Dalle interferenze elettorali alla guerra cibernetica, dai sabotaggi alle incursioni nello spazio aereo della Nato. Ora, secondo un rapporto attribuito all’intelligence americana, sul tavolo di Mosca ci sarebbe anche un’altra opzione: portare la pressione direttamente nel Mediterraneo attraverso il possibile impiego di droni lanciati da navi.
A riferirlo è il quotidiano spagnolo El Mundo, secondo cui la Cia avrebbe segnalato a Italia, Francia e Spagna il rischio di azioni russe condotte con velivoli senza pilota. Non si tratterebbe, almeno nelle intenzioni descritte dalle fonti citate dal giornale, di una campagna militare convenzionale, ma di operazioni calibrate per creare allarme, colpire infrastrutture e accrescere la pressione politica sui governi europei.
Un quadro che, però, in Italia non trova al momento riscontri ufficiali. Fonti qualificate citate dall’Ansa riferiscono che alle autorità italiane non sarebbe arrivato alcun allarme specifico, né sul piano operativo né su quello diplomatico, militare o dell’intelligence.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha quindi invitato alla cautela. «Non serve a nessuno e non trova alcuna conferma», ha detto commentando l’allarme rilanciato dalla stampa spagnola. «Già viviamo in tempi difficili e nervosi e non serve a nessuno ulteriore benzina sul fuoco».
Dalla frontiera orientale al Mediterraneo
La novità più rilevante dello scenario descritto da El Mundo è proprio lo spostamento geografico della minaccia. Finora l’attenzione europea si è concentrata soprattutto sul fianco orientale dell’Alleanza Atlantica, dove Polonia, Paesi baltici e Finlandia sono esposti alla pressione russa e a una crescente sequenza di incidenti nello spazio aereo.
Il rapporto attribuito alla Cia delineerebbe invece un possibile allargamento della strategia russa verso sud. Italia, Francia e Spagna diventerebbero così potenziali bersagli non necessariamente per il loro ruolo militare diretto nel conflitto ucraino, ma per il loro peso politico ed economico all’interno dell’Europa.
La segnalazione americana arriverebbe dopo la visita a Mosca del direttore della Cia John Ratcliffe, il 25 agosto. Secondo quanto riferito da El Mundo, in quell’occasione il capo dell’intelligence statunitense avrebbe messo in guardia il Cremlino dal compiere provocazioni o azioni capaci di provocare uno scontro diretto con la Nato.
Nel frattempo, tuttavia, l’Europa continua a registrare episodi attribuiti o ricondotti all’azione russa: dai sabotaggi alle attività di disturbo, fino alle incursioni di velivoli senza pilota e agli incidenti che hanno coinvolto lo spazio aereo di Paesi alleati.
Il punto, dunque, non è soltanto la natura di ogni singolo episodio. È la possibilità che una somma di azioni limitate possa diventare uno strumento sistematico di pressione.
I Gerbera e l’ipotesi dei container sulle navi
Il cuore dell’allarme riguarda i droni Gerbera, velivoli relativamente piccoli e progettati per missioni a lunga distanza. Secondo le informazioni riportate dal quotidiano spagnolo, Mosca potrebbe sfruttarne dimensioni e autonomia per trasportarli clandestinamente via mare e impiegarli una volta raggiunta una posizione relativamente vicina alle coste europee.
L’ipotesi è quella di nascondere i droni all’interno di container commerciali collocati su navi in navigazione nel Mediterraneo. Una volta raggiunta una determinata area, i velivoli potrebbero essere messi in volo senza la necessità di ricorrere a basi militari convenzionali.
È uno scenario che, se confermato, aggiungerebbe una complicazione alla già difficile attività di sorveglianza europea. Il Mediterraneo è infatti attraversato quotidianamente da un enorme traffico mercantile e la distinzione tra una normale nave commerciale e un potenziale vettore di droni sarebbe tutt’altro che semplice.
Secondo le informazioni riportate da El Mundo, l’autonomia dei Gerbera potrebbe arrivare a circa 600 chilometri. Da una posizione a 200 o 300 chilometri dalla costa, il tempo di volo sarebbe quindi relativamente contenuto.
Non sarebbe tuttavia la potenza distruttiva del singolo ordigno il principale elemento dello scenario. Il valore di un’operazione simile risiederebbe soprattutto nella sua capacità di produrre effetti sproporzionati rispetto alle risorse impiegate.
