29 Ottobre 2026, giovedì
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USS Abraham Lincoln, è scontro tra allarmi e smentite: Trump difende la portaerei e attacca la Cnn

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La USS Abraham Lincoln è diventata il teatro di uno scontro che va ben oltre le condizioni materiali di una nave da guerra. Da una parte ci sono le testimonianze di familiari e marinai, che descrivono una permanenza in mare sempre più logorante; dall’altra la Casa Bianca, che respinge le ricostruzioni più allarmanti e difende l’operato della Marina.

Il presidente Donald Trump ha scelto una linea netta. Interpellato dalla Cnn sulle notizie relative alla situazione a bordo, ha contestato la giornalista Kristen Holmes, accusandola di diffondere “fake news” e intimandole di stare zitta. Quanto alla portaerei, la risposta è stata altrettanto categorica: secondo Trump, la Lincoln sarebbe mantenuta in condizioni eccellenti.

Ma il problema, ormai, non sembra ridursi a una disputa tra il presidente e i media. La USS Abraham Lincoln è impegnata da mesi in una missione nel contesto della guerra con l’Iran e ha accumulato un periodo eccezionalmente lungo senza fare ritorno in porto. Le fonti che hanno raccolto le testimonianze delle famiglie parlano di carenze di cibo e acqua, difficoltà nell’accesso all’assistenza psicologica e di un equipaggio sottoposto a una pressione crescente.

A rendere il quadro ancora più delicato sono le segnalazioni relative alla salute mentale dei militari. Alcuni resoconti hanno riferito anche di tentativi di suicidio e di marinai che avrebbero tentato di gettarsi in mare, episodi che hanno contribuito a trasformare il malessere denunciato dalle famiglie in una questione politica e istituzionale.

Il nodo centrale è dunque la durata della missione. La Lincoln ha trascorso oltre 260 giorni in mare, un arco temporale che secondo diverse ricostruzioni rappresenta un record moderno per una portaerei americana. Una permanenza così prolungata non pesa soltanto sull’organizzazione logistica: significa anche mesi senza normali periodi di recupero, lontano dalle famiglie e con possibilità limitate di usufruire dei servizi disponibili a terra.

Trump, però, non sembra considerare la durata della missione un elemento sufficiente per mettere in discussione l’impegno della nave. Già nei giorni scorsi aveva liquidato le preoccupazioni sulla permanenza in mare sostenendo che la missione non fosse durata “nearly long enough”, cioè nemmeno lontanamente abbastanza. Una posizione che stride con le denunce arrivate dalle famiglie e con le richieste di alcuni parlamentari di verificare direttamente le condizioni dell’equipaggio.

Nel frattempo, la Marina americana si prepara alla rotazione. La USS George Washington è stata destinata a rilevare la Lincoln nell’area mediorientale, una scelta che potrebbe finalmente consentire alla portaerei di interrompere una missione diventata sempre più lunga e onerosa.

La polemica, tuttavia, difficilmente finirà con il cambio di nave. Perché la domanda non riguarda soltanto se la Lincoln sia “in ottime condizioni”, come sostiene Trump. Riguarda soprattutto quanto a lungo si possa chiedere a circa 5.000 marinai e Marines di operare in un teatro di guerra senza una pausa adeguata e quale sia il prezzo umano di missioni sempre più estese.

In questo senso, lo scontro con la Cnn rischia di essere soltanto la parte più visibile di una questione molto più profonda. Dietro le accuse di “fake news” e le smentite presidenziali resta infatti una domanda concreta: quanto può resistere un equipaggio prima che la macchina militare inizi a presentare il conto?

Trento, morde un poliziotto per sfuggire al controllo: 27enne arrestato

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Durante la perquisizione trovati 50 grammi di hashish e un taglierino.

È sfuggito al controllo della polizia trasformando un normale accertamento in una violenta colluttazione. È accaduto a Trento, dove un 27enne straniero, risultato irregolare sul territorio nazionale, è stato arrestato dagli agenti delle Volanti della Questura.

Quando i poliziotti hanno cercato di procedere al controllo, il giovane avrebbe reagito con la forza, arrivando a mordere la mano di uno degli agenti nel tentativo di sottrarsi agli accertamenti. Non si sarebbe fermato lì: secondo quanto ricostruito, avrebbe anche tentato di sferrare un pugno a un secondo poliziotto.

