A cura di Gilberto Borzini
L’Era del Disagio che stiamo attraversando coincide con una contraddizione quasi estrema che presenta l’Io narcisista che vive nell’invisibilità e nell’amore cerca soprattutto il “riconoscimento”, l’affermazione della propria esistenza e individualità.
Riprendo il discorso da dove l’ho terminato nell’articolo di ieri.
Se nel passato disponevamo della “coppia romantica” confermata nell’idea della procreazione, ovvero della famiglia all’interno della quale l’individuo era disposto a sacrificarsi in funzione della famiglia e dei figli, più recentemente ci siamo trovati davanti alle “coppie narcisistiche”, in cui l’altro dei due era utilizzabile come strumento di compensazione alle proprie mancanze in un rapporto, se vogliamo, di reciproco cannibalismo in cui nessuna delle parti era disponibile al sacrificio. In quel tipo di coppia anche la gestione della prole si manifestava fortemente caratterizzata dal confrontazionismo delle parti, in una lotta per l’aggiudicazione del potere e del controllo.
Infine, dagli anni 2000 in avanti, per le nuove generazioni ci troviamo di fronte all’individuo “compiuto in sè”, magari anche grazie a strumenti telematici, che non cerca la propria realizzazione nella relazione affettiva ma, al contrario, teme il doversi fare carico anche delle problematiche personali del partner oltre che delle proprie.
Questo atteggiamento definisce una difficoltà non indifferente sul piano relazionale, mentre le giovani coppie che si formano sembrano essere molto più aggregate sotto l’aspetto psicologico, ovvero dall’essere “riconosciuti e considerati”, che non dalla relazione fisica o erotica, caratterizzante le coppie d’altri decenni.
Addio Freud e ciao Maschio
Per chi come me e quelli della mia generazione sono cresciuti e hanno affondato i propri studi nell’universo freudiano e post freudiano, fino a Lacan, per intenderci, la scomparsa dell’Eros dall’orizzonte adolescenziale rappresenta non solo una sorpresa, ma una contraddizione in termini, un ribaltamento delle concezioni fondamentali.
Significa la messa in discussione della centralità della pulsione erotica per la determinazione nevrotica, fondamentale nell’epoca decadentista viennese, e una riduzione della pulsione erotica a favore di impulsi narcisistico relazionali di altra natura, più coerenti con l’evoluzione dell’Es del potere e del controllo affermato da Groddeck, un Es che si manifesta nel rapporto relazionale e necessita del riconoscimento altrui per affermarsi.
Assistiamo così a due fenomeni cocorrenti: da un lato la sminuizione del concetto pulsionale originario e dall’altro la diminuzione della “mascolinità” che in Freud giungeva alle vette, piuttosto sconcertanti, dell’invidia del pene o del rapporto inquietante tra Eros e Thanatos.
Nella sminuizione del valore pulsionale la figura maschile perde di autorevolezza e autorità se non addirittura di significanza lasciando così che la sessualità si orienti a favore della “riconoscibilità” passiva, confermando l’affettività a favore di chi, magari anche saltuariamente e episodicamente, rende il soggetto “riconosciuto e riconoscibile”: se esisto ai tuoi occhi posso volerti bene.
L’Io invisibile
Il dramma in corso, la fonte prima del disagio esistenziale, si chiama “invisibilità”.
Molti figli si percepiscono invisibili agli occhi dei genitori, parcheggiati in nidi, asili, scuole, affidati a baby sitter, televisori e videogiochi, stentano a riconoscersi individualmente nella costante distrazione parentale, e finsiscono con l’attribuire alla propria esistenza la stessa consistenza dei videogiochi, versione contemporanea della Shakespeariana consistenza dei sogni.
Inevitabilmente virtualità e realtà tendono a sovrapporsi in un universo psicologico che nega affermazione e riconoscibilità all’invadenza dell’Es, prevalente rispetto alle attese non potendo contare su un adeguato opponente Super Io (regole, norme, negazioni, divieti) per la definizione dell’Io fino a ieri risultante.
L’Es diviene prevalente e vive nell’assenza di oppositori ma anche di identificatori, di elementi in grado di riconoscerlo e di attribuire all’individuo sostanzialità, solidità, realtà.
Così osserviamo, non senza stupore e preoccupazione, forme aggressive in cui l’Es si manifesta anche in età prepuberale e modalità affettive dimentiche dell’Eros ma tese e orientate all’affermazione della propria esistenza in età adolescenziale, come se una nuova umanità, molto differente e persino divergente dalle precedenti, fosse apparsa al mondo.
Scuola, Pedagogia e Psicologia
Se quanto ho scritto non sembra totalmente campato per aria, allora è fondamentale che la forma pedagogica dell’istruzione scolastica assuma su di sé l’onere del riconoscimento dell’individuo, un riconoscimento che, un tempo, era filtrato dal giudizio e dal voto che l’alunno conseguiva in virtù del proprio impegno individuale, valore minimo di quell’opposizione regolatoria che il Super Io incorpora per generare, dialetticamente con l’Es, l’Io.
Serve, per quanto possa apparire paradossale in tempi buonisti e di promozione collettiva, un ritorno al voto basso quando necessario, al recupero settembrino, alla differenziazione valoriale espressa dall’autorità del corpo docente, a quelle forme di “differenziazione sul campo” che consentano agli allievi di percepirsi nella popria unicità e individualità e, attraverso quel riconoscimento, ad affermarsi esistenti.
Quello che osserviamo nella società giovanile è, o appare essere, un cambiamento paradigmatico nelle qualità relazionali e né la scuola né la pedagogia possono permettersi di sottovalutare la mutazione in corso e di percorrere tracciati già percorsi di fronte ad un mutato modello psicologico collettivo.

