29 Ottobre 2026, giovedì
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Guerra diplomatica tra Washington e la Corte penale internazionale

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La guerra diplomatica tra gli Stati Uniti e la Corte penale internazionale entra in una nuova fase. L’amministrazione di Donald Trump ha imposto sanzioni a Tomoko Akane, giudice giapponese e presidente della Corte penale internazionale (Cpi), con sede all’Aia. La decisione, annunciata dal Dipartimento del Tesoro americano, rappresenta l’ennesimo affondo di Washington contro un’istituzione di cui gli Stati Uniti non fanno parte, ma che da tempo considerano una potenziale minaccia per i propri interessi e per l’operato dei propri cittadini.

Le nuove misure si inseriscono in una strategia ormai consolidata: colpire direttamente i vertici e i funzionari della Corte per ostacolarne l’azione e contestarne la legittimità. Le sanzioni prevedono il congelamento degli eventuali beni riconducibili alle persone interessate sotto la giurisdizione statunitense e, soprattutto, ne limitano l’accesso al sistema finanziario americano. Un provvedimento tutt’altro che simbolico, considerato il ruolo centrale che il sistema finanziario statunitense mantiene nei circuiti economici internazionali.

Lo scontro non nasce oggi

L’attacco ad Akane non è infatti un episodio isolato. Già lo scorso anno Washington aveva adottato misure analoghe nei confronti di diversi esponenti della Corte, tra cui procuratori e giudici. Nel mirino dell’amministrazione americana erano finiti, in particolare, i magistrati coinvolti nelle vicende giudiziarie riguardanti il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, destinatari di mandati d’arresto emessi dalla Cpi.

A pesare sul rapporto tra Washington e la Corte c’è inoltre la precedente indagine riguardante le forze statunitensi in Afghanistan. Un dossier che negli anni ha alimentato la diffidenza americana verso un organismo giudiziario che rivendica una competenza sovranazionale sui crimini più gravi, anche quando a essere coinvolti sono cittadini di Paesi che non hanno aderito allo Statuto di Roma.

È proprio questo uno dei nodi centrali dello scontro: gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della Corte nei termini rivendicati dall’istituzione dell’Aia e contestano l’idea che suoi magistrati possano adottare provvedimenti suscettibili di incidere su cittadini e interessi americani.

La pressione passa anche dalla diplomazia

La strategia dell’amministrazione Trump, tuttavia, non sembra limitarsi alle sanzioni. Lo scorso mese il segretario di Stato Marco Rubio aveva annunciato l’intenzione di intensificare gli sforzi per indebolire la Corte anche attraverso una vera e propria campagna diplomatica. L’obiettivo di Washington sarebbe quello di convincere altri Paesi a prendere le distanze dall’istituzione dell’Aia.

Secondo la posizione americana, la Corte rappresenterebbe una minaccia non soltanto per gli esponenti dell’amministrazione, ma anche per il personale statunitense impegnato nell’attuazione delle politiche migratorie dell’amministrazione Trump e nelle operazioni contro imbarcazioni sospettate di essere coinvolte nel traffico di droga, oltre che per altri membri delle forze armate.

È un passaggio significativo perché trasforma una controversia giudiziaria in una partita apertamente geopolitica. Non è più soltanto una questione di competenze tra Washington e un tribunale internazionale: è diventata una battaglia sulla portata stessa della giustizia internazionale e sui limiti entro i quali un organismo sovranazionale può esercitare la propria autorità.

La replica della Corte: «È a rischio lo Stato di diritto»

La Corte penale internazionale ha reagito con durezza alle nuove sanzioni. In una dichiarazione diffusa alla stampa, l’istituzione ha sostenuto che le misure americane contro i suoi esponenti di vertice «minano lo Stato di diritto».

Il messaggio politico e istituzionale è netto: se un magistrato può essere colpito economicamente da un governo straniero per avere esercitato le proprie funzioni, a essere messa in discussione non sarebbe soltanto l’indipendenza della Corte, ma l’intero principio di autonomia della giustizia internazionale.

«Quando gli operatori giudiziari vengono minacciati per aver applicato la legge, è l’ordine giuridico internazionale stesso a essere messo a rischio», ha affermato la Corte.

È questa, in fondo, la posta in gioco dello scontro. Da una parte Washington rivendica il diritto di proteggere i propri cittadini e i propri interessi da quella che considera un’ingerenza di un tribunale al quale gli Stati Uniti non aderiscono. Dall’altra, la Corte difende la propria indipendenza e il principio secondo cui la giustizia internazionale non può essere subordinata alla forza politica o economica degli Stati.

Una frattura che va oltre l’Aia

Lo scontro tra gli Stati Uniti e la Corte penale internazionale rischia così di trasformarsi in qualcosa di più profondo di una disputa tra un governo e un’istituzione giudiziaria. Le sanzioni contro Tomoko Akane rappresentano infatti un nuovo fronte della più ampia tensione tra sovranità nazionale e giustizia sovranazionale.

L’Aia rivendica il proprio mandato come baluardo contro l’impunità per i crimini più gravi. Washington, al contrario, considera l’espansione di quel mandato una possibile minaccia alla propria sovranità e alla libertà d’azione dei suoi funzionari e militari.

Nel mezzo resta una domanda destinata a diventare sempre più difficile da eludere: chi può giudicare chi, quando la giustizia internazionale entra in rotta di collisione con gli interessi delle grandi potenze? La vicenda Akane suggerisce che, almeno per ora, la risposta non sarà affidata soltanto alle aule di tribunale. Si giocherà anche sul terreno delle sanzioni, della diplomazia e degli equilibri geopolitici.