Gli agenti sono comunque riusciti a bloccarlo e a riportare la situazione sotto controllo. La successiva perquisizione ha aggiunto un ulteriore elemento al quadro: il 27enne aveva con sé 50 grammi di hashish e un taglierino.

Al termine degli accertamenti è scattato l’arresto con l’accusa di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale, mentre per la detenzione della sostanza stupefacente è stato denunciato per detenzione ai fini di spaccio.

Una vicenda che, in pochi minuti, ha concentrato diversi profili di rilievo per gli investigatori: dalla reazione violenta al controllo alla presenza di droga e di un oggetto da taglio. Il giovane è stato quindi messo a disposizione dell’autorità giudiziaria per i successivi provvedimenti.

Ue, il Patto di stabilità apre alla svolta energetica: sì agli aiuti per pompe di calore, auto elettriche e nucleare

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La transizione energetica può contare su un nuovo, importante margine di manovra nei bilanci nazionali. La Commissione europea ha infatti delineato le condizioni per l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale prevista dal nuovo quadro del Patto di stabilità e crescita, indicando con maggiore chiarezza quali interventi nel settore dell’energia possono essere realizzati beneficiando delle deroghe ai vincoli di bilancio.

La novità non riguarda soltanto i grandi progetti infrastrutturali. Nel perimetro delle misure ammissibili trovano spazio anche interventi direttamente rivolti alle famiglie e alla mobilità elettrica. Tra questi figurano i contributi destinati a sostituire le caldaie alimentate da combustibili fossili con tecnologie più pulite, come le pompe di calore, e gli incentivi per realizzare infrastrutture domestiche di ricarica per i veicoli elettrici.

È un passaggio tutt’altro che marginale. La possibilità di far rientrare queste misure nell’ambito della clausola di salvaguardia amplia infatti la platea degli investimenti considerati strategici e collega in modo più diretto la politica di bilancio alla trasformazione del sistema energetico europeo.

Sul fronte degli investimenti strutturali, la Commissione conferma inoltre il ruolo centrale delle fonti rinnovabili e del potenziamento delle reti elettriche, indispensabili per accompagnare l’elettrificazione dei consumi e integrare una quota crescente di produzione da fonti non fossili. Ma nella lista compare anche un elemento destinato a far discutere: gli investimenti in centrali nucleari.

Il nucleare viene dunque ricompreso tra le infrastrutture energetiche che possono beneficiare del nuovo approccio, accanto agli interventi su rinnovabili e reti. Una scelta che fotografa la linea pragmatica assunta dall’Unione europea: più che imporre un’unica tecnologia, Bruxelles punta a sostenere gli investimenti capaci di rafforzare la sicurezza energetica e la decarbonizzazione del sistema.

La logica della deroga è quindi duplice. Da una parte, consentire agli Stati membri di sostenere spese considerate strategiche senza che queste si traducano automaticamente in un aggravio ai fini del rispetto dei parametri del Patto. Dall’altra, indirizzare quello spazio di bilancio verso interventi coerenti con gli obiettivi energetici europei.

Dalle pompe di calore alle colonnine di ricarica domestiche, dalle reti elettriche alle nuove capacità produttive, fino al nucleare, il messaggio della Commissione è chiaro: la transizione energetica richiede investimenti ingenti e una parte di questi costi deve poter essere sostenuta dagli Stati con maggiore flessibilità fiscale.

Il vero punto, ora, sarà capire come i singoli governi tradurranno queste indicazioni nelle rispettive politiche nazionali. Per famiglie e imprese, la partita potrebbe trasformarsi in nuove opportunità di sostegno agli investimenti; per i conti pubblici, invece, la sfida sarà utilizzare la flessibilità senza trasformarla in un alibi per una spesa poco selettiva.

La deroga al Patto, in altre parole, non è un assegno in bianco. È uno spazio aggiuntivo che Bruxelles mette a disposizione per accelerare una trasformazione considerata strategica. E il fatto che, nello stesso perimetro, convivano pompe di calore, mobilità elettrica, rinnovabili, reti e nucleare racconta bene la nuova fase della politica energetica europea: meno ideologica, più orientata alla sicurezza degli approvvigionamenti e alla capacità di mobilitare capitali.

