La notte di Kabul è stata squarciata da una sequenza di esplosioni. Fino a otto deflagrazioni, secondo residenti e giornalisti dell’Agence France-Presse, hanno colpito la capitale afghana poche ore dopo l’annuncio, da parte del governo talebano, di un’offensiva lanciata lungo il confine con il Pakistan.
Il portavoce dell’Emirato islamico, Zabihullah Mujahid, ha confermato su X che la città è stata bersaglio di attacchi aerei, attribuendoli all’aviazione pachistana. Secondo la stessa fonte, raid avrebbero interessato anche Kandahar e la provincia orientale di Paktia. «Il codardo esercito pachistano ha effettuato attacchi aerei in alcune zone di Kabul, Kandahar e Paktia. Fortunatamente non si segnalano vittime», ha scritto Mujahid.
L’escalation non si è fermata alla capitale. All’alba, nei pressi del valico di Torkham — snodo strategico tra Afghanistan e Pakistan — si sono uditi colpi d’artiglieria e raffiche di arma da fuoco. I bombardamenti in arrivo sono stati percepiti dal lato afghano del confine intorno alle nove e mezza locali, prima che riprendessero gli scontri transfrontalieri. Giornalisti presenti nell’area hanno riferito di movimenti di truppe afghane dirette verso la frontiera, mentre le forze di sicurezza intimavano ai civili e alla stampa di allontanarsi.
Il confine che brucia
Il valico di Torkham rappresenta uno dei punti nevralgici dei rapporti tra i due Paesi. Pur restando formalmente aperto per consentire il rientro di migliaia di afghani dal Pakistan, il confine terrestre è in gran parte chiuso dagli scontri dello scorso ottobre. Durante la notte, il campo di Omari, che ospita rimpatriati nei pressi della frontiera, è stato coinvolto nei combattimenti, costringendo molte famiglie a fuggire ancora una volta.
Le tensioni tra Kabul e Islamabad non sono nuove, ma la retorica delle ultime ore segna un salto di qualità. Il ministro della Difesa pachistano, Khawaja Asif, ha parlato apertamente di “guerra”. «La nostra pazienza ha raggiunto il limite. Ora è guerra aperta tra noi e voi», ha scritto su X, rivolgendosi al governo talebano.
Ancora più netto il primo ministro Shehbaz Sharif: le forze armate pachistane, ha dichiarato, hanno «la piena capacità di schiacciare qualsiasi ambizione aggressiva». Parole che chiudono, almeno sul piano pubblico, ogni spiraglio di moderazione e mettono in allerta una regione già attraversata da instabilità cronica.
Una rivalità mai sopita
Dal ritorno al potere dei talebani nel 2021, i rapporti tra Afghanistan e Pakistan sono oscillati tra cooperazione pragmatica e sospetto reciproco. Islamabad accusa Kabul di tollerare la presenza di gruppi armati ostili sul proprio territorio; i talebani respingono le accuse e denunciano violazioni della sovranità nazionale.
Gli attacchi aerei nella capitale afghana rappresentano tuttavia un fatto di straordinaria gravità simbolica e militare. Colpire Kabul significa alzare il livello dello scontro ben oltre le schermaglie di confine.
L’offerta di Teheran
In questo scenario incandescente, si inserisce la mossa diplomatica dell’Iran. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato la disponibilità di Teheran a facilitare negoziati tra le due parti, per favorire de-escalation e dialogo. «La Repubblica islamica dell’Iran è pronta ad assistere nell’organizzazione di colloqui e nel rafforzamento della comprensione reciproca», ha scritto su X.
Resta da capire se, nel pieno di una retorica bellica e mentre i cannoni tuonano lungo la frontiera, vi sia spazio per una mediazione. Per ora, la realtà è quella di una capitale scossa dalle esplosioni, di un confine che brucia e di due governi che si parlano sempre più attraverso le armi.
Il rischio è che un conflitto locale si trasformi in una crisi regionale capace di destabilizzare ulteriormente un quadrante strategico dell’Asia. La notte di Kabul potrebbe essere stata solo un preludio.