Fulvio Lucisano, il produttore che ha attraversato la storia del cinema italiano

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È morto a 98 anni Fulvio Lucisano, produttore, distributore e imprenditore che per oltre settant’anni ha osservato, accompagnato e spesso anticipato le trasformazioni del cinema italiano. Una lunga corsa iniziata nel dopoguerra, quando il cinema era ancora soprattutto pellicola, cinegiornali e documentari, e arrivata fino all’epoca dello streaming, attraversando generi, generazioni e radicali mutamenti del pubblico.

A dare notizia della scomparsa è stata la figlia Paola Lucisano sui social. Nato a Roma il primo agosto 1928, Lucisano aveva mosso i primi passi nel settore nel 1949, partecipando alla realizzazione di Anno Santo, dedicato al Giubileo del 1950. Poco dopo era arrivata la collaborazione con l’Istituto Luce, mentre parallelamente agli studi universitari, conclusi con una laurea in Giurisprudenza, maturava quella competenza nel campo della produzione documentaristica che sarebbe diventata il punto di partenza di una carriera straordinariamente lunga.

La sfida di produrre cinema senza una sola etichetta

Nel 1958 Lucisano fondò la Italian International Film, destinata a diventare una delle realtà più riconoscibili della produzione cinematografica italiana. Il tratto distintivo della società fu, fin dall’inizio, la capacità di non lasciarsi rinchiudere in una formula.

Nel catalogo della Italian International Film trovano infatti spazio mondi apparentemente lontani: il cinema visionario di Mario Bava, la commedia e l’ironia di Luigi Comencini, lo sguardo originale di Lina Wertmüller, fino alle opere di Francesca Archibugi. Una varietà che racconta bene anche la filosofia professionale di Lucisano: il produttore non come semplice finanziatore, ma come figura capace di leggere i tempi, intercettare i talenti e soprattutto comprendere il rapporto tra un film e il suo pubblico.

È forse questa la chiave per leggere una carriera così longeva. Lucisano non si è limitato a seguire i cambiamenti del cinema italiano: ha saputo cambiare insieme al cinema, mantenendo però intatta la curiosità verso ciò che poteva funzionare sul grande schermo.

L’intuizione che si chiamava Massimo Troisi

Uno dei capitoli più importanti della sua storia professionale porta il nome di Massimo Troisi. Nel 1981 Lucisano produsse Ricomincio da tre, esordio alla regia dell’attore napoletano.

Il film fu molto più di un successo commerciale. Portò sul grande schermo una comicità nuova, personale, lontana dai meccanismi più convenzionali della commedia italiana, e consacrò Troisi come uno degli interpreti e autori più importanti della sua generazione.

Investire su un talento ancora in piena fase di affermazione significava, per un produttore, assumersi un rischio. Lucisano lo fece e contribuì a trasformare quell’intuizione in uno dei passaggi simbolicamente più importanti del rinnovamento del cinema italiano degli anni Ottanta.

Alberto Sordi e il cinema come specchio del Paese

Un altro nome fondamentale nella carriera di Lucisano è quello di Alberto Sordi, con il quale costruì un sodalizio professionale e umano destinato a durare nel tempo.

Nel 1983 arrivò Il tassinaro, diretto e interpretato dallo stesso Sordi, film nel quale la commedia diventava ancora una volta uno strumento per raccontare vizi, abitudini e contraddizioni degli italiani. Lucisano avrebbe poi continuato a lavorare su produzioni legate a grandi protagonisti della commedia nazionale, arrivando anche a Il grande cocomero e agli ultimi capitoli della saga di Fantozzi.

La sua capacità era quella di riconoscere il valore industriale del cinema popolare senza considerarlo necessariamente in contrapposizione con la qualità autoriale. Una distinzione che, nella sua lunga attività, sembra quasi non essere mai esistita.

Dalla commedia degli anni Duemila al cinema generazionale

E quando il pubblico cambiò ancora, Lucisano seppe cambiare con lui.

Nel 2006 fu tra i produttori di Notte prima degli esami, diretto da Fausto Brizzi, commedia diventata rapidamente un fenomeno generazionale. Il film intercettò nostalgia, adolescenza e memoria collettiva, trasformando una storia di ragazzi alla vigilia della maturità in un titolo capace di parlare a un pubblico trasversale.

La stagione dei successi proseguì con film come Ex, Maschi contro femmine e Femmine contro maschi, confermando una volta di più la capacità della Italian International Film di individuare temi e linguaggi destinati a incontrare il grande pubblico.

In questo senso, la traiettoria di Lucisano racconta anche l’evoluzione della commedia italiana: dai grandi interpreti del dopoguerra alle nuove generazioni, dalla sala cinematografica come principale luogo di aggregazione alla moltiplicazione delle piattaforme e dei modi di fruire un film.

Una carriera premiata e una continuità costruita nel tempo

I numeri restituiscono solo in parte la dimensione del suo percorso: le produzioni della Italian International Film hanno conquistato cinque David di Donatello, quattro Nastri d’Argento e ottenuto due candidature agli Oscar.

Lucisano ha inoltre ricoperto la carica di presidente dell’Anica dal 1998 al 2001. Nel 2007 era stato nominato Cavaliere del Lavoro, mentre nel 2009 aveva ricevuto un David speciale per i cinquant’anni di attività.

Ma forse il dato più significativo resta la durata. Cinquant’anni erano già un traguardo nel 2009; oggi, guardando all’intero percorso, diventano oltre sette decenni di cinema. Una longevità rara in un settore nel quale cambiano rapidamente tecnologie, modelli produttivi, linguaggi e gusti del pubblico.

La storia della Italian International Film continua oggi con le figlie Federica e Paola Lucisano, eredi di un patrimonio professionale e produttivo costruito nel corso di generazioni.