Ucraina, pioggia di droni e missili russi su Kharkiv: dieci morti

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La notte torna a illuminarsi sotto i missili e i droni russi. Nell’oblast di Kharkiv, nell’Ucraina orientale, un attacco missilistico ha colpito Pechenihy, provocando almeno dieci morti e otto feriti. Il bilancio, ancora preliminare, è stato comunicato dal governatore regionale Oleh Syniehubov, secondo quanto riferito da Interfax Ukraine.

L’impatto dell’attacco ha lasciato dietro di sé un quadro di distruzione che coinvolge anche le infrastrutture civili. Secondo le prime informazioni, sono state danneggiate dieci abitazioni, un ufficio postale, un negozio e almeno sette veicoli. Numeri che restituiscono la dimensione di un attacco che, ancora una volta, ha raggiunto aree abitate e strutture della vita quotidiana.

Una notte di attacchi su più fronti

Quello contro Pechenihy non sarebbe stato un episodio isolato. Nella stessa notte la Russia ha condotto una massiccia offensiva aerea impiegando 147 droni, tra velivoli d’attacco Shahed e droni-esca.

Secondo l’Aeronautica militare ucraina, citata da Ukrinform, la difesa di Kiev è riuscita a neutralizzarne 111. Gli ordigni sarebbero stati lanciati da diverse basi russe — Kursk, Oryol, Millerovo e Primorsko-Akhtarsk — oltre che dai territori ucraini occupati del Donetsk e della Crimea.

Il dato fotografa una pressione militare distribuita su un’area molto ampia, con l’obiettivo di saturare le difese antiaeree ucraine e colpire più bersagli contemporaneamente. Gli attacchi hanno interessato 19 località, mentre i detriti dei droni intercettati sono caduti in altre tre zone.

Kharkiv ancora nel mirino

L’oblast di Kharkiv rimane uno dei principali teatri della guerra aerea russa. La vicinanza al confine con la Russia rende la regione particolarmente esposta e, nel corso del conflitto, infrastrutture energetiche, abitazioni e centri urbani sono stati ripetutamente interessati dalle offensive.

Il bilancio di Pechenihy aggiunge così nuove vittime civili a una guerra che continua a colpire il territorio ucraino anche lontano dalle linee del fronte. E mentre la difesa aerea rivendica un numero significativo di intercettazioni, l’attacco dimostra ancora una volta quanto sia difficile impedire che una parte degli ordigni riesca comunque a raggiungere i propri obiettivi.

La notte di Kharkiv racconta dunque due facce della stessa offensiva: da una parte la capacità ucraina di contrastare una parte consistente dell’attacco aereo, dall’altra la persistente capacità russa di penetrare le difese e provocare vittime e danni. Sul terreno, intanto, il bilancio resta provvisorio e potrebbe aggravarsi nelle prossime ore.

Lavitola: «L’attentato a Ranucci fu una scelta solo mia». Ora punta al Riesame

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«L’attentato è stata una scelta solo mia». È questo il punto centrale delle dichiarazioni che Valter Lavitola avrebbe affidato al suo difensore, l’avvocato Arturo Cola, al termine di un lungo colloquio nel carcere romano di Rebibbia. Quasi tre ore durante le quali l’imprenditore, reo confesso di essere il mandante dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci, avrebbe ripercorso anche il rapporto con le persone che, a suo dire, sono state trascinate nelle conseguenze della sua decisione.

A riferire le parole di Lavitola è stato lo stesso legale, spiegando che il suo assistito attraversa una fase psicologica particolarmente complessa. Il peso maggiore, secondo Cola, sarebbe legato alla consapevolezza di aver provocato «guai» a persone alle quali è profondamente legato: «un figlio», con riferimento a Gomes, e «un fratello», riferendosi a Ranucci.

Una distinzione che, nella strategia difensiva, assume un significato preciso: Lavitola intende ribadire che l’iniziativa sarebbe maturata autonomamente e che la responsabilità della scelta di colpire il giornalista non dovrebbe essere attribuita ad altri.

La linea della difesa: nessun accordo preventivo

Il tema della responsabilità individuale sarà uno dei punti sui quali la difesa potrebbe tornare a soffermarsi davanti al Tribunale del Riesame. Cola ha infatti annunciato di aver presentato ricorso il 15 agosto e che l’udienza dovrebbe tenersi nella settimana del 24 agosto.

