24 Ottobre 2026, sabato
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Vergarolla, la strage senza colpevoli: quando una festa dello sport diventò una ferita della memoria italiana

Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla a Pola, un’esplosione devastò la folla riunita per la Coppa Scarioni. Le vittime ufficialmente identificate furono 64-65, ma le ricostruzioni più recenti dei documenti parlano di oltre cento morti. Un’inchiesta britannica escluse l’incidente e indicò un’esplosione deliberata, senza però arrivare ai responsabili. A ottant’anni di distanza, restano aperti interrogativi su mandanti, esecutori e sulla lunga rimozione di quella tragedia.

Ci sono stragi che entrano immediatamente nella memoria di una nazione e altre che, pur avendo lasciato centinaia di vittime, restano confinate ai margini della storia pubblica. Vergarolla appartiene alla seconda categoria.

È il 18 agosto 1946. La guerra è finita da poco più di un anno, ma a Pola la pace è ancora lontana. La città istriana è formalmente sotto amministrazione alleata, mentre il suo destino è sospeso nella contesa tra Italia e Jugoslavia. La comunità italiana vive in un clima di crescente incertezza, alla vigilia di un esodo che negli anni successivi avrebbe svuotato gran parte dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia italiana.

Quel giorno, sulla spiaggia di Vergarolla, centinaia di persone si sono riunite per assistere alla Coppa Scarioni, tradizionale manifestazione natatoria organizzata dalla società sportiva Pietas Julia. È una giornata di sport, ma anche qualcosa di più: per gli italiani di Pola, quella manifestazione rappresenta una dichiarazione di appartenenza, un momento collettivo di identità in una città il cui futuro appare ormai segnato.

Tra gli spettatori ci sono moltissimi bambini.

Poi, alle 14.15, l’inferno.

Nove tonnellate di esplosivo sulla spiaggia

Ai margini dell’arenile sono stati accatastati residuati bellici. La ricostruzione più conosciuta parla di 28 mine antisbarco, per un quantitativo complessivo di esplosivo stimato in circa nove tonnellate.

La documentazione dell’inchiesta britannica, tuttavia, restituisce un quadro più articolato: tra gli ordigni vi sarebbero state anche bombe antisommergibile, testate di siluro, cariche di tritolo e fumogeni.

Una cosa, però, sembrava certa: quegli ordigni erano considerati inerti. Gli inneschi erano stati rimossi e il materiale era stato più volte controllato.

Alle 14.15 qualcosa cambia.

Una detonazione potentissima scuote Vergarolla. Il boato viene udito in tutta Pola. Una gigantesca nube di fumo si solleva dalla spiaggia. La deflagrazione investe la folla, scaraventa detriti ovunque e provoca anche il crollo di una parte dell’edificio della Pietas Julia.

In pochi istanti una festa dello sport si trasforma in una carneficina.

Il problema, ancora oggi, è che non esiste un numero unanimemente accettato delle vittime.

65 morti ufficiali, oltre cento secondo le ricostruzioni documentarie

Per molto tempo il bilancio è stato fissato in 64 o 65 morti. Ma la violenza dell’esplosione fu tale che numerosi corpi vennero dilaniati e risultarono difficilmente identificabili.

Incrociando documenti della polizia, atti della corte militare alleata, registri cimiteriali e dati anagrafici di Pola, alcune ricostruzioni hanno ricondotto i resti recuperati a un numero compreso tra 109 e 116 cadaveri.

A questi si aggiungono 211 feriti e cinque persone ufficialmente disperse.

Un dato rende ancora più drammatica la fotografia di quella giornata: quasi un terzo delle vittime aveva meno di 18 anni.

Non è dunque soltanto il numero dei morti a rendere Vergarolla una tragedia eccezionale. È la composizione di quella folla: famiglie, ragazzi, bambini, persone che erano andate sulla spiaggia per assistere a una gara e che si ritrovarono improvvisamente dentro una scena di guerra.

Una guerra che, almeno formalmente, era già finita.

Il medico che perse i figli e continuò a operare

Tra le figure simbolo di Vergarolla c’è il medico Geppino Micheletti.

Quel giorno Micheletti perse i figli Carlo e Renzo, oltre al fratello e alla cognata. Eppure rimase in ospedale.

Per ore continuò a curare e operare i feriti, mentre nella struttura arrivavano senza sosta persone mutilate, ustionate e gravemente traumatizzate.

La sua attività proseguì per circa 24 ore.

La tragedia personale e il dovere professionale finirono per sovrapporsi in una delle testimonianze più dolorose della strage: Micheletti aveva appena perso la propria famiglia, ma continuò a salvare quella degli altri.

Nel 2017 gli è stata conferita alla memoria la Medaglia d’oro al merito della sanità pubblica.

Incidente o attentato?

È questa la domanda centrale.

Nelle prime ore dopo l’esplosione si ipotizzò un incidente. Ma l’inchiesta avviata dalle autorità britanniche mise in discussione questa spiegazione.