Quella di Fulvio Lucisano, invece, è ormai una storia compiuta. Una storia che parte dai documentari del dopoguerra, passa per Sordi e Troisi, attraversa la commedia, arriva ai fenomeni generazionali degli anni Duemila e si affaccia sull’era dello streaming.

Più che un semplice produttore, Lucisano è stato un osservatore privilegiato dell’Italia attraverso il cinema: capace di capire che, per continuare a produrre film, bisogna prima di tutto continuare a capire il Paese che quei film li guarda.

San Giovanni Rotondo, 25enne disabile preso a sassate: «Non sono bravate, ma atti persecutori»

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A San Giovanni Rotondo una serie di episodi che, secondo quanto denunciato dalla famiglia, sarebbe andata avanti per mesi è culminata in un’aggressione fisica. Vittima un 25enne con disabilità, che sarebbe stato preso di mira da un gruppo di ragazzi tra i 14 e i 18 anni.

Pietre lanciate contro la finestra della sua camera, insulti, provocazioni e telefonate anonime: un crescendo di vessazioni che, stando alla ricostruzione fornita dai familiari e dal loro legale, avrebbe trasformato la quotidianità del giovane in una continua fonte di paura e disagio.

La denuncia è stata presentata ai carabinieri, che hanno avviato gli accertamenti per ricostruire l’accaduto e risalire all’identità dei presunti responsabili.

Dalle provocazioni alle telefonate anonime

La vicenda, secondo quanto riferito dalla famiglia, sarebbe iniziata tra giugno e luglio. Il gruppo di ragazzi avrebbe cominciato a presentarsi nei pressi dell’abitazione del 25enne, prendendolo di mira con comportamenti sempre più insistenti.

In alcune occasioni sarebbero state lanciate pietre contro la finestra della sua camera. In altre, invece, il giovane sarebbe stato raggiunto da telefonate anonime: circa 70 in un solo mese, secondo la denuncia.

«Abbiamo presentato denuncia fin dal primo episodio», ha spiegato all’Ansa il legale della famiglia, sottolineando un elemento particolarmente delicato della vicenda: il 25enne non conoscerebbe i ragazzi e non sarebbe quindi in grado di indicare direttamente chi lo avrebbe preso di mira.

L’episodio più grave

L’ultimo episodio avrebbe segnato un salto di qualità. Secondo la ricostruzione contenuta nella denuncia, il gruppo sarebbe tornato davanti all’abitazione del giovane, citofonando e rivolgendogli insulti legati alla sua disabilità.

Il 25enne, esasperato dalle continue provocazioni, sarebbe sceso in strada per chiedere spiegazioni. È a quel punto che la situazione sarebbe degenerata: dalle parole si sarebbe passati alle pietre, lanciate contro il giovane.

Una di queste lo avrebbe colpito al volto, provocandogli la rottura del naso. Il 25enne è stato soccorso e accompagnato in ospedale dal personale del 118, dove è stato medicato per le ferite riportate.

«Non sono bravate»

A parlare, ora, è anche il legale della famiglia, che respinge con decisione l’idea di derubricare quanto accaduto a una semplice ragazzata.

«È un ragazzo per bene come la sua famiglia. Ha tanti amici, ride e scherza. Quanto sta accadendo è inspiegabile», ha spiegato l’avvocato, ribadendo la fiducia nel lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura.

Il punto, secondo la famiglia, è proprio la durata e la reiterazione degli episodi: non un singolo gesto isolato, ma una sequenza di comportamenti che avrebbe progressivamente inciso sulla serenità del giovane e dei suoi familiari.

«Non sono bravate, ma veri e propri atti persecutori», sostiene il legale, evidenziando come la situazione stia rendendo difficile la vita quotidiana della vittima e dei suoi congiunti.

Ora spetterà agli investigatori ricostruire con precisione la successione degli episodi, acquisire eventuali elementi utili e individuare i ragazzi che avrebbero preso parte alle aggressioni e alle vessazioni. Sullo sfondo resta una domanda che va oltre il singolo episodio: come sia stato possibile che una serie di provocazioni e intimidazioni, secondo la denuncia, si sia protratta per mesi fino a sfociare nella violenza fisica.

Una vicenda che scuote una comunità descritta dalla stessa famiglia come tranquilla e che riporta al centro il tema della tutela delle persone più vulnerabili e della responsabilità, anche quando i protagonisti delle presunte condotte sono molto giovani.

Tensioni su Schengen, la “guerra dei Dublinanti” riapre il fronte tra Italia, Germania e Svizzera

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La partita europea sui migranti torna a giocarsi anche sul terreno più sensibile: quello dei trasferimenti tra Stati. E mentre Roma e Berlino si confrontano sulla gestione dei cosiddetti “dublinanti”, una vicenda individuale diventa il simbolo di una tensione politica e giuridica destinata a pesare sul futuro di Schengen.

È il caso di una 22enne somala, che avrebbe dovuto essere trasferita mercoledì 19 agosto dalla Germania all’Italia. A poche ore dall’esecuzione del provvedimento, la giovane è stata accolta in una struttura ecclesiastica di Norimberga dall’associazione evangelica “Matteo – Chiesa e asilo”. La comunità ha deciso di offrirle protezione, impedendo di fatto che venga immediatamente allontanata.

A darne notizia è stato Stefan Reichel, presidente dell’associazione, secondo cui la giovane resterà sotto la protezione della Chiesa fino a quando la Germania non accoglierà la richiesta italiana di annullare definitivamente il trasferimento.

