1 Giugno 2026, lunedì
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La notte delle regole: il centrodestra vara la nuova legge elettorale tra premio di governabilità e scontro politico

Accordo dopo un vertice fiume, testo depositato in Parlamento. Addio ai collegi uninominali, arriva un proporzionale con premio fino al 15%. Opposizioni all’attacco: “Scelta unilaterale e di convenienza”.

Una notte di trattative serrate, limature tecniche fino all’ultimo comma e poi il deposito formale in Parlamento. Il centrodestra chiude l’intesa sulla nuova legge elettorale e prova a ridisegnare le regole del gioco in vista delle politiche del 2027. L’obiettivo dichiarato è quello che accompagna ogni riforma in materia: garantire stabilità senza sacrificare la rappresentatività. Ma il terreno è scivoloso, e lo scontro politico è già aperto.

Il superamento del Rosatellum

Il nuovo impianto archivia l’esperienza del Rosatellum e con essa i collegi uninominali che avevano caratterizzato le ultime tornate elettorali. Al loro posto, un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità.

Il meccanismo è calibrato su una soglia precisa: il premio scatterà per la lista o la coalizione che otterrà il maggior numero di voti validi e supererà il 40%. Alla Camera il premio non potrà superare il 15% dei seggi complessivi, con un tetto massimo fissato a 230 deputati. Al Senato, dove la distribuzione resta su base regionale, il limite sarà di 114 seggi.

È prevista inoltre un’ipotesi di ballottaggio, definita residuale: entrerebbe in gioco qualora le prime due coalizioni si fermassero in una forbice compresa tra il 35% e il 40%. In quel caso, si tornerebbe alle urne per assegnare il premio.

Restano immutate le soglie di sbarramento — 3% per i partiti che corrono da soli, 10% per le coalizioni — mentre non dovrebbero essere introdotte preferenze. Confermate invece le pluricandidature e l’obbligo di equilibrio di genere nelle liste.

Nella premessa del testo si richiama la necessità di muoversi nel solco tracciato dalla Corte costituzionale, puntando su un proporzionale con correttivo “predeterminato”, formula che nelle intenzioni dei proponenti dovrebbe garantire stabilità senza comprimere il pluralismo.

Il nome del premier nel programma

Tra le novità più politiche, l’indicazione nel programma di coalizione del candidato premier “da proporre al Presidente della Repubblica”. Il nome non comparirà sulla scheda elettorale, che resterà sostanzialmente invariata, ma verrà formalmente depositato insieme al programma delle forze politiche.

Una scelta che, pur non configurando un’elezione diretta del capo del governo, introduce un elemento di personalizzazione ulteriore e rafforza il legame tra coalizione vincente e leadership proposta al Quirinale.

L’opposizione: “Regole riscritte senza confronto”

La reazione delle opposizioni è stata immediata e durissima. Andrea Giorgis denuncia l’assenza di confronto: «All’opposizione non è stata fatta alcuna proposta, non c’è stato alcun confronto e non abbiamo visto alcun testo». E accusa la maggioranza di voler procedere unilateralmente su una legge fondamentale per l’architettura democratica.

Sulla stessa linea i dirigenti dem Francesco Boccia, Chiara Braga e Nicola Zingaretti, che contestano le priorità del governo: «In un Paese attraversato da emergenze economiche e sociali, ci saremmo aspettati un vertice notturno per reperire più risorse per Niscemi, per approvare il salario minimo o affrontare il congedo paritario. Invece la loro unica preoccupazione è garantire se stessi».

Il nodo referendum e le accuse di “paura”

La critica si intreccia con il clima politico più ampio. Il riferimento è al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, terreno di forte contrapposizione tra maggioranza e opposizione.

Sandro Ruotolo, della segreteria del Partito Democratico, parla apertamente di timore elettorale: «Si stanno accorgendo che il “No” sta avanzando nel Paese. Di fronte alle difficoltà sul referendum, accelerano sulla riforma elettorale. Con».

Secondo Ruotolo, la maggioranza temerebbe di perdere le prossime politiche con l’attuale sistema e tenterebbe, a legislatura in corso, di modificare le regole. Un’operazione definita “non accettabile” perché condotta senza un confronto condiviso.

Anche Alessandro Zan attacca: «Gli italiani fanno i conti con salari bassi, carovita e liste d’attesa infinite e la priorità del governo è cambiare la legge elettorale. Dicono di essere patrioti, ma sono attivissimi solo quando c’è da salvare le poltrone».

Per l’opposizione, insomma, non si tratta di una riforma tecnica ma di una mossa politica, letta come tentativo di blindare la legislatura e ridisegnare il campo in vista del 2027.

Stabilità contro rappresentanza

Sul tavolo resta la questione di fondo che accompagna ogni riforma elettorale italiana: come conciliare governabilità e pluralismo in un sistema multipartitico. Il centrodestra rivendica un premio “contenuto” e predeterminato, nel rispetto dei paletti fissati dalla Consulta; le opposizioni denunciano un intervento di parte, privo di condivisione.

La partita ora si sposta in Parlamento. E, come spesso accade quando si mettono mano alle regole del voto, il confronto promette di essere lungo e ad alta tensione. Perché non si discute soltanto di percentuali e seggi, ma dell’equilibrio stesso tra maggioranza e minoranza in una democrazia parlamentare.

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