La stagione degli utili del secondo trimestre consegna un verdetto rassicurante per i mercati: la macchina della crescita non si è inceppata. Negli Stati Uniti, anzi, i risultati stanno andando oltre le aspettative. Ma la lettura più interessante arriva quando si allarga l’obiettivo. Perché, secondo Shannon Saccocia, Chief Investment Officer Wealth di Neuberger, la forza degli utili non è più un fenomeno esclusivamente americano.
Negli Usa, 415 società dell’S&P 500 hanno già pubblicato i conti e l’88% ha battuto le stime sull’utile per azione. La crescita complessiva degli utili si aggira intorno al 25%, al netto delle componenti non ricorrenti. Un dato che acquista ancora più peso se si considera che il miglioramento non è confinato ai colossi dell’indice: anche la società mediana mostra una dinamica robusta.
A rafforzare il quadro contribuisce l’espansione dei margini. I margini operativi hanno raggiunto il 19,8%, 231 punti base in più rispetto a un anno fa, mentre il reddito operativo aggregato si avvicina alla soglia dei 1.000 miliardi di dollari. Non sorprende, dunque, che la combinazione tra risultati e aspettative abbia accompagnato l’S&P 500 verso nuovi massimi storici.
La sorpresa arriva dal Pacifico
Fin qui, nulla di particolarmente sorprendente per chi osserva da vicino Wall Street. La novità, secondo Saccocia, è che il miglioramento dei fondamentali sta assumendo una dimensione globale.
Il caso più evidente è il Giappone, dove il 71% delle società del Tokyo Stock Exchange Prime Market ha superato le previsioni. Gli utili risultano in crescita del 64% su base annua, sostenuti da diversi fattori: la forza del comparto manifatturiero, l’esposizione alla filiera dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale, le riforme nella governance societaria e il vento favorevole che soffia su difesa e cantieristica navale.
Anche i mercati emergenti presentano segnali incoraggianti. Le società dell’indice MSCI puntano a una crescita dell’utile per azione del 59% nel 2026. A sostenere questa dinamica sono soprattutto il ciclo dell’intelligenza artificiale in Cina, Corea del Sud e Taiwan, la componente manifatturiera e un dollaro più debole.
È una combinazione significativa perché suggerisce che non si tratta soltanto di un recupero finanziario o di un effetto statistico sui confronti annuali. Dietro i numeri si intravede una riaccelerazione economica sostenuta da investimenti ad alta intensità di capitale, con tecnologia, industria e infrastrutture a giocare un ruolo centrale.
Europa, il recupero che il mercato sta sottovalutando
La sorpresa più interessante, però, potrebbe essere europea.
Circa il 78% delle società dello Stoxx 600 ha già presentato i risultati e il 63% ha superato le attese, con una crescita dell’utile per azione del 23% su base annua. Anche in questo caso, il miglioramento non appare confinato a un unico segmento. Banche e semiconduttori guidano le revisioni al rialzo, ma segnali di forza arrivano anche da aerospazio, servizi finanziari e trasporti.
La fotografia, quindi, è quella di una ripresa più articolata di quanto suggerirebbe la tradizionale narrazione sull’Europa debole e priva di catalizzatori.
Neuberger mantiene comunque un sottopeso sull’azionario europeo. Il motivo è soprattutto la composizione della crescita: una quota rilevante del miglioramento degli utili resta concentrata nei comparti automobilistico e bancario. Inoltre, il quadro monetario rimane decisivo e le prossime mosse della BCE potrebbero influenzare in modo significativo sia le valutazioni sia il ritmo della ripresa.
Ma c’è un elemento che rende l’Europa difficile da ignorare: il prezzo.
Le azioni europee trattano a circa 14,8 volte gli utili prospettici, contro le circa 20 volte degli Stati Uniti. Una differenza che non elimina i rischi, ma offre un cuscinetto valutativo e rende il mercato europeo più interessante per chi cerca alternative alla concentrazione americana.
Il punto per gli investitori: diversificare prima che sia troppo tardi
È qui che si concentra il messaggio strategico di Saccocia. Il problema non è mettere in discussione la forza strutturale dell’economia e delle imprese americane. Il problema è che la straordinaria performance dei grandi titoli Usa ha progressivamente aumentato il rischio di concentrazione dei portafogli.
Se, contemporaneamente, la crescita degli utili comincia a distribuirsi tra più aree geografiche, mantenere un’esposizione quasi esclusiva agli Stati Uniti può diventare una scelta meno efficiente.
Giappone, mercati emergenti selezionati ed Europa non rappresentano necessariamente un’alternativa agli Stati Uniti, dunque, ma possono diventare complementi strategici. Il tema non è inseguire il mercato che ha appena fatto meglio, bensì allargare il perimetro delle fonti di rendimento.
La stagione degli utili suggerisce proprio questo cambio di prospettiva: Wall Street continua a correre, ma non è più l’unica pista su cui si muove la crescita. E, per gli investitori, la vera opportunità potrebbe essere proprio quella di accorgersene prima che il mercato globale abbia già incorporato la sorpresa.