“Sono molto felice di essere al sicuro. Adesso il tempo orribile della fuga è finito”, ha raccontato la ragazza. Parole che restituiscono alla complessa architettura normativa europea il volto concreto di una persona che, dopo un lungo percorso migratorio, si trova ancora una volta sospesa tra decisioni amministrative e confini nazionali.

La protezione della Chiesa

L’iniziativa della comunità evangelica non nasce, secondo Reichel, da un gesto improvvisato. L’associazione richiama infatti un’intesa del 24 febbraio 2015 che consente alle Chiese evangeliche, cattoliche e libere di offrire asilo ecclesiastico per ragioni umanitarie in situazioni particolarmente gravi.

Nel caso della giovane somala, l’associazione ritiene che sussistano le condizioni per attivare questa forma di protezione. La ragazza, spiegano i responsabili, sarebbe particolarmente provata dagli eventi vissuti, molto spaventata e a rischio di perdere i contatti con la propria famiglia.

La protezione ecclesiastica avrà formalmente effetto fino alla scadenza del termine previsto per l’espulsione. Nel frattempo, l’associazione ha già informato l’Ufficio federale tedesco per l’immigrazione e il ministero dell’Interno della Baviera.

Roma contro Berlino: il nodo dei “dublinanti”

La vicenda si inserisce in uno scontro più ampio tra Italia e Germania. Al centro ci sono i migranti che, dopo essere entrati nell’Unione europea attraverso l’Italia, hanno successivamente presentato domanda d’asilo in un altro Stato membro.

Il governo italiano ha comunicato formalmente a Berlino di non voler accettare il rientro dei cosiddetti “dublinanti” nei casi antecedenti al 12 giugno 2026, data di entrata in vigore del nuovo quadro europeo sulla migrazione e l’asilo.

La posizione di Roma è netta: l’Italia intende applicare le nuove regole ai richiedenti arrivati dopo quella data, contestando invece i trasferimenti relativi a situazioni precedenti.

Ed è proprio qui che la questione tecnica si trasforma in una disputa politica. Perché dietro ogni singolo trasferimento si confrontano due principi difficili da conciliare: da una parte la necessità di impedire che le domande d’asilo vengano presentate in modo reiterato in diversi Paesi; dall’altra il principio di equa distribuzione delle responsabilità tra gli Stati membri.

Anche la Svizzera riapre i trasferimenti

Il fronte non riguarda però soltanto Berlino. Anche la Svizzera ha annunciato la ripresa dei trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo, dopo quasi quattro anni di sostanziale blocco.

Secondo Magdalena Baker, portavoce della Segreteria di Stato della migrazione, i primi voli sono già stati programmati e la procedura dovrebbe ripartire gradualmente dalla fine di agosto. Per il momento si tratta di un numero limitato di casi.

Berna ha concordato con le autorità italiane una ripresa progressiva, con l’obiettivo dichiarato di evitare un sovraccarico del sistema. La prudenza elvetica segnala quanto sia delicato il passaggio: la riattivazione dei trasferimenti non è soltanto una questione burocratica, ma implica un nuovo equilibrio operativo tra i Paesi coinvolti.

Il nuovo Patto cambia le regole del gioco

Per comprendere perché i trasferimenti tornino oggi al centro della scena bisogna guardare al nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno 2026.

La situazione attuale affonda però le proprie radici nel dicembre 2022, quando il governo guidato da Giorgia Meloni decise di interrompere le riammissioni dei richiedenti asilo verso l’Italia. Da allora, il tema è rimasto uno dei punti più controversi nei rapporti tra Roma e gli altri partner europei.

Con l’entrata in vigore del nuovo Patto, il quadro cambia. L’Italia è chiamata a tornare a rispettare il meccanismo europeo di trasferimento, ma intende distinguere con precisione tra i casi precedenti e quelli successivi al 12 giugno.

La Svizzera, così come la Germania, si prepara quindi a riattivare le procedure soprattutto per i richiedenti arrivati dopo l’entrata in vigore delle nuove norme.

Una prova per Schengen

La vicenda della giovane somala racconta, in piccolo, una questione molto più grande. Il sistema europeo dell’asilo sta cercando di passare da una gestione emergenziale a un modello comune, ma ogni tentativo di redistribuire responsabilità riapre inevitabilmente il confronto tra gli Stati.

L’Italia, Paese di frontiera del Mediterraneo, rivendica da anni una maggiore condivisione degli oneri. Germania e Svizzera, dal canto loro, chiedono che i meccanismi europei di responsabilità tornino a funzionare.

Il rischio è che il nuovo Patto, nato per rendere più ordinata e prevedibile la gestione delle migrazioni, finisca per diventare un nuovo terreno di conflitto se non sarà accompagnato da regole applicate in modo uniforme e da un’effettiva solidarietà tra gli Stati.

A Norimberga, intanto, una ragazza aspetta che quella complessa macchina europea decida il suo destino. La sua storia è diventata il caso concreto di una domanda che l’Europa non può più rinviare: chi deve farsi carico di una persona che arriva alle sue frontiere, e soprattutto chi deve assumersi la responsabilità quando le regole comuni entrano in collisione con le decisioni dei singoli Stati?

Hormuz, la nuova frontiera di Trump: una mappa riaccende lo scontro con Teheran

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La tregua tra Stati Uniti e Iran è ormai agli sgoccioli. Il cessate il fuoco di sessanta giorni, previsto dal memorandum firmato a giugno a Islamabad, non è riuscito a trasformarsi in un vero percorso di distensione e il confronto tra Washington e Teheran torna a concentrarsi su uno dei punti più sensibili della crisi mediorientale: lo Stretto di Hormuz.

