A cura di Gilberto Borzini
Il terzo millennio cristiano decreta la fine della filosofia e della ricerca della Verità. Era ora.
Scriveva Heidegger che la filosofia era un susseguirsi di note a margine sui testi di Platone, e non sbagliava affatto. Per millenni l’oggetto del contendere fu l’Essenza dell’Ente, la Verità ultima e inconoscibile, e su quel dibattito si costruirono muraglioni e castelli e fortificazioni di retorica fine a se stessa. Quale fosse la Verità che illumina fuori dalla caverna in cui noi umani siamo reclusi, idea che Platone ereditò dalle teoretiche induiste adattandole alla bisogna, non si saprà mai e forse l’eventuale conoscenza appartiene a quell’Illuminazione mistica che conduce al Nirvana e solo pochissimi Yogi osano raggiungere. Il resto è, e nei secoli è stato, variante sul tema.
Dubbi e scricchiolii se ne avvisavano da tempo, ma la ricerca dell’introvabile appassionava i filosofi come la ricerca della Pietra filosofale incapricciava gli alchimisti, e la teoretica fondava le proprie radici nel nulla cosmico di un cristianesimo che fin dai suoi albori aveva negato la ricerca della Conoscenza a favore della mistica e della relativa retorica.
Quando nel 415 i cristiani, simili ai più esaltati fondamentalisti contemporanei, uccisero Ipazia, colei che aveva intuito l’orbita ellittica della terra attorno al sole, e diedero fuoco alla biblioteca di Alessandria, vero tempio del sapere, emisero un verdetto nei confronti della Conoscenza che andava vietata, imponendo la favolistica del proprio utilitarismo.
E quel verdetto rinnovarono con la Scolastica e con la Santissima Inquisizione impedendo di fatto la Conoscenza dell’utile e del concreto a vantaggio della ricerca di un’inesistente verità ultima.
Persino il tentativo di affermazione della Ragione, che non casualmente assunse il nome di Illuminismo quasi consentisse all’uomo di uscire, finalmente, dalla caverna di Platone, dovette subire il monumentale freno a mano tirato da Kant, alto borghese dai lauti consumi che nella sua boria immaginava di possedere, lui stesso, la Verità ultima dentro di sé.
La Verità ultima non esiste, o forse si nasconde tra le particelle subatomiche o nell’energia oscura affidando alla scienza, e non alla filosofia, l’eventuale scoperta e riconoscimento.
Così la filosofia diviene, per sua necessità, morale e percorre educatamente i sentieri evolutivi dell’etica e della sociologia, della politica e dell’urbanistica e oggi persino dell’intelligenza artificiale sempre, doverosamente, nella consequenzialità etica degli applicativi.
Dalla Verità all’Utile è il cambio di rotta della ricerca e della conoscenza.
Come gli alchimisti divennero farmacisti, definendo utilitariamente l’applicazione pratica e mirata della loro conoscenza, oggi al filosofo spettano non la teoretica ma l’utilità e l’etica, ciò che nella scienza e nella politica, nella sociologia e nella psicologia produce miglioramento al vivere e non contraddice il vivere sociale secondo i variabili canoni dell’etica comune e della morale individuale.
La filosofia è morta: viva la filosofia!