Prima di quel passaggio, il legale valuta l’eventualità di integrare quanto già dichiarato da Lavitola. In sede di Riesame, infatti, l’imprenditore potrà rendere dichiarazioni spontanee per chiarire alcuni passaggi, fornire precisazioni e soprattutto offrire quella che la difesa definisce una «interpretazione autentica» delle precedenti dichiarazioni.

I due aspetti ritenuti più delicati riguardano le modalità con cui sarebbe stato eseguito l’attentato e il movente. È su questi elementi che la difesa intende concentrare l’attenzione, nel tentativo di definire con maggiore precisione il quadro della vicenda.

Cola contesta inoltre la necessità della permanenza di Lavitola in carcere: secondo il difensore, allo stato degli atti non vi sarebbero elementi sufficienti a giustificare la prosecuzione della misura cautelare.

L’incontro del 7 settembre e l’avvertimento a Ranucci

Tra gli elementi sui quali la difesa chiede di fare chiarezza c’è anche un precedente incontro tra Lavitola e Ranucci, avvenuto il 7 settembre.

Secondo quanto riferito dal legale, in quell’occasione Lavitola avrebbe potuto mettere in guardia il giornalista dai rischi legati a possibili attentati, dunque prima dell’episodio del 16 ottobre. Un passaggio che, se confermato e adeguatamente contestualizzato dagli inquirenti, potrebbe assumere rilievo nella ricostruzione dei rapporti tra i due e nella definizione della dinamica dell’intera vicenda.

La difesa insiste però su un altro punto: durante l’interrogatorio di garanzia, Lavitola avrebbe escluso l’esistenza di un accordo preventivo sull’attentato. «A noi interessano i fatti», ha sottolineato Cola, ribadendo così la linea secondo cui l’iniziativa sarebbe stata riconducibile esclusivamente al suo assistito.

Ranucci: «Diffuso un documento interno strategico di Report»

Sul fronte parallelo della polemica che coinvolge il giornalista e la trasmissione Report, Ranucci ha invece denunciato la diffusione di un documento interno relativo alla produzione del programma.

In un post pubblicato sui social, il giornalista ha definito «grave» la pubblicazione di un documento che, a suo giudizio, contiene informazioni strategiche per la Rai, comprese quelle relative ai costi di una produzione di punta come Report. Ranucci ha annunciato una denuncia e ha chiamato in causa anche il comitato etico dell’azienda, chiedendo di accertare chi abbia fornito al quotidiano Il Tempo la documentazione.

La vicenda si intreccia così con un secondo fronte, distinto ma destinato ad alimentare ulteriormente il dibattito attorno al giornalista e alla trasmissione: da una parte l’inchiesta sull’attentato e le nuove mosse della difesa di Lavitola; dall’altra la controversia sulla diffusione di documenti interni e sulle informazioni pubblicate in merito ai costi e agli stipendi legati a Report.

Il prossimo snodo sarà dunque il Riesame. Sarà in quella sede che la difesa potrà provare a ridefinire, attraverso ulteriori dichiarazioni, i contorni della posizione di Lavitola: dalla responsabilità personale che l’imprenditore rivendica per la scelta dell’attentato, fino al movente e alle modalità esecutive, passando per il rapporto con Ranucci e per il significato dell’incontro del 7 settembre.

Sette morti nella stiva, il soccorso della Life Support: 50 migranti salvati in acque internazionali

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È finita con un salvataggio e sette morti una traversata cominciata all’alba del 16 agosto dalle coste libiche. Nella mattinata di lunedì la Life Support di Emergency ha soccorso in acque internazionali, nella zona Sar libica, un’imbarcazione di legno sovraffollata con circa cinquanta persone a bordo. Sette di loro, già recuperate dalla stiva e portate sul ponte dagli altri naufraghi, non sono sopravvissute.

Il bilancio del soccorso è pesante: 50 persone tratte in salvo, 45 uomini e cinque donne. Tra loro ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, 26 maschi e tre femmine. I naufraghi hanno riferito di essere originari della Somalia e dell’Egitto e di essere partiti da Zuwara nelle prime ore del 16 agosto.