In questo scenario si inserisce una nuova, provocatoria mossa di Donald Trump. Il presidente americano ha pubblicato su Truth una cartina dello stretto con una scritta destinata a far discutere: “New US Territory”, “Nuovo territorio statunitense”. Un messaggio dal forte valore politico e simbolico, arrivato mentre l’area resta sotto pressione e ogni incidente rischia di alimentare ulteriormente l’escalation.

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Il vice ministro degli Esteri di Teheran, Kazem Gharibabadi, ha affidato a X una replica altrettanto tagliente: le “illusioni” del presidente americano, ha scritto, “saranno presto corrette”, oppure sarà l’Iran stesso a “correggere le illusioni di questo illuso”.

Erdogan tenta la carta del dialogo

Mentre Washington e Teheran si scambiano messaggi sempre più aggressivi, Ankara prova invece a mantenere aperto il canale diplomatico. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha avuto un colloquio telefonico con Trump, invitandolo a proseguire i negoziati con l’Iran e a utilizzare il dialogo come strumento per ridurre la tensione.

La Turchia, secondo quanto riferito, ha inoltre offerto il proprio sostegno agli sforzi diplomatici. Una posizione che riflette il tentativo di Ankara di ritagliarsi un ruolo di mediazione in una crisi dagli effetti potenzialmente devastanti non soltanto per il Medio Oriente, ma anche per gli equilibri energetici e commerciali internazionali.

Il problema è che, sul terreno, i segnali vanno nella direzione opposta.

L’allarme nello Stretto di Hormuz

Hormuz resta infatti uno dei principali termometri della crisi. Un’imbarcazione in transito nello stretto ha segnalato di essere stata colpita da un proiettile. L’impatto avrebbe provocato danni alla sala macchine e la morte di un membro dell’equipaggio, secondo quanto comunicato dall’agenzia britannica United Kingdom Maritime Trade Operations, Ukmto.

L’episodio aggiunge ulteriore tensione in un tratto di mare che rappresenta un passaggio strategico per il commercio mondiale. Per questo ogni attacco, incidente o minaccia alla navigazione assume un peso che va ben oltre la dimensione militare locale.

Hormuz è, in sostanza, il punto in cui la crisi geopolitica può rapidamente trasformarsi in una crisi economica globale. La sicurezza della navigazione, la continuità dei flussi energetici e la possibilità di un confronto diretto tra le potenze coinvolte sono elementi strettamente intrecciati.

La provocazione della mappa

È proprio in questo contesto che la pubblicazione della cartina da parte di Trump acquista un significato particolare. Al di là della sua formulazione volutamente provocatoria, la scelta di definire lo Stretto di Hormuz come “nuovo territorio Usa” rappresenta un messaggio politico indirizzato soprattutto a Teheran: Washington intende rivendicare un ruolo centrale nella gestione della sicurezza dell’area e non sembra intenzionata a lasciare che l’Iran detti unilateralmente le condizioni nello strategico passaggio marittimo.

La replica iraniana mostra però quanto sia sottile il margine per evitare un’ulteriore escalation. Le parole di Gharibabadi non sono soltanto una risposta retorica: segnalano che Teheran considera le dichiarazioni americane parte integrante dello scontro in corso.

Diplomazia o nuova escalation?

Il bivio, ora, appare sempre più netto. Da una parte c’è il tentativo di Erdogan di mantenere aperta la strada del negoziato; dall’altra, una retorica che torna a farsi muscolare e incidenti marittimi che aumentano il rischio di un confronto più ampio.

La fine della tregua rischia dunque di coincidere con una nuova fase della crisi. E Hormuz, ancora una volta, potrebbe diventare il luogo in cui le parole lasciano spazio ai fatti.

La vera partita non riguarda soltanto il controllo di uno stretto. Riguarda la capacità di Washington e Teheran di stabilire fin dove spingersi senza trasformare la pressione reciproca in uno scontro diretto. In questo equilibrio precario, anche una semplice mappa pubblicata sui social può diventare una dichiarazione di guerra politica.

Etna, torna la normalità nei cieli di Catania: revocate tutte le restrizioni di volo

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Torna alla normalità l’operatività dell’aeroporto di Catania dopo le limitazioni introdotte nelle scorse ore a causa dell’attività vulcanica dell’Etna.

La Sac, società che gestisce lo scalo etneo, ha comunicato la revoca di tutte le restrizioni precedentemente in vigore, a seguito del passaggio dello stato di allerta dell’attività vulcanica dal livello rosso al livello arancione.

Il provvedimento consente la riapertura dei settori che erano stati temporaneamente chiusi e, soprattutto, il ripristino immediato delle attività di volo, sia in partenza sia in arrivo.

Una decisione che restituisce piena operatività a uno degli snodi aeroportuali più importanti della Sicilia e che dovrebbe consentire alla programmazione dei voli di riprendere regolarmente, dopo le inevitabili ripercussioni legate all’evoluzione dell’attività dell’Etna.

La situazione resta comunque strettamente monitorata dalle autorità competenti, considerata la natura dinamica dell’attività del vulcano. Il passaggio dall’allerta rossa a quella arancione rappresenta infatti un ridimensionamento del livello di criticità, ma non la conclusione dell’attività vulcanica.

Per i passeggeri, la notizia più importante è però il ritorno alla piena operatività dello scalo: al momento non risultano più in vigore le restrizioni che avevano interessato il traffico aereo, con i voli in arrivo e in partenza nuovamente autorizzati.

L’Unità d’Italia fu davvero una conquista? Le regie internazionali dietro la spedizione dei Mille

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Nella fotografia: L'Unità d'Italia - elaborazione grafica creata con il supporto AI by Daniele Cappa

A cura di Gilberto Borzini

Il cosidetto “risorgimento italiano” fu governato da Londra per attribuire a un Reame fantoccio il controllo del Mediterraneo in vista dell’apertura del Canale di Suez.