Gli ordigni, secondo gli elementi raccolti, erano stati messi in sicurezza e controllati più volte. L’ufficiale britannico Klatowsky dichiarò di averli ispezionati in tre occasioni, l’ultima il 27 luglio, e di averli considerati non suscettibili di esplodere accidentalmente.

Poi arrivarono le testimonianze di alcuni presenti, che riferirono di aver udito un piccolo scoppio e di aver visto fumo dirigersi verso gli ordigni immediatamente prima della gigantesca deflagrazione.

La conclusione dell’indagine militare britannica fu quindi netta su un punto fondamentale: non si era trattato di una semplice fatalità. Le mine e gli altri residuati erano stati fatti esplodere deliberatamente da una o più persone rimaste sconosciute.

Ed è proprio qui che la storia di Vergarolla si trasforma in un mistero giudiziario.

Perché se non fu un incidente, chi fece esplodere gli ordigni?

E soprattutto: perché nessuno fu mai processato?

L’inchiesta che non arrivò ai mandanti

La Polizia Civile condusse accertamenti e vi furono anche arresti. Ma le persone fermate furono successivamente rilasciate e, dopo circa tre settimane, la vicenda giudiziaria si chiuse senza individuare responsabili.

È questo uno degli aspetti più controversi della storia di Vergarolla.

Non soltanto non vennero identificati gli esecutori. Non si arrivò neppure a un vero processo capace di mettere alla prova le diverse ipotesi investigative.

E soprattutto rimase sostanzialmente irrisolta la questione del movente.

Se l’esplosione era stata provocata intenzionalmente, non bastava stabilire che qualcuno aveva agito. Occorreva capire perché.

La pista jugoslava e quella italiana

Nel corso dei decenni l’ipotesi più discussa ha indicato negli apparati di sicurezza jugoslavi, e in particolare nell’OZNA, i possibili responsabili dell’attentato.

Secondo questa ricostruzione, Vergarolla avrebbe avuto una precisa funzione politica: terrorizzare la popolazione italiana di Pola e accelerarne l’allontanamento dalla città.

Il contesto rende l’ipotesi particolarmente delicata. Nel 1946 Pola è una città contesa, attraversata da fortissime tensioni nazionali e politiche. Il futuro confine tra Italia e Jugoslavia è ancora oggetto di negoziati e la popolazione italiana vive una condizione di crescente precarietà.

Alcuni documenti emersi negli archivi italiani e britannici negli anni successivi hanno alimentato la pista jugoslava, arrivando anche a indicare un presunto esecutore. Ma la loro interpretazione e attendibilità sono state discusse dagli storici e, soprattutto, nessuna di queste ricostruzioni ha prodotto una verità giudiziaria definitiva.

Esiste, infatti, anche una pista radicalmente diversa.

Secondo un’altra ipotesi, la strage sarebbe stata organizzata da ambienti nazionalisti italiani con l’obiettivo di provocare una reazione internazionale contro la Jugoslavia e rafforzare la posizione di chi voleva mantenere Pola sotto sovranità italiana.

Anche questa ricostruzione, tuttavia, non è mai stata dimostrata in tribunale.

Il punto fermo della ricerca storica rimane dunque uno solo: l’inchiesta britannica escluse la fatalità e ritenne deliberata l’esplosione, ma non riuscì a stabilire chi l’avesse ordinata e chi l’avesse materialmente eseguita.

La strage rimossa

Forse è proprio questa assenza di una verità giudiziaria ad aver contribuito alla lunga marginalizzazione di Vergarolla.

Ma sarebbe riduttivo spiegare il silenzio soltanto con l’assenza di colpevoli.

La strage avvenne nel momento più drammatico della storia del confine orientale: appena terminata la guerra, mentre Pola era ancora contesa, nel pieno delle tensioni tra italiani e jugoslavi e mentre le violenze, le foibe e l’esodo stavano già ridisegnando la geografia umana dell’Adriatico orientale.

Raccontare Vergarolla significava necessariamente confrontarsi con quella storia.

Per decenni il ricordo rimase soprattutto nelle mani degli esuli, delle associazioni e della comunità italiana di Pola. Nel resto d’Italia, invece, la strage rimase pressoché sconosciuta al grande pubblico.

Anche per questo il monumento inaugurato a Trieste nel 2011 ha assunto un significato particolare: restituire un nome e un volto alle vittime.

