2 Ottobre 2026, venerdì
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Spagna, Sánchez perde la partita della casa e ora guarda alle urne

Il Congresso boccia entrambi i decreti sull’emergenza abitativa. Junts si sfila, il governo resta senza una maggioranza stabile. Il premier accusa gli avversari: «La storia vi giudicherà». In piazza esplode la protesta e torna lo spettro delle elezioni anticipate il 29 novembre

A Madrid la crisi della casa è diventata, nel giro di poche ore, una crisi politica a tutti gli effetti. Il Congresso dei deputati ha bocciato entrambi i decreti sull’emergenza abitativa approvati martedì dal governo di Pedro Sánchez, trasformando una battaglia su affitti, sfratti e mercato immobiliare nell’ennesimo test sulla sopravvivenza parlamentare dell’esecutivo.

Il primo provvedimento è stato respinto per appena sei voti: 178 contrari contro 172 favorevoli. Il secondo ha subito una sorte ancora più netta, con 184 no e 166 sì. In entrambi i casi è stato decisivo il voto contrario di Junts, il partito indipendentista catalano guidato politicamente da Carles Puigdemont, che fino a ieri era uno degli interlocutori fondamentali per consentire al governo di Sánchez di costruire, volta per volta, una maggioranza in Parlamento.

La matematica parlamentare, del resto, ha ormai smesso da tempo di essere una questione per soli addetti ai lavori. Per Sánchez è diventata una specie di sport estremo: ogni provvedimento richiede una trattativa, ogni trattativa un compromesso e ogni compromesso la disponibilità di alleati che possono cambiare posizione fino all’ultimo minuto.

Questa volta il margine per il negoziato si è chiuso.

I due decreti erano stati presentati dal governo come una risposta urgente alla crisi abitativa, esplosa anche sull’onda emotiva suscitata dallo sfratto di un’anziana di 87 anni, diventato nelle ultime settimane il simbolo della difficoltà di migliaia di famiglie alle prese con affitti elevati, precarietà abitativa e rischio di perdere la propria casa. Le misure prevedevano, tra l’altro, un rafforzamento della protezione contro gli sfratti delle persone vulnerabili, nuove regole per gli affitti temporanei e per le stanze, limitazioni agli acquisti speculativi da parte dei grandi fondi immobiliari e proroghe di alcuni contratti di locazione.

Il secondo decreto era più circoscritto e puntava soprattutto sulla stabilità dei contratti di locazione abitativa, attraverso il rinnovo automatico previsto dalle nuove disposizioni. Anche questo testo, però, è finito sotto la ghigliottina parlamentare.

Sánchez si gioca anche la carta della «storia»

Prima del voto, il premier ha deciso di intervenire personalmente. Un’apparizione a sorpresa nell’Aula che aveva il sapore dell’ultimo appello, ma anche quello di un messaggio politico rivolto oltre le pareti del Congresso.

Sánchez ha chiesto ai deputati di mettere da parte il «calcolo politico» e di «pensare alla gente». Poi ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, rivolgendosi soprattutto a PP, Vox e Junts: se avessero bocciato i provvedimenti, ha avvertito, «la storia» li avrebbe giudicati «prima di quanto credono» e con maggiore severità di quanto immaginino.

Una frase da campagna elettorale pronunciata dentro un Parlamento che, almeno per ora, non è ancora un comizio. Ma la politica spagnola sembra ormai muoversi proprio su quella linea sottile.

Il governo ha cercato fino all’ultimo di convincere Junts a non far saltare i provvedimenti. La ministra della Casa, Isabel Rodríguez, aveva sostenuto che circa il 90 per cento delle proposte avanzate dagli indipendentisti catalani fosse già stato recepito nei testi e aveva offerto la possibilità di trasformare i decreti in disegni di legge, così da consentire successive modifiche e correzioni.

Junts, però, ha chiesto il ritiro dei provvedimenti e un nuovo negoziato. Il governo ha scelto di non arretrare. Il risultato è stato quello che i numeri, alla vigilia del voto, lasciavano ormai presagire.

La maggioranza che non c’è

Il problema per Sánchez non è soltanto aver perso due votazioni. È aver perso due votazioni su un tema politicamente esplosivo e averlo fatto dopo aver tentato di costruire un’intesa proprio con una forza parlamentare che può risultare decisiva per la tenuta dell’esecutivo.

Junts non è formalmente parte della coalizione di governo, ma il suo appoggio parlamentare è stato spesso determinante. Il suo «no» dimostra quanto sia fragile l’equilibrio sul quale Sánchez è costretto a governare.

E qui la questione della casa diventa inevitabilmente questione di governo.

La bocciatura non comporta automaticamente lo scioglimento del Congresso né elezioni anticipate. Ma riapre con forza il dossier elettorale. La prima domenica utile indicata per un eventuale voto anticipato sarebbe il 29 novembre, una data che nelle ultime ore ha smesso di essere una semplice ipotesi di calendario per trasformarsi in una possibilità concreta al centro del dibattito politico madrileno.

Sánchez, tuttavia, non ha ancora annunciato alcuna convocazione. La decisione richiederebbe un passaggio politico e istituzionale distinto dalla semplice bocciatura dei decreti. Per ora, dunque, il governo resta in piedi. Ma la domanda è quanto possa continuare a governare senza una maggioranza parlamentare sufficientemente affidabile.

Fuori dal Congresso la rabbia cresce

Mentre dentro l’Aula si contavano i voti, fuori dal Parlamento si contavano invece le persone.

Centinaia di manifestanti provenienti dall’accampamento di Puerta del Sol hanno raggiunto il Congresso per protestare contro il possibile affossamento delle misure sulla casa. «La lotta è l’unica strada», hanno scandito, insieme a slogan come «Dov’è il governo progressista?» e «Senza casa non c’è educazione».

Dopo il voto, la protesta è salita di tono. Tra le grida lanciate contro il Parlamento sono risuonati «vergogna» e richieste di sciopero generale. La crisi abitativa, insomma, non è più soltanto una voce nei documenti del Consiglio dei ministri o una riga nei programmi elettorali. È diventata una questione capace di riempire le piazze e di mettere pressione direttamente sulle istituzioni.

Ed è proprio questo il paradosso della giornata spagnola.

Il governo ha perso la sua battaglia parlamentare nel momento in cui cercava di presentarsi come il governo che aveva scelto di affrontare l’emergenza abitativa. Junts ha scelto di non sostenerlo. Il Partito Popolare e Vox hanno votato contro. E fuori dal palazzo la protesta continua a crescere.

A Madrid, dunque, la casa è diventata molto più di una casa. È il punto nel quale si incontrano una crisi sociale, una maggioranza parlamentare fragile e un governo costretto a dimostrare, ogni volta, di avere ancora i numeri per andare avanti.

Per Sánchez la partita non è finita. Ma da oggi il tabellone è decisamente più difficile da leggere. E, soprattutto, il calendario ha cominciato a parlare.

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