Basta domandarsi come fu possibile per Garibaldi, con pochi uomini impreparati e male armati, penetrare in Sicilia, combattere a Calatafimi nell’estate del 1860 e consegnare l’Italia unita al Re nel 1861, solamente un anno dopo. La risposta è perché la missione di Garibaldi fu concertata molto prima, concordata tra le potenze del tempo e, di conseguenza, non incontrò alcun  ostacolo reale, se non qualche scaramuccia di facciata.

Il più sorpreso della realizzazione dell’unità d’Italia fu il Re, che proprio non se l’aspettava ma lasciava fare a Cavour, super esponente della Massoneria londinese, la stessa a cui si riferivano Mazzini e Garibaldi.

Londra e Parigi progettavano il Canale di Suez ponendosi la necessità del controllo del Mediterraneo e delle merci che da lì sarebbero transitate anziche perimetrare l’Africa come si usava fino ad allora navigare.

Londra controllava Malta, flirtava con l’Egitto e l’Arabia, disponeva di Gibilterra, a controllare il passaggio tra Mediterraneo e Oceano Atlantico, ma non si percepiva sicura.

La Francia imperversava in Algeria e Marocco, temeva l’espansione Turca e quella austriaca con quell’Impero che si affacciava sull’Adriatico.

L’Italia di allora era espressione geografica, arlecchinata di Governi affiliati a Reami diversi. La fusione sotto un unico Reame fantoccio, testa di legno per conto delle potenze imperiali, si risolse nell’iniziativa affidata, come d’uso, ad un’organizzazione internazionale, ovunque ramificata negli ambienti che contano, e soprattutto talmente non governativa da poter evitare pericolosi apparentamenti.

A Marsala furono gli inglesi a cannoneggiare i Borboni consentendo l’approdo ai Mille. Nella risalita, rapida e impetuosa, dello stivale i Borboni non opposero mai eccessive forze, allertati soprattutto da Madrid che iniziava ad avere serie gatte da pelare in Sud America e in Sud America inviava i propri militari, tanto che trent’anni più tardi perse tutte le colonie con la Guerra Ispano Americana cedendo agli USA il controllo politico dell’intero continente.

Domandiamoci come potè Garibaldi impiegare un solo anno mentre la Russia di Putin guerreggia da quattro anni per conquistare un territorio meno vasto.

Domandiamoci perché Cavour spedì i Bersaglieri in Crimea nel ’53 al fianco di Francia, Inghilterra e Turchia, gli stessi interessati al successivo controllo del Mediterraneo.

E osserviamo che tutto il resto, tutto il racconto, tutta la Storia per come viene insegnata nelle scuole con la sua prosopopea, la retorica e propaganda, altro non è che invenzione dove spacciare per “ideale” il controllo militare dei commerci, per “volontà popolare” il controllo politico dei territori, per “eroi” volgari mercenari al soldo del migliore offerente.

Domandiamoci, infine, chi permise al Re Fantoccio di devastare il Meridione, di predarlo, di sradicarne industrie e risorse e a vantaggio di chi quelle azioni vennero prodotte.

Potremmo scoprire che nel XIX° secolo l’Italia era il Paese povero dove conveniva delocalizzare, il pezzo d’Europa da cui la gente espatriava e fuggiva in cerca di un tozzo di pane.

Perchè le logiche dell’Economia e del Capitale erano ieri le stesse di oggi, e la forza lavoro necessaria all’industria va sottratta a colpi di fame e miseria dai campi di cotone come dalle risaie, raccontando ai nuovi schiavi industriali e metropolitani la bellissima favola della loro conquistata libertà negli slum di Londra o di Detroit così come nelle miniere del Belgio.

A leggerla bene la Storia ci racconta tante cose utili.

Urna cineraria abbandonata sulla spiaggia nel Foggiano: dentro i resti di un 80enne

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Una passeggiata sulla spiaggia si è trasformata in una scoperta tanto insolita quanto delicata. È accaduto sul litorale di Marina di Chieuti, nel Foggiano, dove una turista ha trovato sul bagnasciuga un’urna cineraria contenente le ceneri di una persona defunta.

L’urna, rinvenuta su un tratto di spiaggia libera, era integra e avrebbe conservato ancora ben leggibili i dati identificativi del defunto. Un particolare che ha immediatamente reso la vicenda ancora più singolare: non si trattava, dunque, di un contenitore anonimo, ma di un’urna riconducibile a una persona precisa.

La turista, comprensibilmente sorpresa dal ritrovamento, non ha toccato ulteriormente la situazione e ha scelto di rivolgersi ai gestori di uno stabilimento balneare situato nelle vicinanze. Da lì è scattata la segnalazione alle autorità.

La segnalazione e l’intervento dei carabinieri

A confermare la sequenza degli eventi è stato il sindaco di Chieuti, Diego Iacono, che ha spiegato come il titolare del lido abbia immediatamente informato l’amministrazione e come, successivamente, siano stati allertati i carabinieri.

La presenza dell’urna sulla spiaggia ha richiesto infatti l’intervento delle forze dell’ordine, non soltanto per recuperare il contenitore, ma soprattutto per stabilire come e perché sia arrivato proprio su quel tratto di costa.

Secondo le prime informazioni, all’interno dell’urna si troverebbero le ceneri di un cittadino italiano di circa 80 anni. Sul contenitore sarebbe inoltre presente il timbro di una società straniera specializzata nella cremazione, presumibilmente con sede in Germania.