Quando il team della Life Support ha raggiunto l’imbarcazione, la situazione è apparsa subito estremamente critica. «Alle 6 del mattino abbiamo identificato due imbarcazioni dal radar e poi dal ponte con i binocoli», racconta Jonathan Nanì La Terra, capo missione della nave di Emergency. Una delle due era la barca in difficoltà, mentre una motovedetta libica si stava avvicinando.

A circa un miglio di distanza, il personale della Life Support ha comunicato alla motovedetta che l’operazione di soccorso era già cominciata. L’unità libica, secondo il racconto di Emergency, è rimasta a distanza a sorvegliare le operazioni per tutta la durata dell’intervento.

È stato durante il soccorso che è emerso l’aspetto più drammatico della vicenda. Sul ponte sono state individuate nove persone, trasportate lì dagli altri naufraghi dopo essere state recuperate dalla stiva, dove avevano trascorso l’intera traversata. Per sette di loro i soccorritori non hanno potuto fare nulla. Altri due sono stati trovati in condizioni critiche, con gravi problemi riconducibili al soffocamento.

Complessivamente sono nove i naufraghi che necessitano di assistenza sanitaria. Per i due più gravi Emergency ha richiesto un’evacuazione medica urgente alle autorità competenti.

Il soccorso si è concluso alle 8.07. Terminata l’operazione, Emergency ha chiesto l’assegnazione di un porto sicuro il più vicino possibile, sottolineando la necessità di garantire tempestivamente cure e assistenza alle persone salvate.

Il porto indicato dalle autorità è Bari. Per i sopravvissuti, dunque, la traversata non è ancora finita: dopo il viaggio dalla Libia e le ore trascorse in condizioni estreme a bordo di un’imbarcazione sovraffollata, resta ora il trasferimento verso il luogo di sbarco e l’avvio delle procedure di accoglienza.

Dietro il numero dei soccorsi, però, rimane quello delle vittime: sette persone morte durante la traversata, trovate nella stessa stiva in cui decine di altri passeggeri hanno trascorso il viaggio. Un bilancio che restituisce ancora una volta la dimensione concreta e drammatica dei rischi affrontati da chi tenta la rotta del Mediterraneo centrale.

Femminicidio a Dolo, uccide l’ex compagna e poi si toglie la vita

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Un omicidio seguito dal suicidio. È questa l’ipotesi sulla quale stanno lavorando gli investigatori dopo il ritrovamento di due cadaveri tra Dolo e Camponogara, nel Veneziano. La vittima è Tania Terrin, 39 anni, mentre l’uomo sospettato di averla uccisa è Dino Keber, 43 anni, trovato successivamente senza vita nella propria abitazione.

Secondo le prime ricostruzioni, Keber avrebbe raggiunto l’ex compagna e l’avrebbe uccisa soffocandola. Il decesso della donna potrebbe risalire alla giornata di Ferragosto. Soltanto nella tarda serata di domenica 16 agosto è stato scoperto il suo corpo all’interno dell’abitazione di Camponogara.

Poco dopo è arrivata la seconda drammatica scoperta. Keber è stato trovato morto impiccato nella sua casa di Dolo, facendo così emergere l’ipotesi di un omicidio-suicidio.

Gli inquirenti mantengono al momento il massimo riserbo sulla dinamica dei fatti e sono in corso gli accertamenti necessari per ricostruire con precisione le ultime ore di entrambi. Saranno soprattutto gli elementi raccolti nelle due abitazioni, gli esami medico-legali e le testimonianze a chiarire cosa sia accaduto e quando.

A rendere il quadro ancora più inquietante è quanto sarebbe avvenuto dopo la conclusione della relazione tra i due. Terrin avrebbe denunciato l’ex compagno, circostanza che aveva portato a un ammonimento ufficiale da parte del questore di Venezia nei confronti dell’uomo.

Un precedente che ora assume un peso particolare nell’inchiesta e che dovrà essere ricostruito dagli investigatori insieme a eventuali altri episodi segnalati o denunciati in passato.

Le indagini dovranno dunque fare luce non soltanto sulla sequenza che avrebbe portato alla morte della donna e, successivamente, al suicidio dell’uomo, ma anche sulla storia della relazione e sui segnali di rischio emersi prima del tragico epilogo.