I 64 nomi della memoria

Sul monumento sono riportati i nomi delle vittime identificate:

  1. Leon Bruno Balducci, 25 anni
  2. Amalia Berdini, 34
  3. Emilio Berdini, 36
  4. Luciana Berdini, 5
  5. Valeria Borri, 50
  6. Alberto Brandis, 3
  7. Ferruccio Brandis, 34
  8. Salvatore Bressan, 27
  9. Francesca Bronzin, 41
  10. Paolo Cherpan, 24
  11. Emma Contus, 50
  12. Adelina Crosilla, 24
  13. Gigliana De Toffoli, 23
  14. Caterina Deboni, 31
  15. Maria Deboni, 37
  16. Ida Demarin, 27
  17. Norina Dinelli, 6
  18. Olao Dinelli, 37
  19. Otello Dinelli, 24
  20. Stefania Faraguna, 31
  21. Jolanda Gilve, 28
  22. Nadia Giurina, 11
  23. Amalia Hegedich, 36
  24. Rosina Luchez, 19
  25. Giovanna Mancini, 60
  26. Silvana Marchi, 5
  27. Caterina Maresi, 37
  28. Franco Maresi, 8
  29. Graziella Maresi, 5
  30. Marina Maresi, 3
  31. Liliana Marini, 23
  32. Camilla Marra, 30
  33. Argia Martin, 42
  34. Nicolo Martin, 10
  35. Alberto Micheletti, 37
  36. Carlo Micheletti, 9
  37. Enzo Micheletti, 4
  38. Ornella Mihalievich, 32
  39. Palmira Mingaroni, 50
  40. Riccardo Mingaroni, 49
  41. Vitaliano Muggia, 14
  42. Maria Luisa Niccoli, 12
  43. Maria Novak, 48
  44. Anita Quarantotto, 37
  45. Aurelio Ricato, 10
  46. Gianna Rocco, 5
  47. Licia Rocco, 8
  48. Mario Rocco, 36
  49. Gianfranco Roici, 12
  50. Lucio Roici, 15
  51. Francesco Sabatti, 35
  52. Fulvio Saccon, 3
  53. Riccardo Saccon, 50
  54. Trifone Saccon, 42
  55. Alberto Sponza, 55
  56. Carlo Succi, 6
  57. Francesco Toniolo, 45
  58. Vilma Vichi, 23
  59. Giovanna Vidulich, 72
  60. Sergio Vivoda, 8
  61. Alfredo Volchieri, 28
  62. Jolanda Volchieri, 34
  63. Francesco Zaversnich, 30
  64. Edmondo Zelesco, 6

Sono nomi che raccontano da soli la dimensione della tragedia: intere famiglie, bambini di tre, quattro, cinque, sei anni; adolescenti; donne e uomini di ogni età.

Dietro ogni nome c’è una vita interrotta. E dietro quei 64 nomi ufficialmente identificati c’è anche il dramma di chi non ha mai avuto neppure una certezza sull’identità dei propri cari.

Dal silenzio alla memoria condivisa

Qualcosa, negli ultimi anni, è cambiato.

La prima commemorazione congiunta italo-croata si è svolta nel 2017, segnando un passaggio importante: la memoria di Vergarolla ha iniziato a uscire dal solo perimetro della comunità degli esuli per entrare, con maggiore forza, nel confronto pubblico tra Italia e Croazia.

È una trasformazione significativa.

Ricordare Vergarolla oggi non significa soltanto stabilire una graduatoria delle colpe storiche. Significa interrogarsi su come una tragedia possa essere rimossa, deformata o relegata ai margini quando avviene in una terra contesa e in un momento nel quale gli equilibri politici sembrano più importanti della memoria delle vittime.

E significa, soprattutto, distinguere tra ciò che la documentazione consente di affermare e ciò che rimane nel campo delle ipotesi.

Una ricerca storica seria non ha bisogno di trasformare un sospetto in una sentenza. Ha bisogno, al contrario, di conservare le domande aperte finché le fonti non consentono risposte sufficientemente solide.

“La verità e una memoria condivisa”

Nel ricordare l’anniversario della strage, il Vice Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Edmondo Cirielli ha sottolineato il dovere dell’Italia di onorare le vittime e di proseguire la ricerca della verità su un crimine rimasto impunito.

Cirielli ha inoltre richiamato la necessità di una collaborazione più intensa tra archivi e studiosi italiani, croati e internazionali, affinché nessuna fonte utile venga trascurata. Un lavoro che può intrecciarsi con la tutela della comunità italiana ancora presente in Istria e con il rapporto tra Italia e Croazia, oggi entrambe parte dell’Unione europea.

Il significato più profondo di Vergarolla, allora, forse è proprio questo: la memoria non deve diventare una nuova frontiera.

Deve diventare uno spazio di ricerca.

Ottant’anni dopo, rimangono infatti due certezze e una grande domanda. La prima certezza è che una folla di persone innocenti morì quel pomeriggio del 18 agosto 1946. La seconda è che l’inchiesta britannica considerò deliberata l’esplosione. La domanda, ancora senza una risposta giudiziaria definitiva, riguarda invece chi decise di trasformare una spiaggia piena di famiglie in un luogo di morte.

Vergarolla non chiede soltanto di essere ricordata.

Chiede di essere studiata.

Perché una memoria autentica non si costruisce cancellando le contraddizioni, ma affrontandole. E perché, come ha osservato Cirielli, una pace fondata sulla riconciliazione non nasce dalla rimozione del passato, bensì dalla ricerca della verità e dalla capacità di trasmettere quella memoria alle generazioni che verranno.

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