Dal crematorio tedesco alla spiaggia del Foggiano

È proprio quel timbro a rappresentare uno degli elementi che potrebbero aiutare gli investigatori a ricostruire la storia dell’urna. Il riferimento a una struttura estera apre infatti una serie di interrogativi sul percorso seguito dal contenitore prima di essere ritrovato sulla costa pugliese.

Al momento non è chiaro se l’urna sia stata smarrita, trasportata accidentalmente fino alla spiaggia oppure abbandonata volontariamente. Saranno gli accertamenti delle autorità a chiarire la dinamica e, soprattutto, a stabilire eventuali responsabilità.

L’urna è stata quindi posta sotto sequestro e messa a disposizione dell’autorità giudiziaria e dei carabinieri. Gli elementi riportati sul contenitore potrebbero rivelarsi determinanti per risalire alla sua provenienza e ricostruire gli ultimi passaggi prima dell’incredibile ritrovamento.

Una vicenda insolita, dunque, che parte da un oggetto apparentemente fuori posto sulla battigia e che ora pone una domanda precisa agli investigatori: come sono arrivate le ceneri di un uomo morto in Germania o comunque cremato all’estero fino alla spiaggia di Marina di Chieuti?

Vacanze a strozzo: L’estate a credito che porta dritti agli usurai

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“L’obbligo di essere felici e di mostrare di esserlo è diventato la forma più sottile di tirannia della nostra epoca: non andare in vacanza equivale a dichiarare la propria irrilevanza sociale.” Le parole di Zygmunt Bauman fotografano una realtà che, con l’avvicinarsi di settembre, si trasformerà per molti in un incubo. Con il rientro alla vita quotidiana scoppierà la bolla di un periodo di svago pagato a caro prezzo, dettato più dall’ansia di prestazione che da una reale disponibilità economica. Il dovere di partire ad ogni costo ha smesso di essere un meritato riposo conquistato dopo un anno di lavoro per trasformarsi in una trappola dell’apparenza che soffoca i bilanci familiari.

In un’era dominata dall’ostentazione continua, si vive la spinta compulsiva di non poter ammettere, di fronte ad amici o sui social, l’impossibilità di concedersi un viaggio. Dal punto di vista psicologico, la matrice di questo comportamento è la FOMO (Fear Of Missing Out), la paura di essere esclusi o percepiti come falliti. La vacanza diventa uno status symbol irrinunciabile: l’ansia da confronto e il senso di inadeguatezza generati dalle vetrine digitali alterano la percezione del rischio, spingendo le persone ad azzerare la propria responsabilità finanziaria pur di colmare un profondo vuoto di stima.

Se le famiglie con entrate stabili scelgono di dilazionare i costi attraverso finanziamenti bancari pluriennali, chi è già gravato da debiti o privo di garanzie scivola in un buco nero ben più pericoloso. Quando i canali ufficiali si chiudono, la disperazione di dover figurare a tutti i costi spinge verso i circuiti informali e illegali dell’usura.

Per ottenere liquidità immediata senza controlli, si accettano tassi strangolatori capaci di raddoppiare il debito in pochi mesi. A settembre, spegnendosi i riflettori dell’estate, quelle poche giornate di mare si trasformano in una spirale irrefrenabile di minacce, estorsioni e tracollo economico. Non si tratta solo di criminalità o caro-vita: quando l’immagine viene percepita come un bene di prima necessità per cui barattare la propria serenità, ci troviamo di fronte a una vera e propria crisi culturale e di valori.

Un’emergenza che assume contorni ben precisi sulla mappa del Paese. Storicamente, contesti come la Campania e la Sicilia registrano gli indici di rischio più elevati per capillarità e penetrazione criminale, alimentati dal forte sovraindebitamento familiare. Sul fronte dei volumi finanziari, sono invece piazze come Milano e Roma a muovere i capitali più consistenti, dove l’ombra del credito illegale non strangola soltanto i singoli cittadini ma devasta in modo aggressivo l’intero tessuto aziendale e commerciale.

Tre colpi al pronto soccorso, un ferito e un’indagine: il caso dell’agente di Prato

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Sette secondi. Tanto dura la sequenza che potrebbe trasformare una fuga dal pronto soccorso in un caso giudiziario destinato a riaccendere il confronto sul confine tra uso legittimo della forza e responsabilità penale delle forze dell’ordine.

È domenica pomeriggio, intorno alle 17, al piano terra dell’ospedale Santo Stefano di Prato. Un giovane di 22 anni, arrestato poco prima dagli agenti della polizia penitenziaria, è ammanettato e attende di essere dimesso. Improvvisamente afferra un estintore e lo utilizza per creare una nube di liquido e guadagnare una via di fuga.

Uno degli agenti gli si avventa contro. L’altro estrae la pistola di ordinanza. Partono tre colpi. Il 22enne viene raggiunto alla coscia da uno dei proiettili e cade. Non è in pericolo di vita.

È una ricostruzione che ora dovrà essere verificata dalla magistratura attraverso le immagini delle telecamere di videosorveglianza, già acquisite dalla Procura. Ed è proprio la lettura di quei fotogrammi ad aver portato gli inquirenti a iscrivere nel registro degli indagati l’agente che ha sparato, con l’ipotesi di tentato omicidio.

Dalla fuga fuori dal carcere alla sparatoria in ospedale

La vicenda comincia circa un’ora prima, nei pressi del carcere pratese della Dogaia. Due agenti penitenziari intercettano tre uomini che, secondo quanto ricostruito, stanno tentando di introdurre nella struttura pacchi contenenti droga e telefoni cellulari.

Alla vista degli agenti il gruppo si dà alla fuga. Uno dei tre inciampa e si ferisce. È un 22enne di origine marocchina, già detenuto a Prato per spaccio e uscito dal carcere alla fine di giugno.

