Al Nazareno il verbo è uno solo: vincere. Elly Schlein lo pronuncia senza particolari cautele e, soprattutto, senza lasciare troppo spazio alla grammatica del dubbio. Aprendo la Direzione nazionale del Pd, la segretaria dem mette sul tavolo l’ambizione che da tempo attraversa il partito: tornare a contendere seriamente il governo del Paese al centrodestra e farlo assumendo la guida dell’alleanza.
«Siamo un gruppo dirigente che dirige e che non si fa portare a spasso da nessuno», scandisce Schlein. Una frase che vale quasi quanto un manifesto politico. Il messaggio interno è evidente: il Pd non vuole essere il passeggero di un centrosinistra costruito da altri, né intende affidare a eventuali alleati la definizione della rotta. Il partito, nelle intenzioni della segretaria, deve essere il motore della coalizione.
Da qui il passaggio successivo, ancora più ambizioso: «Insieme ci candidiamo a guidare l’alleanza e a guidare il Paese». Non soltanto, dunque, una rivendicazione di centralità nel campo progressista, ma una vera candidatura alla guida del prossimo governo, qualora dalle urne arrivasse la possibilità di costruire una maggioranza alternativa.
Schlein prova così a spostare il baricentro della discussione. Il Pd non dovrebbe più limitarsi a interrogarsi su come tenere insieme le diverse anime dell’opposizione, ma iniziare a parlare al Paese come una forza che si considera concretamente pronta a governare. È un cambio di passo soprattutto politico e narrativo. Perché tra essere alternativi a una maggioranza e prepararsi a sostituirla passa una differenza non proprio secondaria.
La segretaria dem individua anche una scansione temporale precisa: «Dopo vent’anni abbiamo la possibilità di vincere le elezioni». È il passaggio che più chiaramente trasforma il discorso interno al partito in un messaggio rivolto all’esterno. Il Pd, nelle parole di Schlein, non si considera più condannato a una lunga traversata nel deserto, ma davanti a una finestra elettorale che potrebbe diventare decisiva.
Il punto, naturalmente, sarà capire quanto questa convinzione riesca a tradursi in una proposta capace di tenere insieme un fronte politico inevitabilmente articolato. La matematica delle coalizioni, del resto, è spesso meno romantica degli slogan congressuali. E il centrosinistra italiano ha una lunga esperienza nel trasformare l’entusiasmo della vigilia in un complicato esercizio di equilibrio tra partiti, leadership e programmi.
Schlein, però, oggi sceglie di partire dalla fiducia e non dalla prudenza. «Portare il cambiamento, migliorare la vita delle persone», dice, prima di chiudere con un inequivocabile «Andiamo a vincere».
È una formula semplice, quasi da comizio, ma politicamente tutt’altro che neutra. Significa chiedere al Pd di smettere di pensarsi soltanto come forza di opposizione e di prepararsi a essere il punto di riferimento di un’alternativa di governo. Significa anche mettere alla prova la stessa leadership della segretaria, chiamata d’ora in avanti a trasformare l’ambizione dichiarata in consenso, alleanze e soprattutto in una proposta riconoscibile agli occhi degli elettori.
Al Nazareno, insomma, si apre ufficialmente la stagione del «possiamo vincere». Ora arriva la parte più complicata: convincere il Paese che non si tratta soltanto di una possibilità raccontata dal partito, ma di un progetto politico capace di reggere alla prova delle urne.
