16 Agosto 2026, domenica
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Petrolio, la rotta alternativa degli Emirati: maxi-oleodotto per aggirare Hormuz

Raddoppio della pipeline Habshan–Fujairah entro il 2027: capacità a 3,6 milioni di barili al giorno. Teheran rivendica il controllo dei transiti nello Stretto e annuncia un aumento delle navi autorizzate

La strategia di Abu Dhabi: sicurezza energetica oltre Hormuz

Gli Emirati Arabi Uniti accelerano sulla diversificazione delle rotte energetiche e puntano a ridurre la dipendenza dal collo di bottiglia più sensibile del pianeta: lo Stretto di Hormuz. Abu Dhabi ha infatti avviato il raddoppio della pipeline Habshan–Fujairah, infrastruttura chiave che collega i giacimenti interni al porto affacciato sul Golfo dell’Oman, consentendo l’export di greggio senza passare per le acque contese.

Secondo quanto riportato dal Guardian, il progetto dovrebbe essere completato entro il 2027 e rappresenta una risposta diretta all’instabilità crescente nella regione. Prima dell’escalation militare, attraverso Hormuz transitava circa un quinto dell’energia globale: una percentuale che rende evidente la portata sistemica di ogni interruzione.

Capacità raddoppiata e nuova centralità di Fujairah

Il potenziamento porterà la capacità della pipeline dagli attuali 1,8 milioni a 3,6 milioni di barili al giorno. Un salto che avvicina gli Emirati agli standard logistici dell’Arabia Saudita, oggi in grado di esportare circa 5 milioni di barili quotidiani attraverso il Mar Rosso.

La pipeline Habshan–Fujairah si è già rivelata decisiva nelle ultime settimane, permettendo agli Emirati di mantenere flussi di esportazione stabili nonostante il blocco di fatto dello Stretto. Dopo gli attacchi del 28 febbraio condotti da Stati Uniti e Israele, Teheran ha intensificato i controlli e limitato il passaggio delle petroliere, contribuendo a far schizzare i prezzi delle materie prime energetiche.

In questo scenario, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita restano gli unici attori del Golfo dotati di infrastrutture alternative realmente operative, capaci di aggirare Hormuz. Una leva strategica che rafforza il peso geopolitico di Abu Dhabi anche alla luce della recente uscita dall’Opec, interpretata come un segnale di frizione con Riyadh sulle politiche produttive.

Teheran rilancia: “Più navi autorizzate al transito”

Sul fronte opposto, l’Iran prova a riaffermare il proprio controllo sullo snodo marittimo. La televisione di Stato ha riferito di un aumento delle navi autorizzate a transitare nello Stretto nelle ultime ore: oltre 30 unità avrebbero attraversato il canale in un solo giorno.

Secondo l’agenzia Tasnim, tra queste figurerebbero anche diverse imbarcazioni cinesi, segnale di un riassestamento pragmatico degli equilibri commerciali. Teheran sostiene che il via libera ai transiti sia legato all’accettazione, da parte di vari Paesi, dei nuovi protocolli giuridici imposti dalle autorità iraniane e dalle forze navali dei Pasdaran.

Un equilibrio fragile tra energia e geopolitica

Il raddoppio della pipeline emiratina e la gestione selettiva dei transiti da parte iraniana raccontano due strategie opposte ma complementari: da un lato, la ricerca di autonomia logistica; dall’altro, l’uso del controllo territoriale come leva negoziale.

In mezzo, resta un mercato energetico sempre più esposto agli shock geopolitici, dove infrastrutture e rotte diventano strumenti di potere tanto quanto il petrolio che trasportano. Hormuz, ancora una volta, si conferma epicentro di una partita globale destinata a ridefinire gli equilibri tra sicurezza, economia e influenza regionale.

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