Gli agenti lo arrestano e, considerate le conseguenze della caduta, lo accompagnano al pronto soccorso per le cure necessarie. È lì che, una volta ammanettato e in attesa delle dimissioni, la situazione precipita.

Il giovane afferra un estintore e comincia a spruzzare il contenuto, creando una cortina che gli consente di tentare nuovamente la fuga. Uno degli agenti cerca di bloccarlo fisicamente. L’altro impugna l’arma e spara tre volte.

«Due colpi in aria, il terzo verso il ragazzo»

L’agente, che non è stato ancora interrogato e che, secondo quanto riferito dai suoi legali, si troverebbe in stato di shock, ha fornito una propria versione dei fatti agli avvocati.

Avrebbe raccontato di aver esploso due colpi di avvertimento verso l’alto e soltanto successivamente un terzo colpo indirizzato verso il giovane. La motivazione, secondo la sua ricostruzione, sarebbe stata la necessità di intervenire dopo aver sentito il collega chiedere aiuto.

La pistola di servizio e il caricatore sono stati sequestrati, mentre gli accertamenti dovranno stabilire con precisione traiettoria dei proiettili, distanza, dinamica dell’intervento e soprattutto intenzioni dell’agente.

Il punto centrale dell’inchiesta è infatti proprio questo: capire se il colpo sia stato esploso per fermare una fuga in una situazione percepita come pericolosa oppure se l’agente abbia deliberatamente mirato al 22enne.

La Procura: «Ha mirato per colpirlo»

È su questo aspetto che la Procura di Prato sembra aver costruito la contestazione più pesante.

Secondo gli inquirenti, l’agente avrebbe «agito deliberatamente per colpire il cittadino marocchino sparando e mirando per colpirlo». Una valutazione che, allo stato, non equivale a una condanna e che dovrà essere verificata nel corso degli accertamenti investigativi.

La Procura non ha quindi ritenuto applicabile, in questa fase, il cosiddetto “scudo penale” previsto dalle nuove norme sulla sicurezza per gli appartenenti alle forze dell’ordine. La disciplina consente di evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati quando un atto compiuto durante il servizio lasci presumere l’esistenza di una causa di giustificazione.

Per la magistratura pratese, evidentemente, le circostanze emerse finora non sarebbero sufficienti a far scattare questa tutela.

La difesa: «È proprio il caso in cui applicarla»

Di segno opposto la posizione dell’avvocato Vittorio Luigi Fucci, difensore dell’agente. Secondo il legale, la vicenda rientrerebbe esattamente tra quelle per le quali dovrebbe essere applicata la nuova norma.

Fucci richiama anche il precedente legato alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna e sostiene la necessità di una revisione più ampia delle garanzie per gli appartenenti alle forze dell’ordine impegnati in situazioni operative complesse.

L’agente, in servizio da meno di un anno e mezzo, dovrà ora affrontare un’inchiesta nella quale saranno determinanti non soltanto le testimonianze, ma soprattutto le immagini della videosorveglianza e gli accertamenti balistici.

La politica si schiera

Il caso ha immediatamente superato i confini giudiziari, entrando nel terreno dello scontro politico.

Matteo Salvini ha difeso senza esitazioni l’agente, contestando la stessa qualificazione giuridica dei fatti: «Altro che “tentato omicidio”: ha semplicemente fatto il suo lavoro», ha dichiarato il leader della Lega, sostenendo che il poliziotto avrebbe fermato un soggetto pericoloso e protetto le persone presenti nell’ospedale.

Sulla stessa linea anche il consigliere comunale pratese Claudio Belgiorno, vicino alla componente vannacciana della destra, che ha definito «indecente» l’iscrizione dell’agente nel registro degli indagati.

Ancora più netta la presa di posizione del sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d’Italia Alberto Balboni. La sua obiezione riguarda soprattutto la compatibilità tra la dinamica dello sparo e l’ipotesi di tentato omicidio: se il colpo è stato indirizzato verso una parte non vitale del corpo, sostiene, sarebbe difficile sostenere la volontà di uccidere.

Il nodo che dovrà sciogliere l’inchiesta

È proprio qui che si concentra il cuore della vicenda. Non basta stabilire che l’agente abbia sparato: bisognerà comprendere perché abbia sparato, quale fosse la situazione concreta in quei sette secondi e quale intenzione accompagnasse il terzo colpo.

La distanza tra l’uso legittimo dell’arma e un reato grave come il tentato omicidio passa infatti attraverso elementi estremamente concreti: la percezione del pericolo, la condotta del fuggitivo, la presenza di altre persone, la possibilità di fermarlo diversamente e la direzione dello sparo.

Le telecamere potrebbero offrire una risposta decisiva, ma non necessariamente definitiva. Un’immagine può ricostruire la sequenza dei movimenti; stabilire l’intenzione di chi impugna un’arma è un passaggio ulteriore, che spetta agli inquirenti e, eventualmente, al giudice.

Per ora restano dunque due versioni contrapposte della stessa manciata di secondi. Da una parte, la Procura, che vede in quel terzo colpo un’azione deliberatamente diretta a colpire il fuggitivo. Dall’altra, l’agente e la sua difesa, che descrivono un intervento maturato in una situazione concitata per proteggere il collega e impedire la fuga.

Sarà l’inchiesta a stabilire dove finisca il dovere di intervenire e dove, eventualmente, inizi la responsabilità penale. E proprio per questo il caso di Prato rischia di diventare molto più di una semplice cronaca di una fuga finita con uno sparo: è destinato a misurarsi con una domanda delicata, che riguarda insieme sicurezza, uso delle armi e limiti dell’azione delle forze dell’ordine.