Cagliari, paura per Yael Trepy: incidente in piscina, è ricoverato in terapia intensiva

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Sono ore di apprensione in casa Cagliari per le condizioni di Yael Trepy. Il ventenne attaccante rossoblù, reduce dalla gara di Coppa Italia contro l’Arezzo, è ricoverato in terapia intensiva all’Ospedale Civile Santissima Annunziata di Sassari dopo un grave incidente avvenuto durante il fine settimana di pausa concesso alla squadra.

Secondo quanto ricostruito, l’episodio si è verificato nella giornata di domenica 16 agosto, mentre Trepy si trovava nel Nord Sardegna per trascorrere alcuni giorni di vacanza dopo il successo ottenuto contro l’Arezzo. Il calciatore avrebbe rischiato di annegare in una piscina, andando in difficoltà dopo essere entrato in una zona caratterizzata da un improvviso cambio di profondità.

Il giovane, che non avrebbe una particolare dimestichezza con il nuoto, avrebbe perso rapidamente le forze fino a perdere conoscenza. I soccorsi sono stati immediati e hanno consentito di prestare al giocatore le prime cure e di trasferirlo d’urgenza a Sassari. Una volta arrivato in ospedale, Trepy è stato intubato e sottoposto agli accertamenti necessari.

La notte di apprensione e gli esami

Le prime ore sono state inevitabilmente segnate dalla preoccupazione per le condizioni dell’attaccante. Gli esami effettuati successivamente avrebbero però fornito indicazioni rassicuranti, escludendo fortunatamente conseguenze ulteriori rispetto a quelle temute nelle fasi immediatamente successive all’incidente.

La situazione resta comunque sotto stretta osservazione. Trepy rimane ricoverato nel reparto di terapia intensiva, dove i medici continuano a monitorarne attentamente le condizioni e l’evoluzione del quadro clinico.

Il giocatore era stato protagonista anche recentemente con la maglia del Cagliari, partendo titolare nei trentaduesimi di finale di Coppa Italia contro l’Arezzo. Un impegno che aveva preceduto di pochi giorni il periodo di riposo concesso alla squadra.

Il Cagliari al fianco del suo giovane attaccante

La società rossoblù ha seguito fin da subito la vicenda, mantenendo un contatto costante con la struttura sanitaria e con i familiari del calciatore. In una nota ufficiale, il Cagliari ha voluto soprattutto manifestare la propria vicinanza a Trepy e alla sua famiglia, evitando di alimentare indiscrezioni in una fase particolarmente delicata.

«Il Club è in costante contatto con la struttura sanitaria e con la famiglia del calciatore e segue con la massima attenzione l’evolversi delle sue condizioni», ha fatto sapere la società, sottolineando come «in questo momento ogni pensiero del Cagliari Calcio è rivolto a Yael e ai suoi familiari».

Il club ha inoltre invitato tutti al massimo rispetto della privacy e ha precisato che eventuali aggiornamenti saranno comunicati direttamente quando saranno disponibili.

Per ora, dunque, prevale la cautela. Le notizie emerse dagli accertamenti lasciano spazio a un cauto ottimismo, ma la permanenza in terapia intensiva impone prudenza. L’intero ambiente rossoblù resta con il fiato sospeso, in attesa che le prossime ore possano portare ulteriori segnali positivi sulle condizioni del giovane attaccante.

Caccia al pirata della strada

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È ancora senza un nome il conducente dell’auto che, nella notte tra il 16 e il 17 agosto, ha travolto e ucciso un uomo di 33 anni a Vicopisano, nel Pisano. Dopo l’impatto, invece di fermarsi e prestare soccorso, l’automobilista ha proseguito la sua corsa, lasciando la vittima ferita sull’asfalto.

L’incidente è avvenuto poco dopo le 3. La dinamica è ora al centro degli accertamenti dei carabinieri, intervenuti per effettuare i rilievi e raccogliere ogni elemento utile a ricostruire quei drammatici istanti. L’obiettivo è individuare il veicolo coinvolto e risalire al conducente che, dopo l’investimento, si è allontanato.

A rendere particolarmente preziosa la scena dell’incidente potrebbero essere alcuni frammenti rinvenuti sul posto. Si tratterebbe di parti che potrebbero appartenere all’auto coinvolta nell’investimento e che, attraverso gli accertamenti tecnici, potrebbero fornire indicazioni decisive per restringere il campo delle ricerche.

