5 Agosto 2026, mercoledì
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Cultura, resa dei conti nel governo: Giuli azzera lo staff e riapre le crepe nella destra

Dalle revoche al ministero della Cultura alla lunga scia di dimissioni nell’esecutivo: tensioni, correnti e scontri interni agitano la maggioranza. Il PD attacca e rilancia sull’alternativa

Un nuovo scossone attraversa la destra di governo e questa volta il terremoto parte dal cuore del Ministero della Cultura. Il ministro Alessandro Giuli ha deciso un azzeramento netto del proprio staff, revocando incarichi e ridefinendo gli equilibri interni in un dicastero già osservato speciale.

A lasciare sono Emanuele Merlino, figura considerata vicina al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ed Elena Proietti. Due uscite che, secondo quanto emerge, avrebbero motivazioni diverse ma ugualmente politiche: al primo viene contestata una mancata vigilanza sulla vicenda del documentario dedicato a Giulio Regeni, rimasto senza finanziamento ministeriale; alla seconda l’assenza alla missione istituzionale a New York dello scorso mese.

Ma il caso Cultura è solo l’ultimo tassello di una sequenza ormai lunga e politicamente significativa. Negli ultimi mesi l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è stato attraversato da dimissioni, uscite e defenestrazioni che coinvolgono figure di primo piano. Dalle dimissioni di Vittorio Sgarbi all’uscita dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano, travolto da uno scandalo personale. E ancora: la ministra Daniela Santanchè, il sottosegretario Andrea Delmastro, fino alla capa di gabinetto della Giustizia Giusi Bartolozzi.

Non più episodi isolati, ma segnali convergenti di una maggioranza attraversata da tensioni profonde. Dentro Fratelli d’Italia si moltiplicano i fronti interni, tra correnti e leadership in competizione. Dinamiche simili si registrano anche negli altri partiti della coalizione: nella Lega, segnata dall’uscita del generale Roberto Vannacci, e in Forza Italia, dove non mancano tensioni e fronde contro il leader Antonio Tajani.

A rendere il quadro ancora più delicato è ciò che emerge attorno al Ministero della Cultura: la presenza, diretta o indiretta, di figure riconducibili a una destra radicale che riporta alla memoria stagioni oscure della Repubblica. Tra i nomi evocati c’è quello legato alla famiglia di Mario Merlino, figura storicamente associata ad ambienti dell’estrema destra e alla stagione della cosiddetta “strategia della tensione”.

È in questo contesto che si inserisce l’affondo del Partito Democratico. In una nota, Sandro Ruotolo parla apertamente di una destra “frantumata sotto il peso delle proprie contraddizioni”, indicando nelle lotte interne e nei regolamenti di conti il vero filo conduttore delle vicende di governo. Da qui l’appello a costruire “rapidamente un’alternativa credibile”, rilanciando l’asse su legalità, giustizia sociale, diritti e qualità della democrazia.

Sul fronte dem arrivano anche parole di memoria istituzionale. Nel ventesimo anniversario dell’elezione al Quirinale di Giorgio Napolitano, Peppe Provenzano ne ricorda il “patriottismo democratico, repubblicano e costituzionale”. Un richiamo non solo celebrativo, ma anche politico: alla necessità di una classe dirigente capace di tenere insieme istituzioni, Europa e coesione sociale.

Due piani che si intrecciano: da un lato le crepe sempre più visibili nella maggioranza, dall’altro la costruzione – ancora in divenire – di un’alternativa. Nel mezzo, un Paese che osserva, mentre la politica torna a essere terreno di scontro non solo tra schieramenti, ma dentro gli stessi equilibri di potere.

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