La crisi c’è, ma non si vede ancora fino in fondo. È una linea d’ombra che si allunga sull’economia europea, destinata – secondo il sistema bancario – a diventare presto un’emergenza conclamata se non si interviene con rapidità e decisione.
A lanciare l’allarme è Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, che da Torino, in occasione dell’Oscar delle banche, fotografa una fase delicata ma ancora reversibile: “La crisi non è ancora esplosa, ma è già in atto”.
Il riferimento temporale è preciso: “La guerra è cominciata il 28 febbraio”, osserva Patuelli, indicando nello scenario geopolitico il detonatore di tensioni economiche che si stanno progressivamente accumulando. Una pressione che, per ora, resta sotto traccia ma che rischia di manifestarsi con forza nei prossimi mesi.
L’urgenza di una risposta europea
Il cuore del messaggio è un invito ad accelerare. Niente più attese, niente più mediazioni infinite: “Dobbiamo muoverci con i tempi dell’emergenza”, sottolinea Patuelli, denunciando quella che definisce una “lentocrazia decisionale” incompatibile con la fase attuale.
L’esperienza della pandemia rappresenta, per il presidente dell’Abi, un precedente virtuoso. In quell’occasione, l’Unione europea riuscì a superare divisioni e rigidità varando il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sostenuto da un inedito ricorso al debito comune.
È proprio quel modello che oggi viene indicato come riferimento: “Serve un nuovo piano di ripresa per lo sviluppo”, insiste Patuelli, chiedendo alla Commissione Europea di avanzare una proposta netta al Consiglio e al Parlamento.
La struttura finanziaria, secondo Abi, dovrebbe poggiare su due pilastri: una revisione del bilancio europeo e il ricorso al debito pubblico comune, ritenuto altamente credibile dai mercati. Una soluzione che – viene precisato – non entrerebbe in conflitto con i Trattati, ma rappresenterebbe piuttosto un loro adattamento alle nuove condizioni globali.
Il nodo degli investimenti e il progetto Siu
Nel quadro delineato da Patuelli, la priorità resta il rilancio degli investimenti. In questo senso si inserisce il progetto della Saving and Investments Union, il piano strategico che punta a mobilitare oltre 2mila miliardi di euro di risparmi inattivi per convogliarli nell’economia reale.
Anche su questo fronte il monito è chiaro: “Se ci sono obiezioni si esprimano, ma il provvedimento deve arrivare in aula rapidamente”. Il rischio, ancora una volta, è quello di perdere tempo prezioso. “Non possiamo permetterci di aspettare uno o due anni”, avverte.
Tassi, mercati e incognite geopolitiche
A complicare il quadro interviene la variabile monetaria. Attualmente, i tassi della Banca Centrale Europea restano più bassi rispetto a quelli di altre grandi banche centrali, come la Bank of England e la Federal Reserve.
Tuttavia, il movimento dei mercati racconta un’altra storia: fino alla fine di febbraio i tassi erano sostanzialmente stabili, mentre dall’inizio di marzo hanno iniziato a crescere, seppur gradualmente.
Un segnale da non sottovalutare. “Di norma i tassi di mercato anticipano le decisioni delle banche centrali”, spiega Patuelli. Il che significa che l’evoluzione dei conflitti internazionali sarà determinante: se le tensioni si attenueranno, i mercati potrebbero raffreddarsi; in caso contrario, le autorità monetarie potrebbero intervenire con rialzi più decisi.
La lezione del passato recente, in particolare del 2022, pesa come un monito: arrivare tardi significherebbe essere costretti a correzioni brusche. “Se non si arriva in ritardo – conclude Patuelli – si può evitare una crescita troppo rapida dei tassi”.
Nel frattempo, però, il tempo stringe. E la crisi, ancora invisibile ai più, continua a prendere forma.
