legato specificamente alla destinazione o alla tratta.

L’ombra dell’indottrinamento

A complicare ulteriormente il quadro arrivano le informazioni diffuse da Channel 12 sull’inchiesta condotta dopo l’episodio.

Secondo l’emittente israeliana, gli investigatori avrebbero raccolto elementi secondo cui il copilota sarebbe stato sottoposto a un processo di indottrinamento riconducibile all’ideologia di al-Qaeda. Avrebbe inoltre avuto incontri con figure religiose non meglio precisate nel corso di quello che viene descritto come un percorso di radicalizzazione.

Sono, per ora, elementi investigativi che dovranno essere verificati e contestualizzati dalle autorità competenti. La domanda centrale è capire se l’aggressione sia stata il gesto isolato di un singolo individuo o se esistano altre persone coinvolte, direttamente o indirettamente.

Gli investigatori israeliani, secondo quanto riferito, stanno quindi verificando anche l’eventuale presenza di emulatori o di altri soggetti radicalizzati all’interno di compagnie aeree straniere. L’inchiesta viene trattata con un livello di allerta elevato, come se l’aereo fosse effettivamente precipitato.

Una precauzione comprensibile quando il potenziale bersaglio non è soltanto un velivolo, ma l’intero sistema che dovrebbe impedire a una minaccia interna di arrivare ai comandi.

Il comandante che ha impedito il peggio

Nel frattempo, dalle autorità emiratine è arrivato un riconoscimento al comandante Sumit Mhachar e all’equipaggio del volo.

L’Autorità generale per l’aviazione civile degli Emirati Arabi Uniti ha espresso apprezzamento per il coraggio del comandante e per la condotta dell’equipaggio, sottolineando il ruolo avuto nel fronteggiare l’emergenza.

È un elemento che rischia di passare in secondo piano rispetto alla parte più inquietante della vicenda, ma che racconta l’altra faccia della storia: un tentativo di trasformare un volo di linea in un attacco è stato contrastato proprio all’interno della cabina.

Resta però la domanda che accompagnerà l’indagine molto più a lungo dell’episodio in sé: come è stato possibile che un uomo ritenuto dall’Oman non idoneo a volare per presunti motivi di radicalizzazione sia tornato a sedersi nella cabina di pilotaggio di un aereo passeggeri?

La risposta dirà molto non soltanto sul copilota, ma sulla rete di controlli che avrebbe dovuto intercettarlo prima.

La cocaina al gusto fragola e il marketing dei narcos: a Varese il maxi sequestro

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La droga, si sa, non ha bisogno di essere buona. Deve soltanto essere redditizia. Eppure, anche il mercato dello spaccio sembra essersi ormai arreso alle regole del marketing: se un prodotto non basta più a vendersi da solo, si prova ad aromatizzarlo.

È così che, nel Varesotto, la Guardia di finanza si è imbattuta in una delle declinazioni più surreali della criminalità organizzata: cocaina aromatizzata alla fragola, all’uva, al cocco e al melone. Un catalogo che potrebbe sembrare quello di una gelateria estiva, se non fosse che dentro quei panetti c’era una sostanza destinata allo spaccio e non un gusto da scegliere al bancone.

La scoperta è arrivata al termine di un’indagine che ha portato al sequestro complessivo di 19 chili di cocaina, 49 chili di marijuana, 1,9 chili di hashish, 72 grammi di eroina, 233 francobolli di Lsd e 200 pastiglie di ecstasy. Sequestrati anche 6.600 euro in contanti. Secondo gli investigatori, il valore complessivo della droga, una volta immessa sul mercato, avrebbe superato i cinque milioni di euro.

Tre le persone arrestate: una coppia di cittadini spagnoli, entrambi di 55 anni, e un italiano di 34 anni residente in provincia di Varese.

A tradire i presunti trafficanti è stato un camper con targa spagnola. I finanzieri lo hanno seguito, osservando i suoi movimenti, fino a quando al mezzo si è affiancata una Fiat 500. I due veicoli sono stati pedinati sino a una zona boschiva del Varesotto, dove gli investigatori hanno assistito a un passaggio che, più che una scena da vita quotidiana, aveva tutti i contorni di un copione criminale: dal camper all’automobile è stato trasferito un voluminoso borsone.

A quel punto è scattato il controllo. Nel borsone c’erano numerosi panetti di cocaina. Alcuni, con una scelta grafica decisamente poco convenzionale per un’organizzazione criminale, riportavano l’immagine di Superman.

L’uomo d’acciaio, in questo caso, non volava. Viaggiava sotto forma di marchio su panetti destinati allo spaccio.

Ma la vera sorpresa è arrivata dall’analisi della sostanza. Una parte della cocaina, secondo quanto riferito dalla Guardia di finanza, era stata miscelata con metanfetamine e aromatizzata con diversi gusti. Fragola, uva, cocco e melone. Un espediente che gli investigatori hanno definito “marketing criminale”, con l’obiettivo di rendere la droga più riconoscibile e, nelle intenzioni di chi la commercializzava, più appetibile per la clientela.

Dietro l’apparente bizzarria della trovata c’è però un elemento tutt’altro che folkloristico. La personalizzazione della sostanza racconta un mercato illegale che cerca di differenziare i propri prodotti, fidelizzare i consumatori e costruire una sorta di identità commerciale anche attorno alla droga. Un linguaggio preso in prestito dal mondo dei consumi e applicato a un’attività criminale.