I soccorsi sono scattati rapidamente. Sul luogo della tragedia è intervenuto anche il personale della Misericordia di Vicopisano, ma ogni tentativo di salvare il 33enne si è rivelato inutile. Le ferite riportate nell’impatto erano troppo gravi e l’uomo è morto poco dopo.

Ora la corsa è quella degli investigatori: non più quella dell’auto che si è allontanata nella notte, ma quella necessaria a darle un’identità. I rilievi, i frammenti recuperati e gli eventuali altri elementi raccolti dagli inquirenti potrebbero contribuire a ricostruire il percorso del veicolo e a individuare chi era alla guida.

Resta intanto il dramma di una vita spezzata e l’interrogativo sul comportamento di chi, dopo aver investito una persona, avrebbe scelto di non fermarsi.

Dalla Verità all’Utile: la filosofia dopo la caverna

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La caverna e la filosofia. Immagine di Daniele Cappa, realizzata con il supporto dell'AI.
Immagine di Daniele Cappa realizzata con il supporto dell'AI

A cura di Gilberto Borzini

Il terzo millennio cristiano decreta la fine della filosofia e della ricerca della Verità. Era ora.

Scriveva Heidegger che la filosofia era un susseguirsi di note a margine sui testi di Platone, e non sbagliava affatto. Per millenni l’oggetto del contendere fu l’Essenza dell’Ente, la Verità ultima e inconoscibile, e su quel dibattito si costruirono muraglioni e castelli e fortificazioni di retorica fine a se stessa. Quale fosse la Verità che illumina fuori dalla caverna in cui noi umani siamo reclusi, idea che Platone ereditò dalle teoretiche induiste adattandole alla bisogna, non si saprà mai e forse l’eventuale conoscenza appartiene a quell’Illuminazione mistica che conduce al Nirvana e solo pochissimi Yogi osano raggiungere. Il resto è, e nei secoli è stato, variante sul tema.

Dubbi e scricchiolii se ne avvisavano da tempo, ma la ricerca dell’introvabile appassionava i filosofi come la ricerca della Pietra filosofale incapricciava gli alchimisti, e la teoretica fondava le proprie radici nel nulla cosmico di un cristianesimo che fin dai suoi albori aveva negato la ricerca della Conoscenza a favore della mistica e della relativa retorica.

Quando nel 415 i cristiani, simili ai più esaltati fondamentalisti contemporanei, uccisero Ipazia, colei che aveva intuito l’orbita ellittica della terra attorno al sole, e diedero fuoco alla biblioteca di Alessandria, vero tempio del sapere, emisero un verdetto nei confronti della Conoscenza che andava vietata, imponendo la favolistica del proprio utilitarismo.

E quel verdetto rinnovarono con la Scolastica e con la Santissima Inquisizione impedendo di fatto la Conoscenza dell’utile e del concreto a vantaggio della ricerca di un’inesistente verità ultima.

Persino il tentativo di affermazione della Ragione, che non casualmente assunse il nome di Illuminismo quasi consentisse all’uomo di uscire, finalmente, dalla caverna di Platone, dovette subire il monumentale freno a mano tirato da Kant, alto borghese dai lauti consumi che nella sua boria immaginava di possedere, lui stesso, la Verità ultima dentro di sé.

La Verità ultima non esiste, o forse si nasconde tra le particelle subatomiche o nell’energia oscura affidando alla scienza, e non alla filosofia, l’eventuale scoperta e riconoscimento.

Così la filosofia diviene, per sua necessità, morale e percorre educatamente i sentieri evolutivi dell’etica e della sociologia, della politica e dell’urbanistica e oggi persino dell’intelligenza artificiale sempre, doverosamente, nella consequenzialità etica degli applicativi.

Dalla Verità all’Utile è il cambio di rotta della ricerca e della conoscenza.

Come gli alchimisti divennero farmacisti, definendo utilitariamente l’applicazione pratica e mirata della loro conoscenza, oggi al filosofo spettano non la teoretica ma l’utilità e l’etica, ciò che nella scienza e nella politica, nella sociologia e nella psicologia produce miglioramento al vivere e non contraddice il vivere sociale secondo i variabili canoni dell’etica comune e della morale individuale.

La filosofia è morta: viva la filosofia!