1 Giugno 2026, lunedì
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Aviaria, il primo caso umano in Europa accende i riflettori: rischi, controlli e falsi miti

Dalla Lombardia l’allerta resta sotto controllo: l’analisi dell’Istituto Superiore di Sanità tra sorveglianza, sicurezza alimentare e scenari futuri

L’influenza aviaria torna al centro dell’attenzione sanitaria europea dopo il primo caso umano registrato nel continente. A segnalarlo è stata la Regione Lombardia: si tratta di un’infezione da virus A(H9N2), a bassa patogenicità, riscontrata in un paziente fragile proveniente da un Paese extraeuropeo, dove avrebbe contratto il virus. Un episodio isolato, ma sufficiente a riaccendere il dibattito su una minaccia che, pur restando sotto controllo, continua a essere monitorata con attenzione.

Per fare chiarezza, l’Istituto Superiore di Sanità ha aggiornato le sue linee informative, nell’ambito dell’approccio “One Health”, che integra salute umana, animale e ambientale.

Un virus che nasce negli uccelli

L’influenza aviaria è, innanzitutto, una malattia degli animali. Colpisce prevalentemente gli uccelli, in particolare quelli selvatici acquatici, che rappresentano il principale serbatoio naturale del virus. Da qui può diffondersi agli allevamenti avicoli, con conseguenze economiche rilevanti.

Il punto critico è la capacità di mutazione: alcuni ceppi, nel tempo, hanno dimostrato di poter “saltare” la barriera di specie, arrivando a infettare mammiferi come bovini e animali domestici, soprattutto i gatti. Più raramente, l’uomo.

Il rischio per l’uomo: basso ma non nullo

Secondo gli esperti, la maggior parte dei virus aviari non rappresenta una minaccia significativa per la popolazione generale. I casi umani registrati finora sono spesso asintomatici o caratterizzati da sintomi lievi.

Ad oggi, non esistono evidenze di trasmissione da uomo a uomo. Il rischio resta quindi basso, con un possibile incremento a livelli moderati solo per categorie specifiche, come gli operatori a stretto contatto con animali infetti.

La macchina della sorveglianza in Italia

Il sistema di controllo italiano è articolato e multilivello. Sul fronte animale, la sorveglianza è affidata ai servizi veterinari, coordinati dal Ministero della Salute e supportati dal Centro di Referenza Nazionale presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

Le attività comprendono controlli sistematici sugli allevamenti e monitoraggi della fauna selvatica, combinando sorveglianza attiva (su animali vivi) e passiva (su casi sospetti o decessi).

Sul versante umano, il coordinamento è affidato all’Istituto Superiore di Sanità, attraverso la rete RespiVirNet: un sistema capillare che coinvolge medici sentinella e 28 laboratori distribuiti sul territorio nazionale. Nato per monitorare l’influenza stagionale, oggi è in grado di intercettare un’ampia gamma di virus respiratori, inclusi eventuali ceppi aviari.

Negli ultimi anni, la collaborazione tra i sistemi umano e veterinario si è intensificata, proprio per garantire uno scambio rapido di informazioni e una risposta tempestiva in caso di criticità.

Il quadro europeo

A livello comunitario, il monitoraggio è coordinato dalla Commissione europea insieme a organismi scientifici come l’Ecdc e l’Efsa. Le normative prevedono protocolli rigorosi per la gestione dei focolai negli allevamenti e misure preventive per contenere il rischio di trasmissione all’uomo.

Il sistema europeo punta su tre pilastri: sorveglianza, rapidità di intervento e coordinamento tra Paesi membri.

Sicurezza alimentare: pochi rischi, molte precauzioni

Uno dei timori più diffusi riguarda il consumo di carne e derivati. Le evidenze scientifiche disponibili escludono, allo stato attuale, la trasmissione dell’aviaria attraverso alimenti contaminati.

Il rischio principale resta legato all’esposizione diretta al virus, ad esempio attraverso particelle inalate in ambienti contaminati. Inoltre, le normative sanitarie impongono l’abbattimento e lo smaltimento sicuro degli animali infetti, riducendo drasticamente la possibilità che prodotti contaminati arrivino sul mercato.

Buone pratiche come la corretta cottura degli alimenti e l’igiene nella preparazione restano comunque fondamentali.

Un caso recente negli Stati Uniti — il ritiro di latte crudo contaminato da virus H5N1 — ha riacceso l’attenzione sul tema, ma in Italia non risultano, al momento, infezioni nei bovini. I controlli effettuati su migliaia di capi hanno dato esito negativo.

Animali domestici: attenzione ma senza allarmismi

Per cani e gatti il rischio esiste, ma è considerato basso. La possibile infezione può verificarsi in caso di contatto diretto con uccelli infetti, vivi o morti.

Gli esperti raccomandano alcune semplici precauzioni: evitare il contatto con fauna selvatica, soprattutto nelle aree a rischio, e non somministrare carne cruda o prodotti non controllati.

Il caso lombardo, pur isolato, rappresenta un campanello d’allarme utile a testare l’efficacia dei sistemi di sorveglianza. La situazione, sottolineano le autorità sanitarie, resta sotto controllo. Ma in un contesto globale in cui i virus evolvono rapidamente, la vigilanza continua è l’unica vera arma preventiva.

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