Le perquisizioni hanno consentito di recuperare ulteriori quantitativi di stupefacenti e di ricostruire un quadro nel quale alla droga si affiancava anche un piccolo arsenale. Sono stati sequestrati un taser, un machete, una mazza da baseball, un manganello telescopico e un coltello a serramanico. Trovati anche due bilancini di precisione, strumenti compatibili con la pesatura e il confezionamento delle sostanze.

I tre arrestati sono stati condotti nelle case circondariali di Varese e Como, a disposizione dell’autorità giudiziaria.

E poi c’è Watson.

Sul camper viaggiava anche lui, un piccolo bassotto che si è ritrovato, senza averne alcuna colpa, dentro un’operazione antidroga da milioni di euro. I finanzieri lo hanno preso in custodia, lo hanno accudito e infine affidato temporaneamente a una famiglia.

In una vicenda dominata da cocaina, metanfetamine, armi e milioni di euro di valore stimato, Watson è probabilmente l’unico passeggero del camper che non aveva alcun interesse nel business. E, soprattutto, l’unico che non aveva bisogno di un’etichetta alla fragola per farsi ricordare.

I grandi Maestri pasticceri a Milano per una domenica di dolcezza e solidarietà

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Milano si prepara a diventare la capitale della dolcezza solidale per un’intera giornata. Domenica 4 ottobre, dalle ore 10.00 alle 17.00, la centralissima via dei Mercanti (all’angolo con piazza Duomo) si trasformerà in un grande laboratorio a cielo aperto per ospitare “Dolce Italia”. Si tratta di un evento straordinario e aperto a tutti, organizzato dall’AMPI (Accademia Maestri Pasticceri Italiani) in occasione del suo XXX Simposio Pubblico, nato per celebrare l’eccellenza dell’arte dolciaria nazionale.

L’iniziativa sposa una causa nobilissima: l’intero ricavato della manifestazione sarà infatti devoluto a sostegno dei progetti in campo pediatrico di Emergency, l’organizzazione umanitaria fondata da Gino Strada. Il meccanismo per partecipare a questa festa del gusto è semplice e accessibile: le creazioni artigianali dei Maestri pasticceri potranno essere assaggiate a fronte di una donazione di 5 euro. Il pubblico potrà acquistare speciali token direttamente dai volontari dell’associazione, garantendo che ogni singolo euro raccolto vada a finanziare direttamente le cure dei più piccoli.

Un messaggio di profonda gratitudine per questa iniziativa arriva da Manuela Valenti, responsabile della divisione pediatrica di EMERGENCY, che ha ricordato l’impegno quotidiano dell’organizzazione: “Emergency è impegnata nella cura dei bambini in diversi Paesi, dall’Afghanistan all’Uganda, fino a contesti segnati da conflitti come Sudan e Gaza. Qui assistiamo quotidianamente piccoli pazienti feriti dalla guerra, vittime di esplosioni, ustioni e violenze, spesso con conseguenze permanenti. Ma gli effetti dei conflitti non riguardano solo il corpo: le ferite psicologiche, la malnutrizione e le difficoltà nello sviluppo rappresentano sfide altrettanto gravi. Per questo siamo profondamente grati ad AMPI e a tutti i Maestri Pasticceri che hanno scelto di sostenere concretamente il nostro lavoro: ogni gesto di solidarietà contribuisce a garantire cure gratuite e di qualità a tanti bambini e alle loro famiglie”.

L’evento rappresenta anche un’importante vetrina culturale per la nostra tradizione gastronomica, oggi più che mai sotto i riflettori grazie al percorso di riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco.
“È nostro dovere diffondere e far conoscere anche la nostra pasticceria tradizionale”, spiega il presidente di AMPI, Salvatore De Riso, evidenziando come l’arte dolciaria sia a tutti gli effetti una forma di cultura da valorizzare e tramandare. “Ma non c’è vera dolcezza senza condivisione. Per questo abbiamo voluto fare qualcosa di concreto per i meno fortunati”.

A bordo di quattro truck personalizzati nel cuore di Milano, oltre 60 grandi Maestri AMPI saranno pronti a deliziare cittadini e turisti con un vero e proprio viaggio nei sapori d’Italia attraverso 16 specialità regionali. Tra i banchi d’assaggio si potranno trovare i simboli più amati della nostra tradizione: dall’iconico tiramisù all’intramontabile babà, passando per i classici cannoli siciliani e le profumate delizie al limone della costiera. Una normale passeggiata domenicale si trasformerà così in un’occasione speciale per fare del bene.

I grandi appuntamenti di AMPI proseguiranno poi il giorno successivo, lunedì 5 ottobre, con il Summit della pasticceria 2026. L’incontro, intitolato “Guidare il cambiamento. Metodi, mercati e nuove sfide dell’alta pasticceria”, sarà un appuntamento a porte chiuse riservato esclusivamente agli operatori del settore. Oltre 200 professionisti si riuniranno e si suddivideranno in gruppi operativi per animare 14 tavoli di confronto su altrettanti temi di stretta attualità: dal passaggio generazionale, fino al welfare aziendale e all’industrializzazione dei processi. Tra le novità di quest’anno spicca il forte coinvolgimento del Gruppo AMPI Giovani e l’avvio di un tavolo di lavoro permanente denominato “La pasticceria da e per la Gen Z”, nato con l’obiettivo di analizzare da vicino i desideri, le percezioni e le aspettative dei consumatori e dei lavoratori del futuro.