Il vero bersaglio potrebbe essere la paura
Un attacco con droni di piccole dimensioni difficilmente avrebbe, da solo, la capacità di provocare danni paragonabili a quelli di un’operazione militare convenzionale. Potrebbe però colpire infrastrutture sensibili, interrompere temporaneamente attività strategiche, generare costi economici e soprattutto alimentare l’incertezza.
È proprio questo il terreno sul quale la guerra ibrida diventa più difficile da contrastare. Non occorre necessariamente distruggere un obiettivo per ottenere un effetto strategico. Può essere sufficiente dimostrare che quell’obiettivo è vulnerabile.
Un’esplosione in prossimità di un’infrastruttura energetica, di un porto o di un altro nodo logistico avrebbe quindi un significato che andrebbe ben oltre il danno materiale. Il messaggio sarebbe rivolto anche all’opinione pubblica: la guerra, o almeno le sue conseguenze, può arrivare molto più lontano dal fronte ucraino.
Perché Italia, Francia e Spagna
La scelta dei tre Paesi mediterranei viene collegata nel rapporto anche alla loro centralità politica. Italia, Francia e Spagna rappresentano infatti tre dei principali Paesi europei chiamati a confrontarsi con importanti appuntamenti elettorali nel 2027.
È un elemento che, da solo, non dimostra l’esistenza di un piano russo per influenzare le rispettive elezioni. Ma contribuisce a spiegare perché un’eventuale campagna di pressione possa puntare non soltanto contro obiettivi militari, bensì contro la stabilità interna degli Stati.
L’analista britannico Keir Giles, citato da El Mundo, osserva che la logica russa potrebbe non concentrarsi necessariamente sui Paesi geograficamente più esposti. L’attenzione potrebbe piuttosto rivolgersi verso quelle aree considerate più vulnerabili.
Il tema è quello della difesa aerea. La proliferazione dei droni ha cambiato radicalmente il rapporto tra costo dell’attacco e costo della difesa. Un mezzo relativamente economico può costringere un Paese a impiegare sistemi di intercettazione molto più costosi e sofisticati.
È una delle asimmetrie che rendono la guerra dei droni particolarmente insidiosa: chi attacca può cercare di saturare le difese spendendo relativamente poco, mentre chi deve proteggersi è costretto a mantenere una rete permanente di radar, sensori, sistemi elettronici e intercettori.
Parigi alza il livello di attenzione
La Francia, secondo la ricostruzione di El Mundo, avrebbe già reagito con particolare attenzione alle informazioni ricevute dagli Stati Uniti.
Il presidente Emmanuel Macron ha riunito il Consiglio di difesa il 16 settembre e due giorni più tardi avrebbe convocato i leader dei partiti e i candidati alle presidenziali del 2027.
Un tempismo che, nel racconto del quotidiano spagnolo, assume un significato ulteriore alla luce di quanto sarebbe accaduto successivamente sui canali Telegram vicini al Cremlino. Sarebbero infatti comparse mappe del Mediterraneo con l’indicazione di possibili obiettivi francesi, accompagnate da un messaggio volutamente provocatorio: «Medicina contro l’arroganza francese».
Anche in questo caso, però, la distanza tra una minaccia propagandistica e un piano operativo reale resta fondamentale. Le mappe pubblicate sui social non costituiscono, da sole, la prova dell’esistenza di un’operazione militare.
Il nodo italiano
Per Roma, dunque, la questione resta sospesa tra l’allarme rilanciato dalla stampa internazionale e l’assenza, almeno secondo le fonti citate dall’Ansa, di una segnalazione formale alle autorità italiane.
È una distinzione importante. L’esistenza di una valutazione dell’intelligence americana su un possibile scenario non equivale alla certezza che quell’azione sia stata decisa dal Cremlino, né tantomeno che un attacco sia imminente.
Resta però il dato strategico più ampio: la minaccia dei droni sta modificando rapidamente la sicurezza europea. La distanza geografica dal campo di battaglia ucraino non è più una garanzia sufficiente. E il Mediterraneo, fino a ieri considerato soprattutto una retrovia strategica, potrebbe diventare uno dei nuovi terreni della competizione tra Russia e Occidente.
È questa, più ancora della prospettiva di un singolo attacco, la questione che le capitali europee sono chiamate ad affrontare. Capire dove finisca la propaganda, dove inizi la guerra ibrida e dove possa eventualmente cominciare un’azione militare concreta. Senza sottovalutare il rischio, ma anche senza trasformare ogni minaccia in una certezza.
